lunedì, 21 Giugno 2021
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Ma quanta ipocrisia negli storici inglesi sulla battaglia del Boyne e la questione irlandese

Ma quanta ipocrisia negli storici inglesi sulla battaglia del Boyne e la questione irlandese. Inglesi e destino privilegiato,ineluttabile: la necessità di un primato britannico, materiale e morale, rispetto al mondo intero? di Francesco Lamendola

Gli storici inglesi hanno mai imparato a fare i conti con la propria storia moderna e contemporanea; una storia che, per averli visti all’avanguardia sul piano tecnologico, economico e finanziario, e sempre militarmente vittoriosi nei confronti delle altre nazioni (con la sola eccezione dei loro discendenti americani, nel lontano 1775 e nel 1812), ha suggerito a molti loro connazionali l’idea di un destino privilegiato e della ineluttabile necessità di un primato britannico, materiale e morale, rispetto al mondo intero?

La stampa inglese ha fama di essere un modello di obiettività e di chiara distinzione tra ciò che è informazione e ciò che appartiene alla sfera dei commenti; anche la storiografia inglese possiede, in Europa e nel mondo, una fama di questo genere: ma si tratta di una fama meritata?

Certo, quando devono trattare le vicende delle altre nazioni, gli storici inglesi si sforzano di essere rigorosamente imparziali; questo, almeno, è ciò che si crede e si ripete, anche se non è affatto dimostrabile che essi lo siano più di altri (e basta leggere i libri di un Denis Mac Smith sull’Italia, trasudanti condiscendenza, faziosità e una sistematica deformazione dei fatti) per rendersi conto di quanto poco meritata sia una tale fama.

Ma sono realmente obiettivi e imparziali anche quando è in causa la loro nazione e la sua capacità di autocritica; quando sono in causa i suoi rapporti storici con i popoli vicini, e specialmente quelli più deboli; e, soprattutto, quando sono in causa i valori che essi ritengono incarnati dalla propria cultura e destinati, come essi ritengono, a convertire il mondo intero: la tolleranza religiosa, lo spirito di libertà, la teoria e la pratica della moderna democrazia?

Ci sia lecito dubitarne; e il caso dell’Irlanda ci sembra emblematico al riguardo; specialmente per quel che riguarda le vicende della “Gloriosa Rivoluzione” del 1688, la battaglia del Boyne e la durissima, plurisecolare oppressione esercitata dai protestanti inglesi ai danni della popolazione cattolica irlandese; oppressione che, nell’Irlanda del Nord o Ulster, non è ancora finita, nel presente anno di grazia 2012.

Le vicende che portarono alla battaglia del Boyne si inscrivono nello scenario internazionale della Guerra della Lega di Augusta, combattuta in mezza Europa fra il 1688 e il 1697, che vide uno scontro tra la Francia del Re Sole e una vasta coalizione capeggiata dagli Asburgo d’Austria, e conclusa – con un nulla di fatto – dalla pace di Ryswick.

Scriveva, infatti, il famoso storico inglese George Macaulay Trevelyan (1876-1962), docente a Oxford e poi rettore del Trinity College, considerato una specie di oracolo a livello mondiale, nella sua «Storia d’Inghilterra» (titolo originale: «A Shortened History of England», London, 1942; traduzione italiana di Gina Martini ed Erinna Panicieri, Garzanti, Milano, 1965, 1973, vol. 2, pp. 415-17):

«Nell’anno 1690 l’Irlanda rappresentava il cardine della crisi europea. Il destino della Gran Bretagna dipendeva dall’andamento della campagna di Guglielmo; e dal destino della Gran Bretagna dipendeva il successo o la sconfitta della resistenza europea all’egemonia francese. Il trono di Guglielmo era ancora vacillante in seguito alle ultime scosse del terremoto rivoluzionario, non ancora del tutto placato. La Chiesa e l’esercito inglese erano ormai disamorati; un grave disordine regnava nei servizi civili, militari e della marina; Whigs e Tories in Parlamento riprendevano le contese di un tempo. Metà degli uomini rappresentativi di tutti e due i partiti avevano legami segreti legami coi giacobiti non perché desiderassero una restaurazione, ma perché se l’aspettavano. Con previsioni ottimistiche, dunque, Luigi aveva inviato Giacomo, in veste di suo vassallo, ben provvisto di denaro francese, truppe e generali, per completare anzitutto la conquista dell’Irlanda, dove già tre quarti del paese gli appartenevano. Finché l’Irlanda non fosse un dominio sicuro per Guglielmo, la Gran Bretagna non avrebbe potuto partecipare alla guerra sul continente, e avrebbe rischiato ben presto di essere anch’essa preda di un movimento controrivoluzionario.

La battaglia del Boyne fu combattuta (1° luglio 1690) per mettere fine a due contese. Fu la battaglia degli Anglo-scozzesi contro i Celti-iberici per l’egemonia in Irlanda. Ma rappresentò, in egual misura, la battaglia della Gran Bretagna e dei suoi alleati in Europa volta a impedire una restaurazione giacobita in Inghilterra e, come immediata conseguenza, il dominio mondiale da parte della monarchia francese.  La presenza, su tutte e due le rive del fiume, di reggimenti provenienti al continente, indicava il carattere internazionale delle questioni che erano in giuoco. L’esito di quella battaglia esose gli Irlandesi indigeni alla persecuzione e alla tirannide per molte generazioni, ma salvò il Protestantesimo. In Europa e consentì all’Impero britannico di fare un balzo energico in avanti verso la prosperità, la libertà e lo sviluppo della potenza marinara, che gli erano destinati in futuro.

Ma mentre Enniskillen, Londonderry e la battaglia del Boyne furono solo una tappa dell’avanzata compiuta dalla storia britannica e mondiale, essa divenne il centro vero e proprio di quest’epoca nell’immaginazione delle classi dirigenti irlandesi. Con uguale tenacia i Celti oppressi riandarono continuamente col pensiero alla valorosa difesa di Limerick (1690-91) e alla successiva violazione , a parte dei conquistatori, del patto che avevamo formato con la popolazione vinta. Sarsfield, l’eroe delle campagne di Limerick, continuò ad essere per i vinti il simbolo della nuova Irlanda, il figlio fedele della “mater dolorosa”. Il posto che Sarsfield occupa nella storia irlandese è significativo. Infatti non era il discendente di una vecchia famiglia tribale, a cui spettasse  per diritti antichissimi la fedeltà locale di un clan. Gli Inglesi avevano distrutto la società dei clan, e ne avevano messo al bando o uccisi i capi politici. Sarsfield rappresentava a nuova nazione  che stava prendendo il posto delle nuove tribù eliminate, come Wallace aveva rappresentato la nuova nazione che in Scozia aveva gradatamente sostituito le vecchie strutture di clan e i rapporti feudali.

Il dominio inglese che si riaffermò in Irlanda rispecchiava ben poco lo spirito saggio e tollerante di Guglielmo. In quest’isola cattolica egli non poté far nulla i cattolici, dei quali aveva saputo mitigare la sorte in Inghilterra. Il nuovo regime in Irlanda rispecchiava l‘ignoranza rozza e i pregiudizi di Whigs e Tories, del Parlamento di Westminster, che erano i padroni assoluti di quel dominio riconquistato. Mentre il codice penale riportava i cattolici irlandesi in quello stato di inferiorità politica e morale che la malignità umana riusciva ad escogitare di volta in volta, e dava la caccia e perseguitava i loro preti, gli unici capi rimasti loro dopo l’introduzione del sistema fondiario di Cromwell, con un colpo magistrale di pazzia le dispute settarie dei protestanti inglesi si trasferirono nell’Ulster; l’intolleranza anglicana rifiutò l’eguaglianza politica e, per qualche tempo, anche la libertà religiosa ai presbiteriani  che avevano difeso le mura di Londonderry e che avevano guadato le acque del Boyne. Dalla Restaurazione in poi, alla gelosia commerciale inglese fu concesso di porre ostacoli agli interessi protestanti in Irlanda mediante leggi rivolte contro l’esportazione del bestiame e delle stoffe irlandesi. La rovina del commercio dei tessuti irlandesi, resa completa ala fine del regno di Guglielmo dai decreti del parlamento inglese, arrestò lo sviluppo della colonia anglosassone. Parecchie migliaia di Scozzesi dell’Ulster, che cercarono rifugio oltre Atlantico sui Monti Appalachi, durante la guerra d’Indipendenza americana ebbero da vendicare nei confronti dell’Inghilterra torti molto più reali di quelli subiti dalla maggior parte di coloro che seguirono la bandiera di Washington.

Oliver aveva almeno sostenuto gli interessi protestanti dappertutto, nelle isole britanniche. Sapeva che se l’Irlanda doveva diventare una colonia inglese, bisognava che fosse colonizzata dagli Inglesi. Ma, dopo la sua morte, gli interessi protestanti e la colonia anglosassone furono messi in crisi dall’esclusivismo commerciale ed ecclesiastico dei Parlamenti dei cavalieri, dei Whigs e dei Tories,  che, a questo proposito, avevano una visione anche più angusta di quella del Protettore o del re. Eppure i cattolici continuarono ad essere perseguitati con uno zelo degno di Cromwell.  Quanto c’era di negativo nel regime di Cromwell in Irlanda fu mantenuto, e fu soppresso quanto invece c’era di buono.»

Formalmente, Trevelyan espone con franchezza gli aspetti condannabili del dominio inglese in Irlanda, prima e dopo la battaglia del Boyne; deplora la “malignità” umana e la mancanza di saggezza e di senso della giustizia, che caratterizzarono la persecuzione anticattolica; e si mostra abbastanza equanime da prendere in considerazione le conseguenze del 1690 non solo dalla parte dei vincitori, ma anche da quella dei vinti.

In apparenza, dunque, si tratta di uno splendido esempio di quello spirito di imparzialità, di rigore, di obiettività che, secondo la Vulgata che la storiografia inglese protestante ha diffuso di se stessa, la caratterizza e la distingue rispetto ad altre  storiografie del continente, decisamente più inclini alla faziosità e al soggettivismo dei punti di vista.

Ma è proprio così?

In realtà, tutta l’analisi di Trevelyan appare viziata da un assunto fondamentale che è, a dir poco, discutibile: sulla base di esso egli ricava un giudizio storico che sembra una giustificazione di quelle violenze e di quelle ingiustizie perpetrate contro i cattolici irlandesi, che egli stesso apertamente denuncia e deplora: e cioè che la posta in gioco, nella battaglia del Boyne, era niente di meno che il futuro destino dell’Europa e dell’intero mondo protestante, minacciato dalle mire egemoniche di Luigi XIV.

Egli sostiene che, se avesse vinto Giacomo II, non solo la Gran Bretagna, ma l’intera Europa sarebbe entrata nell’orbita francese, anzi, che il mondo sarebbe stato dominato da Luigi XIV; e che, per soprammercato, in Gran Bretagna vi sarebbe stata una “controrivoluzione”: e come potrebbe, uno storico di idee liberali, non inorridire davanti a una prospettiva del genere? Senonché, la “controrivoluzione” sarebbe stata, semplicemente, la restaurazione del legittimo sovrano inglese, Giacomo II, che aveva il solo torto di essere cattolico: è estremamente dubbio che ciò sarebbe equivalso a una restaurazione del cattolicesimo e ancor più dubbio, per non dire improbabile, che avrebbe comportato una restaurazione dell’assolutismo, sul modello francese.

Siamo, ad ogni modo, nel campo delle ipotesi. Se ci atteniamo ai fatti, fatti sui quali Trevelyan preferisce sorvolare, quel che è certo è che Giacomo II, prima di essere detronizzato dalla figlia Maria e dal cognato Guglielmo d’Orange, Stathouder d’Olanda, aveva rifiutato l’aiuto di una flotta francese per proteggere le coste inglesi da una possibile invasione olandese, sia per lealtà verso la propria nazione, sia perché si fidava, a torto, delle assicurazioni della figlia e del cognato (che era anche suo nipote); mentre invece Guglielmo complottava con i suoi ministri, con i membri del Parlamento e con la Chiesa anglicana, che spiavano il loro legittimo sovrano, riferivano allo straniero tutto quel che accadeva nel regno e gli passavano i piani completi della flotta inglese; tanto è vero che, dopo lo sbarco proditorio delle forze d’invasione, il comandante dell’esercito inglese, John Churchill, non seppe far di meglio che passare armi e bagagli al nemico.

Si tratta, insomma, di una pagina non bellissima della storia inglese: l’isola, così fiera della sua indipendenza e del fatto di non aver mai conosciuto una invasione straniera, dopo quella dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore, nel 1066, ha tradito il proprio monarca, spalancato le porte a un esercito straniero e dichiarato decaduto un sovrano legittimo, per poi creare tutta una mitologia trionfalistica ed estremamente partigiana su questi avvenimenti, che va sotto il nome di “Gloriosa Rivoluzione”, nome che è tutto un programma.

Più che di una rivoluzione (più o meno gloriosa), si trattò di un colpo di Stato, attuato per mezzo di un esercito straniero: e i capi della quinta colonna che invocarono e favorirono l’invasione esterna sono stati poi glorificati dalla storiografia britannica (tutt’altro che imparziale e distaccata, come si vede, quando si tratta di lavare i propri panni sporchi con un bel bagno di verginità politica) con l’agiografico appellativo, niente di meno, che “i Sette Immortali”.

Onestamente, Trevelyan riconosce che la posta in gioco nella battaglia del Boyne era anche il destino dell’isola e dei suoi abitanti indigeni, minacciati di espropriazione e di persecuzione dai coloni Inglesi e Scozzesi che vi erano immigrati e che, specialmente all’epoca di Cromwell, l’avevano trattata come terra di conquista, non diversamente da come una razza che si ritiene superiore e depositaria della vera religione tratta, in una colonia, le popolazioni locali, la cui struttura socio-economica è ancora di tipo feudale: insomma, più o meno come gli Inglesi (e, dopo di loro, gli Statunitensi) si stavano comportando, e ancor più si sarebbero comportati, nei confronti dei Pellerossa delle colonie d’oltre Atlantico.

Però, legando questo aspetto all’altro, quello di politica mondiale, e affermando che la vittoria di Guglielmo era necessaria per la libertà, la prosperità (l’argomento economico è sempre decisivo, nella cultura anglosassone) e il dominio marittimo inglese, Trevelyan suggerisce che l’esito della battaglia del Boyne fu provvidenziale per la storia futura d’Inghilterra: come dire che il dramma dei cattolici irlandesi fu il prezzo indispensabile per una causa di maggior portata, quella dell’interesse nazionale britannico; e che vi sia una sfumatura religiosa (la predestinazione calvinista) o, comunque, metafisica (lo Spirito hegeliano) in questa interpretazione, si evince anche dall’espressione che Treveleyan adopera, quando dice che tutti quei vantaggi morali e materiali erano “destinati” alla nazione inglese (ma destinati da chi?).

Gira e rigira, è sempre l’idea veterotestamentaria del “popolo eletto” che ritorna; e poco importa che questa idea, nella cultura filosofica e storiografica inglese, da Locke in poi, sia stata secolarizzata e convertita nella versione laica dell’ideologia liberale: quel che conta è che il popolo eletto (in senso razziale, religioso e culturale: gli Inglesi protestanti e “moderni”) sia in marcia verso la Terra Promessa del benessere, della libertà e del dominio navale; e se, per giungere a tanto, è stato necessario mettere a ferro e fuoco l’Irlanda e ridurre in servitù il suo popolo (non inglese, non protestante e non “moderno”, anzi ancora tribale), ebbene si è trattato del prezzo, certo doloroso, ma tuttavia inevitabile, che doveva essere pagato.

Notiamo, fra parentesi, che la storiografia marxista, su questo punto decisivo, si trova significativamente in sintonia con quella liberale: anche per Marx il passaggio dal feudalesimo alla modernità rappresenta comunque un passo avanti dal punto di vista economico e sociale; e se, per realizzare quel passo avanti, un popolo deve subire non solo la perdita dell’indipendenza, ma anche la servitù e la persecuzione in casa propria, si tratta pur sempre di un prezzo equo, che è giusto pagare, perché – comunque – esso affretta il crearsi condizioni sociali che renderanno possibile la coscienza di classe del proletariato nella società capitalista e, quindi, avvicineranno l’agognata rivoluzione comunista.

Un’altra cosa che va sottolineata, nella ricostruzione di Trevelyan, è la contrapposizione dello “spirito saggio” di Guglielmo alla rozzezza e all’ignoranza che, di fatto, caratterizzarono la riconquista protestante dell’Irlanda: egli assolve esplicitamente il nuovo sovrano da ogni responsabilità nelle repressioni anticattoliche e in ogni altro atto di violenza e d’ingiustizia, dolendosi solo che egli non sia riuscito a proteggere i cattolici irlandesi, così come aveva saputo fare con quelli inglesi.

In altre parole, a parte il personale giudizio che si voglia dare su Guglielmo, Trevelyan sembra mettere in sordina l’aspetto specificamente religioso della politica anticattolica da questi condotta, o tollerata, in Irlanda, dopo la battaglia del Boyne: come si è visto, si tratta di far passare il protestantesimo inglese come mosso da ragioni difensive (il pericolo della restaurazione giacobita come infeudamento alla Francia di Luigi XIV), suggerendo quasi un parallelismo con la situazione del 1588, quando l’Invincibile Armada spagnola di Filippo II aveva tentato di invadere l’Inghilterra di Elisabetta: e, si sa, quando si deve difendere se stessi e una nobile causa da una grave minaccia, talvolta si esagera, ma si è comunque moralmente giustificati…

Che la tesi interpretativa di Trevelyan nasconda una grossa e lunga coda di paglia, risulta anche dal fatto che egli parla della politica anticattolica in Irlanda come di cosa del passato: si guarda bene dal dire che, dal 1690 in poi, ogni 1° di luglio gli orangisti sfilano per Belfast, attraversando con arroganza i quartieri cattolici, al suono di pifferi e tamburi, per far pesare agli eredi degli sconfitti la propria supremazia, e per girare il coltello nella piaga di quel triste ricordo: cosa che prosegue tutt’ora, nel terzo millennio, in un modo che sarebbe giudicato barbaro e intollerabile in qualsiasi altra città d’Europa, compresa la Sarajevo degli anni Novanta del ‘900, quando cattolici croati, ortodossi serbi e musulmani bosniaci si massacravano a vicenda senza pietà.

L’argomento, poi, relativo alla presenza di truppe straniere in entrambi gli schieramenti alla battaglia del Boyne, è decisamente specioso: sotto le bandiere di Giacomo II c’erano i soldati francesi datigli da Luigi XIV, così come sotto quelle di Guglielmo c’erano i soldati olandesi ch’egli stesso si era portati dietro per invadere, due anni prima, l’Inghilterra (peraltro, gli eserciti europei del tempo erano largamente composti da truppe mercenarie della più disparata provenienza). Ma Trevelyan non adopera questo argomento quando si tratta della “Gloriosa Rivoluzione”; anzi, già la formula “Gloriosa Rivoluzione” è ingannevole, perché si trattò in primo luogo di un complotto del Parlamento e di una intelligenza di esso con una potenza straniera, dunque di una invasione militare resa possibile dal tradimento: e noi Italiani, che dovremmo ricordare con vergogna l’8 settembre del 1943, sappiamo quel che vale parlare di rivoluzione e di rinascita nazionale all’ombra delle baionette straniere, e proclamare che la caduta di un governo “antipopolare” sia avvenuta per un moto interno e, magari, per una sorta di palingenesi morale, anziché per opera di quelle famose baionette, cui è stata aperta la via nel modo più discutibile, anche pugnalando alle spalle la propria nazione in armi.

Anche quando lamenta la sconsideratezza delle persecuzioni contro le minoranze religiose protestanti non conformiste, come i puritani scozzesi dell’Ulster, che cercarono poi rifugio nelle tredici colonie dell’America Settentrionale, non si può dire che Trevelyan metta bene a fuoco le cose: non fa notare che quei “poveri” perseguitati, che di lì a meno di un secolo avrebbero preso le armi contro il governo inglese nelle terre al di là dell’Atlantico, erano immigrati nell’Ulster come oppressori degli Irlandesi cattolici, e che ricevettero in seguito, dagli Inglesi anglicani, il medesimo trattamento che avevano riservato essi medesimi ai legittimi abitanti di quell’isola, espropriati delle terre e perseguitati a motivo della loro fede religiosa (cosa, quest’ultima,  che può stupire solo chi non abbia letto di persona la «Lettera sulla tolleranza» di Locke, nella quale il padre nobile del liberalismo inglese nega esplicitamente che si debba avere alcuna tolleranza verso gli atei e verso i cattolici).

Certo, bisogna tener conto della data di pubblicazione del libro di Trevelyan: il 1942, quando l’Europa intera sembrava caduta sotto il dominio dell’Asse e la sola Gran Bretagna continuava impavida a lottare per la difesa della libertà e della democrazia (ma anche, più prosaicamente, del suo immenso impero coloniale, della sua supremazia commerciale e finanziaria, della sua egemonia navale, politica e culturale).Il 1690 come il 1942, dunque: e Luigi XIV, con Giacomo II al rimorchio, come Hitler?

Se questo è il risvolto psicologico che presiedette alla stesura della «Storia d’Inghilterra», allora se ne dovrebbe desumere che il ruolo svolto a suo tempo da Guglielmo d’Orange, di difesa dei supremi interessi della nazione e dei suoi massimi ideali, oltre che della libertà di tutto il continente, apparterrebbe, nel 1942, a Winston Churchill: il sinistro individuo che non esitò a mettere a ferro e fuoco le città d’Europa, radendole al suolo con totale sprezzo della vita delle popolazioni civili (e pur sapendo che i bombardamenti aerei non avevano il minimo effetto bellico, giacché le fabbriche tedesche erano per lo più sotterranee), in nome – appunto – della difesa della “libertà” e della “democrazia” nel mondo.

Non male davvero, per una storiografia che vorrebbe vantare il primato dell’obiettività, del distacco scientifico, della impermeabilità al richiamo della polemica ideologica contingente…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 31/01/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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