venerdì, 24 Settembre 2021
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Il segreto del Brahmaputra

Il Brahmaputra, con i suoi 2.900 km. di corso dalle sorgenti alla foce, che ha in comune con il Gange, occupa il decimo posto tra i fiumi più lunghi dell’Asia, subito dopo l’Indo, e il ventottesimo a livello mondiale di Francesco Lamendola

Il Brahmaputra, con i suoi 2.900 km. di corso dalle sorgenti alla foce, che ha in comune con il Gange, occupa il decimo posto tra i fiumi più lunghi dell’Asia, subito dopo l’Indo, e il ventottesimo a livello mondiale, subito prima del Danubio.  La particolarità più evidente del suo corso è costituita dal brusco cambiamento di direzione a circa metà strada: nel tratto superiore, con il nome di Tsangpo Yarlung, scorre – in una regione in gran parte disabitata, fra ghiacci e nevi, a nord della catena himalaiana – in direzione Est; giunto alle Gole del Tsangpo, inverte bruscamente la direzione e si apre la strada a mezzogiorno dell’Himalaya, scorrendo in direzione Ovest, per poi piegare a Sud e confluire nel delta del Gange, nel territorio dell’odierno Bangla Desh.

Ora, così come il Nilo, nella seconda metà dell’Ottocento, ha affascinato, per non dire ossessionato, i viaggiatori e soprattutto i geografi europei, per via del mistero delle sue sorgenti, che alcuni collocavano sui Monti della Luna, altri collegavano a qualche grande lago centro-africano (cfr. Il nostro articolo: Dove nasce il Nilo?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 16/01/2011, e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 14/03/2017), allo stesso modo, e proprio negli stessi anni, viaggiatori e geografi occidentali cominciarono a sospettare, e a domandarsi con curiosità e insistenza crescenti, se quei due fiumi, che, finora, si credevano separati, anche perché diretti in direzioni opposte, non fossero, per caso, un solo ed unico corso d’acqua. L’unica differenza fra i due grandi interrogativi geografici era che l’Africa, a quel tempo, suscitava in Europa un fascino molto maggiore, anche perché quello era il momento della corsa al Continente Nero da parte delle potenze coloniali (la Conferenza di Berlino, che segna la spartizione geopolitica del continente, è del 1884), mentre il Tibet e le zone interne dell’Asia non erano altrettanto di moda, sebbene, naturalmente, fosse vivo l’interesse per la civiltà indiana e per quella cinese. Tuttavia, è perfettamente legittimo collegare i due grandi enigmi, quello del Nilo e quello del Brahmaputra, e considerarli quasi come due facce di una stessa medaglia, di una stessa curiosità che non era solo di genere intellettuale, ma anche, per così dire, emozionale e sentimentale. Dopotutto, Tibet voleva dire, nell’immaginario occidentale, teosofia e madame Helena Blavatsky, e le idee della teosofa russa erano indissolubilmente legate all’immagine di un’Asia misteriosa e inaccessibile, custode silenziosa e millenaria di segreti primordiali e di una scienza occulta di portata cosmica. D’altra parte, il Tibet era un Paese chiuso in se stesso e proibito agli stranieri: solo nel 1903-1904 una spedizione  militare britannica, guidata da James R. L. Macdonald e Francis Youghusband, riuscì ad aprirsi la strada con la forza e a violare il mito della impenetrabilità di quel remoto Paese, governato dal Dalai Lama, che è venerato come la reincarnazione del Buddha della Compassione.

In effetti, che i due fiumi Yarlung e Brahmaputra fossero un fiume solo, venne appurato con certezza solo fra il 1884 e il 1886, ad opera di una spedizione britannica; il che non significa che tale scoperta venisse provata immediatamente mediante la navigazione, perché, pur essendo il fiume navigabile per gran parte del suo corso, la forza della corrente, la strettezza della valle ed una serie di rapide e cascate nella regione delle Gole del Tsangpo, di fatto rendevano irrealizzabile il collegamento diretto fra il tratto superiore e quello inferiore. Addirittura, fu necessario aspettare il 2000, cioè appena una quindicina d’anni fa, perché una nuova spedizione britannica, organizzata dall’esploratore Mark Shand, classe 1951, discendesse tutto il corso del fiume e scoprisse, fra l’altro, una cascata spettacolare, alta ben 35 metri, rimasta finora del tutto ignorata perché situata fra gole inaccessibili e, per di più, in una regione selvaggia e praticamente deserta.

Così lo stesso Mark Shand riassume il nucleo del problema geografico posto dal corso dei due fiumi nel suo libro Il fiume, il cane e il fumatore d’oppio (titolo originale: River dog, 2002; traduzione dal’inglese di Marcello Ghilardi, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2003, pp. 15-17):

… Ma il corso esatto del fiume conosciuto come Brahmaputra in India e Tsangpo in Tibet avevano fatto scervellare per secoli i geografi, i disegnatori di mappe e gli esploratori. Erano due fiumi distinti o uno solo? Nessuno poteva dirlo, perché  nessuno era riuscito a penetrare nelle gole del Tsangpo. A tutti gli effetti, il Tsangpo sembrava scomparire una volta raggiunto il Namche Bawar. Racconti fantastici, mancanza di informazioni precise e mappe poco accurate avevano dato origine a una credenza popolare secondo cui il Brahmaputra originava a sud dell’Himalaya, mentre il Tsangpo era un’estensione dell’Irrawaddy: una fantasiosa mappa del 1654 indicava, come sua sorgente, un lago nel nord della Birmania.

Ma esisteva anche un’altra scuola di pensiero. Già nel 1715 un giovane gesuita di Pistoia, Ippolito Desideri, nel coso di un viaggio nel Tibet occidentale, aveva sentito dire che in realtà quei due fiumi ne costituivano uno solo: “Scorrendo da ovest a est, [il Tsangpo] attraversa il centro del Terzo Tibet [il Tibet vero e proprio], quindi svoltando a sud-est penetra nel paese di Lhoba da cui discende fino a Rongmati [Assam], una provincia del Mogor [l’India Moghul] al di là del Gange, nel quale infine questo, che è il principale fiume del Tibet, si immette”.

Sfortunatamente, questa preziosa informazione rimase coperta di polvere sugli scaffali di una villa italiana per centocinquant’anni, insieme agli altri scritti di Ippolito sul Tibet.

Settant’anni più tardi, nel 1785, il maggiore James Rennell, supervisore generale del Bengala, giunse alle stesse conclusioni di Ippolito. Noto come “il padre della geografia indiana”, Rennell scrisse: “Questo fiume deve senz’altro percorrere un lungi tragitto prima di arrivare nella provincia del Bengala, considerato che a seicentocinquanta chilometri dal mare è ampio il doppio del Tamigi… [Esiste] la concreta possibilità che il Sanpoo e il Burrompooter siano il medesimo fiume”.

In ogni caso, per sradicare del tutto la credenza popolare che si trattasse di due fiumi distinti occorrevano prove certe. All’inizio del diciannovesimo secolo, dopo l’annessione dell’Assam alla frontiera indiana nordorientale, al termine della guerra tra l’Inghilterra e la Birmania, l’Impero britannico sferrò una doppia offensiva: pur continuando a tracciare il corso del fiume seguendo la corrente che scendeva dal Tibet, furono inviate spedizioni verso nord risalendo la corrente degli affluenti del Brahmaputra, attraverso le giungle inospitali e inesplorate della regione ora nota con il nome di Arunachal Pradesh.

In quei luoghi gli inglesi dovettero sopportare difficoltà e pericoli tremendi non solo a causa delle foreste e delle febbri persistenti, ma anche per le tribù indigene, in particolar modo gli abor – una feroce tribù descritta come “una popolazione barbara molto rozza, dai modi schietti e dalle abitudini guerresche”, e “molto restia ad accogliere stranieri”. Gli abor, o adi come sono oggi chiamati, continuarono a costituire una spina nel fianco dell’Impero britannico per almeno un altro secolo.

Intorno al 1878, tuttavia, l’interruzione stava per essere colmata. Ormai restavano solo cinquecento chilometri circa di territorio inesplorato, là dove il fiume sembrava scomparire nelle viscere della terra, sotto la grande catena dell’Himalaya orientale.

Ci sarebbero voluti altri trentacinque anni prima che gli esploratori inglesi potessero stabilire di fatto una connessione tra il Tsangpo e il Brahmaputra, anche se ampie zone delle Gole del Tsangpo rimasero inviolate. La rapidità con cui il fiume precipitava in quei meandri ignoti era tale che diede origine a uno dei grandi miti della geografia: la credenza che, celate nelle profondità delle gole, esistessero delle cascate vertiginose, le equivalenti tibetane delle cascate del lago Vittoria o del Niagara. Ci vollero altri undici anni perché il mito delle “favolose cascate” del Brahmaputra crollasse definitivamente.

Trascorsero quasi sessant’anni prima che venissero intraprese altre spedizioni lungo il Brahmaputra – soprattutto per motivi di ordine politico. La Cina aveva invaso il Tibet, rifiutando di riconoscere la Linea McMahon, la contestata frontiera che separa Tibet e India lungo l’Himalaya  orientale, fissata nel corso della Conferenza che il Regno Unito e il Tibet tennero a Simla nel 1914…

Come ricorda Mark Shand, uno dei più curiosi e intelligenti esploratori del Tibet era stato un italiano oggi assai poco conosciuto nel nostro Paese, mentre all’estero, nell’ambiente degli studiosi di storia delle esplorazioni dell’Asia, il suo nome è ben noto e figura accanto a quelli dei maggiori viaggiatori dell’interno di quel continente. Era un gesuita, nato a Pistoia, da nobile famiglia, il 21 dicembre del 1684 e spentosi a Roma il 14 aprile del 1733; e viene ricordato come il primo europeo che, dopo essere penetrato in quel misterioso Paese, divenne un notevole conoscitore della lingua e della cultura tibetana. In effetti, la prima missione cattolica in Tibet era stata fondata da un gesuita portoghese, padre Antonio de Andrade, fin dal 1623, quasi un secolo prima; ma era stata poi dispersa in seguito alle guerre fra il sovrano del Ladakh e il regno di Guge, nel Tibet occidentale, verso il 1635. Adesso, nel secondo decennio del XVIII secolo, il generale dei gesuiti, Michelangelo Tamburini, decise che i tempi erano maturi per fare un secondo tentativo e riaprire una missione cattolica nel Tibet. Fu così che nel 1712, all’età di ventinove anni, Ippolito Desideri venne scelto per questa delicata missione, che avrebbe dovuto svolgere insieme al suo superiore, il portoghese Manoel Freyre, già esperto dell’India. Partito da Roma e giunto a Lisbona, via mare, dal porto di Genova, Desideri s’imbarcò per Goa, sulla costa occidentale dell’India, via Capo di Buona Speranza, dove giunse e tosto proseguì per Delhi e Srinagar, nel Kashmir, lottando contro le febbri, la stanchezza e una malattia che lo inchiodò a letto per sei mesi. Verso la fine de 1714 si rimise in viaggio, sempre a piedi, assieme a padre Freyre, a finalmente arrivò a Leh, la capitale del Ladakh,  dopo due anni di viaggio, verso la metà del 1715, dopo due anni e mezzo di viaggio da quando aveva lasciato Roma, dove aveva ricevuto la speciale benedizione del papa Clemente XI. Favorevolmente accolti dal sovrano indigeno, i due gesuiti avrebbero potuto fermarsi e rifondare la precedente missione, o, almeno, questo è quanto avrebbe voluto Desideri; ma il suoi superiore, padre Freyre, la pensava diversamente: egli voleva portarsi fin nel cuore del Tibet vero e proprio, dove gli europei non erano ancora giunti, e così il  viaggio venne ripreso. Ci vollero altri sette mesi, per arrivare a Lhasa, affrontando nuove difficoltà, talmente dure che a stento i due religiosi riuscirono a salvare la vita, durante le marce disperate nel cuore della stagione invernale, fra continue tempeste di neve, sempre marciando sull’altipiano più alto del mondo, a oltre quattromila metri d’altezza (Lhasa, per la precisione, sorge a 4.200 metri s. l. m.). Anche nella capitale del Tibet l’accoglienza fu buona. Mentre il superiore ripartiva per tornare in India, padre desideri, su consiglio del sovrano mongolo, Lajang Khan, entrò in un prestigioso monastero buddista, quello di Sera (uno dei tre monasteri principali della setta buddista Gelug) per impadronirsi della lingua e della cultura tibetana. Dopo di che, lavorando a ritmo febbrile e servendosi dei metodi di argomentazione filosofica propri del buddismo tibetano, padre Desideri, il quale, fin da giovane, era stato un brillantissimo studente, mise per iscritto un trattato teorico in cinque libri, naturalmente in lingua tibetana, nel quale accoglieva in parte le dottrine buddiste, specie riguardo alla sfera morale, e ne confutava altre, incompatibili con il cristianesimo, come la dottrina della metempsicosi: insomma forniva una versione del cristianesimo adatta a quelle popolazioni e che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, fornire la base dottrinale per una conversione dei tibetani al Vangelo. Però le non lievi concessioni che egli fece alle credenze religiose tibetane, e, più ancora, un confitto di competenze con i cappuccini, ai quali era stata affidata la missione in quel Paese, per decisione dell’istituto di Propaganda Fide, nel 1703, provocarono una controversia fra questi ultimi e i gesuiti e il conseguente richiamo di Desideri in India, ordine cui egli si sottomise con molto dolore, e solo dopo un intervento diretto del generale Tamburini, nel 1719. Rientrato in Italia nel 1727, via Pondichéry (allora colonia francese), dedicò il resto della sua vita a pubblicare, con cura amorevole, i suoi resoconti sulla cultura, la geografia, la storia e la lingua del Tibet, i quali, purtroppo, caddero presto nell’oblio, fin quasi all’inizio del XX secolo. E non solo gli usi e i costumi delle popolazioni attirarono il suo interesse etnologico, ma anche i problemi della geografia fisica: e si è visto con quale genialità egli ha precorso lo scioglimento del mistero del Brahmaputra. Un altro esploratore italiano poco noto al pubblico, dunque. Non è certo l’unico, anche se resta uno dei più affascinanti, con la sua enorme cultura e i vasti orizzonti mentali. Del resto, quanti sanno che una delle sorgenti del Mississippi fu scoperta da un bergamasco, Giacomo Costantino Beltrami, il 31 agosto del 1823?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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