venerdì, 24 Settembre 2021
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La Seconda guerra mondiale fu una lotta per l’egemonia mondiale, non fra “buoni” e “cattivi”

Civiltà contro la Barbarie? La Seconda guerra mondiale fu una lotta per l’egemonia mondiale non fra “buoni” e “cattivi”. E fu anche una lotta per l’accaparramento delle risorse e per la redistribuzione degli imperi coloniali di Francesco Lamendola 

Per sette decenni, ossia a partire da quando si era appena conclusa, la Seconda guerra mondiale ci è stata presentata come la lotta del Bene contro il Male, della Giustizia contro l’Ingiustizia, della Civiltà contro la Barbarie: laddove la causa del Bene, la Giustizia e la Civiltà era patrocinata dallo schieramento alleato, Unione Sovietica compresa, e quella del Male, della Ingiustizia e della Barbarie, dalle potenze del Tripartito, vale a dire da chi, la guerra, l’aveva perduta in maniera assoluta, così come nessuna guerra dell’epoca moderna, compresa la Prima guerra mondiale, era stata perduta: totalmente e irrevocabilmente, con tanto di tribunali e impiccagioni per i “criminali di guerra” sconfitti, tedeschi e giapponesi.

Ora, che ciò non corrisponda ad un pacato e obiettivo giudizio storico, ma che sia funzionale all’interesse esclusivo del vincitore, ossia ai poteri finanziari, economici e politici che hanno ispirato lo sforzo bellico degli Alleati, è apparso evidente fin dall’immediato dopo-guerra: laddove, mentre i crimini degli sconfitti – sia quelli reali, sia quelli presunti o addirittura inventati, come i massacri di Katyn – erano stati evidenziati con la massima crudezza, e deliberatamente presentati nella luce più nefanda (come nel caso dei mucchi di cadaveri e le schiere moribondi scheletriti del campo di Bergen Belsen, presentati come opera di una perfidia deliberata, mentre erano soprattutto il risultato del tifo e della fame verificatisi nelle tragiche circostanze degli ultimi giorni di guerra), i crimini degli alleati, compresi quelli perpetrati a guerra ormai finita – come la morte di un milione di prigionieri tedeschi nei campi di prigionia alleati, documentata dal giornalista canadese James Bacque – sono stati messi completamente a tacere per decenni.

Del resto, in quale altro modo interpretare l’assenza totale di critiche davanti allo sganciamento delle due bombe atomiche sul Giappone, da parte degli Americani, nell’agosto del 1945? Fin da allora, e poi anche in seguito, tanto la stampa che gli stessi libri di testo di storia hanno detto e ripetuto, in tutti i Paesi del mondo – tranne il Giappone – che tale decisione era giustificata dalla necessità di risparmiare un milione di vite (americane) qualora fosse stato necessario invadere l’arcipelago nipponico, senza prima avere ottenuto la resa. Secondo le versioni ufficiali, si trattò di una evento inevitabile, che ebbe un carattere di fatalità pari a quello d’un disastro naturale, più che una decisione voluta, studiata e presa a freddo, quando la sua “ineluttabilità” era puramente teorica. L’Unione Sovietica, peraltro sollecitata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, stava per gettare tutto il suo peso nella lotta, trasferendo le sue divisioni corazzate dall’Europa all’Estremo Oriente, pronta a travolgere e fare a pezzi l’armata giapponese del Kwangtung, schierata a difesa del Manciukuò (come effettivamente accadde), con bruciante rapidità. Davvero, in tali condizioni, lo sbarco americano nel Giappone sarebbe costato un milione di morti? E davvero i Giapponesi avrebbero rifiutato di arrendersi? Ci sia consentito almeno il beneficio del dubbio.

Lo scrittore e pensatore politico americano A. J. Muste, esponente del cosiddetto pacifismo rivoluzionario, formulò, sia pure in un contesto ideologico molto personale e discutibile, una analisi molto semplice e chiara, senza i soliti veli dell’ipocrisi democratica, delle cause della Seconda guerra mondiale, nel suo saggio «The Revolutionary Pacifism of A. J. Muste: On the Background of the Pacific War», apparso sulla rivista «Liberation», vol. 12, settembre-ottobre 1967 (in: Noam Chomsky, «I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America», 1967; traduzione di Santina Mobiglia e altri, Milano, Il Saggiatore, 2003, p. 172:

«[La Seconda guerra mondiale è stata] un conflitto fra due gruppi di potenze per la sopravvivenza e il predominio. Un insieme di potenze, che comprende Gran Bretagna, Stati Uniti e forse la Francia “libera”, controlla circa il 70 per cento delle risorse mondiali e un’estensione territoriale di trenta milioni di miglia quadrate. Esse raggiunsero uno status quo imperialistico così vantaggioso per loro attraverso una serie di guerre, compresa l’ultima. Tutto ciò che ora chiedono è di essere lasciate in pace, e in tal caso sono anche disposte a rendere il loro dominio mite, sebbene saldo… Dall’altra parte sta un gruppo di potenze, come la Germania, l’Italia, l’Ungheria, il Giappone, che controllano circa il 15 per cento delle risorse mondiali e un’estensione territoriale di un milione di miglia quadrate, ugualmente decise a cambiare la situazione in loro favore, a imporre le loro idee di “ordine”, e armate fino ai denti per farlo, anche se ciò può voler dire precipitare il mondo in una guerra.»

È tanto più significativo il fatto che questa analisi sia stata fatta non da un simpatizzante dell’Asse, o comunque del Tripartito, ma da un osservatore esterno, un pensatore non europeo, ma americano, niente affatto suggestionato da teorie nazionalistiche, razziali o anche da dottrine economiche riconducibili all’autarchia o al corporativismo: insomma, dal pulpito più inaspettato che si possa immaginare, considerato che tale analisi presenta molta più somiglianza con gli scopi dichiarati delle potenze del Tripartito, che non da quelle alleate, senza contare che venne formulata a mente fredda, a distanza di tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando la vulgata dei vincitori si era già pienamente imposta come la sola legittima lettura degli eventi.

Certo, la Seconda guerra mondiale fu anche, e forse soprattutto, una lotta per l’egemonia mondiale, e specialmente per l’accaparramento delle risorse e per la redistribuzione degli imperi coloniali; una lotta in cui le tre potenze arrivate ultime sulla scena della grande politica mondiale, quando la tavola degli accaparramenti era già quasi stata sparecchiata, vollero bruciare i tempi per recuperare le posizioni perdute e riequilibrare i rapporti di forza rispetto alle potenze imperiali “vecchie” e già da tempo affermate.

Germani, Italia e Giappone giunsero sulla ribalta della grande politica mondiale solo a partire dagli anni fra il 1860 e il 1870: le prime due, addirittura, formando degli stati nazionali unitari, quali non erano mai state (per ragioni diverse), il terzo uscendo da un isolamento millenario e dovendo recuperare un gap tecnologico fortissimo, e apparentemente incolmabile, con l’Occidente. Nel frattempo, Gran Bretagna, Francia, Olanda e perfino il Belgio si erano impadronite della maggior parte dei territori e delle risorse mondiali, arraffando milioni di chilometri quadrati di interi continenti, con le relative materie prime, e centinaia di milioni di abitanti, trasformati in sudditi, cioè in forza-lavoro a basso costo e in consumatori per i nuovi mercati così creati (con le buone o con le cattive: vedi le guerre dell’oppio condotte dalla Gran Bretagna contro il Celeste impero cinese).

Sullo sfondo, intanto, apparentemente ai margini, due potenze bi-continentali, una extra europea (gli Stati Uniti d’America), l’altra solo in parte europea e per il resto asiatica (la Russia zarista) stavano conquistando immensi territori, con ricchezze naturali pressoché inesauribili, e assimilando, o, più spesso, emarginando e perfino sterminando i popoli nativi, invero relativamente poco numerosi, che ostacolavano la loro marcia gloriosa verso la meta finale: che era la costa dell’Oceano Pacifico sia per l’una che per l’altra, ma partendo, ovviamente, dalle due estremità opposte del globo terracqueo. Ed entrambe si ponevano, così, in ottima posizione per partecipare alla grande sfida mondiale per la conquista degli spazi geopolitici e per candidarsi a svolgere, in un futuro non troppo lontano, la funzione di superpotenze globali, come e meglio della Gran Bretagna, la quale, dopotutto, era pur sempre un “piccolo” Paese europeo con una popolazione limitata e con risorse finanziarie, industriali e agricoli notevolissime, ma non praticamente inesauribili, come lo erano, o erano suscettibili di diventarlo, quelle degli Stai Uniti e della Russia.

Dicevamo che Germania, Italia e Giappone, erano giunti per ultimi sulla scena del gigantesco banchetto mondiale, e appena in tempo per partecipare alla sua fase estrema; ad esempio, nel caso della Germania, per partecipare al Congresso di Berlino del 1884-85 e stendere la propria sovranità su quattro regioni africane che, altrimenti, sarebbero di certo state annesse ai due immensi imperi coloniali, l’inglese (dal Cairo al Capo di Buona Speranza) e il francese (da Dakar a Gibuti), che, con l’incidente di Fascioda, sull’alto Nilo, nel 1898, giunsero a un passo dallo scontro diretto: salvo, poco dopo, venire ad un accordo e perfino a una alleanza, essendosi rese conto della formidabile minaccia rappresentata dal nuovo concorrente. Concorrente che, abbattuto da una ciclopica coalizione mondiale, nel 1918, appena venti anni dopo era di nuovo in piedi, più forte e temibile di prima: anche perché, stavolta, non si curava di acquisire lontani territori extraeuropei, ma era fermamente impegnato a realizzare un proprio “spazio vitale” nel cuore stesso dell’Europa, mettendo in crisi i precedenti equilibri, fondati sul mantenimento a tempo illimitato della supremazia anglo-francese, col paravento della Società delle Nazioni.

Anche l’Italia, in una certa misura, rappresentava un problema, o un potenziale pericolo, per la sicurezza dell’Impero britannico: che cosa sarebbe accaduto se questa si fosse messa in testa di rivendicare l’egemonia sul mare di casa propria, il Mediterraneo, che era essenziale per il collegamento fra la Gran Bretagna e l’India? Nei primi decenni dopo l’Unità, l’Italia non mostrò una simile “irragionevole” pretesa e accettò passivamente la presenza inglese a Gibilterra, Malta e Suez; ma, con l’avvento del fascismo, che fece proprie le istanze del nazionalismo più acceso, le cose cambiarono. Sarebbe bastato già questo fatto – indipendentemente dai contenuti ideologici, di per sé minacciosi, perché “concorrenziali” con la democrazia liberale di stampo anglosassone – per rendere auspicabile, da parte inglese, una guerra contro l’Italia, tale da neutralizzare per sempre le sue ambizioni imperiali e da allontanare definitivamente ogni minaccia dallo scacchiere mediterraneo, da Gibilterra e dal canale di Suez.

Il caso del Giappone era ancora diverso, e tuttavia simile. Questo giovane e dinamico stato si era eretto nel volgere di pochi anni al rango di potenza industriale e imperiale, capace di svolgere una propria politica di potenza, tanto in Cina che nell’area del Pacifico occidentale, il che lo metteva in stato di effettiva rivalità sia con la Gran Bretagna, sia con gli Stati Uniti, sia anche con la Russia (poi Unione Sovietica); e di che cosa fosse in grado di fare, se messo alle strette, lo aveva dimostrato con la spettacolare vittoria nella breve, ma cruenta guerra russo-giapponese del 1904-05. Ma il Giappone difettava di materie prime e soprattutto di riserve energetiche per sostenere sia il proprio sviluppo industriale, sia la propria politica di espansione imperiale: era dunque prevedibile che, in un tempo relativamente breve, i suoi interessi vitali sarebbero entrati fatalmente in rotta di collisione con la volontà britannica e americana di conservare lo status quo nello scacchiere cinese e in quello pacifico, tanto più che esso aveva già largamente profittato della Prima guerra mondiale per espandersi a danno della Germania, insediandosi saldamente negli arcipelaghi della Micronesia e accentuando la propria penetrazione in Cina e in Manciuria.

Accanto a queste ragioni di ordine strategico, vi erano, comunque, delle ragioni di tipo ideologico nello scoppio della Seconda guerra mondiale, che non devono essere sottovalutate. La tendenza odierna a giudicare le vicende internazionali prevalentemente sotto la dimensioni geopolitica ha dei validi fondamenti (si pensi alla sostanziale continuità della politica estera russa prima e dopo lo zarismo, prima e dopo il comunismo), ma non deve far dimenticare gli altri fattori, a cominciare da quelli ideologici. Il fascismo e il nazismo – che erano due cose ben distinte, anche se poi, per ragioni di comodo, la vulgata delle potenze vincitrici ci ha abituati a vederli fusi in un’unica realtà: il “nazifascismo”, una ideologia che non è mai esistita – rappresentavano realmente una minaccia pericolosissima per l’establishment delle “vecchie” potenze egemoni e anche per la giovane potenza statunitense, quanto e forse più del comunismo sovietico. Il nazismo era militarmente più temibile, ma il fascismo lo era sul piano politico, poiché esso presentava un modello alternativo alla democrazia liberale (e al comunismo) che appariva esportabile in tutto il mondo, a differenza del nazismo (che non lo era per via delle sue dottrine razziali); e, inoltre, perché aveva mostrato una sorprendente vitalità e una inattesa capacità di reazione davanti agli effetti devastanti della Grande crisi del 1929, mentre il tanto decantato New Deal roosveltiano aveva sostanzialmente fatto fiasco. Era logico, pertanto, che andasse eliminato e che gli fosse riservata una totale damnatio memoriae…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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