martedì, 22 Giugno 2021
HomeUEPaesi scandinaviLa resistenza nonviolenta in Norvegia sotto l'occupazione tedesca (1940-45)

La resistenza nonviolenta in Norvegia sotto l’occupazione tedesca (1940-45)

La resistenza nonviolenta in Norvegia abbiamo provato a lanciare un sasso nello stagno con l’intento di avviare una riflessione sul tema delicato dei limiti materiali e morali della resistenza violenta all’occupazione straniera di Francesco Lamendola  

Nel precedente lavoro La resistenza non violenta in Danimarca sotto l’occupazione tedesca (consultabile sul sito di Arianna Editrice) abbiamo provato a lanciare un sasso nello stagno, con l’intento di avviare una riflessione  sul tema, delicato e importantissimo, dei limiti materiali e morali della resistenza violenta all’occupazione straniera e cercando, al tempo stesso, di far conoscere una pagina poco nota della resistenza nonviolenta nella storia dell’Europa contemporanea, quella del popolo danese durante la seconda guerra mondiale e i cinque anni dell’occupazione militare effettuata dalla Wehrmacht, fra l’aprile del 1940 e il maggio del 1945.

Vogliamo ora riprendere il discorso, spostando la nostra attenzione su un altro caso poco noto, quello del popolo norvegese, nello stesso periodo e nella stessa congiuntura storica. Danimarca e Norvegia, infatti, vennero occupate simultaneamente, senza dichiarazione di guerra, dalle forze armate terrestri e navali del Terzo Reich, ai primi di aprile del 1940, per assicurare alla Germania una posizione strategica complessiva più favorevole, aggirando in parte il blocco navale britannico nel mare del Nord, che tante sofferenze aveva provocato, anche alle popolazioni civili, nella prima guerra mondiale (cfr. il nostro saggio  Violando i diritti dei popoli la Gran Bretagna affamò gli Imperi Centrali, consultabile sul sito di Arianna Editrice). Un altro obiettivo dell’Alto comando tedesco era quello di evitare che il blocco navale inglese impedisse alla Germania di importare i preziosi minerali di ferro dalla Svezia neutrale, cosa che si sarebbe potuta evitare, appunto, solo occupando la Danimarca e la Norvegia.

La reazione dei due Pesi scandinavi aggrediti fu diversa. La Danimarca scelse di capitolare senza lotta; il re, Cristiano X, rimase nella sua capitale, Copenaghen, e sia il governo che il Parlamento continuarono a lavorare, affiancati da un luogotenente del Reich, assicurando così la continuità costituzionale. Ciò almeno fino al 1943, quando le pressioni germaniche costrinsero il governo alle dimissioni e obbligarono la Germania ad assumersi la responsabilità diretta e integrale del mantenimento dell’ordine pubblico (che, per essa, significava essenzialmente la difesa della produzione bellica e delle vie di comunicazione contro i sabotaggi).

La Norvegia, invece, decise di resistere: oltre a disporre di un esercito più efficiente e a presentare un territorio più atto alla difesa, per vastità e caratteristiche naturali (montagne, fiordi, ghiacciai), essa contava sul sostegno alleato. Questo, in effetti, giunse sotto forma di uno sbarco di truppe anglo-francesi, le quali dovettero però reimbarcarsi precipitosamente allorché, sul fronte occidentale, le panzerdivisionen tedesche scatenarono la campagna di Francia, destinata a concludersi con l’aggiramento e lo sfondamento della Linea Maginot, la caduta di Parigi e la spettacolare capitolazione dell’esercito francese.

L’esercito norvegese si batté valorosamente, ma non poté evitare la sconfitta totale e la resa, dopo una durissima campagna primaverile (che, a quelle latitudini, ebbe quasi carattere di campagna invernale) durata due mesi, dal 9 aprile al 7 giugno del 1940. Il re Haakon e il gabinetto norvegese fuggirono a Londra, ove venne costituito un governo norvegese in esilio; mentre ad Oslo, solo nel 1942, si installava un governo collaborazionista guidato da Vidkun Quisling, capo del partito Nasjonal Samling; che, a guerra finita, affronterà la corte marziale sotto l’accusa di alto tradimento, e cadrà sotto il piombo di un plotone d’esecuzione. 

Ci siamo già occupati di tali vicende in due precedenti articoli, Io,  traditore: il  testamento  spirituale  di  Knut  Hamsun Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun (entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice, nella sezione Storia e controstoria), per cui non ci soffermeremo oltre sul contesto generale della storia norvegese durante e dopo la seconda guerra mondiale.

In questa sede, soffermeremo invece la nostra attenzione sulla lotta di resistenza nonviolenta attuata in quel Paese nei cinque anni dell’occupazione nazista, come già abbiamo fato per quella realizzata in Danimarca. Il caso della Norvegia è particolarmente interessante, perché in essa – a differenza che nel Paese vicino – la resistenza violenta durò tanto quanto l’occupazione tedesca; ma, accanto ad essa, e spesso intrecciata con essa, si svilupparono varie forme di resistenza nonviolenta, il cui studio intendiamo qui privilegiare.

A tal fine, ci serviremo principalmente di una ricerca poco nota in Italia, interamente dedicata a tale argomento e scritta dal norvegese Magne Skodvin. In seguito, tireremo alcune conclusioni e rifletteremo sulle implicazioni di quanto saremo venuti portando in luce, a dispetto del fatto che simili episodio siano pressoché ignorati dalla storiografia ufficiale, per la quale le uniche forme di resistenza sono quelle di natura violenta (senza, poi, andar troppo per il sottile quanto alla nobiltà degli intenti dei resistenti stessi, purché schierati dalla parte ‘giusta’ della barricata: ciò che ha consentito di creare una leggenda alla rovescia su vicende, come quelle jugoslava fra il 1941 e il 1945, che furono in tutto e per tutto dei feroci regolamenti di conti tra fazioni ugualmente brutali, totalitarie e inclini ai metodi della ‘pulizia etnica’ o ideologica).

Magne Skodvin è una autorità nel campo degli studi sulla resistenza norvegese durante il periodo dell’occupazione tedesca, nella seconda guerra mondiale. Professore di storia all’Università di Oslo dal 1961, ebbe una parte di rilevo nella cosiddetta “resistenza degli insegnanti e degli studenti”. Infatti, allorché – nel 1941 – le autorità gli tolsero la qualifica di “membro degli studenti dell’Università di Oslo” a causa della sua opposizione ai Tedeschi occupanti e al regime collaborazionista di Vidkun Quisling, egli decise di lasciare l’università in segno di protesta, e si laureò solo dopo la fine della guerra. In seguito lavorò negli Archivi di Stato norvegesi e alla radio, ricoprendo, poi, un certo numero di incarichi accademici sia nella sua patria, che negli Stati Uniti d’America. Ha pubblicato un dottorato di ricerca sulle origini e gli sviluppi del regime di occupazione in Norvegia fino al 25 settembre 1940, nonché altri studi, soprattutto sulla storia norvegese dopo il 1939.

A lui dobbiamo l’interessante lavoro Resistenza nonviolenta in Norvegia sotto l’occupazione tedesca (titolo originale: Norwegian Noviolent Resistance During the German Occupation, contenuto nell’antologia curata da Adam Roberts, The Strategy of Civilian Defence (Nonviolent Resistence to Aggression), Faber & Faber LTD, London, 1967, pp. 136-153. Tradotto una prima volta in italiano da Giovanni Abignente dal testo francese, per conto di IPRI_LOC-MIR di Napoli, è stato poi tradotto dal testo originale inglese da Adriana Chemello e Gianluigi Gaspari, a cura del Movimento Nonviolento di Torino, e pubblicata a Perugia, presso la sede centrale del Movimento Nonviolento, nel 1979.

Da questa edizione riportiamo alcuni passi, che ci sono sembrati particolarmente significativi (pp. 7-17):

“I membri della resistenza civile dovettero trovare soluzionia problemi fino a quel momento loro sconosciuti. Durante il primo periodo di occupazione, fino al settembre ’40, l’attività civile si manifesta soprattutto sotto forma di gruppi di pressione che tentavano di influenzare le decisioni politiche. A quell’epoca, la forma che il regime di occupazione stava per prendere non era affatto evidente: molti norvegesi penavano che nella Norvegia occupata si sarebbe dovuto creare un governo, più o meno legittimo, largamente sostenuto dal popolo e capace di svolgere le funzioni di rappresentante del popolo di fronte alla potenza occupante. Altri pensavano che una soluzione simile avrebbe finito per favorire su vasta scala la collaborazione con gli occupanti; per questo si opposero energicamente all’idea di un governo norvegese di occupazione (Riksradet).Una gran parte di essi prese parte in seguito alla resistenza organizzata.

“Questa difficile situazione fu chiarita automaticamente il 25 settembre 1940, quando il Reichkommissar tedesco Terboven proclamò lo scioglimento di tutti i partiti politici norvegesi (eccetto il Nasjonal Samling, NS, partito nazionalsocialista, numericamente insignificante)sciolse il parlamento norvegese e stabilì un «Consiglio dei Commissari». Dopo questo colpo di mano, il Reichkommissar tedesco assumeva un controllo totale.

“Tale situazione durò fino al 1° febbraio 1942, quando il capo del NS norvegese, Vidkun Quisling, ebbe dai Tedeschi l’autorizzazione ad assumere le funzioni di «Ministro-Presidente» e formò un sedicente ‘Governo Nazionale’ che rimase in carica fino alla fine della guerra (1945). Ma il Reichkommissariat tedesco conservava  di fatto tutto il potere: controllava il governo Quisling e gli lasciava prendere ben poche iniziative.

“L’atto di Terboven del 25 settembre 1940 eliminava una volta per tutte l’idea della possibilità di un governo legittimo ad Oslo e favorì la prima fase importante di resistenza civile, che sarebbe durata fino all’inizio dell’estate 19141. Durante tale periodo, si formò progressivamente nell’intero paese una struttura organizzativa della resistenza, ma un tale lavoro richiedeva tempo e pazienza e non si può dire che essa fosse completamente realizzata prima dell’inizio del ’42.

“L’inverno 1940-41 vide sorgere nuove tendenze. In quei mesi era estremamente diffuso un profondo malcontento. La stragrande maggioranza dei Norvegesi manifestò la sua avversione nei confronti degli occupanti e, in modo particolare, dei collaborazionisti norvegesi. In modo semplice e diretto le manifestazioni per la strada le proteste, le domande provocatorie, gli scontri fisici erano l’espressione spontanea dei sentimenti popolari e possono essere considerati come gli inizi informali di una resistenza generale. I partigiani di una nonviolenza fondata su convincimenti morali potrebbero disapprovare tali reazioni, nella misura in cui esse ‘snobbavano’ l’avversario, evitavano il contatto umano e conducevano in direzioni sbagliate, allo stesso modo di tutte le azioni che in seguito furono denominate «il fonte di ghiaccio».

“Una gran parte delle azioni di questo periodo erano in realtà a cavallo della linea teorica di demarcazione fra violenza e nonviolenza. Per esempio, molti cominciarono a portare dei distintivi con una piccola bandiera norvegese. I membri della Hird di Quisling, versione norvegese degli ‘Arditi’ di Hitler, risposero immediatamente strappando i baveri sui quali erano appuntati i distintivi; alcuni cominciarono allora a mettere degli oggetti contundenti, ad esempio lamette di rasoio, sotto il bavero. Ciò provocava degli scontri fisici. Altri scontri avvenivano spesso, fra norvegesi aderenti al NS e tedeschi, nei centri di sports invernali dove i norvegesi ostentavano il topplue, tradizionale berretto invernale, che era ben presto diventato, nei primi mesi dell’inverno 1940-41, un simbolo di resistenza.

“Tali piccoli atti non vanno considerati come stravaganze, curiosità o manifestazioni di fanatismo. I simboli utilizzati erano una dichiarazione di principio che prendeva il posto della libertà di espressione. Essi rivelavano fino a qual punto si facessero sentire, in una popolazione non abituata alla censura, il bisogno di espressione dell’opinione pubblica: incoraggiavano inoltre il senso di solidarietà che gli storici della resistenza concordano nel ritenere di primaria importanza, davano vigore al gruppo amorfo di coloro che si opponevano radicalmente all’«ordine nuovo»di Hitler, ma erano tagliati fuori da ogni attività politica diretta; ed infine contribuivano a fare pressione sugli animi esitanti ed impressionabili ed a trattenerli da un’adesione irriflessa alla «nuova epoca».

“L’inverno 1940-41 fu il periodo di fondazione della resistenza civile: si elaborarono i fini della resistenza, si formarono i quadri dirigenti. La lotta semplicemente contro il collaborazionismo non fu più l’unico fine: cominciarono a nascere fronti permanenti e definiti di lotta.

“Benché verso la fine del 1940 i tedeschi avessero privato brutalmente i norvegesi delle istituzioni politiche esistenti in tempo di pace, l’infrastruttura di una organizzazione sociale si manifestò in modo evidente. Le associazioni professionali e volontarie erano pronte,  disposte e capaci di assumere funzioni politiche e divennero così il sostegno principale di una strategia di resistenza. Sorsero numerose resistenze, non da parte di gruppi spontanei, di privati, di individui isolati, ma da parte di persone che si presentavano quali leader di gruppi o di associazioni ufficiali. Ci furono proteste contro gli arresti arbitrari, l’uso della tortura, gli interrogatori, la violenza della Hird nelle strade o nelle scuole, l’obbligo per gli iscritti al servizio civile di essere membri del NS e l’abolizione delle elezioni locali e nazionali, che erano state sostituite da designazioni fatte dall’alto.

“Le organizzazioni sportive norvegesi cessarono completamente l’attività quando il regime di occupazione tentò di sottometterle a dei commissari (Kommissarische  ledere). Le associazioni mediche protestarono contro le designazioni politiche negli ospedali. Nel dicembre 1940, la Corte Suprema norvegese dette le dimissioni per protestare contro la dichiarazione del Reichkommissar, secondo la quale la Corte Suprema non aveva il diritto di dichiarare non costituzionali le «sue leggi». Diverse organizzazioni di servizio civile protestarono, in parte a causa della Gleichschaltung politica che toccava tutto il sistema amministrativo.

“Durante la prima fase di resistenza civile (autunno-metà estate 1941), tutti questi gruppi agirono ufficialmente, apertamente e pubblicamente, soprattutto con l’invio di lettere di protesta al Reichkommissar.Questo tipo di azione culminò nel maggio 1941 nella famosa lettera, firmata da 43 organizzazioni ed associazioni, comprendenti 750.000 membri:

“«Noi, organizzazioni sottoscritte… riteniamo i fatti qui di seguito menzionati talmente decisivi da vederci costretti ad indirizzare questa lettera al Signor Reichkommissar.

“Siamo coscienti che l’occupazione del nostro paese comporta situazioni che esigono tropo dalla nostra popolazione. Ma affermiamo con energia che il popolo norvegese nel suo insieme si è adattato in modo ammirevole all’occupazione, in conformità alle convenzioni internazionali.

“Tuttavia, nel settembre scorso il popolo norvegese ha constato con sbigottimento che la Nasjonal Samling, sotto il controllo del Signor Reichkommissar, riprendeva l’amministrazione civile del paese.

“la domanda che ci si pose allora in tutto il paese fu la seguente: questo partito, e gli uomini che ne assumono attualmente la direzione, agiranno in conformità delle tradizioni di legge e di giustizia della nostra nazione, e in accordo con le delegazioni dei membri del servizio civile, per continuare ad espletare i loro compiti con coscienza ed imparzialità, come è sempre avvenuto nel passato del nostro paese?

“Purtroppo, è innegabile che le cose abbiano preso una piega ben diversa. A più riprese i ministri in carica hanno promulgato decreti e preso decisioni che sono in aperto conflitto con il diritto internazionale, con la legislazione norvegese e con il generale sentimento di giustizia dei norvegesi».

“Benché si trattasse di una chiara lettera di protesta, essa conteneva al tempo stesso delle affermazioni che potevano essere interpretate come l’accettazione di una collaborazione o di un accordo, come ad esempio il riferimento al diritto internazionale. Il Reichkommissarnon considerò tuttavia questa lettera come costruttiva: vide in essa un aperto atto di sfida e si affrettò a fare arrestare alcuni dei firmatari, fece spietati tentativi per intimidire gli altri, sciolse tutte le associazioni implicate e mise commissari dappertutto. Fu introdotta una ‘legislazione speciale’ che poneva tutte le associazioni volontarie e professionali sotto il controllo diretto del ‘ministro dell’Interno’ e, di conseguenza, della Gleichschaltung.

“La lettera di queste 43 organizzazioni può essere interpretata in due modi diversi. In quanto tentativo di aprire un dialogo, di porre le basi di una coesistenza nel quadro di una legge  internazionale, fu un fiasco evidente. Da un altro punto di vista, la si può considerare, come fece il Reichkommissar, una dichiarazione di disobbedienza ai tedeschi. Questa ultima interpretazione è probabilmente la più esatta, ma la situazione non è abbastanza chiara da permettere di escludere l’una o l’altra interpretazione.

“La lettera e le rappresaglie che provocò segnano una svolta nella storia della resistenza norvegese. È a partire da questo momento che la resistenza civile diventò clandestina. In molti casi, i capi e le organizzazioni colpite continuarono a esercitare la loro autorità, ignorando i cambiamenti formali imposti dalla potenza occupante. I tedeschi considerarono allora ogni opposizione ‘illegale’ e la resistenza accettò tale titolo come un riconoscimento onorifico, pur continuando ad insistere sul fatto che la sua lotta era in difesa della legge e della giustizia.

“Il fatto che anche le proteste verbali divenissero in tal modo illegali non significò che la resistenza fosse costretta a fare affidamento solo su metodi violenti. Benché, come ho già detto, l’idea che una violenza legittima fosse alla base della resistenza (rinforzata dalla tendenza generale a metter da parte le distinzioni esistenti prima della guerra per far fronte comune contro la sfida del nazionalsocialismo), c’erano importanti settori della resistenza in cui la violenza non aveva un ruolo primario. (…)

“La comunicazione dell’informazione è di importanza primaria per ogni movimento di resistenza e specialmente per un movimento di resistenza civile, che dipende da una vasta partecipazione della popolazione. Durante il primo anno di occupazione, gli apparecchi radio furono confiscati nella «Zona di frontiera occidentale» e, quando le autorità dichiararono lo stato di emergenza nel settembre 1941, prendendo a pretesto i diffusi scioperi a Oslo, la misura di confisca fu estesa a tutto il paese, a eccezione dei membri del NS. Un gran numero di radio sfuggì tuttavia alla confisca e parecchi altri furono importati in seguito clandestinamente dall’Inghilterra e dalla Svezia; altri furono fabbricati dalla stessa Norvegia occupata. Tuttavia fu la stampa clandestina ad avere la responsabilità più grande nell’opera di informazione della popolazione.

“La stampa clandestina non era una tribuna di discussione. Il suo fine era tenere la gente costantemente informata nel corso dell’occupazione; e, col progredire della guerra, l’importanza di tale opera di informazione si accrebbe, non soltanto perché incoraggiata dal successo degli Alleati, ma anche perché la censura tedesca forniva una immagine sempre più deformata degli sviluppi militari. La stampa clandestina riceveva notizie della guerra per lo più dai bollettini della BBC.

“C’era anche una forte richiesta di informazioni relative all’evoluzione all’interno della Norvegia occupata, agli atti di tirannia da parte del nemico, al conflitto fra regime di occupazione e resistenza; tali erano i temi trattati dalla stampa clandestina. Tuttavia i principi di base ed i fini della lotta erano discussi, negli scritti, solo in minima parte. Dopo il primo ano di occupazione, prevalse il servizio di pura informazione. Più tardi, verso la fine della guerra, nacque una discussione sulla transizione dalla guerra alla pace nella Norvegia liberata.

“Sarebbe puro romanticismo il supporre che l’informazione fornita dalla stampa segreta fosse assolutamente imparziale. Data la natura della situazione, non poteva esserci una netta distinzione fra una lotta imparziale per la verità ed una attività di propaganda deliberata, anche in questo ramo più o meno ‘educativo’ della resistenza. Esiste una sorta di violenza spirituale, ed è difficile vedere come la si sarebbe potuta evitare.

“Anche considerando la violenza esclusivamente sotto l’aspetto fisico, non è opportuno considerare la stampa clandestina in Norvegia come una forma di resistenza associata alla nonviolenza in quanto scelta d’ordine morale, cioè il rifiuto per principio di ogni violenza; anche se essa potrebbe essere compresa nella categoria delle azioni nonviolente utilizzate come tecnica politica. Bisogna notare, tuttavia, che la maggior parte di coloro che collaboravano alla realizzazione dei giornali clandestini erano in possesso di armi ed erano pronti a farvi ricorsi per difendersi da eventuali tentativi di arresto. Consideravano in generale la loro attività come una forma di partecipazione alla lotta generale; e fu solo per ragioni più o meno occasionali che tale partecipazione avvenne per loro in un settore in cui le armi non avevano un ruolo preminente. (…)

“Gli esempi più interessanti di resistenza nonviolenta furono le campagne di disobbedienza e di non collaborazione. Le campagne condotte dagli insegnanti e dalla Chiesa, culminate ambedue nel 1942, sino fra le più conosciute.

“La resistenza nelle scuole all’occupazione tedesca ed al regime di Quisling ebbe luogo, nelle scuole, in difesa di determinati valori, difesa realizzata in modo da riflettere quegli stessi valori. Cominciò fin dall’inizio dell’autunno ’40, quando il Reichkommissardesignò il «Consiglio dei Ministri Commissari» e mise tutto quel che riguardava l’educazione nazionale nelle mani degli aggressivi sostenitori di Quisling. Nel decreto del 4 ottobre 1940, il Reichkommissardichiarò che i pubblici funzionari che non avessero firmato il giuramento di lealtà all’«ordine nuovo» sarebbero stati licenziati. In pochissimo tempo, il «Ministero della Chiesa e dell’Educazione» NS preparò, in conformità al decreto una dichiarazione che i professori avrebbero dovuto firmare. ^Ogni insegnate era tenuto ad informare i suoi alunni, «sul suo onore e sulla sua coscienza», del «nuovo modo di vedere la società, quale è espresso nel programma del NS e nelle azioni del nostro nuovo governo». Era anche dovere di ogni insegnante opporsi «ad ogni tentativo da parte di allievi o di colleghi di mettere in ridicolo il nostro nuovo governo nazionale o di opporvisi con il sabotaggio…». Gli insegnanti che si fossero rifiutati di firmare e rispettare la dichiarazione dovevano essere immediatamente licenziati.

“Il contenuto d tale dichiarazione fu conosciuto dalla resistenza prima della sua pubblicazione  parte del «ministero».Il sindacato dei professori (Norges Leararlag) pubblicò immediatamente una contro-dichiarazione che diceva: «In seguito alla comunicazione ricevuta, io sottoscritto dichiaro con la presente che rimarrò fedele alla mia vocazione di insegnante ed alla mia coscienza e che continuerò, su tale base, a seguire le istruzioni che mi sono state date legittimamente dai miei superiori, in relazione al mio lavoro». Il retore Magnus Jensen, che avrebbe in seguito rappresentato gli insegnanti alla direzione del Fronte nazionale, ha definito tale dichiarazione «la base del fronte degli insegnati».

“Posto di fronte ad una tale resistenza ed a numerosi scioperi nelle scuole, il «ministero» evitò di attaccare frontalmente gli insegnanti. Vi furono diversi tentativi di far passare la dichiarazione, ma ogni volta si trovarono di fronte la contro-dichiarazione.

“Nell’estate del ’41, i professori abbandonarono in massa le sezioni locali nel momento in cui i nazisti ripresero il Leararlag. Le sezioni diventarono clandestine: i responsabili precedenti, sempre considerati legittimi, continuarono a dirigere anche nelle nuove condizioni. In autunno furono pubblicate delle direttive generali per la resistenza degli insegnanti e furono comunicate a rappresentanti scelti.  Il Lektor Hoigard, che fu il principale ispiratore di tali direttive, formulò quattro capisaldi di resistenza a:

“« 1- Ogni richiesta di diventare membri del NS o di aderirvi con giuramento;

” 2- Ogni tentativo di introdurre la propaganda del NS nelle scuole;

” 3. Ogni ordine che non provenga dalle autorità scolastiche autorizzate (ciò era diretto in particolare contro gli ufficiali NS la Hird, i nuovi amministratori scolastici recentemente designati, etc.);

” 4. Ogni organizzazione con il movimento giovanile NS» e ricordò che «ognuno ha il diritto di riflettere per un po’ di tempo prima di prendere una decisione che avrà conseguenze per il suo avvenire».

“Quando si arrivò alla grande prova di forza del 1942, la chiara base ideologica della resistenza degli insegnanti, il fatto che essa si fondasse sull’etica professionale, ed anche il fatto che essi fossero stati preparati ad una lotta di lunga durata, si rivelarono di grandissima importanza. Senza una tale preparazione, essi non sarebbero stati forse pronti al conflitto che scoppiò.

“Il 5 febbraio 1942, cinque giorni dopo la sua nomina a «ministro presidente», Quisling promulgò la ‘legge’ che creava il «sindacato degli insegnanti norvegesi» (Norges Laerersamband). Doveva essere un elemento importante nello stato corporativo che Quisling intendeva formare sul modello italiano e in minor misura su quello tedesco; due giorni prima aveva reso obbligatoria la partecipazione di tutti i giovani dai 10 ai 18 anni alla Nasjonal Samling Ungdomsfylking (Organizzazione della gioventù NS).

“Orvar Saether, primo capo di stato maggiore della Hird e leader nazionale del nuovo ‘sindacato’, dichiarò che questa nuova organizzazione era lo «strumento destinato a educare i professori e a guidarli in modo tale che essi possano realizzare il loro compito che è di grande importanza sociale nella nuova Norvegia…I professori devono capire che l’opposizione al Sindacato e l’insubordinazione non saranno tollerati. Noi abbiamo la necessaria autorità per punire i trasgressori». Nuovi manuali furono messi in circolazione e gli insegnati furono «pregati» di istruire i loro alunni «sul Cristianesimo e sul Nazionalsocialismo».

“Gli insegnanti decisero di resistere. Il 2 febbraio 1942, un gruppo di insegnanti dell’insegnamento elementare e secondario decisero, nel corso di una riunione segreta ad Oslo, di inviare la seguente dichiarazione:

“«Dichiaro di non poter partecipare all’educazione della gioventù norvegese così come essa è stata determinata dal movimento giovanile NS. Ciò è infatti contro la mia coscienza.

“Secondo la dichiarazione del capo della nuova organizzazione degli insegnanti, il fatto di esser membro di tale organizzazione equivarrà per me all’obbligo di praticare una tale educazione; mi obbligherebbe anche a commettere altri atti che sono in contrasto con i doveri della mia professione..

“Devo dunque dichiarare che non posso considerarmi membro di questa nuova organizzazione degli insegnanti».

“Ogni professore doveva scrivere di proprio pugno la dichiarazione e indirizzarla direttamente al «ministero» il 20 febbraio. Il tempo per distribuirla era poco e perciò la dichiarazione da firmare non arrivò in tempo a tutti gli insegnanti. Ma nelle città e nelle regioni a forte densità, in cui le difficoltà di comunicazione potevano essere facilmente superate, la dichiarazione fu firmata e inviata in media da più del 90% degli insegnanti in servizio (gli insegnanti norvegesi nel 1942 erano in tutto circa 14.000).

“Il 23 febbraio il «ministero» annunciò che i professori che non avessero ritirato la dichiarazione entro il 1° marzo sarebbero stati licenziati, ed in taluni casi il pagamento del salario fu sospeso immediatamente. Gli insegnanti furono avvertiti dalle organizzazioni legittime (quelle ufficialmente messe al bando) di evitare ogni forma di sciopero. Dovevano presentarsi a scuola e continuare a lavorare come sempre. Anche se vi fossero stati arresti su larga scala dei loro colleghi, dovevano continuare ad insegnare, fin quando non fosse stato loro impedito materialmente di farlo. Il «ministero» annunciò allora che «tutte le scuole elementari e secondarie del paese saranno chiuse per un mese a partire dal 27 febbraio, per mancanza d combustibile».

“Tale annuncio provocò proteste da parte dei genitori che cominciarono a scrivere lettere in questi termini: «Non voglio che i miei figli prendano parte all’organizzazione giovanile NS perché i fini che essa si propone sono contro lamia coscienza». Questa protesta dei genitori, esattamente come quella degli insegnanti, fu firmata con nome, cognome ed indirizzo. Si calcola che più di 200.000 genitori inviarono la protesta.

“Agli inizi del marzo 1942, i leaders regionali NS ricevettero l’ordine di consegnare delle liste degli insegnanti da mandare nei campi di lavoro forzato. Il 20 marzo, dopo un incontro fra Quisling e il Reichkommissar, diversi insegnanti furono arrestati in diverse regioni del paese. Si era deciso di arrestarne 1.000, ma Quisling ne aggiunse altri 100 per sostituire quelli che sarebbero stati lasciati in libertà per malattia o vecchiaia. Altri furono infine deportai a Kirkenes, vicino alla frontiera finlandese, all’estremo nord-est e in pieno circolo artico. Circa 500 di quelli deportati a Kirkenes furono imbarcati per il trasporto su una nave, la SS Skjerstad, attrezzata per 96 passeggeri; e i conforts e i servizi furono riservati alle guardie.

“Durante le prime settimane che seguirono gli arresti si fecero parecchi tentativi per costringere gli insegnanti a ritirare le loro dichiarazioni. A Jorstadmoen, dove la maggior parte degli insegnanti fu incarcerata prima del trasferimento  a Kirkenes, furono impiegati diversi mezzi per costringerli alla capitolazione :lavori massacranti, digiuni etc. Ma solo 32 su circa 700 prigionieri decisero in seguito ai maltrattamenti di aderire al Laerersambande furono liberati. A Kirkenes, dove fra aprile e maggio furono deportati circa 650 insegnanti, le condizioni erano spaventose. Furono messi ai lavori forzati a fianco di prigionieri russi, con i quali stabilirono un ottimo accordo.

“Il 25 aprile – ancor prima dell’invio a Kirkenes di tutti gli insegnanti – il «Ministero della Chiesa e dell’Educazione» di Quisling pubblicò una dichiarazione che fu considerata la sua capitolazione totale. L’insegnamento doveva riprendere in tutto il paese e gli insegnanti non avrebbero più ricevuto ordini in contrasto con i loro doveri professionali. Sarebbero stati considerati membri del Laerersamband, indipendentemente dalle loro proteste.

“Gli insegnanti erano rimasti sempre decisi a continuare ad insegnare e rifiutavano solo gli ordini che li costringevano ad una qualsiasi forma di indottrinamento. Perciò ripresero il lavoro, ma solo dopo aver fatto la dichiarazione seguente, che ognuno di essi lesse nella sua classe:

“«Essere membro del Norges Laerersamband ed insegnare sono due cose incompatibili. Non posso accettare l’affermazione del ministro secondo la quale ogni insegnante è anche membro del Samband. Il nostro compito è dare ad ognuno di voi la conoscenza e la formazione necessarie per realizzarsi in quanto essere umano, in modo tale che ognuno possa prendere il suo posto nella società per il suo bene e per il bene degli altri. La vocazione dell’insegnante non consiste unicamente nel trasmettere conoscenze ai fanciulli: egli deve anche insegnare ai suoi alunni il senso della verità e della giustizia ed i mezzi per difenderle. Perciò i professori non possono insegnare ciò che violerebbe la loro coscienza, senza tradire la loro vocazione… Cosa che io non farò mai, ve lo prometto».

“Il regime Quisling dovette accettare questa sconfitta. A parte alcuni arresti individuali, la nuova dichiarazione non fu contestata. I un discorso furioso alla Scuola Superiore di Stabekk, nel maggio 1942, Quisling dichiarò: «Voi professori mi avete rovinato tutto!».

“La lotta degli insegnanti (laererstriden) non fu, da un punto di vista formale, una vittoria incondizionata. Quelli del gruppo che era stato mandato al campo di Falstad fecero un compromesso, firmando una dichiarazione secondo la quale accettavano di diventare membri del Samband, sia pure con la clausola che ciò non comportava la accettazione di nuovi obblighi. Ma il risultato finale fu uguale: anche essi rifiutarono di introdurre attività NS nelle loro lezioni. Quelli di Kirkenes rifiutarono ogni compromesso fino all’agosto, quando 150 di essi, prostrati dalle privazioni sofferte, accettarono di aderire al Samband. Gli altri rifiutarono di firmare e 400 di essi furono liberati solo in novembre, 8 mesi dopo l’arresto.”

Come si vede, la lotta degli insegnanti norvegesi contro le imposizioni del regime di Quisling e, in ultima istanza, delle autorità di occupazione tedesche, è un classico esempio di resistenza morale nonviolenta, fondata su principi etici apertamente professati.

È anche un esempio classico di coerenza ideologica, poiché gli insegnanti rifiutavano di aderire alle pretese del governo collaborazionista sulla base di convincimenti sia etici che professionali, i quali venivano comunicati tanto alle autorità del Ministero dell’educazione, quanto ai propri alunni e alle loro famiglie, le quali furono così coinvolte nella lotta, mediante le lettere di protesta e di rifiuto di far aderire i propri figli alle organizzazioni giovanili statali. In altre parole, gli insegnanti affermavano di non poter venire meno ai propri ideali e alla purezza della propria vocazione educativa e, in nome non solo della libertà di coscienza, ma del rispetto della personalità dei loro allievi, esplicitavano la loro indisponibilità a transigere su questi punti essenziali, nonché il loro radicale dissenso dalle direttive imposte d’autorità.

Così, oltre ad essere nonviolenta, la resistenza degli insegnanti si configurava come un punto di riferimento per tutti quei norvegesi che non si rassegnavano alla dittatura e, più in generale, alla subordinazione – tipica di ogni sistema totalitario – dell’individuo alle pretese dello Stato (che, come si è visto, aveva preso a modello il corporativismo dell’Italia fascista, più che la politica economico-sociale della Germania nazista).

Accanto alla resistenza nonviolenta dei pastori della Chiesa luterana norvegese – della quale un episodio significativo fu la lettera di protesta dei vescovi, inoltrata al Ministero dell’educazione e della Chiesa, in data 15 gennaio 1941, contro una serie ben precisa di atti del governo – quella degli insegnanti fu una resistenza pensata ed attuata sul lungo periodo, nella consapevolezza che nessun regime può mantenersi indefinitamente al potere, se le guide educative e spirituali del popolo – docenti e clero – rifiutano di sottomettervisi.

Un popolo – e questa è la grande lezione del Mahatma Gandhi, ma anche di Lev Tolstoj, di Henry David Thoreau, di Martin Luther King e di Lanza Del Vasto – non può essere dominato con la  forza pura e semplice, perché è semplicemente impossibile fucilare, gettare in carcere o deportare tutti i resistenti, se essi sono la maggioranza della comunità civile. Certo, il regime al potere può effettuare delle rappre4saglie mirate, al fine di spaventare tutti gli altri, come appunto fece il regime collaborazionista norvegese davanti al rifiuto massiccio dei maestri e dei professori, facendone deportare a Kirkenes alcune centinaia e sottoponendoli a duri maltrattamenti, nonché licenziando e riducendo in miseria parecchi altri.

Ma quanto tali provvedimenti siano un segno di impotenza piuttosto che di forza, è testimoniato da quella frase sfuggita dalle labbra di Quisling nel corso di una cerimonia ufficiale: «Voi insegnanti avete rovinato tutto!». È il migliore elogio che si possa fare al coraggio e alla determinazione dei resistenti, nonché una lampante – proprio perché involontaria – ammissione della estrema efficacia dei loro metodi di lotta nonviolenta.

Nessun popolo può essere piegato, se le sue guide spirituali e culturali restano salde nella volontà di opporsi a un regime imposto con la forza.

Nel caso del clero norvegese, ciò si vide, in maniera clamorosa, il 1° febbraio 19422, giorno della inaugurazione del governo di Vidkun Quisling da parte del Reichkomissar Terboven. In quella occasione, avrebbe dovuto svolgersi una solenne funzione religiosa nella cattedrale di Nidaros a Trondheim, una delle più venerate chiese storiche della Norvegia.  La cattedrale fu invasa alla folla, finché la polizia ordinò di chiudere le porte, lasciando fuori migliaia di persone, con una temperatura di venticinque gradi sotto zero. Il parroco, Arne Fjellbu, dapprima cercò di ritardare il servizio, poi celebrò la messa per evitare le violenze della polizia; mentre, all’esterno, la folla cantava il salmo Dio è la nostra difesa.

Il giorno dopo, il parroco venne deposto dal Ministero dell’educazione e della Chiesa; in risposta, tutti i vescovi annunciarono, il 25 febbraio, di rinunciare ai loro incarichi temporali, perché non volevano servire un governo che «unisce l’ingiustizia alla violenza». Tuttavia, benché rifiutassero di collaborare con le autorità del governo, i vescovi dichiararono che i membri del clero avrebbero continuato a svolgere le loro mansioni di tipo spirituale, continuando ad occuparsi della comunità dei fedeli; analogamente a quanto avevano fatto – come si ricorderà – gli insegnanti, in circostanze simili. Una lettera dei vescovi venne distribuita a tutti i pastori, chiarendo che i membri del clero avrebbero continuato a svolgere i doveri imposti dalla loro vocazione (come si sa, nei Paesi di fede luterana i pastori sono funzionari statali e ricevono uno stipendio, esattamente come gli insegnanti e gli altri impiegati statali).

La reazione di Quisling fu quella di deporre il vescovo della capitale, monsignor Elvin Berggrav; ma ciò non valse a impedire che, il 5 aprile 1942, i pastori luterani leggessero nelle rispettive chiese una dichiarazione, nella quale dichiaravano di rinunciare al proprio posto di impiegati statali, (perdendo così lo stipendio), ma che avrebbero continuato a svolgere i propri doveri spirituali, esattamente come prima. Pertanto, da allora e fino al termine della guerra, non vi fu più una Chiesa di Stato in Norvegia, anche se il governo Quisling fece alcuni tentativi di ordinare parroci e vescovi di propria nomina per sostituire quelli che venivano rimossi e arrestati. Ma la massa dei fedeli rimase unita ai propri pastori, i quali, dal canto loro, soffrirono persecuzioni non indifferenti, sotto forma di detenzioni e deportazioni. Trentacinque di loro rimasero in carcere fino al maggio del 1945, e due morirono in campo di concentramento.

Anche in questo caso, i fatti parlano chiaro. Il popolo norvegese, grazie alla coerenza e al coraggio dimostrati dalla sua classe insegnante e dal suo clero luterano, rifiutò di riconoscere il fatto compiuto della instaurazione di un regime che non godeva di alcuna ratifica legale, ma che era stato imposto con la forza dalle truppe di occupazione. Ciò – accanto alle azioni, è vero, della resistenza violenta – mise seriamente in difficoltà il regime di occupazione, impedendogli di sfruttare tranquillamente le risorse del Paese e costringendolo a distrarre forze militari per garantire l’indispensabile  sostegno al governo collaborazionista del Nasjonal Samling, oltre che per proteggere gli impianti industriali e le principali vie di comunicazione (strade, ferrovie e navigazione costiera).

Tutto ciò è innegabile.

Qualcuno, tuttavia,  potrebbe obiettare che la situazione della Norvegia (come, del resto, quella della Danimarca) rappresentava un caso molto particolare nel panorama europeo e, forse, mondiale; e che le condizioni ivi esistenti rendevano possibile alla resistenza nonviolenta il raggiungimento di significativi risultati, che in un diverso contesto non sarebbero stati in alcun modo perseguibili. Si tratta di una obiezione seria, che merita di essere presa in considerazione.

Secondo le teorie razziste degli ideologi del Terzo Reich, i popoli scandinavi sono i più puri rappresentanti del “tipo ariano” da essi vagheggiato quale modello ideale di umanità, e destinato al dominio del mondo, in quanto “razza superiore”. Sia per questo, sia perché la conquista del Paese era stata sì cruenta, ma non troppo lunga né difficile, esistevano le condizioni perché i rappresentanti della Germania nazista trattassero con moderazione il popolo norvegese e ne cercassero la collaborazione o, almeno, la benevola neutralità, piuttosto che cercare deliberatamente di inimicarselo (come, al contrario, avvenne nei Paesi slavi: in Polonia prima, poi in Iugoslavia e, infine, nell’Unione Sovietica. Il commissario Terboven, almeno inizialmente, non era animato da ostilità preconcetta verso il popolo norvegese; anzi, era sinceramente meravigliato dal fatto che esso non sembrasse mostrare il dovuto apprezzamento per essere entrato a far parte dell’ordine nuovo nazista, con tutti i relativi vantaggi e benefici.

Fu appunto il miraggio di vedere il popolo norvegese accedere a un posto eminente nel futuro ordine nuovo hitleriano (accanto ad altre ragioni, quale l’avversione alla civiltà capitalistica e all’egemonia politica britannica), come abbiamo a suo tempo cercato di ricostruire, che spinse il maggior scrittore norvegese dell’epoca, l’ormai anziano Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura, ad aderire al governo del Nasjonal Samling e all’ideologia nazista; tanto da compromettersi, proprio negli ultimi giorni di guerra (nel maggio del 1945), con un commosso elogio funebre di Adolf Hitler.

Eppure, Hamsun costituisce l’eccezione alla regola. Gli aderenti al Nasjonal Samling furono sempre una sparuta minoranza, e il regime di Quisling non fu mai vitale: senza la presenza delle baionette tedesche, non sarebbe sopravvissuto neanche un giorno. La quasi totalità del popolo norvegese vide sempre i Tedeschi come degli invasori, e il governo collaborazionista di Oslo come uno strumento nelle mani del nemico.

Da quando si resero conto di essere visti dalla popolazione sotto la luce, estremamente negativa, di un esercito straniero di occupazione, i Tedeschi mutarono atteggiamento, e il regime militare da loro imposto su fece più duro. Lo svilupparsi della resistenza violenta, parallelamente alla diffusione di pratiche di resistenza nonviolenta (come quelle che abbiamo descritto), portò a un rincrudirsi dei rapporti reciproci fra occupanti e occupati. A quel punto, come fa notare giustamente Magne Skodvin, un resistente norvegese catturato in azioni di guerriglia, anche se aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri, era destinato a subire il medesimo trattamento di qualsiasi altro nemico del Terzo Reich: la fucilazione sommaria o l’internamento in campo di concentramento. L’appartenenza alla pura “razza ariana” non garantiva alcun trattamento di favore a coloro che si opponevano al regime di Quisling e ai disegni dell’alto commissario Terboven. Anzi, in un certo senso, un appartenente  alla cosiddetta «aristocrazia nordica» che cercava di sabotare i piani relativi all’ordine nuovo era considerato dai nazisti come un traditore della peggiore specie, e meritevole, pertanto, di un trattamento di esemplare durezza.

Perciò non ci sembra che le particolari condizioni della Norvegia sotto l’occupazione tedesca possano inficiare la nostra tesi di fondo, e cioè che un movimento di resistenza nonviolento, se possiede realmente delle salde radici popolari, non può essere facilmente stroncato, per quanto la potenza occupante faccia un uso sistematico del terrore. Bisogna piuttosto riconoscere che la peculiarità del “caso” norvegese (e di quello danese) non consiste nell’affinità etnica con la potenza occupante e in una supposta mitezza o benevolenza del regime da essa imposto, bensì nel fatto che,  in quella società, esisteva un evoluto rapporto fiduciario tra cittadino e istituzioni.

Pertanto, il Norvegese che decideva di opporsi, in qualunque maniera, ai tedeschi, mirava a ripristinare la situazione esistente anteriormente all’invasione; mentre il resistente, poniamo, serbo, sloveno o croato, mirava a creare un ordine politico-sociale, e anche istituzionale, completamente differente da quello che vigeva nel Regno di Iugoslavia prima dell’invasione italo-tedesca, nell’aprile del 1941.

In questo senso, la resistenza iugoslava non poteva che configurarsi come un movimento esclusivamente basato sulla forza delle armi, mentre quella dei Paesi scandinavi poteva affidarsi, in larga misura, a forme di lotta nonviolenta. Diversi erano gli obiettivi prefissati, diversi – necessariamente – dovevano essere le strategie e i metodi di lotta.

La conclusione generale è che le modalità e il grado di intensità del ricorso alla violenza impiegato da un popolo, anche per la legittima difesa contro un’invasione straniera, non può che rispecchiare il livello di maturità complessiva del confronto politico, il grado di integrazione delle diverse classi sociali, la qualità del rapporto di fiducia vigente fra cittadino e istituzioni e, infine, la portata del sentimento etico e religioso come parte del bagaglio culturale e spirituale di quel popolo, vissuti non nella dimensione astratta delle dichiarazioni di principio, ma nella concretezza della vita di tutti i giorni.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/04/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments