martedì, 21 Settembre 2021
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La guerra Ispano-Peruviana 1865-66

Sono passati 26 anni da quando Argentina e Gran Bretagna hanno incrociato le armi per il possesso delle Isole Falkland-Malvine, e ancora non si può dire che l’opinione pubblica mondiale abbia potuto completamente scordarla di Francesco Lamendola  

Sono passati ventisei anni (cioè esattamente una generazione) da quando Argentina e Gran Bretagna hanno incrociato le armi per il possesso delle Isole Falkland-Malvine, e ancora non si può dire che l’opinione pubblica mondiale abbia potuto completamente scordare quella che una rivista tedesca definì subito die absurde Krieg, “la guerra assurda”.

Di solito gli storici, che ritengono di avere in queste cose la vista più acuta dell’uomo comune, pazientemente spiegano che ragioni profonde, inevitabili si celano dietro ogni conflitto, anche quello apparentemente più gratuito. Ma se ciò appare chiaro in molti casi, comprese le due guerre mondiali e  quella del Vietnam, in altri lo è un po’ meno.

È proprio vero che certe guerre possono dirsi inevitabili?

Il caso che prenderemo ora in considerazione è, a questo proposito, emblematico: il tragicomico tentativo della Spagna, compiuto fra il 1864 e il 1866, di rientrare in possesso di una parte almeno del suo perduto impero coloniale nell’America del Sud; tentativo talmente assurdo che ci vollero ben dieci anni, dopo che era stato sparato l’ultimo colpo, perché venisse al fine firmato un trattato di pace tra le potenze in esso coinvolte.

L’episodio, d’altra parte, era passato pressoché inosservato all’opinione pubblica mondiale perché l’Europa, in quegli anni, era impegnata in ben altri conflitti: quello dell’Austria e della Prussia contro la Danimarca (1864) e quello della Prussia e dell’Italia contro l’Austria (1866), mentre all’orizzonte se ne andava profilando un terzo di portata epocale: quello franco-prussiano del 1870, che avrebbe cambiato la storia del vecchio continente e creato le premesse per lo scoppio della prima guerra mondiale.

1.      SOGNI DONCHISCIOTTESCHI DI RICONQUISTA.

Nel 1825, con l’indipendenza della Bolivia, cadeva l’ultima bandiera spagnola nell’emisfero meridionale, ma per parecchi decenni il governo di Madrid si rifiutò di riconoscere il fatto compiuto e di stabilire normali relazioni diplomatiche con le sue ex colonie americane. Benché sconvolta dalla lunga guerra civile tra carlisti e cristini, economicamente arretrata e sempre più impoverita anche per la corruzione delle camarille di corte, la Spagna continuò lungamente a coltivare impossibili sogni di riconquista. L’antica madre patria non comprendeva assolutamente perché le sue vecchie colonie, alle quali aveva portato – come essa diceva – “la civiltà e la vera fede“, avessero mostrato tanta “ingratitudine” nei suoi confronti ( è l’espressione usata nell’iscrizione del monumento a Colombo in Siviglia), e spiava l’occasione di rimettere piede sul continente americano, ave ormai conservava solo le due isole di Cuba e Puerto Rico.

Una prima occasione favorevole sembrò presentarsi nel 1861, quando la Repubblica Dominicana, minacciata dalla vicina Repubblica negra di Haiti, si rivolse al primo ministro spagnolo Leopoldo O’Donnel per ricevere aiuti, e questi fu pronto a far rioccupare dalla sua flotta la piccola ex colonia. Questo effimero successo riaccese più vaste speranze di riconquista nel governo della regina Elisabetta II, tanto più che la vittoriosa guerra contro il Marocco, nel 1859-60, aveva rialzato alquanto l’avvilito orgoglio militare spagnolo. Il momento pareva favorevole perché gli Stati Uniti d’America erano completamente assorbiti dalla sanguinosissima guerra civile fra gli Stati del Nord e quelli del Sud, iniziatasi nel 1861 e che si sarebbe protratta fino al 1865. Essi, pertanto, non erano al momento in grado di far valere la famosa “dottrina Monroe” («l’America agli americani!») contro le ingordigie delle potenze europee.

Una seconda occasione parve offrirsi nel 1862, allorché il presidente Americano Benito Juarez aveva proclamato la moratoria dei debiti con l’estero e la Spagna, questa volta insieme alla Francia e all’Inghilterra, aveva effettuato uno sbarco a Veracruz per cercare di assicurarsi il recupero dei propri crediti. Ben presto, tuttavia era apparso chiaro a tutti, e quindi anche alla Spagna e all’Inghilterra, che per l’imperatore francese Napoleone III quello era solo il pretesto per perseguire un proprio disegno imperialistico nel Messico, al fine di trasformare quel grande Paese in una specie di colonia o stato-vassallo della Francia. Tale disegno, in effetti, sarebbe culminato di lì a poco nella tragica avventura di Massimiliano d’Asburgo; ma prima che ciò accadesse, le altre due potenze avevano deciso di ritirarsi dall’impresa. Ben inteso, anche la Spagna nutriva segrete aspirazioni politico-territoriali, peraltro non ben definite; solo la Gran Bretagna perseguiva, in questo caso, degli obiettivi di natura esclusivamente finanziaria, o tutt’al più, di prestigio. Tuttavia, se grandi erano le ambizioni del governo madrileno, non altrettanto robusti erano i suoi denti; per cui, davanti alla prospettiva di ridursi al ruolo di comprimario del potente corpo di spedizione francese, esso preferì rinunciare del tutto all’impresa.

Allora gli sguardi dei ministri di Madrid si appuntarono sulla costa sud-americana del Pacifico, ove non era da prevedersi alcuna interferenza delle grandi potenze europee. L’instabilità del governo peruviano; i profondi legami tra questo Paese e l’antica madre patria (più profondi di quelli di ogni atra ex colonia, a parte il Messico), che ne avevano fatto il bastione del dominio spagnolo nel continente e il più restio a recidere il legame coloniale; infine la lucrosissima esportazione del guano, il fertilizzante naturale delle Isole Chinchas, che nel 1856 aveva raggiunto il volume di 50.000 tonnellate: tutto ciò indusse la Spagna a inviare una squadra navale in quelle acque. Tale iniziativa venne annunciata dal governo di Madrid, con una dose notevole di faccia tosta, come una operazione amichevole e diretta a rinsaldare i secolari legami tra la Penisola Iberica e l’America del Sud. Le repubbliche del Pacifico – Ecuador, Perù, Bolivia e Cile -, tuttavia, non desideravano affatto un tale rafforzamento e reagirono al riavvicinarsi della squadra spagnola con azioni diplomatiche che tradivano  nervosismo e una forte dose di preoccupazione.

Come un tempo l’argento e l’oro del Perù avevano costituitola principale entrata finanziaria della Spagna, così ora essa nutriva – in realtà – la speranza di mettere le mani sul guano delle Isole Chinchas e forse anche, facendo di esse un forte punto d’appoggio strategico, ristabilire una qualche forma di protettorato sulla sua antica colonia: tanto che l’intera impresa apparve ben presto sotto le vesti di una sfacciata “caccia al tesoro”, per usare l’espressione dello storico statunitense contemporaneo Hubert Herring (nella sua monumentale Storia dell’America Latina, tr.it. Milano, Rizzoli, 1976, p. 841).

“Paradossalmente, le calamità che sconvolsero la nazione [ossia la Repubblica peruviana] durante questo periodo, la guerra con la Spagna, la corruzione della burocrazia e del mondo del commercio, la costosa Guerra del Pacifico, furono conseguenze dirette della prosperità del periodo.

“Il primo disastro, la guerra della Spagna contro il Perù, dal 1862 al 1866, fu l’ultimo tragicomico tentativo della Spagna di riconquistare la sua perduta gloria in America. Si trattava di una caccia al tesoro, il che fu chiaro quando le truppe spagnole s’impadronirono delle Isole Chinchas con i loro mucchi di guano. Il Perù era debole, ma l’esercito della Spagna era ancora più debole e gli invasori dovettero ritirarsi.”

Gli storici spagnoli, da parte loro, preferiscono sorvolare sulle vere cause del conflitto e sottolineare il valore della loro marina e la fierezza dell’ammiraglio Méndez-Nuñez, che in quella occasione così rispose al collega statunitense che aveva minacciato di affondare le navi spagnole di legno, con le sue navi d’acciaio:: «La Spagna preferisce l’onore senza le navi, alle navi senza onore». L’episodio è riferito, ad esempio, nella Sintesis de historia de España di Antonio Ballesteros Beretta  (Barcellona, Salvat Editores, 1950, p. 519), che lo riferisce in questi termini:

“En el año 1866 tenia efecto la guerra llamada del Pacifico. Los principales episodios fueron el apresamiento realizado por los chilenos de nuestra goleta Covadonga., que produjo el suicidio del general Pareja, afevctado por el hecho, y los bombardeos de Valparaiso y el Callao.la guerra era contra el Perùy Chile, y como nos tachasen de haber bombardeado una ciudad abierta como Valparaiso, nuestra escuadra,compuesta de las fragatas Numancia, Villa de Madrid, Berenguela Blanca, Almansa Resoluciòn, y de la goleta Vencedorta, bombardeò elpuerto del Callao, que tenia baterias blindadas. Mandaba nuestra escuadra el valoros don Castro Méndez-Nuñez, y al mainifestarle que la esquadra de los Estados Unidos, surta en elpuerto, podia echar a pique nuestros pobres barcos de madera, exclamò el heroico marino: «España prefiere honra sin barcos a barcos sin honra».

Le navi da guerra spagnole entrarono al Callao, il porto di Lima,il10 luglio 1863, per una visita “amichevole” che si protraeva troppo a lungo e della quale il debole presidente peruviano Juan Antonio Pezet non sapeva più come liberarsi. Non c’è da stupirsi se, nel clima di sospetto e di timore diffusosi  tra la popolazione di quella Repubblica, scoppiarono degli incidenti. Alcuni lavoratori spagnoli  furono vittime di una aggressione a Talombò, e il governo della regina Isabella di Spagna afferrò al volo il pretesto per gettare la maschera dell’amicizia e mostrare apertamente le sue vere intenzioni.

2.      LA GUERRA DEL PACIFICO.

Sostenendo che il procedimento penale a carico degli aggressori  era stato trascinato con lentezza inescusabile e che si era risolto in maniera offensiva per la Spagna, ossia con condanne irrisorie, Madrid inviò in Perù un proprio rappresentante con il titolo non di ambasciatore, ma di commissario speciale. Naturalmente il governo di Lima, che in Spagna non godeva neppure del riconoscimento ufficiale della propria indipendenza e che non aveva con essa, perciò, delle normali relazioni diplomatiche, rifiutò di riconoscerlo sotto quella veste assai sospetta, che pareva sottintendere la volontà spagnola di esercitare una qualche forma di sovranitàmai venuta meno, giuridicamente, nei confronti del Perù.

Da quel momento ebbe luogo la rottura. Il “commissario” spagnolo affidò all’incaricato d’affari francese la cura degli interessi dei propri concittadini e, il 12 aprile 1864, salì a bordo della goletta Covadonga, che faceva parte della squadra navale dell’ammiraglio Pinzòn, e andò a riunirsi a quest’ultimo nella base delle Isole Chinchas. Pinzòn fece allora un passo estremamente grave, tanto più – come sembra . sotto la sua personale responsabilità: dichiarò di prendere possesso delle isole a nome della Spagna fino a quando il governo peruviano non avesse dato a quest’ultima completa soddisfazione nell’affaire del processo. Questa iniziativa lasciava trasparire incautamente delle rivendicazioni di tipo territoriale e spostava la contesa dal piano puramente giuridico a quello della sovranità politica. Ciò creava le premesse per un conflitto e apriva uno scenario di forti tensioni internazionali, poiché alla vibrata protesta del governo peruviano si unirono quelle della Gran Bretagna  e degli Stati Uniti: le due potenze che, dopo la fine del dominio coloniale spagnolo in America Latina e la caduta del protezionismo da esso imposto, si erano inserite coi loro capitali – prima l’una, poi l’altra – dominandone il mercato finanziario, l’industria e il commercio. Sia Londra che Washington, pertanto, guardavano con particolare irritazione alle ambigue manovre della Spagna; e i loro sospetti e le loro preoccupazioni furono rafforzati dalla maniera con cui l’ammiraglio Pinzòn cercò di giustificare il proprio operato. Egli, infatti, sostenne che la rivendicazione spagnola delle isole era la naturale conseguenza del fatto che, non avendo il governo di Madrid mai riconosciuto l’indipendenza della sua ex colonia, non si trattava in effetti di una occupazione ma della restaurazione di una sovranità mai estinta de jure. Trasferendo, così, la disputa sul piano politico-territoriale, egli apriva la strada per una rivendicazione di principio non solo sulle Isole Chinchas o su parti limitate, ancorché d’importanza strategica, del territorio peruviano, ma sull’intero territorio della Repubblica sud-americana.

Ecco perché il governo di Lima non poteva né avrebbe potuto in alcun modo accettare una tale pretesa come base giuridica per dirimere il contenzioso con la Spagna. Se avesse accettato il principio che le Isole Chinchas o altre parti del suo territorio erano teoricamente sottoposte alla sovranità iberica, ciò avrebbe spalancato le porte a più vaste e pericolose rivendicazioni da parte dell’ex madrepatria; senza contare il danno economico, già notevolissimo, causato dalla sospensione dell’estrazione del guano, prezioso fertilizzante di cui c’era, in Europa, una domanda sempre più forte. Fu per tale motivo che il governo peruviano respinse decisamente una proposta di accordo avanzata da quello spagnolo, il 25 giugno 1864: lo sgombero delle Isole Chinchas era, per esso, la premessa necessaria alla ripresa di qualunque trattativa con la Spagna. Chiaramente esso non poteva agire in altro modo: l’esercizio esclusivo della sovranità essendo la prima espressione dello Stato, non poteva transigere su questo punto. Si tenga presente che una richiesta meno invasiva del governo austro-unherese a quello serbo, nel luglio 1914, avrà origine la prima guerra mondiale: quella, respinta da Belgrado, che funzionari austriaci partecipassero all’inchiesta sulle responsabilità dell’eccidio di Sarajevo accanto a quelli serbi.

L’incauto e arrogante modi di procedere della Spagna aveva, frattanto, messo in allarme tutte le repubbliche della costa occidentale sudamericana: tutte, infatti, si sentivano in pericolo, perché il principio della sovranità spagnola non estinta dalla loro indipendenza de facto (oggi si direbbe: unilaterale), se accettato, avrebbe messo l’ammiraglio Pinzòn in gradi di avanzare analoghe pretese verso qualsiasi ex colonia spagnola. Venne perciò convocato appositamente un Congresso delle repubbliche sud-americane, che  si riunì a Lima e al termine del quale, il giorno 31 ottobre, fu richiesta alla Spagna l’immediata restituzione delle Isole Chinchas al Perù. Non solo il governo di Madrid oppose un energico rifiuto, ma altre navi furono inviate dalla Spagna per rafforzare la squadra navale del Pacifico. L’iniziativa appariva apertamente minacciosa, anche se accompagnata da una mossa a sorpresa: Pinzòn venne sostituito dall’ammiraglio José Manuel Pareja, investito del  titolo altisonante, e non troppo rassicurante, di “inviato straordinario” e ministro plenipotenziario in Perù.

Nel corso di successive trattative, l’ammiraglio Pareja lasciò intendere al governo peruviano – dietro istruzioni ricevute da Madrid – che l’eventuale restituzione delle Isole Chinchas alla sovranità di Lima era, in effetti, più che altro una questione di prezzo. Squallido contegno, che sembra dare ragione alla interpretazione dello storico Hubert Herring e che mostra il perdurare, nella classe dirigente spagnola, di quella stessa volontà di ottusa e rapace spoliazione delle risorse economiche coloniali, che già aveva provocato la ribellione indipendentista in America Latina, alla quale non aveva saputo o potuto rispondere avviando un progetto di riconversione dell’economia iberica. Forse era inevitabile, dal momento che la classe dirigente spagnola non aveva sviluppato, nei tre secoli e mezzo della sua potenza imperiale, alcuna attività produttiva e commerciale, ma era rimasta tenacemente ancorata a una economia agricola di tipo semifeudale il cui esito era stato fatalmente, nel corso dell’Ottocento, la massiccia penetrazione di capitali stranieri e la retrocessione al rango di potenza di second’ordine. Ecco allora che la scoperta e lo sfruttamento dei ricchi depositi guaniferi nelle Isole Chinchas aveva acceso, in quella classe dirigente, l’avida speranza di colmare il proprio ritardo storico rispetto alle borghesie francese, inglese e statunitense con una facile e redditizia “caccia al tesoro” che avrebbe risolto, d’un colpo, tutti i problemi del cronico ritardo dell’economia iberica, rimpolpando le sue esauste finanze. Dimenticava, però, nella sua incorreggibile miopia, che tre secoli di sfruttamento indisturbato delle ricchissime miniere di oro e argento del Messico e del Perù non erano stati sufficienti a rendere l’economia spagnola competitiva rispetto a quella delle altre grandi potenze, non vi era motivo di credere che ciò sarebbe potuto accadere, in pochi mesi, mediante l’acquisizione del fertilizzante naturale delle Isole Chinchas; senza contare le enormi complicazioni internazionali che tale manovra avrebbe, inevitabilmente, suscitato e l’ulteriore isolamento politico  che la Spagna ne avrebbe ricavato.

Imperterrito, il 25 gennaio 1865 l’ammiraglio Pareja fece il suo ingresso nel porto del Callao con tutte le navi della squadra spagnola. Tale spiegamento di forza impressionò il debole governo peruviano, che decise di venire a patti. Una delegazione, presieduta dal generale Vivanco, si recò a bordo della fregata ammiraglia spagnola, la Villa de Madrid, e dopo due giorni di febbrile trattative firmò un accordo preliminare, ratificato il giorno 3 febbraio, in base in base al quale la Spagna r restituiva al Perùle Isole Chinchas contro un “indennizzo” di 3milioni di pesos. Così,,dopo avere sfiorato, alternativamente, la farsa e la tragedia, l’intera faccenda sembrava ormai liquidata; ma il presidente peruviano Pezet non aveva tenuto conto della reazione dell’opinione pubblica del proprio Paese.

Quando la stampa diffuse i termini precisi dell’accordo, la popolazione di Lima e del Callao, ferita nell’orgoglio nazionale, prese fuoco. Il 5 febbraio 1865 scoppiarono dei disordini di piazza, nel corso dei quali venne assassinato un suddito spagnolo, tale Esteban Fradera, e alcuni altri rimasero feriti.

Ancora una volta il povero Pezet fu pronto ad umiliarsi, offrendo al governo spagnolo ogni genere di scuse e decretando un immediato indennizzo per la famiglia del morto. Tale suo perdurante atteggiamento remissivo finì per alienargli il favore della popolazione peruviana, causando una sollevazione che lo costrinse a dimettersi dalla presidenza e portò al potere il generale Mariano Ignacio Prado, che proclamava la necessità di adottare una linea di maggiore fermezza.  Anche nella vicina Repubblica del Cile, frattanto, la popolazione si era pronunciata a gran voce contro le arroganti manovre della Spagna, e l’energico presidente  José Joaquìn Pérez rifiutò alla flotta spagnola il permesso di entrare nei suoi porti per effettuarvi il rifornimento di carbone. Di conseguenza, la tensione crebbe improvvisamente anche fra Spagna e Cile, benché il ministro spagnolo a Santiago, Tavira, mostrasse un atteggiamento abbastanza conciliante e tentasse di evitare lo scontro, firmando un accordo con il governo cileno. Venutone a conoscenza, l’ammiraglio Pareja ammonì il proprio governo che tale accordo ledeva l’onore della Spagna e, subito dopo, ricevette da Madrid l’autorizzazione ad annullarlo e ad agire di propria iniziativa: si ripeteva, dunque, esattamente la stessa situazione che aveva visto il suo predecessore, Pinzòn, agire in completa autonomia e precipitare la crisi diplomatica.

Il 7 settembre il bellicoso ammiraglio levò le ancore dal Callao con la sua squadra, rafforzata dall’arrivo della nave corazzata Numancia, giunta dalla Spagna per la via dello Stretto di Magellano e comandata dal famoso Casto Méndez-Nuñez. Pareja intavolò le discussioni col governo Pèrez adottando lo stesso tono già stato col Pezet; ma il governo del Cile non era quello del Perù, e risolutamente respinse ogni pretesa spagnola. Orami avviato a passare dalle vie diplomatiche a quelle militari, l’ammiraglio Pareja rispose proclamando il blocco dei porti cileni. La reazione del Cile fu pronta ed energica: il 26 novembre la già nominataCavadonga, della squadra iberica,venne catturata dalla corvetta cilena Esmeralda.

Era ormai la guerra, che gli storici dei paesi di lingua spagnola chiamano guerra del Pacifico o, più precisamente, prima guerra del Pacifico, per distinguerla da quella combattuta più tardi, nel 1879-83 dal Cile contro le forze riunite del Perù e della Bolivia (che allora era una potenza del Pacifico poiché vi si affacciava con una vasta provincia costiera, quella di Antofagasta; accesso al mare perduto appunto in seguito a tale guerra). Ma poiché, fuori dei Paesi di lingua spagnola, col nome di guerra del Pacifico s’intende, senz’altro, quella del 1879-83, per evitare possibili confusioni noi abbiamo preferito chiamare quella del 1865-66 guerra ispano-peruviana, sebbene vi fosse coinvolto anche il Cile.

Scrive lo storico Franco Ricciu (nell’ enciclopedia geografica Il Milione, Novara, Ist. Geogr. De Agostini, ed. 1970. vol. XI, pp. 541-542):

“Nel 1862 Castilla [militare e uomo politico peruviano]si ritirò a vita privata determinando il riaprirsi di un lungo periodo di lotte intestine, aggravate da due conflitti internazionali [con la Spagna nel 1865 e con il Cile nel 1987]. Il primo fu quello che il Perù dovette combattere contro la Spagna dal 1862 al 1866. Questa guerra scoppiò in seguito al donchisciottesco sogno dell’antica madrepatria di riconquistare una parte del perduto impero coloniale e in modo speciale quella zona che i recenti sviluppi avevano dimostrato essere assai ricca di guano e nitrato. Gli Spagnoli attaccarono così il Perù e occuparono le Isole Chinchas (dotatissime di guano). L’allora presidente Juan Antonio Pezet firmò subito un trattato con Madrid, nel quale riconobbe il possesso spagnolo dell’arcipelago. I Peruviani, però, insorsero contro tale cessione, deposero Pezet e chiamarono alla presidenza il generale Mariano Ignacio Prado che, alleatosi con il Cile e con la Bolivia, tentò la controffensiva, ma la sua azione si rivelò debole e disordinata, per cui venne defenestrato.  Gli Spagnoli pensarono di potersi avvantaggiare di questi avvenimenti e, dopo avere bombardato la città cilena di Valparaiso, si diressero su Callao, dove tentarono di sbarcare; ma la popolazione di quel porto resistette eroicamente e il 9 maggio 1866 costrinse il nemico a togliere il blocco alla città e a ritirarsi. Ebbe così termine l’ultimo tentativo spagnolo di rimettere piede nell’America meridionale.”

3.      UN’AVVENTURA MAL CONCEPITA E MAL CONDOTTA.

Rinfrancato dall’atteggiamento del Cile e, in misura minore da quello della Bolivia e dell’Ecuador, anche il governo di Lima trovò il coraggio di rompere decisamente con la Spagna La notizia di tale svolta giunse all’ammiraglio Pareja mediante Méndez-Nuñez, che era rimasto al Callao con la sua nave da guerra, insieme ad altre due notizie: una vera, la cattura della Covadonga, e un’altra che poi si rivelò infondata: la cattura della goletta spagnola Vencedora.  Questa grandinata di cattive notizie gettò bruscamente l’ammiraglio nella costernazione. La sua squadra navale si trovava lontanissima dalla patria e da ogni scalo amico, circondata di nemici  dichiarati o potenziali, con gli equipaggi minati dalle epidemie; nessun luogo ospitale lungo un arco di 6.000 chilometri di costa, dall’Equatore al capo Horn; niente carbone, né olio per le macchine, né vettovagliamenti e medicinali per gli uomini. Più grave ancora di tutte queste difficoltà materiali, poi, si profilava minacciosa la prospettiva di un umiliante fallimento, tanto più grave per un uomo orgoglioso come lui, che per l’onore della Spagna (ma anche per ragioni economiche meno confessabili, come si è visto) aveva agito in maniera tale da rendere pressoché inevitabile lo scoppio delle ostilità con le due Repubbliche sudamericane. Sopraffatto da una tale valanga di angosce, il 30 novembre egli si suicidò a bordo della sua nave ammiraglia, la Villa de Madrid, sparandosi un colpo di pistola. Non è difficile immaginare in quale stato d’animo tale notizia gettasse gli equipaggi della squadra spagnola, già indeboliti fisicamente e da tempo estremamente inquieti circa il loro destino nonché poco persuasi della causa per la quale si stavano sacrificando.

A risollevaregliSpagnoli dalla situazione estremamente seria nella quale si erano incautamente avventurati si fece avanti Casto Méndez-Nuñez, che, giunto dalla Spagna con la Numancia e rimasto nelle acque peruviane mentre Pareja si spostava in quelle cilene, trasbordò sulla Villa de Madrid,  assumendo il comando della squadra. Egli godeva già, in Patria, della fama di eroe: all’età di soli tredici anni aveva salvato due bambini sul punto di annegare; nel1861 aveva conquistato d’assalto una fortezza dei pirati a Mindanao, nelle Filippine, considerato da tutti gli esperti come imprendibile; era leale, coraggioso, pieno di donchisciottesco orgoglio iberico. Una volta, a Montevideo, aveva salvato alcuni sudditi spagnoli inseguiti dagli agenti del dittatore argentino Manuel Rosas, minacciando questi ultimi con queste parole, degne di un romanzo di Emilio Salgari: «Il primo che leverà la mano su di uno Spagnolo cadrà trafitto dalla mia spada».Era, insomma, il personaggio più adatto a prendere in pugno la direzione di una avventura politico-militare che la Spagna aveva così mal concepita e mal condotta. Se la situazione quasi drammatica in cui si trovava la squadra navale dopo il suicidio di Pareja poteva essere ancora raddrizzata, egli era l’uomo capace di farlo. Nel XVI secolo sarebbe stato un conquistador e non avrebbe sfigurato accanto a Balboa, Cortés, Pizarro, Almagro e de Soto; ma, nella seconda metà del XIX secolo, l’epoca dei conquistadores era tramontata da moltissimo tempo e, con l’avvento della Rivoluzione industriale, non era più pensabile di poter vincere una guerra facendo affidamento sul solo valore personale e sul coraggio fisico del comandante.

La guerra fu dichiarata ufficialmente dal Perù nel gennaio del 1866 e ad esso si unì immediatamente il Cile, in base al trattato di alleanza e di mutua assistenza stipulato fra i due Stati il 5 dicembre precedente. La flotta cileno-peruviana, però, era molto debole, e non osò attaccare a fondo quella spagnola; vi fu bensì un duello di artiglierie presso Abtao, il 7 febbraio, ma si trattò di un’azione a distanza che si risolse in un nulla di fatto e che riconfermò, in sostanza, la supremazia navale spagnola.

In Spagna si era diffusa una psicosi bellicista e il partito nazionalista reclamava a gran voce una impresa spettacolare allo scopo di impartire una severa lezione, una volta per tutte, a quelli che ancora venivano considerati come dei sudditi ribelli. D’altra parte, dal momento che Méndez-Nuñez non disponeva di un contingente di truppe da sbarco, l’impresa” spettacolare” reclamata dal governoi di Madrid e dall’opinione pubblica spagnola non poteva risolversi che in un attacco, spettacolare sì, ma assai poco glorioso, alle indifese città nemiche della costa. Fu ordinato all’ammiraglio, infatti, di bombardare Valparaiso, il maggior porto del Cile, che era del tutto privo di apprestamenti militari; il che fu fattoil31 marzo, nonostante le forti proteste britanniche e statunitensi.Gli Stati Uniti d’America, infatti, da poco usciti dalla carneficina della guerra di secessione, erano di nuovo in grado di far sentire la loro voce, tantopiù che a Washington perorava abilmente la causa del Cile un diplomatico di notevole levatura: Benjamìn Vicuña Mackenna, il grande storico dell’indipendenza cilena. Gli Spagnoli dovevano, dunque, stringere i tempi: la loro avventura imperiale si stava trascinando ormai da tropo tempo senza successi decisivi, senza prospettive, con forze totalmente inadeguate per far valere una politica così ambiziosa. Pertanto, il 14 aprile, Méndez-Nuñez salpò nuovamente verso Callao, questa volta con l’obiettivo di demolirne le fortificazioni. Questa volta non sarebbe stata una passeggiata, come a Valparaiso: una parte delle opere difensive del porto peruviano, infatti, erano corazzate, e in totale disponevano di un arsenale di 90 cannoni di vario calibro.

L’attacco venne sferrato a mezzogiorno del 2 maggio e si protrasse ininterrottamente per cinque ore. Una sola delle navi spagnole., la Numancia, era corazzata; le altre – le fregate Villa de Madrid, Blanca, Resoluciba, Berenguela e la goletta Vencedora avevano tutte lo scafo in legno. La nave ammiraglia fu la prima a venire crivellata di colpi; una granata ferì lo stesso Méndez-Nuñez, per cui il comando venne assunto da Manuel de la Pezuela, comandante della Berenguela. Sotto una tempesta di proiettili, alcuni dei quali del peso di 300 e di 500 libbre, le navi spagnole continuarono imperterrite a far fuoco contro le batterie del porto finché, alle cinque della sera, sospesero l’attacco, mentre da terra solo due o tre pezzi continuavano, lentamente, a rispondere.

L’attacco non fu rinnovato e il giorno 10 la squadra spagnola, assai malconcia, levò il blocco e si mise in rotta verso la patria lontana, dividendosi in due formazioni:  una prese la via più breve ma più faticosa, quella del Capo Horn, l’altra iniziò la traversata del Pacifico, per poi proseguire nell’Indiano e doppiare il Capo di Buona Speranza.  Tra gli equipaggi si contavano 43 morti, 83 feriti gravi e parecchi altri leggeri.

Questa fu, di fatto, la brusca conclusione della guerra, anche un armistizio benne formato a Washington, con la mediazione statunitense, soltanto l’11 aprile 1871,ossia ben cinque anni dopo i fatti di Valparaiso e del Callao. Quanto al ristabilimento di normali relazioni diplomatiche fra la Spagna e le sue ex colonie, bisognerà aspettare fino al 1879, anno in cui un più grave conflitto sarebbe scoppiato fra gli ex alleati: il Cile da una parte, il Perù e la Bolivia dall’altra.

A conclusione di un conflitto tanto assurdo e inutile, sia l’una che l’altra parte si attribuirono il vanto della vittoria. Méndez-Nuñez, al suo ritorno in Spagna, fu salutato come un eroe, gli furono erette statue e fu promosso tenente generale, grado che egli, modestamente, rifiutò di accettare. Analoga fierezza venne sfoggiata dal Cile e dal Perù, i cui giovani nazionalismi ne uscirono irrobustiti, specialmente quello cileno.

Scrive in proposito Franco Ricciu (Op. cit., vol: XII, p. 200):

“Nel 1861 Pérez venne eletto presidente della Repubblica. Il nuovo capo dello Stato si dimostrò più energico del previsto: sotto di lui il Cile conquistò altri traguardi lungo la via dell’espansione economica (basti pensare ai forti guadagni ottenuti con l’esportazione dei nitrati e del rame in Europa e negli Stati Uniti, e alla costruzione della rete ferroviaria da nord a sud e da est a ovest, sulla quale ancor oggi s’impernia  il traffico nazionale) e accolse schiere di emigranti sempre più folte. Fu poi portata a decise conseguenze la politica laicistica iniziata da Montt: proprio su questo terreno germogliò un nuovo partito, il partito radicale, che, aiutato dai liberali, e con il tacito assenso di Pérez, fece approvare dal Parlamento alcuni emendamenti costituzionali per l’affermazione della parità dei culti. Nel campo delle relazioni internazionali, il governo di Pérez si trovò a dover fronteggiare un conflitto con la Spagna. Questa, infatti, tentò nel 1864 la riconquista del Perù; il Cile accorse in aiuto del vicino e, dopo due anni di alterne vicende (che tra l’altro conobbero il 31 marzo 1866 il bombardamento di Valparaiso), concluse vittoriosamente l’operazione. La guerra contro l’antica madre patria irrobustì il già solido orgoglio nazionalistico dei cileni, ma al tempo stesso li persuase della necessità di armare una consistente flotta militare.”

Ma anche in Perù la guerra era servita a rinvigorire lo spirito partriottico; a Lima fu eretto un monumento a ricordo della “vittoria” del 2 maggio. Guardandolo, vien quasi da pensare che si tratti di uno sbaglio, e che non si riferisca a quello stesso fatto d’armi in memoria del quale  la Spagna coniò una  medaglia col busto di Isabella II e, sul rovescio, circondata da un lauro, la scritta: «Callao, 2 de Mayo de 1866».

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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