martedì, 22 Giugno 2021
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José Martí (1853-1895) e la lotta d’indipendenza Cubana

Poeta e intellettuale finissimo, oltre che energico uomo d’azione: José Martí, nato nel 1853 e caduto nel 1895, combattendo contro gli Spagnoli per l’indipendenza della sua patria, l’isola di Cuba di Francesco Lamendola

Vengono qui rievocate la figura e l’opera di José Martí, nato nel 1853 e caduto nel 1895, combattendo contro gli Spagnoli per l’indipendenza della sua patria, l’isola di Cuba. Poeta e intellettuale finissimo, oltre che energico uomo d’azione, egli ricorda per molti aspetti il martire dell’indipendenza delle Filippine, José Rizal, pur essendo di lui più lucido e realista, meno sentimentale  e meno legato al suo ceto di origine. Inoltre, mentre le opere di Rizal sono presto cadute nell’oblìo (tranne che nella sua patria), quelle di Martí sono tuttora ben vive nel panorama poetico moderno.

       L’Enciclopedia della Letteratura Grazanti (ed. 2003, vol. 1, p. 639) così lo ricorda: “Fu saggista politico e giornalista d’alta qualità, dotato di una scrittura semplice e vigorosa, agile e precisa. Olre che autore di discorsi e scritti politici, Martí fu anche poeta di radice whitmaniana, anticipatore della poetica modernista: si ricordano i suoi “Versi semplici” (“Versos sencillos”, 1891), e i postumi “Versi liberi” (“Versos libres”), in “Poesie complete” (“Poesìas completas”, 1953).

      José Martí, artefice fra i maggiori dell’indipendenza cubana, è senza dubbio una delle personalità più notevoli emerse nelle lotte anticoloniali del XIX secolo. In lui troviamo la perfetta fusione tra l’artista, l’intellettuale e il pariota, ed è difficile dire se uno di tali aspetti prevalga e quale esso sia. 

      L’imbarazzo è evidente da parte del mondo della cultura “ufficiale”, sin da quando andiamo a cercare il suo nome in una qualsiasi enciclopedia: esso sarà accompagnato, a seconda dei casi, dalla specificazione “uomo politico”, “scrittore”, “poeta”. Né tale imbarazzo può dirsi ingiustificato: Martí seppe essere un poeta modernissimo, acuto giornalista, scrttore che eccelle nel genere dell’epistolario, uomo d’azione e cospiratore-guerrigliero; e in ciascuno di tali ambiti si dimostrò non semplice dilettante, ma uomo completo. A tutto questo bisogna aggiungere un ulteriore pregio, senza il quale tutti gli altri potrebbero anche lasciarci insoddisfatti: la sua profonda, vibrante, generosissima umanità. Nessuno di coloro che lo accostarono potè sottrarsi al fascino di una personalità ricca e profondamente morale, irremovibile dai propri ideali, capace di soffire per essi la povertà e l’esilio con virile fortezza; e al tempo stesso altruista e magnanima, incapace di meschini compromessi.

      Se è vero, come disse I. B. Say, che “una delle maggiori prove di mediocrità è di non saper riconoscere la superiorità degli altri”, allora dobbiamo riconoscere che José Martí fu veramente un grande: uno di quei grandi, schivi e insofferenti di ogni pubblicità, e che proprio in tale modestia rivelano l’aspetto più esemplare del loro carattere. Fu Martí ad adoperarsi perché gli Americani del nord e quelli del sud conoscessero e apprezzassero l’allora sconosciuto Rubén Darío, che solo nel 1888 giungerà al grande successo con Azul, considerato ormai un classico della poesia universale. Martí, che pur riponeva nella poesia le sue più grandi speranze di gloria, non esitava a dire del giovane nicaraguense che “il poeta che mancava ancora all’America, con Darío finalmente era nato.” (1)  Parole che si sarebbero rivelate profetiche, benché il giovane sconosciuto di cui facevano l’elogio fosse il primo, a quel tempo, a ritenerle perfino eccessive.

      Questo episodio, fra i molti che avremmo potuto citare, illumina in maniera esemplare la personalità artistica e umana di José Martí. Costretto alla dura vita dell’esule negli Stati Uniti per aver sognato la liberazione della sua patria, neppure per un istante lo sfiorarono le gelosie professionali, le animosità meschine che, spesso, danno spettacolo indecoroso nel mondo cosiddetto culturale. E la stessa semplicità, la stessa grandezza generosa le ritroviamo nel patriota, nell’uomo deciso a combattere la povertà coi soli mezzi del suo ingegno, rifiutando aiuti e prebende di qualsiasi proveninenza – per non dover dipendere da nessun altro, eccetto la propria coscienza (2) -, nel lavoro infaticabile a favore dell’indipendenza cubana, che sembra riecheggiare nel Nuovo Mondo l’ideale del patriota mazziniano.

       In tutto quello che scrisse, diede prova di una geniale originalità.le sue lettere sono, a tutt’oggi, considerate dei capolavori. Le sue liriche sono riconosciute come il preannunzio del modernismo, per la loro intonazione scarna, essenziale  e densa di atmosfera; più d’un critico non ha potuto fare a meno di salutare in lui uno degli epigoni della miglior tradizione letteraria spagnola, dell’immortale siglo de oro. E, politicamente, la sua visione appare oggi, in prospettiva storica, eccezionalmente lucida e lungimirante: in fondo, la Rivoluzione cubana del 1959 ha fatto proprio il concetto fondamentale del pensiero politico di Martí: che solo una radicale trasformazione economico-sociale dell’isola avrebbe potuto sventare i piani imperialistici del terzo e più pericoloso ladrone (dopo la Spagna e la Gran Bretagna) delle ex colonie spagnole: lo zio Sam. (3)

      Ma egli fu grande prima di tutto, non sarà male ripeterlo, come uomo.

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      Scoperta da Cristoforo Colombo sin dal suo primo viaggio, nel 1492, e conquistataa partire dal 1511 da Diego de Velàzquez, l’isola di Cuba rimase un possedimento coloniale della Spagna per poco meno di quattro secoli, fino al 1898. La sua popolazione originaria era costituita da Siboney e aruachi del gruppo Taìno, gli stessi che abitavano la maggior parte dell’isola di Haiti (4) e che il primo vescovo d’America, frate Bartolomé de Las Casas, descrisse come intelligenti, fisicamente assai belli, e inoltre sobri, temperanti, casti, mansueti e gioviali. (5)  Troppo buoni, insomma, per fronteggiare la feccia dei conquistadores che si rovesciò sull’isola alla frenetica ricerca di ricchezze, e che li sterminò nel giro di pochi decenni.

     A Cuba, a differenza che nelle altre isole delle Antille, gli indigeni tentarono di organizzare una resistenza, che non si spense nemmeno dopo la cattura e l’esecuzione del loro capo, il cacicco Hatuey, e che durò ancora per qualche tempo sotto la guida di un altro  condottiero, Guamá. Dopo averne sfruttato a ritmo febbrile le risorse minerarie di più facile estrazione, gli Spagnoli, delusi, si volsero altrove: e fu appunto partendo da Cuba che Hernan Cortés, teoricamente sottoposto al Velázquez, organizzò e condusse la sua spettacolare impresa contro l’Impero Azteco nel Messico. (6)  Sull’isola non rimase che un ristretto gruppo di funzionari spagnoli e di ex conquistadores che si erano trasformati in piantatori e che furono subito costretti, per l’estinzione dell’elementoindigeno, ad avviare l’importazione su larga scala di schiavi neri per i lavori agricoli. A differenza di quanto accadde ad Haiti, però, a Cuba l’elemento africano non soverchiò mai quello bianco e quello meticcio, e ancor oggi costituisce solo una modesta frazione della popolazione dell’isola. (7)

      Si può dire che la società cubana sonnecchiò dalla metà del Cinquecento fino al XIX secolo, rimanendo ai margini della grande storia mondiale, tagliata fuori dal resto del mondo sia economicamente che culturalmente. Solo dopo che gl’Inglesi ebbero conquistato l’Avana, verso la fine della guerra dei Sette Anni (per restituirla un anno dopo, in cambio della Florida), il governo di Madrid dovette concedere una certa autonomia commerciale e si decise a revocare, nel 1765, il monopolio della Compañía de la Habana. Ma, a parte questo, l’Illuminismo e la Rivoluzione francese rimasero senza echi nell’isola; e perfino quando l’impero coloniale spagnola, nella terraferma latino-americana, andò in crisi e si disintegrò, fra il 1806 e il 1825, a Cuba non vi furono quasi contraccolpi.

      Ciò era dovuto in parte al fatto che creoli e Spagnoli, a differenza che nel resto dell’America Latina, non erano in forte antagonismo, in parte a causa del loro timore che un movimento indipendentista avrebbe ridato fiato alla rivoluzione delle masse servili che già ripetutamente (nel 1812, nel 1823, nel 1844) li aveva gettati nel terrore. La convinzione che solo sotto il dominio della Spagna i neri sarebbero stati tenuti a bada, e che lo schiavismo – d’altronde – fosse essenziale al sistema economico cubano, ritardò l’abolizione della schiavitù fino al 1886 (8), e consentì a Ferdiando VII di rimangiarsi  tutte le concessioni amministrative fatte  al tempo dell’invasione napoleonica (tra cui l’invio di rappresentanti cubani alle Cortes) senza che ciò provocasse sensibili reazioni.

      Ha scritto in proposito Carmelo Adagio:

      “Le riforme liberali spagnole ebbero un’eco anche nelle colonie. La classe dominante cubana era intenzionata ad inviare propri rappresentanti alle appena convocate Cortes, ma il governatore dell’isola, generale Miguel Tacon, di animo liberale, diffidò i proprietari dal partecipare ad un libero parlamento finché fosse esistita sull’isola la schiavitù. Tacon, che considerava i cubani come carlisti, comandò l’isola per mezzo di decreti militari esercitando una sorta di dittatura. La Costituzione del 1837 concesse comunque ai Cubani quattro seggi nelle Cortes che però non furono accettati proprio perché rappresentavano non una popolazione libera bensì un sistema schiavista.

      “Il generale Tacon favorì economicamente funzionari e uomini di commercio nati in Spagna e agevolò la costituzione della prima banca cubana (1833), ma diede anche un appoggio importante al progetto proposto dai proprietari creoli: la costruzione della prima ferrovia di tutta l’America Latina. Nel 1837 fu aperto il servizio fra l’Avana e Bejucal (28 km.); l’anno seguente quello fino a Guines (82 km.),  che attraversava la zona degli zuccherifici a sud-est di L’Avana. La linea, finanziata con capitale inglese ma di proprietà del governo, risultò assai redditizia e ispirò molte compagnie ferroviarie che accrebbero nei decenni seguenti la rete ferroviaria collegando i porti alle zone agricole. L’economia cubana trasse da ciò un grande giovamento, giungendo a metà del secolo a produrre un quarto dello zucchero prodotto sul globo.

     “L’importazione di schiavi negri continuò senza soste, grazie alla connivenza e alla corruzione dei funzionari spagnoli succeduti a Tacon. Furono importati anche schiavi indios dal Messico e un gran numero di coolies dalla Cina. Secondo i proprietari terrieri, la schiavitù era l’unica soluzione al problema della manodopera. Le crescenti restrizioni imposte dal pattugliamento marino della flotta britannica fecero sì che molti proprietari guardassero con interesse al Sud degli Stati Uniti, che aveva un’analoga economia schiavista ed era il principale importatore di zucchero.

      “Circa il 40% del commercio cubano si svolgeva con gli Stati Uniti , il 25% con l’Inghilterra e solo il 12% con la Spagna. Molti proprietari, commercianti, finanzieri erano convinti della necessità di una annessione di Cuba agli USA. Dopo la guerra civile nordamericana e la conseguente abolizione della schiavitù nel Nordamerica, l’attrazione verso il potente vicino scemò.

     “L’unico modo di difendere la schiavitù sembrò allora la ricerca di una maggiore autonomia dal governo spagnolo. In una prima fase i proprietari autonomisti cercarono di evitare una ribellione armata, che avrebbe colpito l’economia delle piantagioni e avrebbe favorito la liberazione degli schiavi. Il tentativo di pianificare pacificamente una forma di autogoverno non ebbe tuttavia seguito. Approfittando della confusione generata in Spagna da un colpo di stato militare che aveva deposto Isabella II, sorse nel 1868 un movimento autonomista armato. I ribelli offrirono la libertà agli schiavi arruolati nell’esercito, e il governo spagnolo a sua volta propose una legge sulla libertà di nascita (i figli di madre schiava avrebbero acquistato la libertà all’età di ventun anni) e promise l’immediato affrancamento a coloro che avessero vestito l’uniforme della Spagna. Il governo madrileno cercò di comporre la tensione parificando Cuba alle altre regioni, con diritto dunque di rappresentanza parlamentare, ma la lotta durò fino al 1878, quando la crisi dell’economia zuccheriera favorì una pace che i ribelli accettarono grazie alla promessa di una generale amnistia. Fu garantita una rappresentanza cubana alle Cortes, ma non fu concessa alcuna autonomia. Gli schiavi che avevano combattuto furono liberati e la legge sulla libertà di nascita confermata. Solo nel 1886 la schiavitù fu completamente abolita.” (9)

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      Intanto sull’isola cominciava a profilarsi, già verso la metà dell’Ottocento, l’ombra minacciosa dell’imperialismo nordamericano, ansioso di subentrare al dominio spagnolo sia per considerazioni economiche (l’immissione dello zucchero cubano sul mercato statunitense senza più barriere doganali), sia per motivi strategici (il controllo dell’area caribica  in previsione del taglio di un canale attraverso un istmo dell’America centrale).  Fin dal 1848, la dimane della strepitosa vittoria sul Messico  (cui sottrassero, col Trattato di Guadalupe-Hidalgo, più di metà del territorio nazionale), gli Stati Uniti fecero delle avances presso il governo di Madrid per acquistare l’isola, così come avevano fatto, nel 1819, per la Florida.  La Spagna rimase offesa e indignata da tali offerte  e le respinse seccamente, ma nel 1854  un gruppo di importanti diplomatici americani pubblicò  il cosiddetto Manifesto di Ostenda, in cui era detto abbastanza chiaramente che l’isola avrebbe dovuto diventare statunitense, con le buone o con le cattive. Anche se il governo di Washington  sconfessò quella iniziativa (né avrebbe potuto agire diversamente, a meno di accettarne le estreme conseguenze) le altre potenze imperialiste, a cominciare dall’Inghilterra e dalla Francia, erano avvisate.

      Bisogna dire che, sul piano interno dell’opinione pubblica cubana, le rozze manovre degli Stati Uniti non erano viste troppo di malocchio dalla borghesia bianca e dai grandi piantatori, i quali erano convinti, in previsione del crollo del dominio spagnolo, della necessità della tutela americana per la difesa dei propri interessi. Favorito da una specie di complesso di inferiorità nazionale, esisteva anzi a Cuba un vero e proprio movimento di opinione favorevole all’annessione nord-americana (10), e una parte dei primi patrioti anti-spagnoli la vedevano allo stesso modo. Pochi, come il nero Antonio Maceo, avevano a quel tempo la lucidità politica per valutare appieno la pericolosità del colonialismo yankee e di affermare: “Dalla Spagna io non mi aspetto niente; la Spagna infatti ci ha sempre disprezzati e derisi.  Ma non mi aspetto alcun aiuto neppure dagli Stati Uniti.” (11)

      Fin dal 1823, infatti, gli Stati Uniti avevano fatto pesare la loro influenza, facendo fallire un tentativo messicano-colombiano di liberare l’isola. (12)  Essi non desideravano l’indipendenza di Cuba perché ciò, secondo loro, l’avrebbe esposta alle mire di una terza potenza (pensavano soprattutto all’Inghilterra, che per ben quattro volte, nel corso del XIX secolo, era stata sul punto di intervenire), mentre essa doveva uscire all’orbita di Madrid  solo quando fosse stata pronta ad entrare nella loro.  È un concetto che Reagan ha ribadito negli anni ’80 del Novecento, a proposito della rivoluzione sandinista in Nicaragua: l’America centrale è, per gli Stati Uniti, “come il giardino di casa”: essi non possono tollerare che vi abbia luogo alcunché di contrario ai loro interessi strategici.

      Nella seconda metà dell’Ottocento le ragioni di malcontento della borghesia cubana contro il governo spagnolo aumentarono considerevolmente e, per la prima volta, portarono al formarsi di un concreto disegno separatista. Vi contribuirono, forse, in pari misura la miopia politica della Spagna , che ottusamente si rifiutava di consentire a un processo anche minimo  di riforme amministrative,  sia la crisi economica che colpì l’isola in seguito alla contrazione  delle esportazioni di zucchero e tabacco, dovuta- a sua volta – a fattori tanto interni quanto internazionali. 

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      La miccia alle polveri fu accesa dalla caduta della regina Isabella II nel 1868, cui succedette a Madrid un governo di stampo liberale, che a Cuba – come nelle Filippine – accese vive speranze di riforme e miglioramenti. Ma a Cuba l’impazienza dei patrioti diede luogo immediatamente al conflitto armato, che prese avvio da El grito de Yara, il manifesto indipendentista attorno al quale si riunirono i piantatori cubani sotto la guida di Carlos Manuel de Céspedes. Esso, per la sua durata (1868-78), fu detto “guerra dei dieci anni” o “guerra grande” (per distinguerlo dalla “guerra piccola” del 1879-80) e che, più esattamente, costituisce la prima guerra d’indipendenza cubana. Gli intellettuali che guidavano il fronte patriottico costituivano un gruppo politicamente eterogeneo, riflettente le contraddizioni e i timori della classe sociale da cui provenivano, la borghesia creola. Alcuni capi popolari come Antonio Maceo, rappresentanti della popolazione rurale sfruttata, erano viceversa politicamente più consapevoli, ma privi – forse – di un orizzonte culturale e ideologico più ampio, di portata mondiale.

    Questa debolezza intrinseca del movimento patriottico si fece palese nel 1875, allorché la sua componente moderata accettò di deporre le armi in cambio della promessa spagnola di abolire la schiavitù (che sarebbe stata  mantenuta, sia pure con molto ritardo) e di introdurre riforme amministrative (che fu, invece, ben presto disattesa). Tra i patrioti che accettarono questo armistizio era il capo stesso del’insurrezione, Carlos Manuel de Céspedes: era un proprietario terriero creolo, di tendenze  riformiste e repubblicane, apertamente incline all’annessione agli Stati Uniti. Non erano questi gli avversari che la Spagna poteva considerare mortalmente pericolosi.  D’altra parte l’ala oltranzista del movimento patriottico, alla cui testa erano uomini come Antonio Maceo, Máximo Gomez e C. García, non era abbastanza forte da poter concludere  la lotta vittoriosamente da sola; e anch’essa, pertanto, nel 1878 dovette capitolare. (13)

      Durante tutta la prima guerra d’indipendenza cubana gli Stati Uniti, la cui opinione pubblica (suggestionata anche dalla stampa) parteggiava unanimemente per la causa cubana, aiutarono i patrioti con l’invio di ami e perfino di volontari – in massima parte, ex combattenti sudisti -, tanto che vi fu un grave incidente diplomatico fra Washington  e Madrid allorché gli Spagnoli catturarono una nave americana e passarono per le armi alcuni membri dell’equipaggio.

      La fine delle ostilità sull’isola vide una recrudescenza dell’oppressione spagnola.  I governi militari instaurati a Cuba perseguitarono duramente ogni opposizione, bloccarono tutti i progetti di riforma e delusero amaramente le speranze degli stessi nazionalisti moderati, che pure si erano adoperati per una soluzione politica all’interno della sovranità spagnola. L’unica riforma mandata realmente in porto fu la graduale soppressione della schiavitù, fra il 1880 e il 1886, quando essa  era stata ormai da tempo abolita da tutte le altre potenze (con la sola eccezione del Brasile, che lo fece nel 1888). A ciò si aggiunga che le devastazioni della lunghissima guerra avevano provocato un generale peggioramento delle condizioni di vita.

      Tutto questo favorì la formazione di un nuovo fronte patriottico, politicamente più coerente e consapevole del precedente, proprio perché istruito dalle amare disillusioni e dagli stessi errori della prima guerra d’indipendenza. Esso organizzò i suoi quadri fuori dell’isola, specialmente negli Stati Uniti d’America, perché tutti i patrioti erano stati costretti all’esilio dalla reazione poliziesca della Spagna. Fu appunto in quest’epoca che emerse in primo piano la figura di Martí, imprimendo al processo rivoluzionario una nuova spinta e avviandolo verso la sua fase culminante.

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      José Julian Martí era nato all’Avana nel 1853. Figlio di un funzionario spagnolo, fin dai primi anni della sua vita aveva manifestato l’ardente desiderio di veder liberata la sua patria dal giogo spagnolo. Aveva appena dieci anni quando fondò, nel 1863, il giornale Patria liberata, e già partecipava alle cospirazioni con la decisione e l’entusiasmo di un adulto. Le sue precoci attività non sfuggirono all’occhio vigile della polizia, e ben presto egli venne arrestato, processato e condannato a sei anni di detenzione. Era appena un adolescente, e già si trovava inviato ai lavori forzati nelle cave di pietra. Uno spirito meno saldo del suo sarebbe uscito spezzato dalla prova sostenuta in così giovane età; egli invece temprò ulteriormente il suo già fermo carattere e maturò una nuova consapevolezza.

      Nel 1871, a diciott’anni, venne liberato a inviato a Madrid, a patto di non tornare più a Cuba. Deciso a riguadagnare libertà di movimenti e a procurarsi una solida formazione culturale, verso la quale del resto anelava tutta la sua anima di scrittore, impiegò il soggiornoin Spagna per completare i suoi studi, trasformando l’esilio in occasione di crescita intellettuale e spirituale. Si iscrisse alla facoltà di legge della celebre università di Saragozza, conseguendovi la laurea nel 1876. Iniziò quindi la serie dei suoi pellegrinaggi di paese in paese, dedicandosi contemporaneamente alla sua passione di letterato e all’attività politica rivolta alla liberazione di Cuba; e furono anni febbrili, nei quali dispiegò una capacità di lavoro che ha dell’incredibile, sia nell’uno che nell’altro campo.

     Dapprima viaggiò attraverso l’Europa, soggiornando specialmente a Parigi (singolari analogie con la biografia di un altro scrittore-patriota impegnato contro il malgoverno spagnolo, il filippino José Rizal), poi fu di nuovo in America: nel Messico, in Guatemala – nella cui Università insegnò per un certo tempo -, in Venezuela e, finalmente, negli Stati Uniti. Qui esisteva da tempo una numerosa colonia di esuli politici cubani, che già avevano orientato l’opinione pubblica nord-americana in senso anti-spagnolo; e Martí, a New York, finì per segnalarsi come il più attivo e capace tra essi. Stabilitosi nella metropoli americana nel 1880, divenne presidente del Comitato rivoluzionario cubano e fondò e diresse il giornale La Patria, dalle cui colonne tenne ben desto il patriottisto cubano nel contesto della politica internazionale, svolgendo più o meno lo stesso ruolo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che Rizal avrebbe svolto, qualche anno dopo, attraverso il giornale filippino La Solidaridad. Si guadagnava da vivere svolgendo la funzione di console per conto di varie Repubbliche latino-americane negli Stati Uniti d’America – a quel tempo non erano certo molti gli intellettuali di lingua spagnola in America del Nord, a poter vantare la sua intelligenza e la sua cultura.

       Contemporaneamente, scriveva. Si cimentò praticamente in tutti i generi della letteratura. Già abbiamo accennato ai pregi grandissimi del suo epistolario; ma fu anche autore di drammi, di traduzioni, e tentò il romanzo con Amistad funesta (Amicizia funesta), pubblicato nel 1885. Ma fu nel genere lirico che raggiunse risultati di autentica eccellenza: le sue tre raccolte di versi – Ismaelillo, dedicato al figlio, del 1882; Versos sencillos, ossia Versi semplici, del  1891; e Versos libres (Versi liberi), apparsa postuma – costituiscono un capolavoro assoluto della letteratura ispano-americana. A quel tempo la letteratura, e specialmente la poesia – a Cuba, come nel resto dell’America Latina – era oppressa dalla moda di un verismo sempre più stanco e convenzionale; fu Martí a introdurre la rivoluzione modernista, che tanti sviluppi avrebbe conosciuto nel corso del Novecento. Col suo verso ardente e conciso, evocatore di atmosfera e di passione, egli ci appare in un certo senso come l’ultimo dei romantici e il primo dei modernisti.

      È stato detto di lui, giustamente, che le stesse idealità innovatrici che ispiravano la sua azione politica egli le profuse nel campo letterario, tanto che, in prospettiva storica, la sua ci si rivela come una doppia rivoluzione, politica e culturale: e non è agevole decidere quale delle due sia stata il contributo più importante da lui portato alla rigenerazione della patria. Ma quello che lo imponeva maggiormente al rispetto e all’ammirazione incondizionata dei suoi compatrioti era la sua profonda carica umana, la sua dirittura morale integerrima di stampo mazziniano, la sua magnanimità di artista che lo induceva a salutare  entusiasticamente, lui scrittore già noto e affermato, l’allora oscuro poeta nicaraguense Rubén Darío.

    Politicamente, la sua iniziativa più importate di questi anni fu la fondazione del Partido de la revoluciòn cubana, avvenuta in Messico nel 1892. Ad esso aderirono uomini come Maceo, García, Gómez: ossia coloro che più conseguentemente e coraggiosamente avevano già combattuto per l’indipendenza dell’isola ra il 1868 e il 1880, e che riconoscevano in lui il capo di maggior prestigio. Fu Martí a tracciare le linee programmatiche fondamentali del Partito rivoluzionario, dando all’intero movimento quella coerenza e quella consapevolezza ideologica  che sino ad allora avevano fatto difetto ai patrioti cubani. L’obiettivo prioritario e fondamentale restava la liberazione completa dell’isola, respingendo qualsiasi tentativo di strappare riforme alla Spagna, così come la tentazione annnessionistica filo-americana. Anzi egli vide con estrema chiarezza come la potenza statunitense fosse in grado di ipotecare seriamente il futuro di Cuba indipendente (come poi avverrà col famoso “emendamento Platt”), e comprese che “l’imperialismo del dollaro” yankee fosse da stimarsi, alla lunga, come un nemico più subdolo e pericoloso dell’arcaico e languente dominio coloniale spagnolo. Alludendo al periodo del suo soggiorno newyorkese, infatti, disse una frase divenuta poi celebre: “Ho vissuto nel mostro e conosco le sue viscere”. (14)

     Per sottrarre Cuba alle avide mire degli Stati Uniti, era necessario da un lato promuovere una radicale trasformazione economico-sociale dell’isola, dall’altro saldare il movimento indipendentista cubano con le lotte anticoloniali di tutta l’America Latina. Per la sua profonda sensibilità alle esigenze di riscatto delle masse sfruttate africane e meticce, per la chiarezza del disegno politico internazionale e per la coerenza del programma rivoluzionario, Martí può essere considerato il vero iniziatore di quel risorgimento storico di Cuba, che solo in anni recenti ha trovato concreta realizzazione e che tanto allarme ha causato al potente vicino nord-americano. (15)

      Dopo il 1890 la situazione interna di Cuba sembrò a Martí ormai matura per riaprire la lotta aperta. Le condizioni economiche dell’isola non erano soddisfacenti: con la “tariffa Dingley” del 1891, gli Stati Uniti avevano eretto un sistema di dazi discriminatorii sulle importazioni di zucchero cubano, mettendo in crisi tutto il sistema economico isolano, basato praticamente sulla monocoltura. Infatti la politica protezionistica americana aveva colpito dapprima i piantatori cubani di tabacco, convogliandoli verso la produzione dello zucchero (16); adesso si abbatteva duramente anche su quest’ultima.  Il prezzo dello zucchero, che nel 1884 era di otto centesimi di dollaro, nel 1895 era precipitato a soli due centesimi. Alla Spagna non restava che instaurare una nuova politica doganale nell’isola, che riportasse lo zucchero cubano ad essere competitivo con quello americano: ciò che fece nel 1894, e che può probabilmente considerarsi come la causa determinante dell’intervento militare degli Stati Uniti quattro anni dopo. (17)

      Il marasma economico imperante a Cuba in conseguenza della crisi delle esportazioni si ripercosse negativamente in primo luogo, com’è naturale, sugli strati sociali più deboli; e ciò, unito ai caparbi dinieghi del governo madrileno di avviare almeno le riforme più urgenti, favorì il costituirsi di un clima rivoluzionario che aspettava solo un segnale, per trasformarsi in aperta rivolta. Martí si sentiva chiamato a dare questo segnale, e nel 1894-95 organizzò un corpo di spedizione che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola per accendervi le fiamme della guerra indipendentista (la terza).

      Il tentativo fallì sul nascere per l’intervento delle autorità statunitensi, che pur avendo continuato ad appoggiare sotto banco i Cubani, all’ultimo momento furono presi evidentemente dal panico al ricordo dell’affare della nave Verginius. Martí non era, tuttavia, uomo da darsi facilmente per vinto: in brevissimo tempo mise in piedi una nuova spedizione, della quale facevano parte capi prestigiosi come Maceo; e, nell’arile del 1895, riuscì effettivamente a sbarcare a Cuba. Come accadrà nel 1956 con lo sbarco di Fidel Castro, il segnale dell’insurrezione venne lanciato dall’esterno. Non appena sbarcato, Martí proclamò la repubblica ed assunse la carica di presidente provvisorio: è chiaro che teneva un occhio sempre rivolto verso gli Stati Uniti, preoccupato che potessero intervenire nella lotta, caplestando la volontà di indipendenza totale dei patrioti. Come osserva lo storico cubano Ruiz, lo sbarco di Martí sull’isola fu il fattore determinante che mise in moto l’ultimo atto della battaglia finale per l’indipendenza. (18)  Fu anche il suo ultimo contributo alla causa della sua patria: pochissimi giorni dopo, in uno dei primi combattimenti contro le truppe spagnole, egli cadeva ucciso alla testa dei suoi in località Dos Ríos. Era il 19 maggio 1895.

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      Le masse di meticci, di neri e di bianchi poveri insorsero nelle piantagioni, distrussero le case degli haciendados e scatenarono una vera guerra, sotto la guida di capi esperti e prestigiosi come Maceo e Gómez. In breve agli Spagnoli non rimase altro da fare che asserragliarsi nelle città  e assistere, impotenti, alla rovina delle basi economiche del loro dominio sull’isola.

     Da Madrid fu inviato allora a Cuba il generale Valeriano Weyler, che iniziò la controffensiva applicando modernissimi metodi di deportazione delle popolazioni e di concentramento dietro il filo spinato degli appositi campi: gli stessi che avrebbero adoperato i Britannici, qualche anno dopo, contro i Boeri nel Sud Africa. Sul piano strettamente militare Weyler ottenne qualche successo; tuttavia, a dispetto del fatto che la Spagna finisse per concentrare nell’isola un esercito di quasi 300.000 uomini, la guerra d’indipendenza non solo non potè essere soffocata, ma si estese ulteriormente. (19)  All’inizio del 1898, dopo tre anni di lotta, il fallimento dei costosi e massicci sforzi repressivi era ormai evidente, e la posizione degli Spagnoli appariva praticamente insostenibile.

      Fu a questo punto che gli Stati Uniti decisero di scendere apertamente in campo. C’erano stati vari incidenti fra le due potenze, e il governo di Washington aveva accusato quello di Madrid – non senza ragione – di essere incapace di tutelare le proprietà dei cittadini americani a Cuba dalle distruzioni della guerra. Sul fronte della propaganda interna i grandi quotidiani statunitensi – come il Journal di Hearst e il World di Pulitzer, martellavano l’opinione pubblica con le atrocità di “Weyler il macellaio” e incitavano il Parlamento di Washington a rompere gli indugi. (20) Pressioni meno vistose, ma probabilmente non meno decisive, esercitava l’American Sugar Refining Company, danneggiata – come si è visto – dalle nuove tariffe doganali spagnole sullo zucchero.

     Una nutrita schiera di imperialisti fanatici e selvaggiamente aggressivi, capitanata dal futuro presidente (e premio Nobel per la pace!) Theodore Roosevelt, tuonava senza posa affinché gli Stati Uniti accettassero virilmente il loro “destino manifesto”, che era quello di imporsi sull’intero emisfero occidentale. E così, quando la corazzata statunitense Maine, in visita “amichevole” all’Avana, saltò misteriosamente in aria il 15 febbraio 1898, con la perdita di 250 marinai, il presidente McKinley decise di agire e sfidò apertamente la Spagna. A quest’ultima non rimase che dichiarare formalmente la guerra, il 24 aprile.

      La guerra ispano-americana si risolse in pochi mesi con una serie di disfatte spagnole da Cuba alle Filippine; già in agosto Madrid era costretta ad avviare trattative di armistizio, e in dicembre accettava, con la pace di Parigi, la liquidazione delle ultime vestigia del suo impero coloniale. (21)  È  importante sottolineare il fatto che, a Cuba, gli Americani arrivarono come “alleati non invitati”, quando la guerra era già perduta per gli Spagnoli e i Cubani, da soli e senza aver richiesto l’aiuto statunitense, erano in procinto di coronare con la liberazione completa la loro terza guerra d’indipendenza. (22)

     Il grado di coscienza nazionale raggiunto dai patrioti cubani è illustrato dal fatto che essi non avevano allentato minimamente la lotta di liberazione quando la Spagna, nel 1897, si era decisa a ritirare il governatore militare Weyler e a concedere all’isola l’autonomia amministrativa. Però, come nel caso delle Filippine, l’intromissione statunitense impedì ai patrioti di raccogliere i frutti dei loro sacrifici, e strangolò sul nascere il diffondersi di una coscienza civile e sociale, nonché l’attuazione della progettata riforma agraria. Solo così si spiega il fatto che i Cubani, pervenuti nel 1898 a un così alto grado di maturità politica, piegarono poi il capo davanti a una serie di dittatori ottusi e corrotti, ultimo dei quali quel Fulgencio Batista che per trentasei anni – dal 1923 al 1959 – tirannizzò l’isola, prima di fuggire, carico di tesori, di fronte al dilagare della rivoluzione dei barbudos.

      Formalmente Cuba, a differenza delle Filippine, non fu annessa dagli Stati Uniti dopo l’estromissione della Spagna, ma sottoposta, per quattro anni, alla amministrazione militare di Washington. Solo nel maggio del 1902 fu proclamata la repubblica cubana, sotto la presidenza di Estrada Palma, un liberale d’indirizzo moderato; ma era una Repubblica nata male, molto diversa da quella per cui si era battuto José Martí e, con lui, tante migliaia di patrioti e di campesinos. Essa non poteva intrattenere una politica internazionale indipendente: non poteva concludere accordi con altre potenze né contrarre prestiti, senza il benestare degli Stati Uniti. Non godeva neppure di una piena sovranità interna, piché il governo di Washington si riservava il diritto di intervenire a sua discrezione per la difesa dei propri interessi. E infine, la Repubblica cubana non esercitava neppure il controllo pieno del proprio territorio nazionale: dal 1903 le basi militari di Guantánamo (oggi tristemente famosa per le sistematiche violazioni dei diritti umani ai danni dei prigionieri catturati in Aghanistan e altrove) e di Bahía Honda venivano cedute all’esercito americano. Veniva così gravemente ipotecata la sovranità del governo cubano; e già nel 1906, su richiesta dello stesso Estrada Palma, gli Stati Uniti cominciavano la serie dei loro interventi militari diretti. Bahía Honda venne poi resituita alla sovranità cubana nel 1912, mentre a Guantánamo sventola ancor oggi la bandiera a stelle e strisce.

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      Cuba era uscita dalla dominazione diretta della Spagna solo per cadere sotto quella indiretta degli Stati Uniti. Per più di mezzo secolo questi ultimi sfruttarono la sua economia, servendosi di governi fantoccio che non fecero nulla per migliorare le condizioni dei lavoratori delle piantagioni, e badarono unicamente alla difesa degli interessi della borghesia locale dei compradores. (23) Situazione che continua a verificarsi, mediante lo strumento di dittature piùo meno corrotte e scandalose, in Guatemala, Honduras, El Salvador, Haiti (24), Santo Domingo, per non limitarci che all’area meso-americana; mentre Puerto Rico è, dal 1898, un territorio americano i cui abitanti sono cittadini statunitensi, ma senza il diritto di voto nelle elezioni statunitensi. (25) E anche se il presidente Grover Cleveland, nel rifiutare l’annessione delle Hawaii, nel 1893, aveva definito “odiosa” la dottrina che nega l’esistenza di una moralità internazionale e afferma che esiste una legge diversa per gli stati forti e per quelli deboli (26), quel che è accaduto nella piccola isola  caraibica di Grenada, nel 1983 – l’invasione militare americana per rovesciare un governo sgradito a Washington – ammonisce i popoli latino-americani sulla reale natura della vecchia dottrina di Monroe. “L’America agli Americani”, infatti, non significa niente di meno, dal punto di vista di quel governo, che “l’America agli Stati Uniti”: cioè tutta l’America, dallo Stretto di Behring in Alaska fino al Capo Horn, estremità meridionale del continente.

      Anche alla luce di recenti vicende, come la “sporca guerra” dei contras pagati e organizzati dagli Americani contro il governo sandinista del Nicaragua, il disegno politico elaborato da José Martí quasi un secolo fa si rivela ogni giorno di più come profetico e, quindi, imperiosamente attuale. (27)

NOTE.

1) In Le Lettere, Milano, Bianchi-Giovini ed., 1944 82 voll.), vol. 2, p. 960.

2) Ibidem.

3) La definizione è di P. CHAUNU, Storia dell’America Latina, Milano, garzanti, 1955, p. 100.

4) Ved. l’articolo di V. DOMENICI ne Il Corriere della Sera del 14 agosto 1984, p. 11.

5) B. DE LAS CASA, La leggenda nera, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 33-63.

6) W. H. PRESCOTT, La conquista del Messico, Roma, Newton Compton, 1977, pp. 90-112. Hatuey era fuggito da Santo Domingo per sfuggire ai bianchi; condannato al rogo, rifiutò il battesimo dicendo di non voler incontrare dei cristiani anche nell’altra vita. Ibidem, pp. 94-95.

7) Secondo una stima del 1990 (Calendario Atlante de Agostini, Novara, 1997, p. 551), la popolazione di Cuba è composta per il 70% di bianchi, per il 12,4% di negri e per il 17,3% di mulatti.

8) La schiavitù dei neri in America venne abolita dalla Gran Bretagna nel 1833, dalla Francia nel 1848, dal Perù fra il 1821 e il 1855, dagli stati Uniti nel 1865.

9)  A. ARUFFO E ALTRI, Geografie della stora storia, Bologna, Cappelli, 1998, (3 voll.), vol. 2, pp. 576-77.

10) R. E. RUIZ, Cuba, nascita di una rivoluzione, Milano, Rizzoli, 1971, p. 32, che cita E. F. ATKINS, la borghesia cubana aveva paura dell’indipendenza.

11)  Ibidem, p. 32.

12)  Ibidem, p. 35.

13)  Con l’armistizio di El Zanjón (10 febbraio 1878), che prevedeva, tra l’altro, l’amnistia per gli insorti.

14) A. GARZIA, C come Cuba, Roma, Elleu Multimedia, 2001, p. 44.

15)  Ved. H. THOMAS, Storia di Cuba, Milano, Einaudi.

16) S. E. MORISON- H. S. COMMAGER, Storia degli Stati Uniti, Firenze, la Nuova Italia, 1974 (2 voll.), vol. II, p. 447.

17) P. CHAUNU, Op. cit., p. 103.

18)  R. E. RUIZ, Op. cit., p. 27.

19) A. GARZIA, Op. cit., p. 45.

20)  M. M. WILKERSON, Public Opinion and the Spanish-American War, Louisiana University Studies, n. 8, 1932.

21)  D. K. FIELDHOUSE, Gli imperi coloniali dal XVIII secolo, Milano, Feltrinelli, 1967, p. 267. Notevole la tesi secondo la quale i territori occupati dagli Stati Uniti non potevano essere restituiti alla Spagna, perché questa si era dimostrata “incapace di governarli”.

22) R. E. RUIZ, Op. cit., p. 28. Sulla guerra ispano-americana si può leggere, in lingua italiana, R. RINALDI, Storia degli Stati Uniti d’America, Roma, Curcio ed., 1963 (2 voll.), vol. II, pp. 339-376.

23) Sull'”imperialismo del dollaro”, cfr. W. MARKOV, Sommario di storia coloniale, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 41.

24) Ad Haiti si è avuto l’esempio più raccapricciante di dittatura terroristica, con tanto di uso sistematico della tortura e della magia nera, al soldo degli Americani: quella di François Duvalier (1957-71), il famigerato “Papà Doc”, cui è succeduto il figlio Jean-Claude. Ved. il documentato saggio biografico di B. DIEDERICH- A. BURT, Papà Doc, Milano, Longanesi & C., 1970.

25) Nel 1901 la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso che Portorico “è territorio di proprietà degli Stati Uniti, ma non ne fa parte”. Cfr. R. RINALDI, Op. cit., vol. II, p. 371.

26) S. E. MORRISON- H. S. COMMAGER, Op. cit., vol. II, p. 434.

27) Un prezioso compendio, in lingua italiana, degli scritti politici di J. MARTÍ si trova in Cuba, U.S.A., America Latina, La Nuova Italia, 1972; e ad esso rimandiamo il lettore per l’approfondimento del suo pensiero.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/11/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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