venerdì, 18 Giugno 2021
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Jaques Roux e gli “Arrabbiati”. L’anarchismo francese irrompe nella Rivoluzione Francese

L’anarchismo militante irrompe nella rivoluzione francese. Roux è la figura di maggiore spicco all’interno del gruppo degli “Enragés” gli “Arrabbiati” ossia l’estrema ala sinistra del fronte rivoluzionario nel 1792-93 di Francesco Lamendola

Questo articolo è stato pubblicato sul numero del 25 giugno 1989 (anno 69), pag. 5, del giornale “Umanità Nova”, fondato da Errico Malatesta nel 1920.

Jacques Roux è la figura di maggiore spicco e coerenza all’interno del gruppo degli “Enragés”, gli “Arrabbiati”, ossia l’estrema ala sinistra del fronte rivoluzionario nel 1792-93. Avversari implacabili di ogni forma di compromesso col passato e con le forze moderate, fautori intransigenti della democrazia diretta e strenui difensori dei salari dei sanculotti, essi rappresentano l’altra faccia della Rivoluzione, quella libertaria e radicalmente egualitaria, popolare nel senso più autentico della parola.

      Nelle storie generali del movimento socialista, Noël Babeuf detto “Gracchus” è considerato il primo rivoluzionario comunista che si pose chiaramente lo scopo di socializzare non solo la proprietà, ma anche i mezzi di produzione. La storia del suo tentativo insurrezionale, o piuttosto cospirativo, è stata poi raccontata dal suo amico e compagno Filippo Buonarroti, che, in seguito alla repressione del Direttorio, se la cavò con un certo numero di anni di prigione, mentre Babeuf si suicidò prima di salire alla ghigliottina. Della congiura faceva parte anche una interessante figura di intellettuale militante, giornalista e bibliotecario, quel Sylvain Maréchal che redasse il Manifesto degli Eguali e che è considerato, sempre nelle storie generali, il primo campione dell’anarchismo nella storia moderna (a prescindere da William Godwin, che però fu solo un teorico e che visse del tutto isolato nel suo tempo e nel suo Paese, l’Inghilterra della prima Rivoluzione industriale).

      Eppure l’anarchismo militante aveva già fatto la sua comparsa prima del 1796, quando ormai – in piena dittatura controrivoluzionaria del Termidoro – ebbe luogo l’abortito tentativo di Babeuf, Buonarroti e Maréchal (il quale ultimo era guardato con forte diffidenza dai compagni, proprio perché sosteneva l'”esecrabile” teoria che ogni governo costituito deve essere combattuto, affinché ogni differenza sociale possa scomparire). Alludiamo al fenomeno degli “Arrabbiati” (Enragés), i tribuni popolari che galvanizzarono le masse dei sanculotti fra la seconda metà del 1792 e l’autunno del 1793, quando furono colpiti e dispersi dalla repressione giacobina. Già Kropotkin, nel suo ammirevole studio sulla Grande Rivoluzione, aveva sottolineato le caratteristiche sostanzialmente anarchiche degli Arrabbiati, e messo in evidenza, sulla base dei documenti, come essi venissero chiamati tali – dispregiativamente – dai loro avversari: sia moderati (Girondini), sia radicali (robespierristi).

      Furono questi uomini – Jacques Roux, Jean Varlet, Théophile Leclerc – e queste donne – Claire Lacombe e le “repubblicane rivoluzionarie” – che tennero desta la combattività e la speranza fra la massa dei proletari parigini; che li mobilitarono, costringendo la Convenzione a prendere efficaci misure rivoluzionarie; che denunciarono instancabilmente l’opera provocatoria dei borghesi, degli agenti monarchici, degli aggiotatori, delle spie prussiane; che si batterono strenuamente per ottenere il maximum dei prezzi, davanti all’inflazione galoppante che rovinava artigiani e piccoli commercianti; che ridiedero slancio alla Rivoluzione, alla guerra rivoluzionaria, alla distruzione dei diritti feudali nelle campagne.

      Nelle sezioni più popolari di Parigi, erano essi e non la Convenzione a riscuotere la fiducia dei poveri, e per questo i Giacobini li combatterono e li calunniarono senza posa, non potendo sopportare che si costituisse alla loro sinistra uno schieramento deciso a portare la Rivoluzione fino alle sue estreme conseguenze economico-sociali. Perfino Hébert, che dopo la loro scomparsa ne ereditò il programma e le truppe; perfino Marat, l’ami du peuple, li attaccarono con ogni mezzo: dalle pagine dei giornali, dalla tribuna della Convenzione, dalla roccaforte giacobina della Comune rivoluzionaria.

      Li chiamavano anarchici e facinorosi assetati di sangue, perché reclamavano che si mettesse il Terrore all’ordine del giorno: eppure fu proprio quello che la Convenzione fece; ma per colpire in primo luogo essi e non i controrivoluzionari. Li  chiamavano estremisti e irresponsabili, perché chiedevano il maximum sui prezzi: eppure lo stesso Robespierre finì per applicare il maximum generale, nell’ottobre 1793, subito dopo averli eliminati. Questa fu, difatti, l’ingrata funzione storica di Jacques Roux e dei suoi compagni: di esercitare una pressione assolutamente necessaria sul processo rivoluzionario, perché esso sfuggisse alle trame infinite dei borghesi e dei monarchici travestiti da patrioti; e poi di pagare, con l’eliminazione fisica e con la damnatio memoriae, proprio ad opera di quelli che dovettero porre in pratica le  loro richieste.

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      La figura principale e, senza dubbio, la più interessante degli “Arrabbiati” rimane quella di Jacques Roux, che oggi,  grazie agli studi del Mathiez, appare sufficientemente illuminata, pur nella sua complessità. Nel suo libro magistrale Carovita e lotte sociali sotto il Terrore (tr. it. Einaudi, 1949), Albert Mathiez ricostruisce la sua vita, i suoi discorsi e il suo programma politico, pur ondeggiando fra una simpatia istintiva verso il “prete rosso” e una condanna moralistica di chiara derivazione marxista e robespierrista.

      Jacques Roux era nato nel 1752 a Saint-Cibard de Pransac, nella diocesi d’Angouleme, e aveva fatto il curato in maniera piuttosto tranquilla fin sulla soglia dei quarant’anni, svolgendo le sue funzioni in piccoli paesi di campagna. Capitò a Parigi nel 1791, già colpito da un provvedimento d’interdizione delle autorità ecclesiastiche, probabilmente per aver preso con entusiasmo le parti della Rivoluzione.

      Divenne amico di Marat, e gli rese qualche favore; prestò giuramento quale prete costituzionale ed ebbe il vicariato di Saint-Nicolas des Champs, nella popolare sezione dei Gravilliers. Ben presto si fece amico della gente semplice, degli artigiani rovinati dal rincaro dei prezzi, delle massaie, quale acceso fautore della assoluta eguaglianza sociale, “così come essa è stata voluta da Dio”. Tentò di candidarsi alla Convenzione, ma non fu eletto; da allora (dicembre 1792) trascurò del tutto la strada parlamentare e divenne un rivoluzionario radicale. Il suo programma era il maximum sui prezzi, la lotta senza quartiere agli speculatori e  agli aggiotatori, l’esecuzione del re. Fu lui, infatti, che condusse al patibolo Luigi XVI, e rifiutò di ricevere il testamento che questi gli porgeva, dicendogli freddamente: “Ho soltanto l’ordine di accompagnarvi al patibolo”.

      Nel febbraio 1793 vi fu un tentativo popolare di istituire un calmiere universale a Parigi, ma il movimento fu represso dai Giacobini con la forza. Era evidente, però, che gli “Arrabbiati” non si limitavano a “sobillare” il popolo dei sanculotti, ma ne capivano, meglio di chiunque altro, le profonde esigenze ed aspirazioni, e se ne facevano interpreti con un programma articolato e coerente di rivendicazioni economiche. In marzo la situazione alimentare della capitale peggiorò ancora, mentre gli eserciti austro-prussiani avanzavano minacciosamente su di essa; fra maggio e luglio la Convenzione si decise a varare un primo maximum relativo ai grani, e a stabilire il corso forzoso degli assegnati.

     L’attività tribunizia di Jacques Roux si fece frenetica. Non essendo stato eletto alla Convenzione, poteva parlare soltanto alla sbarra, come portatore di petizioni della sua sezione, quella dei Gravilliers. Il 21 giugno pronunciò un celebre discorso, in cui – fra l’altro – affermava:

      “Eh! Che cos’è la libertà, quando una classe d’uomini ne può affamare un’altra? Che cos’è l’eguaglianza, quando il ricco può, col suo monopolio, esercitare diritto di vita e di morte sui suoi simili? Libertà, eguaglianza, repubblica: tutto ciò non è più che un fantasma… E il prezzo esorbitante delle derrate, che s’accresce di giorno in giorno sino a un punto che i tre quarti dei cittadini possono appena raggiungere: non è questo, di tutti i mezzi atti a provocare la controrivoluzione, il più sicuro e il più funesto?”

      L’assemblea era commossa, molti assentivano, Robespierre si faceva sempre più scuro in volto.

      Il 25 giugno Roux tentò di riprendere il discorso per battere il ferro caldo, ma i Giacobini avevano preso le loro contromisure e l’intervento, questa volta, fu un fiasco. In effetti, Roux si abbandonò a una vera requisitoria contro la Convenzione, che destò paura e odio contro di lui:

      “Avete voi proscritto la speculazione? No. Avete voi decretato la pena di morte contro gli accaparratori? No…”

      Egli venne sconfessato dai suoi compagni di sezione, e il suo discorso  censurato. Non si diede per vinto.

      Subito dopo a Parigi scoppiano nuovi tumulti, questa volta per il prezzo del sapone. Roux, Leclerc e gli altri sostenevano i sanculotti a spada tratta. Mostrando un notevole coraggio personale, Roux si recò al Club dei Cordiglieri e riprese l’agitazione: ebbe un successo clamoroso e insperato.

      Robespierre, allora, decise di agire, e lo accusò apertamente al Club dei Giacobini, facendolo mettere sotto inchiesta. I Cordiglieri, a quel punto, lo rinnegarono. Il 1° luglio, la Comune fece una dichiarazione solenne contro Roux, accusato di sostenere “posizioni anti-civiche”. Lo stesso Marat scrisse un violentissimo articolo contro di lui, il 4 luglio.

      Roux, allora, si recò dall’”amico del popolo” e cercò una riconciliazione; sapeva che, contro Marat, il popolo di Parigi non lo avrebbe seguito. Ma pochi giorni dopo, il 13 luglio, Marat cadeva assassinato da Charlotte Corday. Roux si affrettò ad auto-designarsi quale suo successore, continuando a pubblicarne il giornale, insieme a Théophile Leclerc.

      La carestia infieriva sempre più crudelmente; il popolo soffriva. Billaud-Varenne si decise a far votare la legge contro l’accaparramento: una dopo l’altra, la  Convenzione metteva in pratica le richieste degli Arrabbiati, i quali, però, continuavano a essere considerati dei sovversivi, dei pericolosi esaltati, dei mostri sanguinari, finanche dei controrivoluzionari camuffati.

      Ogni accusa fu montata contro di loro da Robespierre e dai suoi, che chiamavano Roux “ignobile prete”. Perfino la vedova di Marat era contro i “libellisti ipocriti”, e negava a Roux il diritto di dirsi continuatore dell’opera di suo marito.

      Dalle colonne del suo giornale, il “prete rosso” chiedeva l’applicazione effettiva del maximum, rimasto per lo più inoperante; delle misure  eccezionali contro aggiotatori e accaparratori; un tribunale rivoluzionario che agisse senza esitare contro i traditori. Insomma denunciava la condotta equivoca, debole, irresoluta della dittatura giacobina sul piano economico-sociale; e il fatto che tante, troppe posizioni di potere fossero rimaste, di fatto, nelle mani di esponenti dell’ancien régime, o dei nuovi pescicani della borghesia. Questi attacchi colpivano nel segno ed esasperavano i Giacobini, tanto più che in agosto il popolo di Parigi era di nuovo sul punto d’insorgere.

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      Finalmente, Robespierre decise di far suo il programma degli “Arrabbiati”, ma di colpire essi per primi. Furono presi dei provvedimenti seri: per la leva in massa dell’esercito; per l’approvvigionamento di Parigi; per i cosiddetti “granai dell’abbondanza”; per la requisizione generale; per il maximum dei combustibili e dell’avena. Il 5 settembre fu messo il Terrore all’ordine del giorno. La repressione si abbattè sugli “Arrabbiati”

      Jacques Roux fu arrestato una prima volta il 22 agosto; rilasciato il 27, dietro pressione della sua sezione dei Gravilliers, lo fu di nuovo ai primi di settembre. Dentro e fuori la prigione, continuava a scrivere febbrilmente per il suo giornale, denunciando le manovre anti-popolari. Leclerc, Varlet, la Lacombe furono anch’essi arrestati.

      Nel gennaio 1794, Roux fu deferito al Tribunale rivoluzionario. Sapendo quel che lo aspettava, preferì anticipare i suoi persecutori: si pugnalò a morte e spirò il 10 febbraio. Prima di morire, raccomandò il suo figlio adottivo; chiese ai giudici il bacio della riconciliazione. Disse: “Io disprezzo la vita. Una sorte felice è riservata nella vita futura agli amici della libertà.”

     Conclude il Mathiez:

      “Fu uno dei primi a capire che i principi di libertà assolua inscritti nella nuova legislazione servivano l’interesse di una classe a detrimento della società. Egli vedeva la miseria, denunziava gli abusi e proponeva i rimedi suggeritigli dai fatti.”

      Un elogio limpido, che non ha bisogno di ulteriori commenti, specialmente considerando che viene da un ammiratore incondizionato di Robespierre: colui che decise freddamente, a tavolino, la distruzione degli “Arrabbiati” e la liquidazione fisica del loro capo più coerente e prestigioso: Jacques Roux, il “prete rosso”.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/05/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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