martedì, 21 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria coloniale e geografiaSamuel Johnson e la controversia anglo-spagnola per le isole Falkland/Malvinas del 1769-71

Samuel Johnson e la controversia anglo-spagnola per le isole Falkland/Malvinas del 1769-71

Johnson e la controversia anglo-spagnola per le isole Falkland/Malvinas del 1769-71. Ce ne fossero stati di intellettuali così al tempo della crisi del 1982 in cui il generale Galtieri sfidò nuovamente l’orgoglio britannico di Francesco Lamendola  

Nel 1765, durante il suo viaggio di circumnavigazione del mondo, il commodoro John Byron, nonno del celebre poeta, sbarcò una guarnigione a Port Egmont, nelle Isole Falkland, precisamente sull’isola chiamata Falkland Occidentale.

La guerra dei Sette Anni era finita da poco, con la pace di Parigi del 1763 che segnava l’uscita di scena della Francia dal Canada e dall’India e l’inizio della indiscussa superiorità marittima e commerciale inglese a livello mondiale.

Anche la Spagna, che aveva partecipato alle fasi finali della guerra, aveva subito una sconfitta ed ora vigilava più attenta che mai sul suo vasto impero coloniale, timorosa che la Gran Bretagna potesse tentare contro di esso ciò che le era riuscito ai danni di quello francese.

Fin dal 1763, all’indomani della firma del tratto di pace, il navigatore francese Luois-Antoine de Bougainville aveva organizzato una spedizione nell’Atlantico meridionale, a proprie spese ma per conto della Francia, intesa a stabilire una colonia permanente nelle isole su cui anche gli Inglesi avevano messo gli occhi, ma che la Spagna riteneva rientrare nella propria sfera d’interesse e, anzi, appartenerle per via di precedenti viaggi e della vicinanza alle coste del Vicereame della Plata (l’odierna Argentina con l’Uruguay e il Paraguay).

I coloni francesi non erano numerosi, circa 150 persone, provenienti quasi tutte da Saint-Malo e perciò chiamati Malouins, da cui Malouines fu il nome che essi dettero all’arcipelago (e Malvinas, di conseguenza, in spagnolo). Tuttavia, quando gli Spagnoli seppero di quella iniziativa, si affrettarono a protestare e Bougainville, su istruzioni del proprio governo, trattò con il comandante Felipe Ruiz, del vascello «La Esmeralda», la cessione della colonia, che avvenne pacificamente.

Sotto il profilo economico, l’insediamento si era rivelato un fallimento sia per gli Inglesi, che per i Francesi: fredde, prive di alberi e battute dai venti, inadatte alla coltivazione del grano, le isole apparivano povere e difficili da valorizzare; un notevole interesse presentavano, invece, sotto il profilo strategico, poiché si trovavano in una posizione tale da sorvegliare lo sbocco orientale dello Stretto di Magellano e della rotta atlantica verso il Capo Horn, ossia gli unici due passaggi che, all’epoca, mettevano in comunicazione l’emisfero occidentale con l’Oceano Pacifico.

In ogni caso, né i Francesi, né gli Spagnoli avevano avuto sentore dell’insediamento inglese, consistente in un fortino di legno e in alcune batterie di cannoni a guardia del porto, finché, il 28 novembre 1769, il capitano Hunt, comandante del forte britannico, avvistò  una goletta spagnola e le intimò di allontanarsi; cosa che essa fece, ma solo per ripresentarsi due giorni dopo con due lettere di protesta scritte dal governatore spagnolo di Porto Soledad, il quale, nelle forme squisitamente cortesi della diplomazia settecentesca, affermava che le isole rientravano nei possedimenti del re di Spagna e che, pertanto, gli Inglesi erano tenuti ad allontanarsene quanto prima.

Di nuovo Hunt ordinò agli Spagnoli di andarsene; ma il 10 dicembre ricevette tre nuove proteste, seguite, il giorno 12, dall’intimazione di sgomberare Port Egmont e di non navigare mai più in quelle acque senza il permesso del re di Spagna. Il mese di dicembre passò fra  ulteriori schermaglie diplomatiche da parte dei comandanti locali, senza che i due governi fossero coinvolti in prima persona: all’epoca, del resto, ci volevano settimane di navigazione dalle Falkland/Malvine all’Europa, talvolta anche dei mesi, se tempeste e bonacce ci mettevano lo zampino; senza contare che nessuno dei due Paesi poteva vantare diritti di precedenza indiscutibili sull’arcipelago.

Passò l’inverno e nel giugno del 1770 (cioè alla fine dell’estate australe) una squadra navale spagnola, forte di  cinque fregate, si presentò davanti a Port Egmont; ciò produsse un certo nervosismo fra gli Inglesi, che manovrarono con due fregate come per dare man forte alla guarnigione, ignorando l’intimazione spagnola di non muoversi.

Furono sparate alcune salve di cannone, senza colpire il bersaglio, dopo di che gli Spagnoli ribadirono l’ordine di sgomberare le isole. Il comandante inglese, Farmer, inviò degli ambasciatori presso l’ammiraglio spagnolo Madariaga, a Puerto Soledad; e qui essi si videro domandare la resa entro appena quindici minuti, stante la grande disparità delle forze. Gli Spagnoli disponevano di 1.600 fanti di marina, 27 cannoni, 4 mortai e 200 bombe, oltre alla squadra navale, i cui cannoni erano adesso puntati contro il fortino.

Farmer rispose con orgoglio che non gli serviva un quarto d’ora per riflettere, poiché in nessun caso egli avrebbe ceduto; allora, il 10 giugno, gli Spagnoli sbarcarono in forze e costrinsero la guarnigione britannica alla resa. Concessero agli Inglesi di andarsene con tutti gli onori, ma pretesero che la partenza avvenisse non prima di 20 giorni, prelevando, a titolo precauzionale, il timone della fregata «Favourite». Venne anche stesa una lista delle cose che erano state abbandonate, per la riscossione del relativo rimborso, in un secondo momento.

Frattanto il capitano Hunt era giunto a Plymouth il 3 giugno 1770 e aveva precipitosamente informato l’Ammiragliato che gli Spagnoli  avevano rivendicato, in dicembre, la sovranità sull’arcipelago. In agosto l’ambasciatore inglese a Madrid, Harris, ebbe notizia che la Spagna aveva effettuato una spedizione alle Falkland/Malvine, ma senza essere in grado di precisare se e in quali circostanze essa fosse realmente avvenuta.

Fu solo nel mese di ottobre che giunse in Inghilterra il capitano Maltby della «Favourite», confermando che la spedizione spagnola aveva avuto luogo e in che termini si era svolta: la stampa e l’opinione pubblica arsero di sdegno; da tempo immemorabile, nessuno aveva mai osato scacciare una guarnigione di Sua Maestà britannica né, tanto meno, strappare impunemente il timone di una nave da guerra inglese!

Edward Hawke, primo barone Hawke e Primo Lord dell’Ammiragliato, mobilitò la Royal Navy fra grandi squilli di tromba: nessuno aveva visto adunarsi una flotta così potente in un tempo così straordinariamente breve.

Prima che la parola passasse irrevocabilmente alle armi, però, una febbrile attività diplomatica si intrecciò fra Londra, Madrid e anche Parigi, possibile alleata della Spagna per via dei legami dinastici fra le due corone e anche per il desiderio francese di rivincita, dopo la bruciante sconfitta nella Guerra dei Sette Anni.

L’ambasciatore spagnolo a Londra, principe di Masserano, ammise che l’iniziativa di estromettere gli Inglesi dalle isole dell’Atlantico meridionale era partita  dal governatore di Buenos Aires, Buccarelli, ma senza che questi avesse ricevuto precise istruzioni dal governo di Madrid. E, dal momento che tutto era partito dall’iniziativa di comandanti e governatori locali, vi era un sufficiente spazio di manovra perché la politica ricucisse lo strappo diplomatico.

In settembre, l’ambasciatore inglese Harris ebbe istruzioni di chiedere al ministro spagnolo Grimaldi la restituzione dell’arcipelago e la sconfessione dell’iniziativa di Buccarelli. Grimaldi, però, rispose che i primi a usare la forza erano stati gli Inglesi, allorché Hunt aveva ordinato alla fregata spagnola di allontanarsi; che le isole appartenevano incontestabilmente alla Spagna; e che, sebbene Buccarelli avesse agito di propria iniziativa, egli non meritava alcun biasimo, poiché aveva operato nell’interesse della difesa del Vicereame della Plata.

In ottobre, Masserano propose una soluzione di compromesso: se la Gran Bretagna avesse sconfessato l’iniziativa di Hunt, la Spagna avrebbe fatto lo stesso con quella di Buccarelli; ma la proposta non piacque a Londra, che si considerava l’unica parte offesa, né intendeva riconoscere, per principio, la sovranità spagnola sull’arcipelago conteso.  L’ambasciatore Harris insistette nel chiedere una riparazione incondizionata e di nuovo si sentì rispondere da Masserano, dopo una riunione del consiglio spagnolo, che la Spagna avrebbe accondisceso a chiedere scusa, se l’Inghilterra avesse fatto la stessa cosa per l’operato di Hunt.

Nel novembre del 1770 si era ormai vicini al punto di rottura: nessuna delle due parti sembrava intenzionata a cedere e sembrava assai probabile che non restasse altra soluzione alla controversia che la guerra; a dicembre Harris ebbe istruzioni dal proprio governo di fare le valige e di chiedere il passaporto, per lasciare la Spagna e rientrare a Londra.

Tuttavia, tra la fine di dicembre e il gennaio del 1771, qualcosa accadde che ammorbidì l’atteggiamento intransigente degli Spagnoli: probabilmente, fu la sconfessione della politica filo-spagnola del barone César Gabriel de Choiseul, ministro francese della guerra e degli affari esteri, da parte del suo sovrano, Luigi XV di Borbone. Questi non intendeva lasciarsi invischiare in una nuova guerra contro la Gran Bretagna, al fianco della Spagna e lo fece sapere al cugino Carlo III, affermando che il suo ministro voleva la guerra, ma che lui, invece, era contrario.

Choiseul  venne rimosso dall’incarico e al suo posto incominciò a profilarsi l’astro nascente del conte di Vergennes, il quale intendeva rilanciare la politica mondiale della Francia, ma solo quando le circostanze si fossero mostrate favorevoli, come infatti sarebbe accaduto con lo scoppio della guerra fra la Gran Bretagna e le sue tredici colonie del Nord America. Per il momento, la Francia non intendeva esporsi e ciò, molto probabilmente, ebbe un effetto determinate nel persuadere il governo di Madrid a cercare un compromesso accettabile con la Gran Bretagna.

Fu così che il pericolo di una nuova guerra fra le due potenze, che, per un momento, era sembrato vicinissimo, si allontanò nuovamente; la crisi delle Falkland/Malvine venne definitivamente superata allorché, il 22 gennaio 1771, il principe di Masserano consegnò una dichiarazione con cui il governo madrileno sconfessava l’azione del Buccarelli e si impegnava a restituire agli Inglesi il fortino di Port Egmont, pur protestando, per l’ennesima volta, che ciò non si doveva interpretare come un riconoscimento della sovranità inglese sull’arcipelago, che, al contrario, la Spagna considerava come facente parte dei propri possedimenti.

L’opinione pubblica inglese, come si è accennato, aveva seguito appassionatamente lo svolgersi dell’intera vicenda e la stampa vi aveva giocato un ruolo di primo piano, dividendosi fra “intervenitisti” e “pacifisti”.

Fra i primi, si erano particolarmente segnalato un abile giornalista che si firmava Junius (la cui vera identità non è mai stata riconosciuta), il quale aveva infiammato i lettori con la sua penna vigorosa, sostenendo che un insulto intollerabile era stato fatto alla dignità del re Giorgio III e che solo una guerra purificatrice avrebbe potuto lavare l’oltraggio.

Alle sue spalle c’erano personaggi assai potenti, come  l’ex ministro William Pitt il Vecchio, Lord Chatham, che aveva guidato la Gran Bretagna alla vittoria nella Guerra dei Sette Anni, raddrizzandone l’andamento dopo un esordio disastroso e che si poneva naturalmente come il punto di aggregazione del partito che potremmo chiamare nazionalista e bellicista; ed il celebre e discusso John Wilkes, uomo politico estremamente spregiudicato e molto amato dagli elettori, che per tre volte lo avevano mandato alla Camera dei Comuni, per vederlo espellere altrettante, ma che infine, divenuto sindaco di Londra nel 1774, si insediò trionfalmente in Parlamento, a dispetto della tenace opposizione del re in persona.

Fra gli intellettuali che, invece, presero le parti di una politica di moderazione e di ragionevolezza si distinse il massimo critico letterario inglese di quel tempo e, forse, di tutti i tempi: quel Samuel Johnson che dettava legge nel mondo delle belle lettere e il cui stile elegantissimo ed efficace si rivela anche in un breve saggio scritto appositamente per difendere la politica allora  seguita dal governo inglese di Lord North: «Riflessioni sugli ultimi fatti relativi alle Isole Falkland» (titolo originale: «Thoughts on the Late Transactions Respecting Falkland’s Islands», traduzione italiana a cura di Lodovico Terzi Milano, Adelphi, 1982), quasi certamente suggeritagli e forse addirittura commissionatagli dallo stesso Lord North, di cui riportiamo un breve passaggio (pp. 69-71):

«…Contro i domini spagnoli finora non siamo mai stati in grado di far molto. Un piccolo numero di corsari s’è arricchito a loro spese, ma nessun piano d conquista è mai venuto a effetto. Sono difesi, non da mura irte di cannoni che da cannoni possono essere abbattute, ma dalle tempeste oceaniche e dalle nebbie continentali, dalle vampe della febbre tropicale e dal flagello della pestilenza.

Durante il regno di Elisabetta, periodo aureo della grandezza inglese, nessuna impresa diretta contro l‘America ebbe alcuna conseguenza tranne quella  di estendere le rotte delle navi inglesi. Qui Cavendish perì dopo una vita di rischi; e qui Drake e Hawkins, pur così grandi per capacità e per fama, avendo promesso onore a se stessi e dominio al paese, ebbero sepolture senza onore, vinti dalle avversità e dalla disperazione.

Durante il protettorato di Cromwell, periodo a cui le tribù patriottiche vorrebbero ancor più ardentemente ritornare, ci fu un altro tentativo contro i domini spagnoli; ma qui, e solo qui, la fortuna di Cromwell s’interruppe. Le sue forze furono trascinate dalla tempesta lontano da Hispaniola, e le sue speranze di possesso sulle Indie Occidentali svanirono, e fu presa Giamaica solo perché l’intera spedizione non diventasse ridicola.

Ancora si ricorda l’attacco a Cartagena, dove gli spagnoli  dagli spalti videro i loro invasori distrutti dal’ostilità  degli elementi naturali; avvelenati dall’aria e storpiati dagli acquitrini; dove ogni ora spazzava via  interi battaglioni, e nei tre giorni che passarono fra lo sbarco e il reimbarco,  perì mezzo esercito.

Nell’ultima guerra prendemmo L’Avana; con quale costo lo ricordiamo fin troppo bene. Possa il mio paese non subire mai più la maledizione di una simile conquista.

Questi casi di insuccesso, e questo ragionare sulle difficoltà, potranno forse raffreddare l’entusiasmo guerresco del pubblico. Ma sugli oppositori del governo agiranno in modo diverso; essi desiderano la guerra, non la conquista; la vittoria farebbe fallire i loro piani come la pace, perché il successo porterebbe naturalmente a confermare la fiducia in quelle mani che l’avessero usata felicemente. I patrioti si crogiolavano nella speranza che qualche sinistro accidente, o errore nel condurre le cose, potesse diffondere lo scontento e dar esca alla calunnia. La loro speranza è la malevolenza, e il loro bene è il male.

Del loro amor patrio, ne abbiamo già avuto un esempio. Mentre terrorizzavano la nazione mettendo perfino in dubbio la sua esistenza futura; mentre descrivevano gli eserciti invasori incombere su di noi come nembi, e le flotte nemiche sorgere contro di noi dagli abissi; nello stesso tempo creavano ostacoli all’arruolamento di marinai, e difficoltà al nostro sforzo di difesa. Nel giudicare tali uomini sprecherebbe la sua imparzialità chi non li credesse capaci di favorire la sconfitta che desiderano, intimorendo le nostre truppe o tradendo i nostri piani.

Questi sanguinari statisti considerano un insulto all’opinione pubblica il fatto che, pur essendosi allestita ed equipaggiata la flotta, non si sia dato corso ad azioni di guerra; e coloro che covavano desideri di tribolazione e di morte sono delusi di vivere bene.  ma se la pace è lo scopo della guerra, lo è anche dei preparativi di guerra; ed è giusto perseguitare come nemico del genere umano chi preferisce strappare con violenza e spargimento di sangue ciò che si poteva ugualmente  ottenere con sistemi più miti.

Ai ministri si rimprovera la pavidità di non sfidare un nemico per non rischiare un insuccesso che li screditerebbe e li farebbe cadere. Io spero che abbiamo ragioni migliori; che tengano in qualche considerazione i sentimenti di equità e di umanità; che considerino se stessi fiduciari della sicurezza dei loro compatrioti, e avversari di tutto ciò che porterebbe a un inutile massacro…»

Belle parole; buoni argomenti.

Qui è il buon senso che parla, il buon senso del cittadino laborioso e pacifico, che aborre da inutili avventure militari e dal dissennato spargimento di sangue; e non sposta di una virgola la solidità degli argomenti di Samuel Johnson il fatto che l’operetta, quasi certamente, gli sia stata commissionata dal governo in carica, per giustificare il proprio operato davanti ad una opinione pubblica ipercritica e strumentalizzata da giornalisti senza scrupoli.

Ce ne fossero stati, di intellettuali così, al tempo della crisi per le Falkland/Malvine, allorché, nel 1982, il generale Galtieri sfidò nuovamente l’orgoglio britannico invadendo l’arcipelago e la signora Thatcher, le mani sporche del sangue dei patrioti irlandesi morti nelle carceri britanniche, reagì a quella prodezza con una guerra fulminea e molto cruenta, per la gloria di veder rialzare l’Union Jack alle soglie dei mari antartici…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/04/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments