venerdì, 24 Settembre 2021
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Perché l’Europa dell’Asse non sopravvisse alla sconfitta del 1945?

Perché l’Europa dell’Asse non sopravvisse alla sconfitta del 1945? Alcune considerazioni per tentare di capire perché si siano verificati certi fenomeni e dopo 60 anni di lavaggio del cervello della storiografia dei vincitori di Francesco Lamendola

Una concezione ideologica e manichea della storia della seconda guerra mondiale e degli eventi ad essa successivi vuole che tutto ciò che venne realizzato nell’Europa durante il dominio dell’Asse non poteva che dissolversi con la sconfitta militare, perché frutto esclusivamente della brutale politica egemonica di Hitler. Il rapido sopraggiungere della «guerra fredda», con la divisione del mondo in due blocchi e, quindi, anche del continente europeo, avrebbe fatto il resto.

La verità è che gli storici non hanno mai osato sostenere che l’edificio politico europeo creato dall’Asse non era totalmente effimero, ma che anzi conteneva elementi di validità oggettiva, per una forma evidente di ricatto psicologico: per il timore, cioè, di vedersi bollati quali fautori dell’«ordine nuovo» hitleriano; quasi che tuttora non si potesse – a sessantatré anni dalla fine della seconda guerra mondiale – parlare obiettivamente di quelle vicende, senza essere automaticamente accusati di revisionismo o, peggio, di sentimenti apertamente nazisti.

Dopo avere, pertanto, pagato l’obolo alla dominante cultura «politicamente corretta» con l’affermare, chiaramente e senza riserve, che l’Europa hitleriana del 1940-45 aveva caratteristiche politiche da incubo e che è stato certamente il male minore, per essa e per il mondo, il fatto che i disegni globali di Hitler siano riusciti, alla fine, sconfitti, resta da dire che l’Europa di Versailles, cui essa si sostituì per meno di cinque anni, era una costruzione squilibrata, anacronistica e dominata dall’egoismo delle potenze occidentali; e che è proprio tale disarmonia la chiave per interpretare una parte almeno dei vari «collaborazionismi»; infine, che la pace del 1945 non eliminò i vecchi problemi ma, semmai, ne aggiunse di nuovi e ancora più gravi.

Solo una storiografia parziale e in mala fede può sostenere che l’Europa, nel 1939, era un continente pacificato e avviato verso le magnifiche sorti e progressive, le quali si sarebbero puntualmente realizzate se Hitler, il 1° settembre 1939, non lo avesse precipitato nel vortice della catastrofe per pura smania di potere mondiale.

Si dimenticano, quegli storici, che così come la Cecoslovacchia era implosa, dopo la conferenza di Monaco, per le sue contraddizioni interne (non ultima delle quali la volontà indipendentistica degli Slovacchi e le mire annessionistiche polacche sul distretto minerario di Teschen, prontamente realizzate quando lo Stato cecoslovacco si disintegrò), allo stesso modo l’Unione Sovietica fu corresponsabile della distruzione dello Stato polacco, grazie al patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939 e, poi, all’invasione congiunta del suolo polacco; e che ancora il 28 settembre, in una nota congiunta tedesco-sovietica, si ribadiva che Francia e Gran Bretagna portavano la responsabilità del conflitto europeo. Poi, dopo aver annesso l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, nonché la Bessarabia e la Bucovina settentrionale, l’Unione Sovietica si volse contro la neutrale e pacifica Finlandia, scatenando la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40.

È il caso di ricordare che l’intervento in guerra della Gran Bretagna contro la Germania, il 4 agosto 1914, era stato motivato dalla violazione della neutralità, da parte di quest’ultima, di un altro piccolo stato neutrale, il Belgio?

Si ha l’impressione, pertanto, che, alla luce dei successivi sviluppi della guerra, con l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica del giugno 1941 e la conseguente alleanza strategica fra essa e le democrazie anglo-sassoni, nonché della vittoria finale di tale composita coalizione, nel 1945, si siano voluti passare sotto silenzio tutti quei fatti che dimostrano come la responsabilità dello scoppio della seconda guerra mondiale non può essere addossata interamente alla Germania; e che, nella politica revisionistica di questa contro i trattati di Versailles, vi fossero numerosi elementi oggettivi e legittimi, i quali, col senno del poi, si sono voluti presentare quali parte di un disegno aggressivo hitleriano assolutamente irragionevole e immotivato.

Così, sia la proibizione alla Repubblica austriaca di unirsi alla Germania, decisa a Versailles; sia il passaggio di oltre tre milioni di tedeschi dei Sudeti sotto la sovranità ceca; sia la perdita della sovranità germanica su città etnicamente tedesche, come Danzica e Memel: tutti questi fatti sono stati messi un po’ tra parentesi, in modo da presentare le rivendicazioni naziste del 1938-39 come qualche cosa di assurdo e chiaramente illegittimo.

Lo stesso strabismo politico è stato mostrato dalla maggior parte degli storici (tranne pochi, come l’inglese A. J. P. Taylor, che infatti sono stati accusati di parzialità a favore delle ragioni tedesche) per quanto riguarda i contenziosi esistenti fra gli Stati eredi della monarchia austro-ungarica, creature artificiali volute da una Francia che sperava di servirsene come surrogato della vecchia alleanza franco-russa, allo scopo di tenere la Germania in un stato di perpetua minorità. Ciascuno di quegli Stati – tranne l’Austria e l’Ungheria, le due nazioni «vinte» del 1918 – non era che una riproduzione della compagine multinazionale dell’Impero asburgico (specialmente la Cecoslovacchia e la Jugoslavia), ma senza il prestigio di un antico principio ereditario e senza  l’elemento centripeto di una efficiente macchina burocratica e amministrativa.

Così, gli Slovacchi si sentivano dominati dal governo ceco, mentre i Ruteni sub-carpatici si sentivano doppiamente dominati, dai Cechi e dagli stessi Slovacchi; Bielorussi ed Ucraini gemevano sotto il dominio polacco e diedero vita ad alcune sanguinose insurrezioni; i Croati e gli Sloveni, per non parlare dei Macedoni , degli Albanesi del Kosovo o dei Magiari della Vojvodina, consideravano il governo di Belgrado come una espressione del nazionalismo e del centralismo serbo; i magiari della Transilvania guardavano con ira impotente ai loro nuovi padroni di Bucarest, mentre i Bulgari sognavano di riprendersi la Dobrugia meridionale.

Si prenda il caso della Transilvania, che costituiva il nodo di una durissima contrapposizione fra Ungheria e Romania, dopo la cessione dell’intera regione alla Romania, dopo la prima guerra mondiale.

Il lodo arbitrale italo-tedesco di Vienna del 30 agosto 1940, che stabiliva il ritorno della Transilvania settentrionale all’Ungheria, fu un tentativo di riequilibrare i rapporti romeno-ungheresi, disinnescando un grave focolaio di tensione e d’instabilità nella regione carpatico-danubiana e ponendo parzialmente rimedio a una delle più controverse deliberazioni prese a Versailles dalla Francia e dalla Gran Bretagna, ispirata a una concezione della pace puramente «punitiva», dato che non teneva in alcun conto il destino della minoranza magiara presente in quella regione, né i secolari legami storici e culturali che la univano all’Ungheria.

Si potrà dire che il lodo italo-tedesco rispondeva al disegno di Hitler e, in subordine, di Mussolini, di preservare l’Ungheria nella sfera dell’Asse evitando, al tempo stesso, lo smembramento totale della Romania e, anzi, cercando di preservare quest’ultima, nell’ottica di un futuro spostamento della guerra verso Oriente, cioè contro l’Unione Sovietica. Ciò non toglie che il problema della Transilvania era un problema reale e che la fine della seconda guerra mondiale lo ha lasciato irrisolto, così come lo aveva creato la conferenza di Versailles (più precisamente, il trattato del Trianon del 4 giugno 1920).

Chiunque abbia viaggiato in Ungheria, ai nostri giorni, sa con quanto risentimento il popolo ungherese, comprese le giovani generazioni, guarda ancora al «furto» della Transilvania perpetrato nel 1919 dalla disprezzata Romania, con la connivenza della Francia, interessata a creare un sistema di alleanze con gli Stati centro-orientali e balcanici in funzione anti-tedesca.

Quello della Transilvania (e occorre ricordare che la rivolta contro il regime di Ceusescu è partita proprio di lì, alla fine del 1989?) non è che uno dei molti contenziosi territoriali creati dalla balcanizzazione dell’Europa operata dalla conferenza di Versailles; e, in particolare, dal vuoto lasciato dalla cancellazione della monarchia austro-ungarica la quale, bene o male (forse più bene che male) aveva assicurato a quella parte della Mitteleuropa, etnicamente mista e formata da regioni strettamente interdipendenti dal punto di vista economico, alcuni secoli (secoli, non anni) di convivenza pacifica.

Un altro aspetto dell’instabilità politica e della precarietà della pace europea negli anni Venti e Trenta era costituito dal consolidamento del regime sovietico in Russia, a seguito della conclusione della guerra civile fra i «Bianchi», sostenuti dall’Intesa, e i «Rossi» (che, invece, avevano stabilito discreti rapporti con la Germania di Weimar, sul piano economico-commerciale, ma anche su quello politico, nel segno della comune insofferenza per l’Europa di Versailles).

L’instabilità era dovuta a tre ordini di fattori: politico-sociale, etnico e internazionale.

Sul piano politico-sociale, bisognerà aspettare fino al 1990-91 per assistere al crollo del sistema bolscevico, ma è evidente che, negli anni Venti e Trenta, esso già covava in sé le insanabili contraddizioni di fondo che ne avrebbero decretato la fine: così come è evidente che l’U.R.S.S. avrebbe potuto implodere anche prima (con sollievo dei suoi abitanti e della situazione mondiale), se si fossero verificate le condizioni per il manifestarsi delle forze dell’opposizione interna, specialmente dopo il genocidio dei kulaki, la collettivizzazione forzata delle campagne e, in ultimo, le spietate «purghe» staliniane. È noto che, quando l’esercito tedesco invase l’Unione Sovietica secondo le direttive della «Operazione Barbarossa», ingenti masse di popolazione lo accolsero come un esercito di liberatori; se, poi, il loro atteggiamento mutò radicalmente, trasformandosi in opposizione implacabile, ciò fu dovuto alla brutale politica di sterminio adottata dalla Wehrmacht, in ottemperanza alle idee di Hitler sul Lebensraum germanico nelle regioni occidentali della Russia, oltre che in Polonia.

Anche così, resta il fatto che un esercito russo anticomunista di notevoli dimensioni venne arruolato, tra mille difficoltà, dal generale Vlasov; esercito che non poté dare il contributo che ci si sarebbe potuti attendere, appunto per la diffidenza dei Tedeschi, che si decisero a riconoscere il governo di Vlasov solo quando era ormai troppo tardi, nel 1944, e tutto il territorio sovietico era già stato rioccupato dall’Armata Rossa in marcia verso Berlino.

Anche il fattore di instabilità etnico era latente alla vigilia della seconda guerra mondiale; e, anche se pure esso è venuto apertamente in luce solo negli ultimi anni del governo di Gorbaciov, la rapidità con cui le quindici repubbliche dell’ex Unione Sovietica si sono proclamate indipendenti dimostra che, pur covando sotto la cenere, esso non si era affatto attenuato durante i decenni della «guerra fredda».

Del resto, sono noti i metodi con i quali il regime staliniano aveva ottenuto un apparente congelamento delle tensioni etniche nell’Unione Sovietica, dopo la seconda guerra mondiale: la deportazione dei Tartari di Crimea, che durante la guerra avevano parteggiato per i Tedeschi, ne offre un esempio significativo.

Non solo: episodi come la sanguinosa guerra in Cecenia o la guerra indipendentistica dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, contro la Georgia – per limitarci a due soli casi – mostrano ad abundantiam come il mosaico delle nazionalità, all’interno delle ex Repubbliche sovietiche, riproduca quella confusione e quella conflittualità che già si erano viste negli Stati successori dell’Impero austro-ungarico; confusione e conflittualità che sono prontamente riemerse, all’antico richiamo del nazionalismo, non appena è venuto meno il collante artificiale dell’ideologia marxista, classista e internazionalista.

Il terzo fattore di instabilità costituito, per l’Europa, dall’Unione Sovietica, era dovuto all’anomalia dei suoi rapporti diplomatici con il resto del mondo.

Stalin desiderava riportare l’Unione Sovietica nel gioco delle grandi potenze, giocando contemporaneamente su tre tavoli: quello del Comintern, che fungeva da cavallo di Troia all’interno di tutti quei Paesi in cui esisteva un forte partito comunista; quello finanziario, commerciale e industriale, che facevano di Mosca un interlocutore imprescindibile per i paesi importatori di petrolio e altre materie prime russe, a partire dalla Germania stessa; e quello diplomatico «classico», che consisteva nella ripresa del programma zarista di espansione verso l’Europa centrale, verso l’India britannica e verso l’Estremo Oriente.

L’occasione di reinserire l’Unione Sovietica nel gioco della grande politica mondiale, un anno dopo la mortificante esclusione dal patto di Monaco del settembre 1938, venne offerta a Stalin dall’accordo tedesco-sovietico dell’agosto 1939 e, più ancora, dalla successiva dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, il 3 settembre successivo.

Ora che Hitler era impegnato in una guerra contro le potenze occidentali, l’Unione Sovietica tornava ad essere l’ago della bilancia: dal suo buon volere e dalle sue forniture di prodotti strategici alla Germania, nonché dal suo consenso al transito di prodotti strategici giapponesi, come il caucciù, indispensabili per l’industria bellica tedesca, dipendevano le possibilità di resistenza della Germania stessa a una guerra che tutti gli esperti militari dell’epoca immaginavano simile a quella del 1914-1918, ossia caratterizzata da uno stallo sul fronte occidentale e da un progressivo logoramento dei rispettivi apparati finanziari, industriali e militari.

Stalin approfittò largamente di questa ritrovata centralità politica, come si è detto, per annettersi le tre repubbliche baltiche, per costringere la Romania a larghe cessioni territoriali e per scatenare una guerra di aggressione contro la Finlandia cui gli Alleati occidentali, se fossero stati coerenti, avrebbero dovuto rispondere come avevano risposto all’aggressione tedesca alla Polonia: con la dichiarazione di guerra, allo scopo di proteggere uno degli Stati minori usciti dalla conferenza di Versailles.

Una parziale eccezione all’atteggiamento dominante della storiografia contemporanea è dato  dall’opera del tedesco Andreas Hillgruber (1925-1989), il quale, nella sua «Storia della seconda guerra mondiale» (titolo originale: «Der Zweite Weltkrieg, 1939-45», 1982; traduzione italiana di Enzo Grillo, Roma, Laterza, 1989, 1994), ha tracciato una delle ricostruzioni più chiare, sintetiche e obiettive del complesso intreccio di fattori politico-strategici delle varie nazioni impegnate nel conflitto, ivi compresi gli Stati Uniti d’America, di cui il presidente F. D. Roosevelt intendeva fare la potenza planetaria egemone, sia pure in maniera indiretta e non biologico-territoriale come, invece, era nell’ideologia di Hitler.

Giustamente, Hillgruber distingue tre diversi atteggiamenti della politica hitleriana verso l’Europa occupata o collaborazionista, dopo la battaglia di Mosca e il fallimento della campagna tedesca del 19141 contro l’Unione Sovietica: la consapevolezza della impossibilità di vincere la guerra e, quindi, il perseguimento dei suoi obiettivi fondamentali, prima che si profilasse la sconfitta inevitabile, primo fra tutti lo sterminio degli Ebrei d’Europa; l’illusione di poter ancora rovesciare le sorti del conflitto, mediante una mobilitazione totale del potenziale industriale ed umano, pur conoscendo la netta superiorità del potenziale avversario; infine gli incerti disegni di addivenire a una pace separata con uno dei due blocchi avversari, quello anglo-americano o quello sovietico, a seconda delle circostanze, onde recuperare alla Germania un ruolo essenziale nella definizione dei nuovi rapporti di forza mondiali.

Ma quest’ultima speranza, che Hitler indirizzava prevalentemente in direzione delle democrazie anglosassoni, venne frustrata dalla dichiarazione congiunta di Londra e Washington, al principio del 1943, che non sarebbero state disposte a prendere in considerazione alcuna proposta di pace tedesca se non nei termini di una resa incondizionata, come nel 1918; mentre le già ardue prospettive di una pace di compromesso con l’Unione Sovietica, pur caldeggiate sia da Mussolini (prima del 25 luglio 1945), sia dai Giapponesi, erano di fatto vanificate dalla ostinazione di Hitler a non voler fare lui il primo passo, poiché temena che ciò avrebbe fatalmente indebolito la posizione tedesca al momento dell’eventuale armistizio, suonando come una ammissione di sconfitta.

Scrive dunque Hillgruberm a proposito della incapacità della Germania nazista di creare un sistema europeo vitale e capace, eventualmente, di sopravvivere alla stessa sconfitta della Germania, al contrario delle istanze anti-colonialiste impugnate dal Giappone – e sia pure in chiave strumentale -, le quali sopravvissero alla sconfitta di quest’ultimo e portarono all’indipendenza di tutte le ex colonie asiatiche della Gran Bretagna, della Francia e dei Paesi Bassi, a cominciare dall’India, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale (Op. cit., pp. 1398-46):

«In effetti non mancarono alcuni possibili spunti per sfruttare i contrasti d’interessi esistenti all’interno della coalizione avversaria [ossia quella degli Alleati], specialmente in occasione dei confitti che si svilupparono tra i movimenti di resistenza  comunisti e quelli anticomunisti nell’Europa occupata dai tedeschi. Ciò valeva particolarmente per l’Ucraina, ancor più per la Polonia, per la Jugoslavia e la Grecia. A differenza di quanto era accaduto negli altri Pesi dell’Europa occidentale, soprattutto, qui non si era riusciti ad amalgamare perlomeno su piano militare i vari gruppi della resistenza. Al contrario, in Ucraina  i nazionalisti e i partigiani sovietici erano in aspro conflitto. Finché Hitler vinceva, prevalse la comune opposizione delle due organizzazioni alle brutali operazioni della “politica orientale” tedesca.  Ma quando nel 1943-44 l’Armata rossa avanzò verso occidente, , per i partigiani anticomunisti l’Unione Sovietica divenne il nemico numero uno in tutta l’area in cui si erano spinti i tedeschi, e l’esercito germanico che era stato l’obiettivo originario della loro lotta divenne, mal volentieri, lo scudo protettivo contro l’avanzata sovietica. Un caso a parte, in questo quadro, fu rappresentato dal comportamento, nel 1943-44, dell’esercito polacco in patria, di sentimenti anticomunisti. Dal momento che Hitler aveva vietato qualsiasi “collaborazione”, anche indiretta, con la Polonia, questa non ebbe altra scelta che aggregarsi all’avanzata dei sovietici (che finirono con l’eliminare le forze dell’esercito in patria) o assumersi il rischio inaudito di una sollevazione motu proprio contro i tedeschi, nella speranza di guadagnare un peso autonomo anche nei confronti dei sovietici (insurrezione di Varsavia del 1944).

Ancor più estremo di quello ucraino fu il mutamento di atteggiamenti nei confronti della Germania e dell’Unione Sovietica determinato dallo scontro sanguinario, in corso fin dal 1941, tra il movimento serbo-nazionalista guidato da Mihajlovic e l’organizzazione partigiana comunista comandata da Tito., in una Jugoslavia di cui Hitler e Mussolini dopo la breve campagna dell’aprile-luglio 19141 avevano decretato lo smembramento, procedendo alla sua spartizione in sfere di interesse tedesco, italiano, ungherese e bulgaro. Sebbene i cetnici fossero stati i primi ad insorgere contro le forze d’occupazione tedesche in Serbia fin dal maggio 19141, quindi ancor prima dell’aggressione della Germania all’Unione Sovietica,  – mentre Tito aveva aperto le ostilità contro le truppe d’occupazione della Jugoslavia divisa solo agli inizi di luglio 19141, e cioè dopo l’attacco tedesco, i cetnici non riuscirono a mantenere l’iniziativa. I tentativi iniziali di accordo tra i due movimenti di resistenza fallirono e si giunse ad uno scontro cruento che durò anni e lasciò ingenti vittime sul terreno. Sul territorio jugoslavo, se si prescinde da altri gruppi di minore importanza, la lotta si svolgeva tra cetnici contro tedeschi, partigiani di Tito contro tedeschi e italiani, tra gli uni e gli altri insieme contro l’organizzazione croata ustasacia (che attuò lo sterminio degli slavi ortodossi in Bosnia), e soprattutto tra cetnici e partigiani di Tito. Dal 1942 in poi gruppi di cetnici – limitatamente ad alcune zone o regioni – trovarono un appoggio da parte delle forze d’occupazione italiane, il cui comandante generale Roatta ben presto operò una svolta in senso anti-tedesco anticipando, si può dire, già nei Balcani fin dall’autunno 1942 il capovolgimento di fronte dell’Italia del settembre 1943.  Anche Tiuto allacciò alcuni fili verso la parte tedesca, per poter giungere ad un armistizio con i tedeschi nel caso di un’occupazione inglese della Dalmazia, ed eventualmente persino per unirsi a loro nel caso di una comune difesa contro la temuta invasione alleata dei Balcani. Dall’autunno 1943 (missione dell’ambasciatore Neubacher) le truppe d’occupazione tedesche perseguirono l’obiettivo di unificare tutte le forze anticomuniste dell’Europa sudorientale, anche quelle che fino ad allora avevano combattuto contro i tedeschi. Sebbene ufficialmente Mihajlovic rifiutasse di collaborare con loro, egli fu di fatto spinto a fianco dell’esercito tedesco nella lotta difensiva contro l’avanzata dell’Armata rossa e contro i partigiani di Tito, e per questo fu giustiziato poi a Belgrado nel 1946 come “traditore”.

In Grecia la situazione era analoga, anche se lì i conflitto non raggiunsero le punte drammatiche della Jugoslavia, e perché l’organizzazione resistenziale nazionalista de generale Zervas mantenne, dall’autunno 1943, un atteggiamento passivo verso i tedeschi. Essa mirava a risparmiare armi e combattenti per poter meglio affrontare la lotta contro le formazioni ELAS egemonizzate dai comunisti, dopo la prevedibile ritirata dei tedeschi. Nelle intenzioni di Hitler invece il mutato atteggiamenti tedesco nel sud-est d’Europa, a partire dall’autunno 1943, aveva esclusivamente aspetti tattici.. In caso di una vittoria tedesca ancora possibile, la lotta contro i gruppi anticomunisti sarebbe ripresa immediatamente. Ciò ci fa capire già che Hitler rifiutò l’alternativa immediata che si presentava dopo il fallimento del suo piano militare del 1941-42, ossia l’unificazione sotto la guida della Germania (intesa però, fuori dalla linea finora seguita, più come potenza egemone in senso tradizionale) di tutte le forze politiche in quella che oggi viene chiamata “roccaforte Europa”, attaccata dagli eserciti della “coalizione antihitleriana” da est, da sud e, dalla metà del 1944, anche da ovest. Sollecitazioni per una politica europea di questo stampo che avrebbe avuto alcune possibilità di sopravvivenza anche nel caso di un’eventuale e sempre più probabile sconfitta militare del Reich, ce ne furono continuamente. Esse furono sviluppate al ministero degli Esteri nel febbraio 1943 (progetto per la fondazione di una “Unione degli Stati europei”), ma furono fatte anche a Hitler dagli alleati e dai governi “collaborazionisti”. Le più note sono le iniziative da parte italiana (sottosegretario Bastinaini nel 1943), del presidente dei ministri francese Laval, ma anche dei capi dei piccoli partiti cosiddetti “fascisti” come Quisling (Norvegia) e Mussert (Paesi Bassi)., che erano pronti ad inserire i rispettivi paesi in un “grande Reich germanico” che facesse perno sulla Germania, ma senza diventare delle entità puramente  decorative per una diretta dittatura nazionalsocialista.  Infine vi furono anche sforzi per costruire dei gruppi di Stati regionali nell’ambito della sfera di dominazione tedesca (per esempio Romania-Slovacchia.-Croazia per fronteggiare una restaurazione della componente ungherese della monarchia asburgica). Tutti comunque, quali che fossero i presupposti da cui partivano, fallirono di fronte alla volontà di Hitler di non permettere ormai a nessuno dei pesi minori d’Europa di avere un proprio peso autonomo., e di non lasciare nemmeno alla Francia, unica grande potenza battuta, u posto adeguato alla sua importanza nella “sua” Europa.  Ancora nel 1943 Hitler parlava di spazzare cia tutto il “ciarpame” dei piccoli Starti europei, non appena la situazione bellica lo avesse permesso. Solo le crescenti difficoltà militari e l’impossibilità pratica d far cadere ne corso della guerra l’ultimo velo  della sua volontà assoluta di potenza, impedirono la liquidazione degli ultimi residui di autonomia statale dei paesi europei nell’ambito della sua sfera di dominio.

All’interno di questa si formò., in una tensione tra resistenza e “collaborazione”, un complesso gioco di collateralismi e contrapposizioni che esclude una formula per caratterizzare la situazione complessiva. Ciò è particolarmente evidente nel caso della collaborazione ovvero del rifiuto di partecipare alla “soluzione finale”. In conformità alla direttiva  impartita alle autorità centrali del Reich da Heydrich , durante la cosiddetta “Wannsse-Konferenz” il 20 gennaio 1942, l’Europa avrebbe dovuto essere sistematicamente “rastrellata e liberata dagli ebrei.” A quest’obiettivo avrebbero dovuto aderire anche tutti i governi dei Pesi europei occupati dai tedeschi. Il risultato di questi tentativi di coinvolgimento fu assai differenziato. L’Italia fascista rifiutò la collaborazione. Le autorità d’occupazione italiane in Jugoslavia e Grecia, e quelle della Rancia sud-orientale protessero gli ebrei dalla persecuzione tedesca e accolsero perfino dei rifugiati.  Anche l’Ungheria rifiutò il coinvolgimento nella “soluzione finale”.  Come Mussolini, anche Horthy in verità aveva proclamato poco prima della guerra  (1938-39) leggi antisemite, cedendo così in parte alla tendenza innescata dalla Germania nazionalsocialista. Ma non andò oltre un certo limite: lo sterminio totale degli ebrei trascendeva i limiti di quanto egli poteva ancora accettare.  Il 16 aprile 1943 spiegò a Hitler che “avrebbe fatto tutto ciò che decentemente si poteva fare  contro gli ebrei, tranne che assassinarli o ucciderli in un’altra forma qualsiasi”. la puntualizzazione di Ribbentrop del giorno seguente – “gli ebrei dovevano essere o sterminati o chiusi in campo di concentramento” – non ebbe effetto su Horthy. L’Ungheria, fino all’occupazione del paese da parte delle truppe tedesche il 19 marzo 1944, rimase un’isola relativamente sicura per gli oltre 700.000 ebrei residenti, prima che gran parte di loro fossero trasferiti dal comando speciale di Eichmann nel campo di sterminio di Auschwitz.- Birkenau. La Finlandia, che conservò il suo assetto democratico-parlamentare, permise che i suoi cittadini ebrei combattessero contro l’Unione Sovietica  come tutti gli altri nel proprio esercito, a fianco di quello che fu chiamato il “commilitone” tedesco.

Diverso fu ‘atteggiamento della Slovacchia, della Croazia e della Romania nei confronti della richiesta hitleriana di coinvolgimento nella “soluzione finale”.  In questi pesi esistevano forti correnti antisemitiche che però – a differenza di quanto accadeva col nazionalsocialismo in Germania –  si rivolgevano “solamente” contro quegli ebrei che rifiutavano l’assimilazione  nel rispettivo Stato nazionale, mentre per l’antisemitismo razzista del nazionalsocialismo proprio la capacità di assimilazione e la “mimetizzazione” degli ebrei nella compagine nazionale e statale rappresentavano l’elemento più ‘pericoloso’. Dietro lo schermo delle deportazioni nazionalsocialiste contro gli ebrei in questi Paesi ci furono, nel 1941-42, pogrom e deportazioni non riconducibili direttamente all’iniziativa tedesca. I rispettivi governi, assecondando queste tendenze antisemitiche originarie, presenti nei loro Paesi, acconsentirono, perlomeno inizialmente,  all’inserimento dei loro ebrei nella “soluzione finale”.  Tuttavia Tiso, presidente della Slovacchia, si oppose, dopo un intervento della Curia romana, la quale cercò anche di sostenere Horthy nel suo atteggiamento. Antonescu, capo dello Stato in Romania, operò anch’egli una conversione politiva -soprattutto sotto l’effetto della catastrofe di Stalingrado ò e cercò, nell’ambito dei suoi tentativi e contati con le potenze occidentali, di organizzare il trasporto degli ebrei dala Romania alla Palestina.  Gli Alleati occidentali invece, e in prima fila la Gran Bretagna quale potenza mandataria in Palestina, rifiutarono di assumersi l’onere di effettuare trasporti rilevanti, certamente in considerazione dei sentimenti antisionistici dei nazionalisti arabi. Diverso ancora fu il modo in cui il governo francese di Vichy cercò di trarsi fuori dal dilemma, giacché Laval pensava che sacrificando gli ebrei emigrati dalla Germania e da altri paesi avrebbe potuto salvare i cittadini ebrei francesi, mentre in realtà non riuscì né ad evitare l’intervento diretto da parte della potenza occupante tedesca, che per le sue operazioni si servì anche della milizia francese, né la deportazione di gran parte degli ebrei francesi nei campi di sterminio.

La fragilità dell’Europa di Hitler si manifestò in altra forma nelle condizioni poste  per la partecipazione di volontari dei paesi europei  alla “sua” guerra. Bisogna tener presente anzitutto  che Hitler originariamente aveva rifiutato qualsiasi aiuto di “estranei” perché questo rientrava nella sua concezione del dominio; cosicché il problema, fino alla svolta verificatasi sul piano bellico e dopo di essa, non fu quello di costringere alleati e vinti  a collaborare militarmente alla sua guerra (come nel caso degli alsaziani e dei lussemburghesi, che si erano schierati con i tedeschi e furono inseriti nell’esercito tedesco), ma viceversa quello di rifiutare la collaborazione offerta. Il caso si presentò soprattutto fino all’autunno 1944 – per il grosso esercito volontario russo organizzato dal generale sovietico Vlassov, fato prigionieri dai tedeschi nel 1942, perché Hitler considerava il programma antistalinista di Vlassov per una Russia liberata come diametralmente opposto alla propria concezione dei problemi dell’Est.è vero che dal 1942 in poi furono inseriti nella Wehrmacht numerosi prigionieri di guerra russi come “volontari ausiliari” a seconda della situazione personale; è vero anche che si formarono delle compagnie di volontari  con elementi di popolazioni non russe (tra l’altro cosacchi e calmucchi); ma il comitato-Vlassov – ben più importante per le ipotizzabili ripercussioni politico-psicologiche – fu riconosciuto come  rappresentante di una Russia nazionalista soltanto nell’ottobre 1944, quando il fronte era già passato in Polonia, , e solo allora gli fu concessa l’autorizzazione a costituire due divisioni, che finirono per essere anch’esse risucchiate nel vortice del tracollo tedesco ad Est (gli Alleati occidentali consegnarono poi all’Armata rossa tutti i soldati di Vlassov caduti nelle loro mani, così come fecero con i cosacchi e gli altri volontari provenienti dall’Unione Sovietica). Il riconoscimento, sia pure tardivo, del comitato-Vlassov ala fine del 1944 fu dovuto alla “flessibilità” di Himmler, che in contrasto con il rigido rifiuto di Hitler aveva sviluppato una sorta di concezione europea delle SS, e già in precedenza aveva inserito nelle “sue” SS non solo alcune compagnie d volontari tedeschi, ma dal 1943 in poi anche divisioni SS ucraine, bosniache, valloni e francesi, mentre Hitler già nel 1941 aveva fra l’altro già bloccato le numerose richieste di volontari francesi di andare a combattere contro l’Unione Sovietica,  e aveva permesso soltanto la formazione di un reggimento nell’ambito dell’esercito tedesco, per poter meglio respingere eventuali future pretese francesi  di prendere la parola nella “sua” Europa.

Hitler aveva cercato anche di respingere la collaborazione di forti eserciti  regolari di Stati alleati nella guerra orientale del 1941 – ad eccezione della  Romania e della Finlandia -, ma senza poter impedire  l’invio di numerose divisioni italiane e ungheresi.  Per la campagna del 1942 invece, dopo le gravi perdite subite  dall’esercito tedesco, non solo gli furono ben accetti  due eserciti rumeni, uno ungherese e uno italiano per rafforzare il fronte sul Don e a sud di Stalingrado, ma egli esercitò anche una notevole pressione, specialmente nei confronti dell’Ungheria, per ottenerne l’invio. Dopo la sconfitta totale di tutti questi eserciti nell’inverno 1942-43, Hitler si decise soltanto nei primi mesi del 1944 – all’avvicinarsi dell’Armata rossa a questi Pesi – a sollecitare un maggior contributo militare dai suoi alleati sud-orientali. Ma si trattava ormai di misure di emergenza in vista dell’evoluzione generale verso la catastrofe.»

Quali conclusioni possiamo trarre da tutto ciò?

In primo luogo, che l’ostinata volontà di Hitler di costruire il «nuovo ordine» europeo su base prettamente razziale, con una schiacciante egemonia tedesca e con l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei, rese impossibile all’Asse attingere a quelle risorse, che pure esistevano, e a quei gruppi politici e militari disposti a battersi al suo fianco contro l’Armata Rossa e contro il bolscevismo. Quando Hitler se ne rese conto, tentò di modificare il suo atteggiamento, ma solo in via strumentale e quando era ormai decisamente troppo tardi per capovolgere le sorti della guerra.

In secondo luogo, che gli alleati della Germania godevano di un grado di autonomia – e ne godettero fino a quando la situazione militare non cominciò a farsi disperata – molto maggiore di quanto gli storici non siano generalmente disposti ad ammettere. Prova ne è che non solo l’Italia, il maggior partner europeo della Germania, ma anche alleati minori, come l’Ungheria e perfino la Slovacchia, rifiutarono di associarsi all’operazione che Hitler riteneva più importante, ossia la «soluzione finale» del problema ebraico.

Non solo.

Anche se la tesi di Hillgruber è, in questo caso, da prendersi con molte cautele, l’Italia si spinse anche più in là, dato che non solo rifiutò di associarsi allo sterminio degli Ebrei; non solo accolse nei territori francesi e balcanici da essa occupati numerosi profughi ebrei, in fuga da altre zone d’Europa ove erano in pericolo immediato di vita (ad esempio, dalla Croazia di Ante Pavelic); ma,  addirittura, perseguì nei Balcani una politica di alleanze tattiche con alcuni gruppi della resistenza jugoslava in funzione antitedesca – ovviamente, fino al crollo dell’8 settembre 1943. Ciò dimostra che l’altro membro europeo del Tripartito godeva di margini di manovra che sarebbero stati impensabili per i membri dello schieramento alleato.

In effetti, molti elementi inducono a pensare che uno dei fattori decisivi della vittoria finale alleata fu proprio la salda unità di comando militare e di intenti politici fra Gran Bretagna e Stati Uniti, soprattutto, ma anche, in una certa misura, fra queste due potenze e l’Unione Sovietica e la Cina; laddove una tale compattezza mancò sempre allo schieramento del Tripartito.

Curioso: ci è sempre stato detto che le dittature sono più intransigenti e «monolitiche» delle democrazie nel perseguimento dei propri obiettivi strategici; che, anzi, la debolezza delle democrazie consiste proprio nella loro disponibilità al dialogo e alla critica, di contro a un nemico che persegue il consenso esclusivamente mediante la coercizione e, se necessario, il terrore.

Eppure, quando Churchill decise di distruggere Dresda con dei bombardamenti aerei sistematici che fecero centinaia di migliaia di vittime civili, Roosevelt non ebbe nulla di obiettare; così come non sollevò la minima obiezione Churchill, allorché Truman decise di sganciare non una, ma due bombe atomiche sul Giappone ormai prostrato. Viceversa, quando Hitler pretese da Mussolini la consegna in massa degli ebrei che si erano rifugiati nei territori della Francia, della Jugoslavia e della Grecia occupati dall’esercito italiano, quest’ultimo trovò il modo di rifiutare.

Dicendo questo, non vogliamo affermare che l’Asse era moralmente migliore degli Alleati; non lo crediamo affatto e – del resto – tale questione esula dall’ambito strettamente storico.

Vogliamo solamente insinuare qualche piccola pulce nell’orecchio di quanti, dopo sessant’anni di lavaggio del cervello da parte della storiografia dei vincitori, non hanno mai avuto occasione di riflettere sulle ombre, oltre che sulle luci, della parte risultata vittoriosa; nonché sul fatto che l’Asse innestò i suoi progetti di dominio europeo su un intreccio di tensioni e contraddizioni che già esistevano in molti Stati d’Europa, e che risalivano a prima della nascita del fascismo e del nazismo. Per la maggior parte, risalivano agli errori e alle iniquità del trattato di Versailles; ai quali si aggiunsero, nel 1945, errori ed iniquità anche peggiori, da parte degli Alleati.

Le vecchie cause di instabilità non vennero affrontate, ma congelate; e, su di esse, calò ben presto la cappa soffocante della «guerra fredda» e della spartizione dell’Europa fra i due blocchi delle potenze vincitrici.

I Cosacchi e gli uomini di Vlassov vennero consegnati all’Unione Sovietica, per essere fucilati; gli ustascia croati vennero consegnati a Tito, per la fucilazione o l’infoibamento; Knut Hamsun, che aveva creduto in una Norvegia promossa ad un rango eminente nella nuova Europa, fu processato dai suoi connazionali come traditore; Ezra Pound, che aveva tuonato contro l’usura delle banche americane, fu internato in un manicomio criminale; agli Ebrei fu permesso di raggiungere in massa la Palestina, scacciandone gli abitanti arabi dopo una guerra sanguinosa.

Un velo di silenzio venne steso sui crimini degli Alleati: sulla distruzione di Dresda, sulle bombe atomiche, sull’esecuzione in massa degli ufficiali polacchi da parte dell’Armata rossa, nella foresta di Katyn (mentre i soldati semplici da essa catturati nel settembre 1939, ben 200.000, erano stati trattati non come prigionieri di guerra, ma come prigionieri comuni, in spregio alle convenzioni internazionali).

Dal momento che il Tripartito aveva rappresentato il male assoluto, nessuna delle istanze politiche da esso rappresentate poteva essere minimamente presa in considerazione; anzi, veniva automaticamente bollata come «fascismo». «Fascismo», pertanto, era la presenza italiana nella Venezia Giulia, in Istria, a Fiume e in Dalmazia e, pertanto, andava eliminata. I profughi di Pola, i profughi di Fiume e di Zara venivano accolti perfino in Italia, da una parte dell’opinione pubblica, come «fascisti»: se non lo fossero stati – così si ragionava -, sarebbero rimasti ben volentieri nella Jugoslavia di Tito, ove si stava edificando uno Stato autenticamente progressista e popolare – con i processi sommari e con le foibe.

In sintesi, la seconda guerra mondiale ci è sempre stata presentata, dalla storiografia dominante, come una guerra degli Alleati per la liberazione dell’Europa dalla tirannia hitleriana.

E se fosse stata, invece, una guerra contro l’Europa, per conquistarla e sottometterla al dominio di potenze extra-europee (gli Stati Uniti) o solo parzialmente europee (la Gran Bretagna con il suo Impero, e l’Unione Sovietica)?

Un’ultima considerazione si potrebbe fare, dato che in questa sede non pretendiamo certo di risolvere tutta la complessità della questione storiografica che ci eravamo posta.

Il mondo, nel 1939, era avviato al dominio di poche grandi potenze: Stati di dimensioni continentali, con centinaia di milioni di cittadini e con potenzialità finanziarie e industriali immense: gli Stati Uniti d’America, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna (ma il ruolo mondiale di quest’ultima era legato all’Impero, e questo si dissolse poco dopo il 1945). Già la Francia, come potenza mondiale, era in declino e ormai praticamente tagliata fuori dal gioco.

In questo mondo di colossi, di super-stati e di super-economie, Hitler volle inserire la Germania. Per farne una potenza mondiale, o almeno continentale, egli pensava di doverla espandere verso est e di dover assorbire, direttamente o indirettamente, i piccoli popoli dell’Europa centro-orientale, i coriandoli dello scomparso Impero asburgico.

Alcuni di tali Stati lo desideravano caldamente (ad esempio l’Austria, o la Slovacchia di monsignor Tiso); altri vedevano in lui il loro naturale difensore contro vicini pericolosi (Finlandia) o aborrite nazionalità egemoni (Croazia). Altri ancora desideravano conservare la propria indipendenza, ma non ne avevano la forza (Boemia); o, come la Polonia, avevano la disgrazia di trovarsi al crocevia dei piani d’espansione hitleriani, ma anche staliniani.

In ogni caso, la balcanizzazione dell’Europa poteva essere un valore positivo solo per quelle potenze che, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, intendevano esercitare su di essa una supremazia indiretta; oppure per quelle che, come la Francia, essendo in declino, volevano appoggiarsi su una coalizione di piccoli alleati nessuno dei quali, da solo, avrebbe potuto farle ombra, ma tutti insieme avrebbero formato le sue truppe «coloniali» in caso di conflitto contro la Germania.

Sia detto fra parentesi, questo ordine di riflessioni rende ragione anche dell’insistenza con cui gli Starti Uniti d’America, in questi ultimi anni, si sono battuti per l’allargamento dell’Unione Europea ai piccoli Stati dell’ex blocco sovietico e per cui tuttora si battono, con un ardore un po’ sospetto, per l’ingresso della Turchia. Come nel caso dell’America Latina (e dell’Africa), è più facile controllare un organismo politico formato da piccoli Stati, le cui dispute interne lo paralizzano in maniera pressoché permanente, che non un vasto Stato federale al cui interno le micro-rivalità nazionali tendono a stemperarsi.

In quel mondo di colossi statali ed economici, che posto poteva esserci, nel 1939, per delle piccole nazioni, sempre in lite le une con le altre per piccole rivendicazioni territoriali e assolutamente prive di vitalità nazionale e indipendenza economica? Non sarebbe stato meglio, per loro, federarsi in una grande Europa, dominata da una potenza continentale i cui interessi fondamentali erano anche quelli dell’Europa stessa, e non in buona parte, o del tutto, extraeuropei, come per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica?

Tale fu la scommessa di Horthy, Antonescu, Tiso; tale fu la scommessa della democratica Finlandia, per nulla amante dei sistemi totalitari; tale fu, in parte, anche la scommessa di Mussolini, dopo che la miope ed egoistica politica francese, e soprattutto inglese (vedi l’accordo navale anglo-tedesco del 1935) lo ebbe letteralmente gettato in braccio alla Germania.

È certo che l’Europa dell’Asse, nel 1940-45, non era una costruzione politicamente accettabile e nemmeno in grado di risolvere i problemi del continente su una base minima di equità e di rispetto dei fondamentali interessi degli Stati minori: lo abbiamo già detto all’inizio, e lo ribadiamo.

Tuttavia, è altrettanto certo che molti milioni di cittadini europei, compresi alcuni intellettuali di valore, a un certo momento vollero puntare sulla scommessa di un «ordine nuovo» che garantisse loro una difesa sia dai metodi politici dello sterminio di classe, cari allo stalinismo, sia dell’asservimento al capitalismo finanziario americano, che già aveva fatto dono al mondo della catastrofica crisi del 1929.

E non è cosa storiograficamente corretta giudicare un esperimento storico unicamente sulla base dei risultati, laddove il mestiere di storico dovrebbe consistere nel tentare di capire come e perché si siano verificati certi fenomeni, adoperando imparzialmente lo stesso criterio di giudizio sia per i vinti, che per i vincitori.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/12/2008 e dell’Accademia Nuova Italia il 12 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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