venerdì, 24 Settembre 2021
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Il martirio di Breslavia (oggi Wroclaw) nel 1945

Ristabilire la verità significa onorare la memoria delle generazioni passate e rendere omaggio alle loro sofferenze. Non certo per revanscismo ma per amore del vero e per un atto di giustizia verso le vittime della storia di Francesco Lamendola 

Breslavia (Breslau), capoluogo della Bassa Slesia, situata sulle rive del fiume Oder, città tedesca quasi al 100%, che nel 1933 contava una popolazione di 625.000 persone, oggi non esiste più; al suo posto c’è una grossa città polacca all’incirca altrettanto popolosa, di 640.000 abitanti – la quarta della Polonia in ordine di grandezza -, denominata Wroclaw; la quale, tuttavia, non ha più nulla a che fare con l’antica città, che era stata prussiana fin dal 1763, e, prima di quella data, città imperiale, vale a dire asburgica.

Nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale il suo destino fu terribile. Dichiarata fortezza dal Comando supremo della Wehrmacht, davanti all’avanzata inarrestabile dell’Armata Rossa, benché non disponesse affatto di apprestamenti difensivi degni d’una vera fortezza, ma solo di trincee scavate da bambini di dieci o dodici anni e da ragazze di sedici, e difese da soldati che, armati solamente di panzerfaust, avrebbero dovuto fermare i giganteschi carri armati sovietici T34, del peso di oltre trenta tonnellate, le fu ordinato di resistere ad ogni costo, fino all’estremo, e così avvenne: in pratica, fu l’ultima città tedesca a deporre le armi e a capitolare davanti ai Sovietici. Ciò accadde il 6 maggio del 1945, quando già la stessa Berlino aveva cessato di lottare dal 2 maggio, e Adolf Hitler si era ucciso fin dal 30 aprile. La popolazione civile patì sofferenze morali e materiali semplicemente inenarrabili; basti dire che pagò un tributo di vite umane, durante i combattimenti, di almeno 40.000 vittime, alle quali bisogna aggiungere altri 18.000 cittadini che morirono di freddo durante l’evacuazione di una gran parte degli abitanti, malamente organizzata nel cuore del rigidissimo inverno continentale (ricordato come uno dei più freddi a memoria d’uomo), nel gennaio del 1945. Tali sofferenze furono aggravate sia dalla inumana spietatezza degli ordini delle autorità militari, che prevedevano la fucilazione immediata per chiunque fosse minimamente sospettato di disertare o anche solo di spargere notizie “allarmistiche” e “infondate”, tali da deprimere il morale dei difensori (e ormai gran parte dei civili rimasti erano stati militarizzati, compresi i minorenni), sia dalla crudeltà gratuita, e spesso sadica, delle Forze armate sovietiche.

I piloti russi, per esempio, non si limitavano a bombardare il centro abitato, si abbassavano anche per mitragliare deliberatamente gli abitanti terrorizzati, prendendoli di mira lungo i viali e le strade. Il Comando sovietico giunse al punto di diffondere, per radio, la falsa notizia che un esercito tedesco di soccorso si stava avvicinando per liberare la città dall’assedio, invitando la popolazione ad andargli incontro nei quartieri meridionali della città: se ciò fosse accaduto, vi sarebbe stato un massacro indiscriminato, perché le artiglierie russe erano già pronte per falcidiare gli ignari e sventurati abitanti. Si formò una enorme massa di civili affamati, stremati, ma speranzosi, che si diresse verso la zona indicata; solo con grande fatica le autorità militari tedesche, resesi conto dell’inganno, riuscirono a fermare quei disgraziati e a farli tornare indietro. E si tenga presente che la “piazzaforte” era quasi priva di difese contraeree e che l’aeroporto esistente era inadatto all’atterraggio degli aerei da trasporto che dovevano rifornirla, perché la pista era troppo breve; pertanto gli aerei tedeschi si abbassavano e sganciavano le armi, le munizioni e gli altri materiali con il paracadute. Ma ciò faceva perdere molto tempo per raccoglierli e trasportarli nei depositi, e non era raro il caso che i materiali finissero per cadere erroneamente nelle gelide acque dell’Oder, o, addirittura, dietro le linee degli assedianti.

L’assedio di Breslavia è stato rievocato dal giornalista, scrittore e storico tedesco Jürgen Thorwald (nato a Solingen nel 1915 e deceduto a Lugano nel 2006) nel suo libro «La grande fuga. Incominciò alla Vistola, la fine all’Elba» (titolo originale: «Die Grosse Flucht», Stuttgart, Steingrüben Verlag, 2 voll.: «Es begann an der Weichsel», 1948 e «Das Ende an der Elbe», 1950; traduzione dal tedesco a cura di Aurelio Garobbio, Firenze, Sansoni Editore, 1964, pp. 112-114):

«Un giorno prima che Niehoff [il nuovo comandante militare della piazza] giungesse a Breslavia, Hanke [il potentissimo Gauleiter nazista della città] aveva comunicato a Hitler che Breslavia “libera da ogni zavorra” avrebbe tenuti fermo fino alla vittoria. Proprio in quei giorni di marzo, a causa del pericolo d’incendio delle bombe aeree russe, ordinò che venisse sgomberata sino al primo piano ogni casa abbandonata dalla popolazione o rimasta vuota perché gli abitanti si erano rifugiati nelle cantine. I reparti di lavoro della truppa buttarono sulla strada ogni suppellettile infiammabile, dai mobili ai tappeti; dalle strade furono portati all’aperto e bruciati.

Nelle stesse giornate di marzo cominciò la costruzione del nuovo aeroporto in un quartiere abitato ad est del Kaiserbrück. Le forze lavoratrici furono assicurate da un’ordinanza emanata del 7 marzo, “obbligo del lavoro per ogni abitante di Breslavia”, che riguardava anche i ragazzi dai dieci anni in sui e le ragazze dai sedici anni in su, e minacciava la fucilazione sommaria per chiunque si fosse sottratto al lavoro. Guidati da funzionari, uomini, donne e bambini lavoravano insieme ai pionieri a far saltarer le case dal Kaiserbrück al Fürstenbruck, alla Luther-Kirche (chiesa di Lutero), alla Kanisisu-Kirche (chiesa di Canisio) il blocco di case alla Scheitniger Stern, alla Dickhustrasse sino alla Tiergartenstrasse e dalla facoltà dell’Agricoltura sino alla Memelstrasse; fatte brillare le mine, essi dovevano diroccare gli edifici e spianare il terreno affinché gli apparecchi potessero atterrare. Tutto questo lo si compì sotto il fuoco dell’artiglieria e sotto gli attacchi aerei russi.

Si fece saltare in aria l’Archivio di Stato con atti e manoscritti. Quando a metà marzo si cominciò a fortificare la Sandinsel, circondata dall’Oder, per farne un centro di resistenza, anche la gigantesca Biblioteca dell’Università si vide minacciata dalla distruzione. Si scelsero le cantine della Biblioteca dell’Università  quale nuova sede del comando d’operazioni di Hanke, al posto del quartier generale che sino allora stava sulla Liebich-Höhe. Si doveva perciò far saltare in aria l’edificio della Biblioteca, affinché le sue rovine rafforzassero la copertura delle cantine. Negli ambienti di Hanke si progettò  di bruciare i 550.000 volumi ancora rimasti, ma il timore che le fiamme si propagassero agli edifici della Sandinsel, li fece desistere. Si pensò poi, a causa di questo pericolo d’incendio, di buttare i libri nell’Oder, ma il piano fu abbandonato per timore che bloccassero la corrente.  Alla fine si ammassò gran parte dei libri nella Anne-Kirche e nella Mensa dove l’11 maggio, quattro giorni dopo la capitolazione della città, furono distrutti dagli immensi incendi che in quelle giornate divamparono pur sempre e che gli stremati resti della popolazione non riuscivano ad estinguere.

Nel frattempo sui fronti di combattimento, e sopratutto ad ovest ed a sud, l’artiglieria sovietica tuonava ininterrottamente, i cannoni sparavano sulla città, gli aerei in volo radente sorvolavano giorno e notte le strade. Avevano la fusoliera corazzata, ben difficilmente si potevano abbatter e sovente con le mitragliatrici sparavano sui singoli passanti. Quasi ogni notte giungevano i bombardieri pesanti russi, e dopo ogni bombardamento notturno, nelle fosche luci del primo mattino si vedevano schiere di uomini che, trascorsa la notte sotto le bombe, camminavano per le strade alla ricerca di un nuovo alloggio.

Nella maggior parte della città le condutture non funzionavano più. Dai grossi tubi l’acqua spruzzava sulle strade. Nel grigiore del mattino la popolazione faceva provvista d’acqua alle fontane ed agli idranti per tosto scomparire nelle cantine; se era abile al lavoro riappariva poco dopo sulle strade per avviarsi ai cantieri che stavano sotto il fuoco costante dei Russi, i quali ignoravano la penuria di munizioni. Le battaglie stradali nel sud di Breslavia continuavano. Una casa dopo l’altra, una strada dopo l’altra finivano in macerie e cenere. A volte si combatteva da un piano al’altro. Per creare una terra di nessuno tra aggressori e difensori, Hanke ordinò di radere al suolo intere strade e quartieri. Si fecero così saltare in aria le case alla Götzenstrasse ed alla Sadowastrasse. Si creò in tal modo una terra di nessuno a sud della ferrovia dei sobborghi: ivi non abitava più nessun uomo, i topi si nutrivano dei morti insepolti, le granate qua e là aprivano un nuovo cratere.

Da sud i Russi si avvicinarono sempre più alla città. Ad oriente si combatté per il cimitero dio San Bernardino.  Dal parco meridionale la fanteria sovietica avanzò verso la Hindenburgplatz. In vari quartieri le devastazioni diventarono insopportabili. Dalla pavimentazione squarciata delle strade saliva il lezzo delle fogne sconquassate. La notte schiere infinite di topi stavano in agguato nei canali e penetravano nelle abitazioni e nelle cantine. In parecchie strade il fetore dei cadaveri rendeva impossibile sostare. Malgrado ogni misura coercitiva che doveva mantenere la disciplina, i freni della legge e della morale cittadina si sciolsero. Ogni notte si saccheggiava. Anche l’abbondante distribuzione di viveri e di generi di conforto con la quale Hanke cercava di sollevare il morale della popolazione, non bastava a fermare i selvaggi saccheggi. Al contrario essa mostrava quanti generi di lusso stessero nei depositi della città  e spingeva a cercarli giorno e notte nelle case, nelle cantine, nei depositi. I saccheggiatori  non rifuggivano dal camminare sui cadaveri. Anche una parte della truppa, per non dir poi dei funzionari di Hanke, cercava di trarre dai tesori e dai piaceri della vita quanto loro si offriva.

Però malgrado tutto si lavorò e si combatté, e malgrado tutto sino ad aprile inoltrato la massa della popolazione di Breslavia sperò che la piazzaforte venisse liberata, che tutto non fosse ancora perduto, che Hitler tenesse in serbo delle sorprese per vincere la guerra all’ultimo momento… »

Come si vede, nelle lunghe, interminabili settimane dell’assedio di Breslavia si era creata una situazione psicologica e spirituale simile a quella descritta da Boccaccio per la peste di Firenze del 1348: i cerchioni della legge e della morale erano saltati, e molti cittadini non pensavano ad altro che a strappare gli ultimi vantaggi personali, prima che tutto il loro mondo sprofondasse in una apocalisse di fuoco. Però, nel suo complesso, la cittadinanza affrontò quella prova drammatica con disciplina e fierezza ammirevoli, in parte per inveterata abitudine alla disciplina, in parte nella folle, ma umanissima speranza di una prossima liberazione. Per la generazione che visse il nazismo e la Seconda guerra mondiale (in fondo, appena dodici anni in tutto!), non fu facile rassegnarsi all’idea che tutta la fiducia riposta nel Führer era stata un tragico errore, e che il tempo delle speranze era finito. Ma, soprattutto, non fu facile per i Tedeschi delle province orientali accettare l’idea che l’Armata Rossa si era rivelata più forte della Wehrmacht, e che quelle antiche terre germaniche sarebbero state non solo occupate dal nemico, ma russificate o polonizzate, e che perfino il ricordo del loro passato tedesco sarebbe stato sradicato per sempre.

Rievocare quelle vicende non significa fomentare un assurdo revanscismo, ma, semplicemente, onorare la verità e ridare voce a coloro cui essa venne tolta. Milioni di Tedeschi dell’Est dovettero trasferirsi nelle zone occidentali del Paese, per non più ritornare; e tutto ciò avvenne in una atmosfera infernale di bombardamenti, crudeltà, stupri, violenze indiscriminate, che già altra volta abbiamo provato a narrare (cfr. il nostro articolo: «Nelle gelide acque del Mar Baltico si consuma l’apocalisse dimenticata del “Wilhelm Gustloff», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 18/05/2015). Fu veramente, come disse uno scrittore tedesco, l’inverno dei lupi; ma nel senso di Hobbes: Homo homini lupus. È pur vero che l’Esercito tedesco, avanzando in Unione Sovietica nel 1941, si era comportato con pari ferocia nei confronti delle popolazioni, non per malvagità innata, ma per le direttive criminali impartite direttamente dal Quartier Generale di Hitler, e per l’ideologia sadica cui si ispiravano le SS e i famigerati “gruppi di sterminio rapido” (Einsatzgruppen).

Gli studenti tedeschi non sanno quasi niente di tutte queste vicende; i programmi delle scuole che frequentano hanno operato una gigantesca rimozione: in compenso, è stato loro inculcato assai bene il concetto che la loro Patria fu la sola responsabile del conflitto, e che essa si macchiò di crimini unici nella storia del mondo. Ristabilire la verità significa onorare la memoria delle generazioni passate e rendere omaggio alle loro sofferenze. È giusto che i giovani tedeschi sappiano che Kaliningrad era Königsberg, patria di Kant; che Gdansk era Danzig, patria di Schopenhauer; e che Wroclaw era Breslau, patria di Carl von Clausewitz. Così come è giusto che i giovani italiani, quando vanno in vacanza a Zadar, Rijeka, Pula, sappiano che si tratta di Zara, Fiume, Pola: città italianissime, i cui abitanti furono costretti ad andarsene in condizioni drammatiche. Non per revanscismo, ripetiamo: ma per amore del vero e per un atto di giustizia verso le vittime della storia.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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