martedì, 22 Giugno 2021
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Parigi 1919: Tre contro Uno

Sì: la vittoria italiana del 1918 fu realmente mutilata dai suoi “alleati” alla Conferenza di Parigi nel 1919. L’Italia doveva restare una potenza minore, questo era l’obiettivo degli alleati che è rimasto fino ai nostri giorni di Francesco Lamendola  

Sì: la vittoria italiana del 1918 fu realmente mutilata dai suoi alleati alla Conferenza di Parigi del 1919. Nei nostri libri di storia si parla dei Quattro Grandi – Wilson, Lloyd George, Clemenceau e Orlando – ma nei libri inglesi, francesi e americani si parla dei Tre Grandi: l’Italia doveva restare una potenza minore, questo era l’obiettivo degli alleati. Obiettivo che è rimasto una costante della politica inglese, francese e americana, da allora e fino ai nostri giorni. A puro titolo d’esempio, crediamo sia di un certo interesse vedere come si svolse la discussione, posta da Orlando il 12 maggio 1919, sul tonnellaggio austro-ungarico da destinarsi all’Italia quale risarcimento per le perdite subite dalla flotta italiana durante la guerra (da Luigi Aldrovandi Marescotti, Guerra diplomatica. Ricordi e frammento di diario, 1914-1919, Milano, Mondadori, 1938, pp. 323-327):

ORLANDO: Debbi sollevare una questione di speciale interesse  per l’Italia, in connessione con le riparazioni da parte dell’Austria e dell’Ungheria. Si tratta della questione del tonnellaggio adriatico. A mio modo di vedere le disposizioni che sono state applicate per la distribuzione del tonnellaggio nemico, con riferimento alla Germania, non possono applicarsi all’Austria-Ungheria. Si tratta infatti di tonnellaggio appartenente a porti che non saranno più austro-ungarici, ma diverranno italiani o jugoslavi. Se questi bastimenti venissero sottratti ai poti italiani o jugoslavi, ciò equivarrebbe a decretare la morte dei porti stessi.

CLEMENCEAU: Dove si trovano questi bastimenti?

ORLANDO: Sono stati sequestrati dagli alleati e vengono ora adoperati in Mediterraneo a beneficio degli alleati. Sorge la questione:  a chi apparterranno essi nell’avvenire?

CLEMENCEAU: Non ho bene inteso che cosa venga proposto.

LLOYD GEORGE: Se l’Italia deve avere una quota dei bastimenti tedeschi, non è possibile usare il trattamento ora suggerito per le navi austro-ungariche. Ciò sarebbe ingiusto per le Potenze del Nord.

ORLANDO: I bastimenti austriaci non rappresentano un aumento del tonnellaggio italiano. Essi infatti corrispondono ad uno speciale servizio economico che era interamente distinto dagli sviluppi mercantili italiani.  Dire che l’acquisto di questi bastimenti compenserebbe l’Italia per le perdite del tonnellaggio subite  non regge, se si considera che questo tonnellaggio forma parte integrale dei porti che l’Italia viene ora ac acquistare; porti che hanno per proprio conto necessità di tonnellaggio loro proprio.

CLEMENCEAU: Non capisco che cosa voglia dire.

LLOYD GEORGE: Credo di aver compreso. Non avrei nulla a dire se l’Italia rinunciasse alla sua quota di tonnellaggio tedesco, per rifarsi sulla marina mercantile austro-ungarica. Il maggiore sforzo della guerra contro la Germania è stato fatto dalla Gran Bretagna e dalla Francia; pur tuttavia  stato deciso di assegnare all’Italia una quota sul tonnellaggio tedesco. Ma se l’Italia dovesse avere una quota sul tonnellaggio del Paese contro cui non ha combattuto, e, in aggiunta, tutta la flotta mercantile del Paese contro cui si è battuta realmente, non potrei comprendere su quale principio dio giustizia e di equità sarebbe fondata la sua domanda.

WILSON: Il signor Orlando pensa che il tonnellaggio austro-ungarico sia come una unità che non debba essere rimossa dal mare Adriatico.

LLOYD GEORGE: Sono molto sorpreso del modo con cui la questione è stata posta. Sarebbe altrettanto giusto non rimuovere la flotta del Mare del Nord da quel mare. I bastimento tedeschi trafficanti nel Mare del Nord sono altrettanto essenziali per quei porti quanto gli austriaci che trafficano nell’Adriatico. Ciò non ostante il governo britannico non ha mai pensato  di avanzare una domanda di questo genere. (Con gran forza): Questa è la domanda più straordinaria che io abbia mai sentito.

ORLANDO: Vorrei pregare di esaminare la questione sotto un altro aspetto. Mi rincresce l’effetto che la mia proposta ha prodotto sul signor Lloyd George. Ma io sono fermamente convinto che essa è giusta. L’Italia sta per avere Trieste, che era un gran porto commerciale. Se però Trieste sarà data all’Italia senza la sua flotta commerciale, l’Italia riceverà una città rovinata. Fu giustamente deciso che l’Alsazia non dovesse contribuire alle riparazioni. L’Alsazia-Lorena è una regione rivierasca, e nel suo caso fu deciso che il tonnellaggio fluviale non dovesse essere incluso nel tonnellaggio tedesco da ripartirsi fra alleati in conto riparazioni, ma lasciato all’Alsazia. Ciò che io domando è l’applicazione dello stesso principio per Trieste: perché, senza la flotta, Trieste sarebbe una città rovinata.

CLEMENCEAU: Bisogna che la proporzione sia eguale. Se voi volete prendere tutto, al Nord e al Sud, non ci potremo intendere. Io non ero preparato a questo.

LLOYD GEORGE: Io sono preparato a tutto.

CLEMENCEAU: L’Inghilterra ha perduto un tonnellaggio formidabile.

ORLANDO: Anche l’Italia.

CLEMENCEAU: Le perdite italiane non sono paragonabili a quelle britanniche.

LLOYD GEORGE: Penso che, anche proporzionalmente, le perdite britanniche furono superiori a quelle italiane.

CLEMENCEAU: Sono interamente d’accordo con ciò che ha detto il signor Lloyd George.

WILSON: Vorrei sapere quello che il signor Orlando intende precisamente per flotta mercantile di Trieste. Tutti i bastimenti che trafficano con Trieste?

ORLANDO: No: le navi registrate nel porto di Trieste.

LLOYD GEORGE: Non ricordo bene quello che fu deciso circa il tonnellaggio del Reno, ma, a quanto mi dice ora Hankey, esso non potrebbe navigare in nessun altro luogo che sul Reno; mentre le navi registrate a Trieste possono essere adoperate, nella maggioranza, in ogni parte del mondo. Se l’Italia avesse avvertito di questi suo proposito, mi sarei opposto a che l’Italia ottenesse qualsiasi quota dei bastimenti tedeschi. Non è possibile che l’Italia partecipi al tonnellaggio che prendiamo al nemico contro cui essa non ha combattuto, e che d’altra parte l’Italia si trattenga i bastimenti austro-ungarici. Non mi aspettavo questo, dopo tutto quello che abbiamo fatto per l’Italia nel fronte finanziario comune verso la Germania. Protesto vivamente contro tale proposta.

ORLANDO: Constato con dolore che le mie idee di giustizia non corrispondono a quelle del signor Lloyd George.

CLEMENCEAU: Né alle mie. (…) Non vi voglio dar tutto. Non vi voglio dare cento milioni quando io ricevo quattro soldi. Voi chiamate questa, giustizia,io la chiamo l’ingiustizia suprema.

LLOYD GEORGE: Ciò che il signor Orando vuol dire è che, poiché nel trattato con la Germania si prendono soltanto bastimenti appartenenti a cittadini tedeschi, i bastimenti registrati a Trieste non debbano esser presi, perché gli abitanti di Trieste diventano cittadini italiani.

CLEMENCEAU: Ma essi non sono cittadini italiani sinché il Trattato con è firmato.

ORLANDO: Ma ai Paesi amici non si sono applicate le riparazioni. Se non si darà ragione alla mia proposta, accadrà che l’Italia, praticamente, non avrà nessuna riparazione in navi; perché essa dovrà lasciare il tonnellaggio austro.-ungarico ai porti, e quindi non avrà nessun compenso pel tonnellaggio che ha perduto.

LLOYD GEORGE: Non riesco a comprendere come possa farsi simile proposta. Centinaia di migliaia di tonnellate di bastimenti sono state affondate per portar grano, carbone e munizioni all’Italia, ed ora gli alleati non dovrebbero aver parte nel tonnellaggio austriaco. In tal caso il tonnellaggio appartenente a Trieste e Pola sarebbe escluso perché i due porti diverrebbero italiani; ed i soli bastimenti da ripartirsi sarebbero quelli di Sebenico e Spalato e di altri porti jugoslavi; poiché però gli Jugoslavi sono ora divenuti Serbi, e sono alleati, le principali Potenze alleate ed associate sarebbero completamente escluse anche da questi.

WILSON: Sì, per la stessa teoria.

CLEMENCEAU: Ma se questo principio dovesse prevalere, noi non avremmo nemmeno un centesimo.

ORLANDO: Avevo cominciato col dire che gli Jugoslavi  avrebbero gli stessi diritti.

CLEMENCEAU: È ciò che io dico.

LLOYD GEORGE: Spero che non sarà necessario dar conto al parlamento britannico di questa storia, per spiegare perché l’Inghilterra non ottenne nulla della flotta adriatica. Non so come potrei farlo.

Si potrebbe continuare, ma crediamo che basti per dare un’idea del clima che regnava alla Conferenza di Parigi, da parte dei Tre Grandi, nei confronti dell’Italia, considerata un alleato minore, un alleato dalle pretese eccessive, subdole e levantine, che sfruttava ogni occasione per chiedere anche ciò che non le spettava; o meglio, che essi vollero imprigionare in questo ruolo, per poterle poi negare in perfetta malafede ciò che le spettava. Non vale la pena di seguire sino in fondo la discussione sui bastimenti della flotta austro-ungarica: essa si concluse con un compromesso accettabile, ma il punto non è questo: il punto è che l’Italia si lasciò intrappolare e invischiare in una questioni assolutamente secondaria, mentre questioni ben più grosse le venivano fatte passare sotto il naso, a sua insaputa o contro il suo interesse. Durante l’assenza dei delegati italiani, dovuta alla vergognosa esternazione del presidente Wilson che si rivolse alla stampa italiana scavalcando Orlando, del quale aveva messo in dubbio la capacità di rappresentare effettivamente il suo popolo, i Tre avevano deciso, calpestando gli accordi di San Giovanni di Moriana del 1917, di autorizzare la spedizione greca in Asia Minore, previa occupazione greca della zona di Smirne, cioè una zona dell’Impero ottomano precedentemente assegnata all’Italia. Adesso a Orlando venne data tardiva notizia di ciò, e venne chiesto l’assenso italiano, anzi, venne chiesta la partecipazione a uno sbarco congiunto delle tre potenze europee, salvo lasciare ai greci la direzione delle operazioni effettive a terra. E tale questione, ben più importante delle riparazioni navali austriache, venne fatta passare con relativa facilità, dopo che il povero Orlando era stato messo in una situazione penosa, qualche ora prima, grazie a una discussione dai toni offensivi, nella quale lo si volle dipingere come un profittatore delle fatiche e dei sacrifici altrui, che voleva sia una quota del tonnellaggio tedesco, sia tutto il tonnellaggio austriaco. Notiamo, di sfuggita, che Orlando fece male a non ribattere che l’Italia aveva combattuto anche contro la Germania, mentre rimase in silenzio quando Lloyd Gorge e Clemenceau dicevano e ripetevano questa falsità. Non solo l’Italia mandò truppe sul fronte francese (il II Corpo d’armata del generale Albricci, forte di oltre 25.000 uomini), ma ne mandò anche sul fronte macedone, a fianco dei suoi alleati; e attirò contro di sé truppe tedesche, distolte dal fronte russo, subendo, proprio per questo, la sconfitta di Caporetto. Anche nella guerra navale l’Italia subì perdite ad opera della Marina tedesca, per cui è assolutamente falso che essa abbia combattuto unicamente contro l’Austria-Ungheria (anche se è vero che, contravvenendo al Patto di Londra, non dichiarò guerra alla Germania che nel 1916). Inoltre è chiaro che i Tre Grandi usarono due pesi e due misure quando si decise per l’Alsazia, e quando si discusse per Trieste. Nel primo caso, passò tranquillamente il principio che i cittadini alsaziani erano in realtà francesi, quindi non si doveva accollare ad essi il peso delle riparazioni; nel secondo, passò il principio opposto, che i triestini erano cittadini austriaci, cioè nemici, e quindi era perfettamente giusto che pagassero i danni di guerra sotto forma di tonnellaggio da consegnare agli alleati. Orlando vide questo diverso trattamento, ma  non  fu abbastanza abile nel denunciarlo: ripiegò sull’argomento che se l’Italia non avesse avuto tutte le navi registrate a Trieste, non avrebbe recuperato le perite subite, mentre avrebbe dovuto insistere sul diverso trattamento riservati agli alsaziani e ai triestini. E se Clemenceau, come è probabile, avesse replicato che gli alsaziani erano cittadini francesi prima che la Germania si annettesse la regione, nel 1871, Orlando avrebbe potuto replicare, appellandosi ai 14 punti di Wilson e al principio di nazionalità, che i triestini erano sicuramente più italiani di quanto gli alsaziani fossero francesi, cosa, quest’ultima, che era (ed è) tutta da dimostrare. Lo schema, comunque, era sempre lo stesso: si impegnava Orlando in una sfibrante e mortificante discussione su questioni tutto sommato secondarie, e intanto i Tre Grandi si spartivano il mondo, comprese le colonie tedesche e i territori non turchi dell’Impero ottomano. Si accoglieva ogni richiesta italiana come una specie d’insolenza e la si sottoponeva a un esame capillare, la si passava ai raggi X per mostrare che era eccesiva, irragionevole, contraddittoria; e intanto si faceva man bassa di territori, materie prime e risorse energetiche (il petrolio iracheno, per esempio) in tutta tranquillità. Bisogna dire che i due soci più cinici ed egoisti erano Clemenceau e Lloy George; Wilson però, di fatto, si prestava al gioco, perché, pur non avendo rivendicazioni da fare a nome degli Stati Uniti, sapeva di essere l’ago della bilancia e, di fatto, il socio di maggiorana, e col suo fare cattedratico, legnoso, arrogante, in pratica stava dalla parte degli jugoslavi e contro le richieste italiane, al punto che non avrebbe voluto dare all’Italia neppure l’Istria. Nello schema anglo-francese entravano poi le pedine minori: gli jugoslavi, giunti alla Conferenza di Parigi in maniera fortunosa, visto che nel 1914 esisteva solo la piccola Serbia, e che nel 1915 essa era stata spazzata via dalla lotta (e i resti del suo esercito erano stati portati in salvo, in gran pare, dalla Marina italiana!), e adesso i suoi inviati si presentavano a pretendere, a nome dei croati e degli sloveni (che i serbi disprezzavano e tenevano in posizione subordinata) sia il bacino di Klagenfurt, austriaco, sia tutta la Dalmazia, tutta l’Istria, Trieste, Gorizia e perfino la cosiddetta Slavia Veneta, cioè quella zona del Friuli orientale che era entrata a far parte del Regno d’Italia fin dal 1866, con la terza guerra d’indipendenza. Incredibile arroganza d’una potenza davvero minore, che non aveva dato alcun contributo alla vittoria, e ora veniva a reclamare un bottino spropositato proprio a danno della nazione, l’Italia, che aveva riportato la vittoria decisiva sul nemico, l’Austria-Ungheria, dalla cui sconfitta era nato appunto il Regno dei serbi, croati e sloveni. Ovviamente i tre Grandi le reggevano il gioco, Clemenceau specialmente, in funzione anti-italiana: uno schema che si sarebbe ripetuto nel 1947, coi Trattati di Parigi, con De Gaulle al posto di Clemenceau e il maresciallo Tito al posto di Nicola Pasic.

In generale, ciò che appare palese è che i Tre Grandi avevano buon gioco a metter sistematicamente l’Italia in minoranza, avendo essa implicitamente accettato il principio che loro avevano sconfitto il nemico principale, la Germania, mentre l’Italia si era battuta contro un nemico secondario, l’Astria-Ungheria. Lo stesso scenario geopolitico giocava a sfavore dell’Italia: la questione adriatica permise ai Tre Grandi di circoscrivere le rivendicazioni italiane in un ambito ristretto, mentre essi si spartivano l’orbe terracqueo. Fu un gravissimo errore, da parte di Orlando, accettare questa falsa partenza: l’Italia avrebbe dovuto presentarsi a Parigi con una visione strategica molto più ampia, non insistere su questioni meramente territoriali e pretendere pari dignità e pari diritti a livello mondiale, in tutte le decisioni di portata più vasta. Il destino dei territori ex turchi e delle colonie tedesche erano solo due delle questioni sulle quali l’Italia avrebbe dovuto pretendre d’essere coinvolta come socio a pieno titolo, e non lasciarsi confinare in uno scacchiere angusto, come l’Adriatico, dove finì per non avere né ciò che le spettava secondo il patto di Londra, la Dalmazia, né ciò che le sarebbe spettato secondo il principio wilsoniano dell’autodecisione dei popoli, Fiume. È vero che la delegazione italiana ci mise del suo, perché Orlando e Sonnino avevano opinioni radicalmente diverse e tale diversità non seppero risolvere, sicché la riversarono alla conferenza, di fronte agli alleati: Orlando era un liberale democratico e avrebbe voluto Fiume per il principio di nazionalità, Sonnino era un nazionalista e un imperialista e voleva la Dalmazia ai termini del Patto di Londra. Il risultato fu che l’Italia rimase a becco asciutto e che, per definire una buona volta la sua nuova frontiera orientale, dovette fare da sola, mettendosi a un tavolo con la Jugoslavia, senza i suoi ex alleati, con il Trattato di Rapallo del 1920 (perfezionato nel 1924 da Mussolini con l’acquisizione di Fiume). Più in generale, i delegati italiani si presentarono al tavolo della pace senza idee chiare sul ruolo di grande potenza che all’Italia spettava di fatto e di diritto, specie dopo la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Una grande potenza deve saper pensare in grande, non lasciarsi imprigionare in questioni marginali. Il fatto è che una grande politica, non s’improvvisa, è il frutto di una lunga tradizione, anche di tipo strettamente diplomatico. Ma il caso di Cavour mostra che anche una piccola potenza può fare una grande politica. Quel che mancò a Parigi nel 1919 fu uno statista, non diciamo della misura di Cavour, ma di una misura un po’ più grande di quella di Orlando. Il quale si comportò da galantuomo (cosa che in seguito alcuni diplomatici alleati, come il l’americano House, avrebbero riconosciuto), ma fu messo facilmente nel sacco da tre volpi astute come quelle con cui ebbe a che fare. Bisogna pur dire, per equanimità storica, che alle spalle aveva un Paese sconquassato e sull’orlo della rivoluzione: cosa che indeboliva la sua posizione, e di molto.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Agosto 2018

Del 01 Novembre 2020

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