martedì, 15 Giugno 2021
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Quando l’Italia preparava una spedizione militare nel Caucaso (primavera-estate 1919)

Quando l’Italia preparava una spedizione militare nel Caucaso (primavera-estate 1919). Il progetto italiano di inserire la Georgia nella propria sfera d’influenza politico-economica: una classica “polpetta avvelenata” inglese di Francesco Lamendola

Nel 1920  venne tradotto in italiano il libro di Wladimir S. Woytinsky «Una vera democrazia: la Georgia» (tradotto da L. Schreider per i tipi della Società Anonima «La Voce» di Roma), nella stessa collana che già aveva ospitato ricerche storiche come «Mazzini» di Gaetano Salvemini, «La nazione czeca» di Giani Stuparich e «L’Armenia» di H. Naziarantz (quest’ultimo uscito nel 1915, proprio all’epoca del genocidio voluto dal triumvirato dei Giovani Turchi di Enver, Gemal e Talaat Pascià).

Né la data, né il titolo del libro erano casuali. Al termine della prima guerra mondiale, la Georgia si era proclamata indipendente sotto un governo menscevico ed era disperatamente alla ricerca di un interlocutore autorevole fra le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, per scongiurare un ritorno del dominio russo, sia nell’eventualità di una vittoria dell’Esercito volontario “bianco” di Denikin (e, poi, di Wrangel), sia dell’Armata Rossa di Lenin e Trotzkij.

A quell’epoca, la Francia aveva fatto la sua comparsa nell’area del Mar Nero con una flotta e un contingente di truppe dislocato fra Odessa e Sebastopoli, mentre la Gran Bretagna, interessata ai campi di petrolio di Baku e al consolidamento della sua posizione egemone in Persia (occupata durante la guerra mondiale) aveva sbarcato truppe a Batum e si era insediata in Georgia, rilevando le truppe tedesche che erano partite nel novembre-dicembre 1918.

Il presidente della Repubblica georgiana, Noij Jordania, consigliato dall’esperto economico Woytinsky, aveva creduto di individuare tale referente nell’Italia, che non sembrava avere mire territoriali in quell’area del Vicino Oriente (per quanto parte attiva nella progettata spartizione dell’Impero Ottomano) e che, per la sua scarsità di materie prime, avrebbe potuto mostrarsi interessata ai prodotti minerari caucasici. In altre parole, i dirigenti georgiani cercavano un protettore europeo che li difendesse da un ritorno dell’imperialismo russo, ma i cui interessi strategici non fossero incompatibili con l’indipendenza del loro Stato.

Era, in fondo, la politica che avevano sempre seguito fino ad allora, prima con la Germania, poi con la Gran Bretagna, viste come il male minore nei confronti delle due minacciose potenze confinanti: la Turchia e la Russia.

Tutto era incominciato con la Rivoluzione di Ottobre e con la firma della pace di Brest-Litowsk fra la Russia bolscevica e gli Imperi Centrali, il 3 marzo del 1918. Il fronte russo-turco si era dissolto e gli ambiziosi capi del governo dei Giovani Turchi avevano invaso la Transacaucasia, inseguendo il sogno di riunire in un vasto impero le popolazioni turche, tatare e turcomanne disperse fra il Mar Nero e il Turkestan cinese.

Per far fronte al pericolo, la Georgia, l’Armenia e l’Azerbaigian avevano formato una Repubblica di Transcaucasia che ebbe, però, vita assai breve: dal 22 aprile al 26 maggio 1918. I suoi rappresentanti, che inizialmente avevano rifiutato le clausole del trattato di Brest-Litowsk perché ritenute troppo dure, quando furono informate delle pretese del governo turco che, il 12 maggio, nella conferenza di Batum, chiedeva in pratica l’assoggettamento dell’intera regione alle sue forze armate, si aggrapparono alla pace di Brest-Litowsk come all’estrema ancora di salvezza. Fu per tale ragione che, quando la federazione transcaucasica si sciolse, il governo georgiano invocò e fu ben lieto di accogliere un distaccamento militare germanico che, almeno, escludeva una massiccia invasione dei Turchi, già padroni del porto di Batum.

Prima di Natale i Tedeschi avevano dovuto partire, secondo le clausole dell’armistizio firmato dalla Germania con le potenze dell’Intesa, ed erano stati sostituiti da un contingente militare britannico, nel quadro della complessa – e, talvolta, contraddittoria – politica degli Alleati nel corso della guerra civile russa, che si andava ormai chiaramente delineando.

Lo storico americano Louis L. Ficher fa dell’ironia su questa attitudine dei menscevichi georgiani a spalancare le porte a qualunque potenza imperialista, purché antibolscevica: dapprima ai soldati tedeschi del kaiser Guglielmo, poi a quelli inglesi di re Giorgio  e infine, secondo i loro progetti, a quelli italiani di Vittorio Emanuele; ma si tratta di un’ironia sprecata. Sembra che Fischer si sia basato quasi unicamente sulla versione bolscevica degli avvenimenti nella Transcaucasia del 1918-21 e, in particolare (per sua stessa ammissione) sull’opuscolo di Trotzkij intitolato «Between Imperialism and Revolution», pubblicato ad Amburgo nel 1922. Come Trotzkij, lo storico americano delinea un quadro manicheo, che vede due sole possibili alternative: o la rivoluzione, rappresentata dai bolscevichi, o l’imperialismo, rappresentato dai governi borghesi alleati. “Tertium non datur”; dunque, i menscevichi georgiani non potevano essere che dei servi degli imperialisti, dei piccoli borghesi animati da un odio preconcetto verso il comunismo.

In realtà, le cose erano molto più complesse.

Nella regione a sud del Caucaso la situazione etnica, politica e sociale era, come lo è oggi (si pensi alle recenti vicende della Georgia, dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale) estremamente intricata ed instabile. Alle elezioni dell’Assemblea Costituente (disciolta, come è noto, dai bolscevichi pochi giorni dopo essere stata eletta, nel dicembre 1917) i Tatari dell’Azerbaigian, circa tre milioni, avevano votato per il partito musulmano nazionale; gli Armeni, due milioni, per il Partito Dasnak, vicino ai socialisti-rivoluzionari russi; e i Georgiani, due milioni anch’essi, per i menscevichi (in genere più moderati dei loro colleghi di partito della Russia).

I tre principali gruppi nazionali, benché divisi da profondi attriti e diffidenze reciproche, avevano rifiutato di accettare il fatto compiuto del colpo di Stato bolscevico dell’ottobre e, come si è detto, avevano dato vita a una effimere federazione transcaucasica, sorta per fronteggiare la situazione di emergenza creata dalla firma del Trattato di Brest-Litowsk fra il governo bolscevico e gli Imperi Centrali.

Esso prevedeva che due distretti armeni e il porto di Batum venissero ceduti all’Impero Ottomano. La Transacaucasia aveva sperato di giungere a un accordo con i Turchi sulla base dello “status quo ante bellum”, ma quando era apparso evidente che le mire turche erano ancora più ambiziose, la federazione si era sciolta e ciascuno dei suoi tre Stati aveva perseguito la difesa dei propri interessi. I Tatari dell’Azerbaigian avevano accolto favorevolmente l’avanzata dell’esercito turco, mirante a impadronirsi della ferrovia e dell’oleodotto Batum-Baku; gli Armeni avevano organizzato una resistenza disperata che, per essi, era questione di vita o di morte; i Georgiani avevano scelto il male minore, firmando il 4 giugno un armistizio con i Turchi e, subito dopo, ponendosi sotto la protezione dei Tedeschi; i quali, come si è detto, avevano occupato Tiflis con un battaglione di fanteria.

Dopo la partenza dei Tedeschi e l’arrivo degli Inglesi, la guerra civile russa si avvicinò alle frontiere della Georgia. Ci furono scontri di confine fra l’Esercito volontario del generale Denikin e quello georgiano, nell’agosto del 1918; mentre i rapporti fra gli Osseti e il governo di Tiflis si facevano sempre più difficili. Era chiaro che il futuro della Georgia come stato indipendente dipendeva dal suo riconoscimento da parte della Conferenza della pace di Versailles.

I Georgiani ebbero l’autorizzazione a presentare ai quattro “Grandi” le loro richieste, mediante una delegazione guidata da Ccheidze e Cereteli presso il Consiglio supremo alleato. Essi confidavano nei 14 punti di Wilson e, in particolare, nel principio dell’autodecisione dei popoli; ma il fatto che la Georgia (come, del resto, l’Armenia) non fosse uno Stato indipendente nel 1914 favoriva la propaganda bolscevica, che dipingeva il governo menscevico come una creazione dei Tedeschi – cosa non vera – e la sua richiesta di indipendenza come artificiale e insostenibile.

Per controbattere tale propaganda, il governo georgiano chiese a Wladimir S. Woytinsky di preparare una documentazione storica che spiegasse agli Alleati le ragioni storiche e politiche che avevano portato alla nascita di una Georgia indipendente. Fu da essa che nacque il libro di cui parlavamo all’inizio, «Una vera democrazia: la Georgia» e che venne tradotto in italiano e in francese, per predisporre favorevolmente l’opinione pubblica dell’Europa occidentale al riconoscimento formale dell’indipendenza georgiana.

Woytinsky era un brillante economista che aveva militato nel Partito menscevico russo, aveva fatto quattro anni di carcere e quattro di Siberia dopo la fallita rivoluzione del 1905; e, nel 1917, aveva militato fra i capi del Soviet di Pietrogrado, che gli aveva affidato la carica di Commissario generale presso l’esercito combattente. Arrestato e rilasciato dai bolscevichi dopo l’Ottobre, era riuscito a raggiungere fortunosamente la Georgia, su invito di Cereteli e dei menscevichi locali, insieme alla moglie Emma.

Sia Woytinsky che la moglie avrebbero dovuto far parte della delegazione georgiana a Parigi, ma vennero trattenuti a Costantinopoli per alcuni mesi dalle autorità militari alleate e dovettero infine rientrare a Tiflis. Di lì ripartirono alla fine di agosto, allorché una delegazione militare italiana, recatasi nella capitale georgiana, li invitò ufficialmente a recarsi a Roma, cosa che essi fecero, fermandosi in Italia per circa un anno, prima di passare in Francia e, poi, in Germania; per trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti dopo l’avvento al potere di Hitler.

Il quadro complessivo della situazione caucasica nel corso del 1919 e le circostanze generali in cui maturò il progetto italiano di inserire la Georgia nella propria sfera d’influenza politico-economica è stato delineato dallo storico americano Louis L. Fischer – che poté attingere a fonti diplomatiche internazionali di prima mano, pur se il suo sforzo di obiettività si risolve, in pratica, in una sostanziale accoglienza delle tesi bolsceviche – nella poderosa opera «I Sovieti nella politica mondiale, 1917-1929» (titolo originale: «The Soviets in World Affairs. A History of the Relations between the Soviet Union and the rest of the World»; traduzione italiana di Delfino Rogeri di Villanova, Firenze, Vallecchi Editore, 1957, vol. 1, pp. 242-45):

«La Georgia rappresenta una delle fasi più rivelatrici della guerra civile russa: in essa sono coinvolti la politica inglese nel Vicino Oriente, il petrolio, l’Impero ed il Menscevismo.

Coll’armistizio della Grande Guerra, Turchi e Tedeschi evacuarono il Caucaso. In base all’accordo segreto anglo-francese del 23 dicembre [1918], questa regione divenne una speciale zona d’influenza britannica e gli Inglesi si affrettarono quindi a occuparla.

Perché vi andarono?

“Dopo l’armistizio – scrive Arthur Moore, ben nota autorità britannica nel campo dei problemi asiatici, nel ‘Times’ di Londra del 10 luglio 1922 – noi facemmo affluire numerose truppe nel Caucaso, che è in gran parte musulmano. Avevamo truppe perfino oltre al Caspio, nella famosa Merv. Dapprincipio esse esercitarono un influsso stabilizzatore e noi annunciammo che eravamo venuti per tenere lontani i Bolscevichi. Ma, appena la minaccia bolscevica apparve all’orizzonte, fummo noi a squagliarci. Perché ci andammo, dunque? L’Islam conosce la risposta: vi andammo per mettere le mani sui campi petroliferi di Baku, ma non eravamo disposti a combattere per essi.”

Abbiamo in quello stesso un testimonio anche più valido: Herbert Allen, Presidente della Bibi Ebat Oil Company. Nel rivolgere la parola ad una riunione degli azionisti a Londra, egli, secondo quanto venne ufficialmente comunicato dalla stampa inglese del 24 dicembre 1918 aveva dato il suo plauso alla penetrazione britannica nel Caucaso e nel Transcaspio definendola opportuna e necessaria “per la creazione di una seconda India o di un secondo Egitto”. Era venuto poi a parlare dell’argomento cruciale della situazione esprimendosi in questi termini: “L’industria petrolifera russa, se generosamente finanziata e adeguatamente organizzata sotto auspici britannici, costituirebbe di per se stessa un ottimo attivo per l’Impero… Al Governo britannico si offre un’aurea opportunità di esercitare una potente influenza sull’immensa produzione dei campi di Grosni, Baku, e del Transcaspio”.

Il petrolio costituiva dunque uno dei moventi della politica britannica nel Caucaso.

Al principio del 1919 (…) si era sviluppato un grande malcontento nell’Impero e molta irrequietudine nelle file dell’esercito britannico.. Fu quello uno dei periodi più minacciosi nella recente storia dell’Inghilterra imperiale. Disordini in India, Irlanda, Egitto, scioperi in casa propria, confusione a Parigi [ossia alla Conferenza di pace successiva alla prima guerra mondiale], ecc. ecc. I militari avevano quindi deciso di accorciare le loro linee, ridurre le proprie attività e ritirarsi sulle proprie basi d’attacco [nel contesto della guerra civile russa e dell’intervento delle potenze dell’Intesa]. Sir Henry Wilson desiderava ritirarsi dalla Siberia e dalla Russia settentrionale, ma “io – diceva – rinforzerei la nostra posizione sulla linea Batum-Baku-Krasnovodsk-Merv”. Messo di fronte alla crisi di tutto il Vicino Oriente (l’Afghanistan era alla vigilia di una fortunata guerra di indipendenza), il Capo di Stato Maggiore era pronto ad assumersi anche la responsabilità per il Caucaso ed il Caspio.

GLI ITALIANI E IL CAUCASO

Malgrado ciò, il compito appariva troppo Arduo e Londra decise di abbandonarlo in favore degli Italiani. “Lloyd George vuole ancora che gli Italiani vadano nel Caucaso- scriveva Sir Henry Wilson il 5 maggio 1919 – per quanto abbia detto a Wilson (il Presidente) che la loro presenza laggiù avrebbe avrebbe scatenato l’inferno, il che dispiacque a mio cugino”. E ad una riunione della Conferenza della Pace, il 5 maggio, Sir Henry Wilson dichiarò che “la missione militare e navale italiana deve ora essere a Costantinopoli in istrada per Batum-Baku onde prendere le disposizioni per la consegna” (Field-Marshall Sir Henry Wilson. His Life and Diaries”, di Callwell, Londra, 1927 vol. II, pag. 188).

Ma un po’ più tardi, in que mese, sorsero negli Italiani dubbi circa la saggezza di assumersi quel “teatro di disordini”, come Sir Henry, che ne faceva dono, chiamava il Caucaso. L’opposizione all’avventura caucasica può essere stata anzi una delle cause della caduta del Gabinetto Orlando e dell’avvento di Nitti.

OPPOSIZIONE DI NITTI

“Allorché assunsi la direzione del Governo nel mese di giugno del 1919”, scrive Nitti, “una spedizione militare italiana aveva ricevuto ordine di partire per la Georgia. Le truppe inglesi, che erano in numero esiguo, si stavano ritirando. L’Italia aveva preparato, col consenso degli Alleati ed in parte anche perché lo desiderava, una grossa spedizione militare… La Georgia è un Paese di straordinarie risorse naturali e si pensò che essa sarebbe stata in grado di fornire all’Italia una grande quantità di materie prime di cui essa manca. Ciò che mi sorprese fu che non solo uomini di governo, ma anche intelligenti uomini di finanza e uomini di idee molto avanzate (il riferimento è ai Socialisti – L. Fischer) fossero fautori di questa spedizione” (“peaceless Europe”, di Francesco S. Nitti, Londra, 1922, pag. 147. Nitti sbaglia circa la ricchezza della Georgia. È quella una provincia montuosa ed aspra la cui sola materia prima importante per i paesi stranieri è il manganese. Ma la Georgia controlla l’accesso dall’Europa a Baku, il maggior campo petrolifero del mondo. Nitti credeva forse che Baku appartenesse alla Georgia).

Nitti combatté il progetto: egli considerava la Georgia parte integrale della Russia. “La Georgia prima della guerra faceva parte dell’Impero russo – egli dice – e nessun Paese dell’Intesa considerava ciò una cosa ingiusta” (Ibidem). Perché dunque questo subitaneo interesse per l’indipendenza della Georgia?

L’intera storia della parte avuta o che doveva avere l’Italia nel Caucaso è avvolta nel mistero. Il piano relativo deve essere stato il risultato di un mercato, d cui non si conoscono i particolari; né conosciamo i motivi per i quali Nitti vi si oppose. Il suo ostruzionismo ebbe comunque successo e nell’autunno troviamo ancora gli Inglesi nel Caucaso. La questione del loro ritiro era tuttavia divenuta urgente e il 2 settembre il Gabinetto la discusse. “Curzon desiderava che vi si lasciasse una brigata, e così Milner; ma Bonar Law, Montagu, Austen ed io ci opponemmo” (Field Marshall Sir Henry Wilson…, Calwell, vol. II, pag. 219).

GLI INGLESI E IL CAUCASO

La cosa rimase così in sospeso per vari mesi. Il Governo britannico era diviso e non agiva. La sconfitta di Denikin rese però imperiosamente necessaria una qualche azione ed il problema cominciò a provocare “aspre discordie” nei circoli governativi (Ibidem).

Curzon era andato a Parigi con Lloyd George. Cedendo alle pressioni di Curzon gli Alleati avevano riconosciuto l’11 gennaio il governo “de facto” della Georgia e dell’Azerbaigian. Era questa la loro risposta ala disfatta di Denikin. In dicembre, alla sessione della Società delle Nazioni, l’Inghilterra si era rifiutata di farlo, ché il riconoscimento di quei due stati separatisti avrebbe urtato le suscettibilità di Denikin, il patriota della “Russia indivisa”. Ma una volta caduto lui, il riconoscimento offriva la possibilità di continuare a resistere al Bolscevismo; ed era ciò che Curzon desiderava. “Curzon vuole ora tenere Batum-Baku, e Montagu lo appoggia” (Field Marshall Sir Henry Wilson…, Callwell, vol. II, pag.  223). Curzon aveva tirato Montagu dalla sua parte; l’ex Viceré dell’India lavorava di conserva col Segretario di Stato per l’India. Per essi, era ovvio, la Georgia e l’Azerbaigian erano importanti non tanto per ciò che contavano nella lotta per il petrolio, quanto per considerazioni imperiali. Il Caucaso avrebbe arrotondato l’Impero; avrebbe dato alla Gran Bretagna un ponte dall’Europa alla Persia; col Caucaso e il Transcaspio in mano all’Inghilterra, l’Afghanistan non poteva assumere atteggiamenti di sfida; l’India sarebbe stata sicura. Questa, vale a dire l’Impero, era l’altra forza che dava impulso alla politica inglese nel Caucaso: petrolio ed Impero.

Dopo aver riconosciuto la Georgia e l’Azerbaigian il Consiglio supremo convocò i loro rappresentanti, che “raccontarono alle ‘redingotes’ le stesse ridicole ed inverosimili storie già raccontate a me ed a Beatty, e, per la beneficiata di Lloyd George e la rabbia di Churchill, aggiunsero che temevano e detestavano Denikin, che era uno zarista”. Sulla base di queste “inverosimili storie” la riunione decise nondimeno “di armare, equipaggiare e nutrire le popolazioni della Georgia, dello Azerbaigian e dell’Armenia” (Ibidem).

L’idea dell’intervento non era ancora morta; intervento più cordone sanitario. È di nuovo sir Henry Wilson che si lascia scappar la verità e con accattivante franchezza militare ci fa questa cinica confessione:

“È cosa strabiliante il vedere come lavora la mente delle ‘redingotes’. Al Palazzo St. James è in sessione la Società delle Nazioni: suo principale affare è quello della limitazione degli armamenti. A Downing Street è riunita la Conferenza Alleata di Lloyd George, Millerand, Nitti ed un Giapponese, i quali stanno armando febbrilmente la Finlandia, gli Stati Baltici, la Polonia, la Romania, la Georgia, l’Azerbaigian, l’Armenia, la Persia, ecc.”

Nei riguardi di Batum e della Georgia la situazione restò tesa, giacché la metà del Gabinetto edi militari insistevano sull’evacuazione, perché era necessario mandare i soldati altrove. Le forze britanniche nel Caucaso erano andate assottigliandosi gradualmente; i generali ritiravano i distaccamenti alla chetichella, a seconda dei bisogni. Ciò nonostante Curzon persisteva nel suo atteggiamento; ed era riuscito ad ottenere dal Gabinetto un rinvio dopo l’altro, probabilmente nella speranza che qualche evento venisse a ristabilire la situazione. Ma quando questa divenne insostenibile Curzon si risolse per aiuto a Parigi ed a Roma. Queste acconsentirono a spedirvi delle unità, dopo di che tutte le forze britanniche vennero ritirate dal Caucaso ad eccezione di due battaglioni che tennero Batum. Un mese dopo, nell’aprile del 1920, l’Armata Rossa prese Baku e l’Azerbaigian divenne una repubblica sovietica autonoma.

In aprile si riunì la storica conferenza di Sanremo. Secondo Nitti vi si discusse la possibilità dell’invio di una spedizione da parte della Gran Bretagna, della Francia e dell’Italia almeno per proteggere la produzione petrolifera del Caucaso; ma il verdetto fu un “no”. Anzi, malgrado l’opposizione di Curzon e di Berthelot, del Quai d’Orsay, quella riunione decise il 23 aprile 1920 do evacuare Batum.

L’indomito Curzon, di ritorno a Londra, continuò cocciutamente la sua lotta per mantenere almeno quei due battaglioni a Batum; invero un modo di vedere non del tutto sbagliato. Nei circoli inglesi si faceva infatti strada l’opinione che, se si fosse abbandonato Batum, si sarebbe finito per perdere anche la Persia. Lloyd George era però propenso ad evacuare entrambe quelle regioni; altri proposero di concentrarsi nell’Iraq, che sembrava in procinto di esplodere. Ma Curzon si mantenne testardamente sulle sue posizioni e, a una riunione di Gabinetto del 18 giugno, parve sul punto di dare le dimissioni, insieme a Milner, se si fosse abbandonata la Persia.

Curzon ed il suo amico vennero infine sopraffatti; e la guarnigione britannica lasciò Batum il 7 luglio 1920, dopo aver trasferito la sovranità su quella città alla Repubblica menscevica di Georgia.»

Da questa ricostruzione risulta chiaramente che l’invito del governo inglese a quello italiano per inviare una spedizione militare nel Caucaso era la classica “polpetta avvelenata”. Quando Lloyd George brigava perché Orlando si impegnasse in quell’area strategica, i dirigenti della politica estera britannica si stavano rendendo conto della impossibilità, per il loro Paese, di conservare il possesso dell’immenso territorio che, da Batum sul Mar Nero, giunge fino a Merv nell’Asia centrale russa; e che era meglio ritirarsi prima che il ritorno di un forte potere centrale russo, fosse bolscevico oppure “bianco” (le sorti della guerra civile erano più che mai indecise nella primavera del 1919),  trasformasse quella ritirata in una rotta.

Tuttavia, era necessario evitare di dar l’impressione di una fuga; e, inoltre, evitare di chiudersi definitivamente la porta alle spalle del Caucaso, perché non si poteva mai sapere se, nonostante tutto, le tre repubbliche neonate in quell’area sarebbero riuscite a conservare la propria indipendenza. Ecco, allora, che la cosa migliore appariva quella di cedere la “patata bollente” all’Italia, in attesa di vedere quale piega avrebbero preso gli avvenimenti.

In altri termini, si può dire che la proposta di Lloyd George ricalcava gli esordi dell’espansione coloniale italiana nel Mar Rosso, nel penultimo decennio dell’Ottocento, che erano stati, in fondo, un episodio collaterale delle difficoltà britanniche nel Sudan all’epoca del ritiro delle guarnigioni egiziane dall’Eritrea e, poi, della grande insurrezione mahdista.

Oltre a ciò, viene naturale pensare che la “polpetta avvelenata” servisse anche a distogliere l’attenzione del Governo italiano dalla Conferenza di Versailles ove, per la maldestra politica di Orlando e Sonnino e per l’intransigenza di Lloyd George, Clemenceau e, soprattutto, Wilson, sulla questione adriatica, i rapporti fra l’Italia e i suoi alleati dell’Intesa stavano giungendo a un punto di forte tensione. Il 23 aprile il presidente degli Stati Uniti, con un gesto di inaudita rozzezza, aveva scavalcato il Governo di Roma, rivolgendosi direttamente al popolo italiano, tramite la stampa, per convincerlo della giustezza della propria posizione riguardo all’Istria, Fiume e alla Dalmazia; egli, infatti, come è noto, non riconosceva alcuna validità al Patto di Londra del 1915, sia perché era un tipico esempio di quella” diplomazia segreta” che aborriva, sia – e più ancora – perché totalmente conquistato alla causa jugoslava tramite l’influenza di uomini come Trumbic e di Šupilo.

Il 24 aprile Orlando era partito da Parigi con la delegazione italiana, per protesta; ma aveva dovuto rientrare davanti alla prospettiva di trovarsi escluso dalla firma del trattato di pace con la Germania;  e, il 19 maggio, il suo governo era caduto. Il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, aveva dovuto ricucire faticosamente i rapporti con gli altri tre “Grandi”, logorati quasi fino al punto di rottura, con Wilson che si ostinava a considerare nullo il Patto di Londra e che voleva assegnare non solo tutta la Dalmazia, ma anche l’Istria orientale alla Jugoslavia, senza nemmeno un plebiscito; e che avrebbe bensì consentito all’istituzione di una città libera a Fiume, ma solo entro il sistema doganale jugoslavo.

In queste condizioni, Nitti aveva saggiamente rinunciato alla spedizione nel Caucaso che, a quanto sembra, era già stata allestita dal suo predecessore ed era ormai pronta a partire, mentre alcuni ufficiali di collegamento – come vedremo – si erano già recati a Batum e a Tiflis.

Stando alle memorie di Nitti, raccolte nel suo libro «Europa senza pace», non si trattava di una spedizione quasi simbolica, come quelle tedesca e britannica che l’avevano preceduta, ma di un grosso contingente di truppe, i cui fini – evidentemente – non erano solo di tipo diplomatico e commerciale.

Non è chiaro se Orlando avesse realmente pensato a una occupazione “de facto” della Georgia, dietro il pretesto della sua protezione dalle mire russe (e, in seconda istanza, turche); né se l’avesse concepita come una manovra di avvicinamento ai pozzi petroliferi di Baku, la maggiore ricchezza mineraria della regione e una delle maggiori del mondo intero.

Certo è che la borghesia imprenditoriale italiana, con le fabbriche sempre più dipendenti dalle importazioni di carbone dagli Stati Uniti e dagli altri ex alleati dell’Intesa, e ignara delle ricchezze celate nel sottosuolo della colonia libica, nella crisi del dopoguerra era spinta a porsi seriamente il problema dell’approvvigionamento di combustibile e altre materie prime; e ciò spiega l’interesse manifestato da alcuni ambienti industriali e finanziari per la progettata spedizione nel Caucaso.

Ad ogni modo, quando la missione esplorativa italiana giunse a Tiflis, nell’agosto del 1919, e invitò Woytinsky a Roma, il progetto dell’invio di un grosso contingente militare nel Caucaso non doveva essere stato del tutto abbandonato; oppure bisogna pensare che il governo Nitti intendesse sondare le possibilità di attrarre la Georgia nell’orbita politica e commerciale italiana, sia pure senza varare una cospicua operazione militare.

Ed ecco il racconto di Wladimir Woytinsky nella sua celebre autobiografia «Dalla rivoluzione russa all’economia roosveltiana» (titolo originale: Stormy Passage., A Personal History Through Two Russian Revolutioins to Democracy and Freedom: 1905-1960«, New York, The Vanguard Press, 1961; traduzione italiana di Elisabetta Rispoli, Milano, Casa editrice Il Saggiatore, 1966, pp.  561-62, pp. 567-70).

«Trascorrevamo il tempo [a Costantinopoli] studiando le condizioni economiche dell’Europa postbellica e preparando un libro sulla Georgia, che in seguito fu pubblicato in italiano e in francese. Le nostre osservazioni sulle nuove tendenze economiche si conclusero con una serie di articoli sulla “Bor’ba” [“La lotta”], e in un suggerimento pratico ai nostri amici del governo di Tiflis: coltivare i rapporti economici con l’Italia piuttosto che con la Gran Bretagna e la Francia. Pensavamo che l’Italia, a causa della sua penuria di materie prime e della mancanza di colonie, avrebbe trattato la Georgia da pari a pari e non come un vassallo.

Dopo una trafila burocratica di quattro mesi, il ministero degli Esteri di Parigi informò le autorità di Costantinopoli che non potevamo entrare in Francia. Ritornammo a Batum nel luglio del 1919, a bordo di un cacciatorpediniere inglese. Jordania e gli altri amici georgiani penavano che il nostro viaggio all’estero non fosse stato inutile, dal momento che aveva prodotto il “progetto italiano”. (…)

Subito dopo il nostro ritorno in Georgia, arrivò a Tiflis una commissione italiana, composta da un maggiore alto, dall’aspetto elegante, e da un tenente basso e tarchiato. Il maggiore presentò gli ossequi del suo governo a Jordania, espresse il desiderio dell’Italia di stabilire rapporti diplomatici e commerciali con la Georgia e offrì i suoi servigi per accompagnare una commissione georgiana a Roma. Il governo decise di mandare una commissione che rappresentasse una combinazione tra una delegazione diplomatica e una spedizione economica esplorativa. Un simpatico giovane, laureato alla Sorbona, fu nominato rappresentante diplomatico della Georgia e capo della commissione. La parte economica fu affidata a un addetto delle ricerche petrolifere georgiano e a me; Emma fu incaricata delle informazioni e dei rapporti per la stampa. Lasciammo Tiflis alla fine di agosto, seguiti dagli auguri dei nostri amici e compagni. […]

Una nave italiana ci aspettava a Batum. Dal ponte guardammo la città, mezzo nascosta dietro gli alberi in fiore e circondata da montagne verdeggianti: non sapevamo che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto la Georgia e il suolo russo.

La nave si fermò a Costantinopoli e gettò l’ancora in mezzo allo stretto. I passeggeri furono autorizzati a sbarcare per tre o quattro ore.  Facemmo una passeggiata in città e tornammo a bordo un’ora prima di quella stabilita per la partenza. Un giovanotto con una uniforme turca e il fez in testa mi fermò sulla passerella d’imbarco e mi chiese in francese :”Siete il signor Woytinsky?”

“Sì e voi chi siete?”

Mi mostrò il suo distintivo e una tessera di ufficiale della polizia interalleata. “Ho l’ordine di perquisire il vostro bagaglio.”

Il maggiore italiano, che chiamai come testimone, protestò, ma l’ufficiale mi mostrò un altro mandato che ordinava il mio arresto. In cabina, il poliziotto aprì una dopo l’altra tutte le valigie, ma non tocco nulla finché non vide alcuni numeri della “Bor’ba”.

«Conoscete questo giornale?» mi domandò.

«Naturalmente, ne sono il caporedattore.»

Afferrò i giornali e ci chiese di andare con lui al posto d polizia del comando interalleato. Il maggiore italiano ci accompagnò. Il posto era ad alcuni isolati di distanza dal porto. Un ufficiale francese ci condusse nell’ufficio privato del capo della polizia. Emma ed io aspettammo in anticamera mentre il maggiore scomparve dietro un divisorio di vetro opaco. Lo udimmo gridare: “Questo è un oltraggio? Pensate di poter impedire al governo di Sua Maestà di trattare a suo piacere con altri paesi?”.

Allora un’altra voce, inconfondibilmente francese, rispose: “Ma, monsieur, siate ragionevole! Questo giornale…”

E il maggiore gridò ancor: “Sciocchezze! È l’organo ufficiale del governo georgiano.”

E poi ancora la voce francese: “È un giornale comunista. E il governo georgiano è una banda di comunisti!”.

“Smettetela con queste sciocchezze!” – urlò il maggiore. – State andando troppo oltre.  Sono stato incaricato dal mio governo di scortare il signore e la signora Woytinsky e il loro gruppo a Roma, come ospiti del mio governo. Se cercherete di interferire nei miei ordini, telefonerò immediatamente al nostro ambasciatore e avrete delle noie diplomatiche.”

Dopo altre trattative, il maggiore venne fuori con l’ufficiale che aveva perquisito il nostro bagaglio. Quest’ultimo restituì le copie della “Bor’ba”, dicendo nel russo più puro: “Tenete i vostri tesori”. Era un agente dell’esercito volontario.

Ritornammo di corsa al porto. La nostra nave non c’era più. Il maggiore corse alla banchina accanto, dove fu informato che la nave aveva cambiato ancoraggio ed era all’imbocco dello Stretto per l’ispezione finale dei passeggeri. Cercammo di trovare una barca, ma il mare era agitato e i barcaioli si rifiutavano di uscire. Il maggiore ci chiese di aspettare, corse a un altro molo e ritornò raggiante. Aveva ottenuto dalla marina italiana un fuoribordo che ci avrebbe portato alla nostra nave,

salimmo a bordo quando le ultime formalità stavano per essere completate. I passeggeri, riuniti nel salone principale, esibivano i loro documenti a tre ufficiali seduti a un tavolo (uno inglese, uno francese e uno italiano).  Emma ed io eravamo gli ultimi della coda. L’ufficiale francese guardò il mio passaporto e disse: “Dovete presentarvi al posto di polizia interalleato.”

“Vengo da lì”.

“Che cosa vi hanno detto?”.

Prima che potessi rispondere, il maggiore italiano si fece avanti e disse severamente: “Hanno fatto le loro scuse. Il signore e la signora Woytinski sono diretti a Roma come membri di una missione diplomatica, su invito personale del mio governo

L’ufficiale di controllo italiano chiese al maggiore le sue credenziali e gliele restituì con un inchino, dicendo: “Il caso è chiaro”. L’ufficiale inglese aggiunse: “Sono d’accordo”.

Il francese non era ancora soddisfatto e mi domandò: “Quale sarà il vostro indirizzo in Italia?”.

Il maggiore rispose per me: “Ministero degli Esteri, Roma.”

Essere stato dichiarato in regola dalla polizia interalleata non fu sufficiente: i passeggeri di prima classe continuarono a guardarci con sospetto.

A Taranto, uno sciame di doganieri e di ufficiali di polizia apparve sul ponte. I passeggeri furono di nuovo messi in fila per il controllo dei documenti. Eravamo appoggiati al parapetto e osservavamo la folla sul molo, quando comparvero due imponenti automobili con le bandiere. Il maggiore si rivolse al capo della nostra missione e disse: “Sono per voi e per il vostro gruppo, vostra eccellenza”.

Come ospiti del governo italiano non eravamo soggetti all’ispezione e scendemmo la passerella seguiti dagli sguardi rispettosi dei passeggeri di prima classe:  la nostra reputazione era stata ristabilita.»

In ogni caso, l’arrivo di Woytinsky in Italia non poteva avvenire in un momento peggiore.

Il 12 settembre Gabriele D’Annunzio si era impadronito di Fiume alla testa di 2.500 “legionari”, creando un focolaio di tensione interna e internazionale così acuto, da paralizzare gran parte delle energie del governo Nitti. Di fronte all’insorgere di un problema così acuto nell’Adriatico, gli ambiziosi progetti riguardanti il Mar Nero (o, addirittura, il Mar Caspio) vennero accantonati e non si parlò più di inviare una spedizione militare nel Caucaso. Woytinsky, come si è detto, si trattenne circa un anno in Italia, poi passò in Francia, raggiungendo la delegazione georgiana a Parigi; ma le sorti della Georgia come stato indipendente erano segnate.

La Conferenza di Versailles aveva riconosciuto “de facto” l’indipendenza dei tre Stati caucasici, ma, quando la guerra civile russa si risolse a favore dei “rossi” con la sconfitta del generale Wrangel, e le armate di Trotzkij si avvicinarono ai confini della Georgia, apparve chiaro che gli Alleati non avrebbero combattuto per difenderla (cfr. il nostro articolo «La battaglia sull’istmo di Perekop, 7-11 novembre 1920», sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

La Georgia menscevica divenne la Georgia sovietica nel febbraio del 1921, in seguito all’invasione dell’Armata Rossa.

Sarebbero passati settant’anni prima che essa tornasse a diventare uno Stato indipendente; ma – corsi e ricorsi della storia – con tutti i vecchi problemi ancora sul tappeto, a cominciare da quello delle minoranze etniche dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, per finire con quello – sempre decisivo – dei difficili rapporti politici con l’incomodo vicino russo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/12/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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