venerdì, 17 Settembre 2021
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L’Accademia d’Italia, l’arte e la cultura italiane fra le due guerre: tutto un errore?

L’Accademia d’Italia, l’arte e la cultura italiane fra le due guerre: tutto un errore? La verità è che dopo il 1945 non si può più parlare di una cultura dell’Italia ma vi è la “felice” entrata nell’era della società multietnica di Francesco Lamendola  

È solo con fatica, con estrema fatica, che si incomincia a guardare con un po’ di maggiore serenità alle vicende letterarie, artistiche e culturali italiane negli anni Venti e Trenta del Novecento; a lungo è pesata su di esse una scomunica senza appello da parte della odierna cultura ufficiale, quella uscita vittoriosa dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile, che ha fatto di tutta l’erba un fascio, nel contesto di una storia d’Europa dipinta in maniera fortemente manichea, con tutta la luce da una parte e tutte le tenebre dall’altra.

Le “tenebre”, naturalmente, sono quelle del fascismo; e si stenta a trovare una storia della letteratura italiana ad uso dei licei che ricordi, ad esempio, la realizzazione della più bella enciclopedia al mondo del XX secolo, l’«Enciclopedia Italiana» della Treccani; o che si astenga dal denigrare e dal ridicolizzare l’istituzione, nel 1929, dell’Accademia d’Italia, definendola inutile e velleitaria; ma le tenebre sono anche la “chiusura”, il “provincialismo”, la “pretesa autarchica” di tutti quegli intellettuali, di tutti quei movimenti e quelle riviste che, pur non aderendo formalmente al fascismo, si sono tenuti lontani dal terreno della politica o hanno cercato la loro ispirazione nella tradizione nazionale e non nella imitazione di modelli stranieri.

Le “tenebre”, inoltre, sono il rifiuto delle avanguardie, del modernismo, del mito del progresso, del cosmopolitismo; sono, anche, il rifiuto o la diffidenza nei confronti di tutti quegli indirizzi e quegli atteggiamenti della cultura europea, specialmente nell’ambito letterario e delle arti figurative, che, dietro il pretesto dello sperimentalismo, hanno propugnato e diffuso un nichilismo compiaciuto, una deformazione grottesca del reale, una irrisione del bello, una rabbiosa iconoclastia verso tutto ciò che era legato alla tradizione, all’armonia, alla proporzione.

Infine le “tenebre”, per codesti signori debitamente “democratici” e “antifascisti”, sono il rispetto del passato, la difesa dei valori formali nell’estetica, la ricerca di una via europea verso il futuro, senza inchinarsi davanti a tutto ciò che sapeva di novità e, in particolare, a tutto ciò che veniva dagli Stati Uniti d’America, attraverso il mito di un’America giovane, libera e sanguigna, ultima versione dell’insopprimibile mito del “buon selvaggio”, che pure ha infatuato scrittori e traduttori del livello di Pavese e Vittorini.

Inutile dire che, in una siffatta prospettiva, il più grande poeta che l’America abbia mai avuto, Ezra Pound, non veniva nemmeno nominato, per non essere costretti a dire che costui si era a tal punto innamorato dell’Europa e dell’Italia, da farsi europeo e italiano, e aveva a tal punto creduto in Mussolini da compromettersi alla radio, in piena seconda guerra mondiale, con una accesa propaganda a favore del fascismo e contro la sua patria d’origine; ma, soprattutto, per non essere costretti a parlare della sua battaglia contro l’usura, contro la lebbra della speculazione finanziaria internazionale, che oggi pare spuntata fuori dal nulla, mentre egli l’aveva vista benissimo ottanta anni fa, l’aveva riconosciuta e l’aveva additata al pubblico disprezzo.

La “luce”, al contrario, secondo la Vulgata che ha dettato legge nelle scuole e nelle università, fino, si può dire, a qualche giorno fa, è rappresentata dagli “intellettuali organici”, come Gramsci e Gobetti, profeti inascoltati di una cultura militante e progressista, di una passione civile che obbliga l’intellettuale a dichiararsi e a schierarsi politicamente, che fustiga la pigrizia, l’opportunismo e la viltà dei tanti; senza peraltro rendersi conto che tale “intellettuale organico”, una volta salito ai fasti del potere, come puntualmente avverrà a partire dalla cosiddetta Liberazione del 1945, si terrà ben stretto alle poltrone conquistate e imporrà un nuovo conformismo, una nuova caccia alle streghe, un nuovo totalitarismo, di segno uguale e contrario a quello fascista: il conformismo e il totalitarismo degli “anti”, di tutti coloro che si sentono puri e onesti perché sono contro qualcosa o qualcuno che è stato scomunicato e condannato alla “damnatio memoriae”, e ai quali, oltre a saper fare i cani da guardia del nuovo ordine instaurato, che coincide, guarda caso, con le loro stesse posizioni di potere, non si chiede praticamente nulla, neppure di avere uno straccio di idea propositiva.

La “luce” è rappresentata dal resto dell’Europa e del mondo, ma per carità, solo di una parte dell’Europa e del mondo: quella che, poi, è risultata vincitrice nel 1945; dunque sono “luce” le tendenze artistiche e letterarie francesi e anglosassoni e perfino quelle della Russia sovietica, con gli orrori e gli squallori del “realismo socialista”; mentre il cinema, la letteratura, la filosofia tedesche tra le due guerre sono tutti da cancellare e da dimenticare, perché asserviti o compromessi col nazismo.

Per la stessa ragione, meglio non fare i nomi del norvegese Knut Hamsun (anche se la sua collaborazione col nazismo riguarda solo i suoi ultimi anni, quando già si era fatto un nome illustre come scrittore); dello spagnolo Miguel De Unamuno (che non era fascista e nemmeno franchista, però, durante la guerra civile che sconvolse il suo Paese, non si era schierato dalla parte “giusta” della barricata – quella di Stalin); del francese Céline (per carità, tanto varrebbe derubricare l’antisemitismo); del giapponese Mishima (in odore di fascismo lui pure, anche se il Giappone, col fascismo, non c’entra nulla); e via espungendo e purgando a ruota libera.

E meglio non fare il nome di Sergej Esenin, che di destra certamente non era, però aveva il duplice torto di non leccare gli stivali ai bolscevichi e di deprecare la distruzione della “sua” antica Russia contadina, popolare, “semplice”, da parte di una modernizzazione spietata.

Non si dice, non si vuol raccontare che non tutto quel che veniva dai Paesi democratici era farina da far ostie; che, nella patria del comunismo, quella roba non sarebbe mai stata ammessa, né tollerata; la cosiddetta “arte degenerata”, oggetto dei falò nazisti (certo, stupidi come tutti i falò di tutte le inquisizioni) aveva realmente raggiunto punte di autentico sfregio e dimensioni di autentica marea; e che la stessa espressione di “arte degenerata”, che viene sempre attribuita agli ideologi del Terzo Reich, era stata coniata, invece, qualche decennio prima, da uno dei capi storici del sionismo: Max Nordau (che a sua volta era un devoto seguace del sociologo e criminologo Cesare Lombroso; e questa è un’altra cosa che oggi si cerca di passare sotto silenzio).

Insomma si vuol far credere, specialmente ai giovani e agli studenti, che, negli anni Venti e Trenta, l’Italia, l’Europa e il mondo, fossero divisi in due campi contrapposti e assolutamente ben distinti: da una parte, e sia pure con qualche trascurabile divergenza, le democrazie occidentali e l’Unione Sovietica, che erano un laboratorio di libertà, di progresso, di sperimentazione, di fiducia nel futuro; dall’altra l’Italia e la Germania (ignorando bellamente il fatto che le due nazioni si allearono solo nel 1939, subito prima dello scatenamento della seconda guerra mondiale), accomunate da una cultura provinciale, ristretta, reazionaria, ruralista, antimoderna, o, nel migliore dei casi, apolitica e rinunciataria, come nel caso de «La Ronda», ridotta a classico esempio di sterile calligrafismo e di miope culto della vuota forma (cui si contrappone l’”impegno” del «Baretti» e di «Solaria»).

Vuoi mettere con gli scarabocchi degli espressionisti, con le deformazioni dei cubisti, con gli sberleffi dei dadaisti, con gli orinatoi dei surrealisti? Vuoi mettere con le inquietudini angosciose di Kafka, con la nevrosi e l’inettitudine di Svevo, con la profonda introspezione psicologica di Proust (e non importa se questi era un “décadent” infatuato dell’aristocrazia parassitaria e moribonda), con i ditirambi al comunismo di Éluard, con i peana all’Ottobre di Majakovskij, con le fanfare all’Armata Rossa di Ehrenburg?

Che cosa sono i pittori italiani di quel ventennio, i Carrà, i De Chirico, i Morandi, in confronto a Picasso, a Kandinskij, a Paul Klee? Vuoi mettere Mario Sironi con Joan Mirò?

Certo: si ammette, un poco a denti stretti, che anche l’Italia ha avuto i suoi grandi, un Pirandello, un Ungaretti; meglio stendere un velo, però, sulle loro idee politiche: non solo non vi si troverebbero quegli accenti di entusiastico consenso alla libertà, alla democrazia e al comunismo che sarebbero doverosi, ma addirittura si andrebbe a sbattere contro l’incomprensibile mistero della adesione di costoro al fascismo.

Insomma, tutta la storia della cultura italiana fra le due guerre viene appiattita sul pregiudizio, militante e antifascista, di una interpretazione riduttiva, se non francamente auto-denigratoria, quasi  che nulla essa abbia prodotto di valido, di interessante, di dignitoso; quasi che sia stata solo una sarabanda di velleitarismi, di rigurgiti reazionari, di provincialismo compiaciuto e strapaesano, di monumentalismo retorico e “romano”; quasi che nessuno di quegli artisti, di quegli scrittori, di quegli architetti, di quei registi, di quegli uomini di cultura, si fosse innalzato al di sopra della mediocrità, di un orizzonte angusto, di una prospettiva anacronistica e superata.

Bonaventura Tecchi? Un intimista, un moralista, uno scrittore senza problema storico, senza sensibilità per le questioni sociali (strano: ci sembra di averle già sentite, queste riserve: erano quelle dei critici marxisti ortodossi verso Pasternak e verso Bulgakov).

Riccardo Bacchelli? Roba da museo (il computer me lo sottolinea come errato addirittura, segno che il correttore automatico non lo “riconosce”): uno scrittore scandalosamente ottocentesco, “manzoniano”; e ciò, intollerabile a dirsi, in piena età delle avanguardie!

Marino Moretti? Un altro intimista, per giunta minimalista. Ricordato, ma con sufficienza.

Sem Benelli? Benché censurato dal regime, era andato volontario in Etiopia e, all’inizio, aveva ammirato Mussolini; quando, nel 1947, volle entrare nell’Alleanza per la difesa della cultura, una emanazione del Fronte Popolare, Carlo Levi ne uscì per protesta, non volendo stare accanto ad un simile “trombone del fascismo”. Dimenticato.

Ardengo Soffici? Ha firmato a sostegno delle leggi razziali; cancellato.

Piero Bargellini? Ha firmato lui pure il Manifesto della razza e, come se non bastasse, dopo la guerra è stato democristiano, amico di La Pira; rimosso.

Giuseppe Prezzolini? Era amico del Duce e ha parlato di “necrologio onesto del fascismo”: rimosso.

Mario Appelius? Peggio che dimenticato: dannato alla perpetua infamia (non era il radio-giornalista del «Dio stramaledica gli Inglesi»?; e poco importa se era anche uno scrittore di razza, amatissimo dal pubblico, con una quantità di libri di viaggio al suo attivo).

Le liste di proscrizione potrebbero continuare a lungo: sono tanti, troppi, i nomi che i nostri studenti non vengono nemmeno a conoscere, perché la cultura oggi dominante, che si dice pluralista e tollerante, ha deciso che non sono degni di venire ricordati.

Non parliamo del cinema: i giovani, oggi, non sanno praticamente niente di quella stagione del nostro cinema; forse non hanno mai sentito nominare nemmeno un gigante della Decima Musa come Alessandro Blasetti; credono che il nostro cinema “nasca” col neorealismo.

E che dire della filosofia? Evviva Croce, il filosofo “buono” (anche se, ancora all’indomani del delitto Matteotti, invitava a votare per il fascio); e abbasso Gentile, il filosofo “cattivo”.

In compenso, sono legione i nomi degli intellettuali passati disinvoltamente dal fascismo all’antifascismo: quelli, nelle antologie scolastiche, non mancano mai, anche se sono nomi modesti.

Qui, peraltro, vorremmo uscire dalla sterile contrapposizione fascismo/antifascismo: non è questo il problema che ci sta a cuore; al contrario, crediamo sia giunta l’ora di superare la lettura politica e militante della cultura degli anni Venti e Trenta.

Tanto per cominciare, è scorretto identificarla, senz’altro, come “la cultura fascista”: perché vi è stata una cultura fascista (come ve n’è stata una, anzi ve ne sono state parecchie e divergenti, antifasciste), ma certamente essa non coincideva con la cultura italiana in quanto tale, nemmeno limitando il campo agli intellettuali che non scelsero di espatriare, ma rimasero in Italia.

Quel che ci preme, è porre la questione storiografica (che prescinde, come tale, da giudizi di valore, specialmente se si tratta di giudizi politici o morali) se la cultura italiana degli anni Venti e Trenta non abbia rappresentato, al di là dei limiti, delle insufficienze, degli stessi velleitarismi nei quali può essere incorsa, un tentativo per trovare la propria strada di fronte alle sfide della modernità; una strada che, pur tenendo conto, e doverosamente, della tradizione (checché ne dicessero i futuristi e tutti gli altri “isti”, allora e dopo), cercasse anche un equilibrio, un orientamento, una direzione verso il futuro: senza, però, cadere nella retorica del progresso fine a se stesso, nella glorificazione dell’esistente, nella piatta imitazione di mode importate dall’estero, non sempre ammirevoli.

E onestamente domandiamoci: davvero era tutto da buttare, in quei vent’anni di cultura italiana?

Non cercavano forse, l’Italia e l’Europa, in quei due decenni – gli ultimi della loro indipendenza politica e spirituale – di salvare la propria anima?

Non stavano compiendo l’estremo sforzo per tracciare la propria strada verso il domani, una strada che tenesse conto della lezione dei classici (l’America e la Russia non hanno i classici, perché non hanno la storia e la tradizione dell’Europa) e che preservasse margini di autonomia nei confronti delle forze spersonalizzanti della tarda modernità: la finanza, la tecnica, la burocrazia?

E non stavano cercando di trovare risposte, di fondare valori, di preservare la speranza, contro la scura marea dello scetticismo, del nichilismo, del materialismo beffardo e distruttivo?

Dopo il 1945, non si può più parlare di una cultura dell’Europa e meno ancora di una cultura dell’Italia: e si è presentata tale distruzione, che coincide con la distruzione di quel che rimaneva della civiltà contadina, come un progresso, come la felice entrata nell’era della società multietnica e multiculturale, nell’era della globalizzazione.

Infinita spudoratezza di quei poteri occulti, di quella vorace e insaziabile usura, che Pound, coraggiosamente, aveva denunciato.

Pound, l’ultima vedetta della fortezza assediata, prima del diluvio; Pound come Dante, che considerava la cupidigia come il pericolo più grande per l’anima della cristianità.

Pound, un americano innamorato dell’Italia, al punto tale da credere ancora in essa, quando gli Italiani non ci credevano più; da credere ancora nell’Europa, quando gli europei si avviavano a scomparire, per trasformarsi in una caricatura degli Americani.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 24/04/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Gennaio 2018

Del 01 Novembre 2020

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