martedì, 22 Giugno 2021
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Un santuario della natura unico al mondo: le isole Juan Fernandez

Un santuario della natura unico al mondo. Aveva fama di praticare la magia il navigatore spagnolo Juan Fernandez un passato misterioso alle spalle sino a quando era comparso sulla costa occidentale del Sud America verso il 1560 di Francesco Lamendola

LA SCOPERTA

Aveva fama di praticare la magia il navigatore spagnolo Juan Fernandez, un passato misterioso alle spalle sino a quando era comparso sulla costa occidentale del Sud America, verso il 1560: La  conquista del Perù era già stata consolidata, benchè nelle regioni più impervie dell’interno l’ultimo sovrano inca, Tupac Amaru, si accingesse a condurre  una disperata guerriglia contro i conquistadores che sarebbe terminasta solo con la sua cattura e decapitazione da parte del vicerè Francisco de Toledo, nel 1572. (1) Frattanto un missionario italiano, Tommaso Berlanga, a quanto pare aveva avvistato fin dal 1535 le Isole Galapagos, ma la costanza dei venti di Sud sembrava costituire un ostacolo insormontabile alla navigazione verso i mari più australi.(2) Juan Fernandez suppose correttamente che tale ostacolo non esistesse che lungo la costa americana e infatti, portatosi al largo verso occidente, potè navigare dal Perù al Cile senza impedimenti e, anzi,  aiutato da correnti favorevoli. (3) La cosa era di notevole importanza strategica perché gli Spagnoli, dopo la sconfitta e la morte di Pedro de Valdivia nella battaglia di Tucapel contro il cacique Lautaro, nel 1553, avevano inviato a sostituirlo, per continuare la guerra contro gli Araucani e stabilizzare la frontiera del fiume Bìo-Bìo nel Cile centro-meridionale, dapprima Francisco de Villagra e poi Garcìa Hurtado de Mendoza. Costui trasformò il Cile in una capitanìa general dipendente dal vicereame di Lima (4), ma per rafforzare il nuovo dominio era indispensabile assicurarsi le comunicazioni marittime, dato che il riarso Deserto di Atacama a nord, e il bastione quasi invalicabile delle Ande a est,  rendevano difficilissimo il transito via terra. Il suo eccezionale fiiuto di navigatore, dunque, procurò a Juan Fernandez, si dice, qualche noia con l’Inquisizione, poiché nessuno prima di lui aveva mai navigato dal Callao a Valparaìso e a Concepciòn in così pochi giorni; normalmente, ci volevano delle settimane, se tutto andava bene. (5)  Ma in compenso ebbe la ventura di scoprire, rifacendo il viaggio varie volte, le isole che portano ancor oggi il suo nome, nel 1563. (6) Egli, però, forse anche a causa della fama piuttosto sinistra che lo circondava in quanto supposto stregone, decise di muoversi con una buona dose di prudenza. Riuscì, per il momento, a tenere segreta la sua scoperta e solo nel 1572 la rese pubblica, richiedendo e ottenendo dal proprio governo la concessione delle isole. Per stabilirvi un insediamento scelse l’isola di Mas a Tierra, più ospitale e fornita di alcuni discreti porti naturali; la colonia che egli fondò ebbe tuttavia vita breve e di essa non rimasero che le capre, che si moltiplicarono in modo straordinario e tornarono allo stato selvatico.

Juan Fernandez continuò a ripetere il viaggio sulla rotta da lui scoperta e nel 1574, sempre viaggiando verso il Cile, s’imbattè in altre due isole ancor più piccole, 500 miglia più a Nord delle precedenti. Era il 12 luglio e cadeva la ricorrenza dei santi martiri Felice e Nabor, per cui vennero chiamate con i loro nomi. A lungo vennero poi confuse dai cartografi con due isole avvistate da Magellano nel lontano 1520, poste molto più a Ovest (probabilmente, Pukapuka e Flint, oppure Vostok), e in tali termini riferisce il libro di bordo del navigatore  Pedro Sarmiento de Gamboa, alla data 1° novembre 1579. Già allora il nome di San Nabor, dato dal Fernandez alla più orientale, si era corrotto in Ambor, da cui si sarebbe infine trasformato in Ambrosio.(7)

L’ultima impresa del navigatore  spagnolo è avvolta dal mistero. Nel 1576 egli si spinse ancor più a Occidente nell’aperto Pacifico (allora chiamato Mar del Sud), e in seguito si favoleggiò che avesse raggiunto una terra estesa, popolata da indigeni ospitali. Ma a Ovest delle Juan Fernandez non vi è alcuna terra per migliaia di chilometri, talchè la supposizione ch’egli raggiungesse l’isola di Pasqua (a 3.700 km. dalle coste del Cile, e che misura soli 162,5 kmq., più altri 0,12 della minuscola Sala y Gomez), o addirittura la Nuova Zelanda, sembra cosa molto difficile a credersi. (8)

GEOLOGIA

Le isole Juan Fernàndez formano un piccolo arcipelago di origine vulcanica posto nel Pacifico sud-orientale al largo della costa centrale del Cile, da cui l’isola maggiore dista 670 km.  Geograficamente costituiscono una dipendenza dell’America del Sud; geologicamente, però, esse appartengono a un complesso orografico sottomarino indipendente dal sistema andino-antartico e collegato invece con la Dorsale dell’isola di Pasqua, che si protende verso Nord, in forma di lunga e stretta cresta sommersa, fino alle isole Desventuradas (san Felix e San Ambrosio). Le Juan Fernàndez appartengono, secondo la teoria della tettonica  a zolle, alla zolla di Nazca (insieme alle Desventuradas e, verso sud-ovest, agli scogli Shefton), la quale è delimitata a nord dalla zolla di Cocos, a est dalla zolla sudamericana, a sud da quella antartica e a ovest dalla zolla del Pacifico.

 Posta vicino al margine della “cintura di fuoco” dell’Oceano Pacifico, è un’area geologicamente giovane ed instabile, caratterizzata dalla presenza di non pochi vulcani sottomarini, alcuni dei quali attivi, e soggetta a fenomeni sismici sia pure di non grande entità – almeno in tempi storici. L’ultimo terremoto che scosse Mas a Tierra con violenza fu quello del 20 febbraio 1835. Di esso compilò una relazione il governatore Sutcliffe, affermando che era stato accompagnato da un maremoto; e che la notte successiva un’alta fiammata, come di eruzione vulcanica, si era levata dall’oceano proprio nel punto ove il giorno prima era stata vista sollevarsi una colonna bianca. Questa relazione costituisce un enigma per i geologi in quanto sull’isola sono assenti le tracce di un’attività vulcanica in tempi a noi vicini. (9)

Il gruppo  Juan Fernanàndez è costituito da tre isole: Robinson Crusoe (già Mas a Tierra) a oriente; la piccola Santa Clara, quasi una sua appendice, circa un chilometro a sud-est; e Alejandro Selkirk (già Mas a Fuera) completamente isolata a occidente, a circa 160 km. dalla sua gemella. (10) Le cime delle due isole sono visibili una dall’altra, ma solo nelle giornate eccezionalmente limpide. Verso oriente le Juan Fernàndez sono separate dal Sud America mediante la lunga, sretta e profondissima Fossa di Atacama, che costituisce la propaggine sud-orientale del vasto Bacino peruviano-Cileno. (11)

La struttura geologica delle tre isole è interamente vulcanica. In molti punti delle coste strapiombanti e anche sulle pendici dell’interno si possono osservare dei bellissimi strati sovrapposti orizzontalmente e costituiti da lava alternata a sabbie o altri materiali incoerenti, il che sembra attestare che le isole non vennero alla superficie per sollevamento, ma in sèguito a una serie di grandiose eruzioni consecutive.  I rilevamenti radiometrici di cui oggi possiamo disporre consentono di datare con precisione le isole alla fase più  recente dell’èra terziaria o cenozoica. Precisamente, i dati rilevati negli anni ’80 del Novecento indicherebbero un’età  di 5,8 milioni di anni per Santa Clara; una compresa fra 4,2 milioni e 3,8 per Robinsdon Crusoe; e una che va da 2,4 a 1 milione di anni per Alejandro Selkirk. (12)  Le rocce più antiche sono dunque quelle di Santa Clara e, poi, quelle dell’estremità sud-occidentale di Robinson Crusoe, intorno alla cosiddetta Baia del Padre; in una seconda fase emerse il rimanente dell’isola maggiore; nell’ultima fase, recentissima, si è formata l’isola Alejandro Selkirk, in tempi veloci, geologicamente parlando (1,4 milioni d’anni), le cui forme alpestri estremamente ardite e scoscese testimoniano della sua giovinezza e dell’ancor poco significativa azione erosiva degli agenti atmosferici.

L’ISOLA ROBINSON CRUSOE

L’isola Robinson Crusoe sorge, come diceva chiaramente il suo nome originario Mas a Tierra, “verso la terra”, essendo la più vicina del gruppo Juan Fernàndez alla costa del Sud America. La sua orografia è molto varia e accidentata, caratterizzata dalla quasi totale mancanza di terreno pianeggiante.

Robinson Crusoe ha forma arcuata e misura circa 20 km. da est a ovest, mentre da nord a sud la larghezza massima non supera i 6 km, per una superficie totale di 95 kmq. (per fare un confronto, si pensi che l’isola d’Elba ha un’estensione di 223,5 kmq., mentre Pantelleria di soli 83 kmq,). E’ anche l’unica dell’arcipelago ad essere abitata permanentemente, poiché ospita circa 5.400 abitanti, di cui un centinaio provenienti dal continente, tutti concentrati nel piccolo centro di San Juan Bautista (San Giovanni battista) nella omonima baia (un tempo Baia di Cumberland). (13)

 Fino a qualche decennio fa gli isolani vivevano quasi esclusivamente di pesca e si trovavano in condizioni di semi-isolamento, essendo i collegamenti marittimi con il continente abbastanza sporadici. Oggi il turismo ha introdotto una nuova fonte di guadagni. Dall’aeroporto Los Cerrillos di Santiago del Cile partono, con frequenza plurisettimanale, degli air-taxi con una capacità da 5 a 10 passeggeri, che raggiungono il piccolo aeroporto dell’isola, in località El Puente, in 2 ore e mezza di volo circa . Un’altra ora e mezza è poi necessaria per raggiungere in auto la Baia del Padre, e da lì, in barca, il paese di San Juan Bautista. Il trasporto marittmo da Valparaìso richiede invece un viaggio di due giorni e la frequenza è, a parte le crociere appositamente organizzate, soltanto mensile.(14)

Le coste dell’isola sono alte e rocciose quasi dappertutto. Le insenature maggiori sono, oltre alla menzionata Baia di San Juan Bautista (sulla costa nord-orientale, in posizione assai favorevole perché riparata dai venti dominanti di sud-ovest), il Puerto Inglés sulla costa centro-settentrionale; il Puerto Francés sulla costa orientale; e le baie Villagra, Chupones, Blanca e Carvajal, che si aprono in successione da est a ovest lungo la costa sud-occidentale. Sul versante opposto di questa parte dell’isola l’unica rientranza è la Baia del Padre, non ampia ma profondamente incuneata, sovrastata da bastioni rocciosi che scoscendono al mare da un’altezza di alcune centinaia di metri. Fra essa e la Baia Carvajal l’isola si restringe al massimo, essendo unita al promontorio sud-occidentale da un istmo, detto El Puente, ampio meno di mezzo chilometro.

L’isola è attraversata da una ripida cresta montuosa ad andamento est-ovest, dalla quale si dipartono numerose creste secondarie separate da valli profondamente incisde dall’erosione. Essa culmina presso il versante sud-orientale dell’isola nel massiccio strapiombante di El Yunque (“L’Incudine”), bellissima montagna di forma trapezoidale che, a dispetto della sua altitudine non molto notevole (circa 950 metri s.l.m.) è di difficilissima ascensione. La sua vetta, infatti, venne raggiunta per la prima volta da alcuni uomini del presidio spagnolo soltanto nel 1795, con un’impresa che venne giudicata, all’epoca, assolutamente eccezionale.

Tutta la parte centro-orientale dell’isola è più elevata del rimanente (e, come si è visto, geologicamente più recente): il Portezuelo de Villagra tocca i 550 m., il Cerro Alto arriva a 670 m. La regione sud-occidentale, di cui Santa Clara è il prolungamento insulare, è attraversata dalla cresta principale lungo il margine settentrionale, e mentre a nord strapiomba sull’oceano, a sud si dipartono da essa delle propaggini fra loro parallele e separate da strette valli, in cui scorrono corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’ISOLA ALEJANDRO SELKIRK

Completamente isolata a occidente, a 830 km. dalle coste del Sud America, emerge dalle acque profonde Alejandro Selkirk, un tempo chiamata Mas a Fuera o “al largo”; simile, secondo la suggestiva immagine dello storico cileno B. Vicuña Mackenna, al possente e inaccessibile castello del signore feudale di quei mari incolleriti.(15) È costituita da un unico blocco di lava, a forma ellittica, di circa 10 kmda nord a sud per 6 km da est a ovest, ed è anch’essa interamente  montuosa.

La sua principale caratteristica, per chi cerchi di sbarcarvi, è la difficoltà causata dalla totale mancanza di approdi. Un compendio storico anonimo del 1767 informa che “l’isola di Mas a Fuera è molto elevata, o meglio, è un monte tagliato a scarpa che s’innalza dal mare senza porti né luoghi ove le navi possano calare le ancore, a causa delle grandi profondità che si trovano lungo tutta la sua costa.”(16) Ad esso fa eco quanto  ha scritto nella seconda metà dell’Ottocento il Caviedez: “Le coste di Mas a Fuera sono fortemente tagliate a scarpa in tutto il suo contorno, presentando in molti punti burroni più profondi di Ma a Tierra, e senza, come vi sono in questa, porti abbastanza riparati dalle intemperie, se non piccole baie esposte a tutti i venti, talchè le navi debbono ancorare con grande precauzione.”(17)

Sul lato orientale scendono dall’altopiano interno verso la costa numerose valli, separate tra loro da ripidissimi crinali montuosi; lungo la riva non vi è che una stretta striscia sassosa ed è solo da questo lato che si può tentare uno sbarco. Sulla costa occidentale dell’isola una parete rocciosa a picco precipita nell’oceano spumeggiante da un’altezza di 1.000-1.500 metri. L’aspetto di questo gigantesco blocco di rocce, attraversato da canaloni, completamente spoglio di vegetazione e privo di spiaggia, è al tempo stesso grandioso e inospitale: qui il sublime della natura tende a sfumare insensibilmente nell’orrido e nel pauroso. (18)

Le vallate del versante orientale dell’isola raggiungono il mare in corrispondeza della foce di altrettanti torrenti dal letto cosparso di ciottoli e spezzato da salti e cascate.. Da nord a sud si aprono, così, le quebradas de Sanchez, del Sandalito, del Sàndalo, del Pasto, del Ovalo, del Mono, de las Casas, del Blindado, de las Vacas e del Varadero. La costa occidentale è diritta e uniforme; non vi è margine fra le pareti di roccia e i marosi; e le scogliere, le torri e i pinnacoli di roccia scavati dalla forza del mare hanno un aspetto alquanto impressionante. Carl Skottsberg ha paragonato lo scenario selvaggio di questa parte dell’isola alle incisioni di Gustave Dorè sull’Inferno dantesco. (19) L’unica rientranza di tutta l’isola è la cosiddetta Baia Toltén, sulla costa settentrionale, ma anch’essa è completamente aperta ed esposta ai venti, sicchè non costituisce un approdo di alcuna utilità per le navi. Del resto l’isola Alejandro Selkirk, posta lontano dalle rotte di navigazione e priva di abitanti permanenti, è solo raramente toccata da qualche nave e rimane ancor oggi difficilmente accessibile. (20)

Al contrario della sua gemella dalla forma allungata, l’isola possiede un elevato altopiano interno che raggiunge il punto più alto con la vetta Los Inocentes, a 1.650 metri d’altitudine (quasi il doppio di Robinson Crusoe). La parte settentrionale di tale altopiano, chiamata Plano de la Mona (ossia della Madonna), si può raggiungere solo per un sentiero tracciato dalle capre selvatiche che si inerpica sul crinale a fil di rasoio girando intorno alle valle Casas, sospeso fra due baratri profondi quasi mille metri. La sezione meridionale del sistema orografico interno, la cui ossatura è costituita dal massiccio culminante nel picco Los Inocentes (nome che, a detta di Skottsberg, ha il sapore di un vero ossimoro) è inaccessibile dal nord, essendo impossibile scalare la cresta che separa le valli Casas e Vacas. Per ascendere a questa parte interna dell’isola si deve partire da due punti della costa sud-orientale, presso la Quebrada del Varadero.

 Questa parte dell’isola ha sempre suscitato una profonda impressione in coloro che si avvicinano dal mare. Il pittore John Hawkesworth la ritrasse nel 1773 dal lato nord-ovest in una affascinante incisione, tanto precisa dal punto di vista cartografico, quanto suggestiva dal punto di vista artistico. Ma non solo i marinai dei velieri si sentivano intimiditi da quella montagna torreggiante; un effetto analogo suscitava anche agli equipaggi delle navi a vapore.Ecco la vivida descrizione fattane da un ufficiale di marina germanico che vi approdò con la sua nave, un moderno incrociatore corazzato, nel corso della prima guerra mondiale: “Sulla costa occidentale dell’isola una parete a picco rocciosa si eleva rapidamente a più di 1.000 metri sul livello del mare. Ciò dà una grande impressione appare talmente inospitale da indurre ben difficilmente le navi a soggiornarvi a lungo (…) Ancorati al riparo di questo gigantesco blocco di rocce, che sembravano guardare dall’alto in basso le microscopiche sagome delle nostre navi, noi vi trascorremmo alcuni giorni penosi, di lavoro febbrile. Oggi ancora è viva in me la prima impressione datami da quell’incombente colosso, che ci dominava.” (21)

L’isola, come pure la sua gemella, è stata fortemente intaccata dall’erosione: le sue due valli maggiori o quebradas, Vacas e Casas, sono intagliate così profondamente che quasi dividono in due l’isola. Questo è un elemento del paesaggio, strettamente legato al clima, che accomuna le Juan Fernàndez, e particolarmente Alejandro Selkirk, a certe isole del Pacifico meridionale come le Marchesi, mentre nel vicino Sud America non ha riscontri se non fra alcune alte valli andine.

IL CLIMA

Il clima delle isole è mite, di tipo sub-tropicale oceanico, rinfrescato dalla fredda Corrente di Humboldt e caratterizzato da un netto divario fra la stagione calda e asciutta (l’estate australe, che va da ottobre a marzo) e quella fresca e piovosa (l’inverno australe, da aprile a settembre). La temperatura media annua si aggira intorno ai 15°C; la media estiva è sui 20°C,  mentre nel mese più freddo, che è agosto, scende a 10°C. L’escursione termica massima si aggira, nel corso dell’anno, sui 30°C o poco più. (22) Le nuvole avvolgono spesso le Juan Fernàndez  e la piovosità registra una media annua di 1.100 mm., concentrati nel periodo aprile-ottobre. Si va da un minimo di 318 mm. di pioggia nel mese più asciutto ad un massimo di 1.698 mm. in quello più umido. (23)  A partire da dicembre, le piogge decrescono velocemente ed è questo, infatti, il periodo migliore per visitare  le isole.  Anche i venti, nella stagione invernale, soffiano spesso con particolare violenza Vediamo ora brevemente,  il clima delle specifico delle due isole maggiori.

Nell’isola Robinson Crusoe la parte centro-orientale della catena principale, più elevata, arresta bruscamente la circolazione dei venti che soffiano sulla costa meridionale; le correnti atmosferiche salgono e condensano la loro umidità sui fianchi della montagna, dando luogo a frequenti acquazzoni, mentre il vento irrompe con forza tremenda attraverso le valli. Le piogge abbondanti che, d’inverno, annaffiano questa parte dell’isola, favoriscono lo sviluppo di una foresta esuberante, che ammanta le valli e si spinge verso la sommità delle creste montuose. Invece la parte orientale dell’isola, meno elevata e quindi meno piovosa, ha una vegetazione prevalentemente erbacea. Il monte insulare di Santa Clara, totalmente privo di acqua dolce, è ed è sempre stato assai povero di vegetazione arborea. Per quanto riguarda le temperature e l’escursione termica stagionale, vale quanto detto in precedenza: prolungate osservazioni sono state fatte in modo sistematico solo nella Baia di San Juan Bautista, che gode di un’esposizione particolare. Il clima della parte occidentale dell’isola è diverso, più caldo oltre che più asciutto del rimanente. Anche la temperatura dell’acqua è mite; al largo verso occidente, al contrario, il mare è interessato dal passaggio della fredda Corrente di Humboldt, che risale dall’Antartide su un largo fronte e lambisce le coste occidentali del Sud America, per poi piegare verso occidente. (24)

Il clima dell’isola Alejandro Selkirk non è conosciuto altrettanto bene, poiché l’isola è stata teatro di un tentativo d’insediamento permanente per un quadriennio appena, dal 1909 al 1913 (il governo cileno voleva farne la sede di un penitenziario e spese grosse somme, ma inutilmente, per costruire banchine e moli di approdo per le navi). Possiamo dire, tuttavia, che nelle parti più alte presenta caratteri assai diversi da quello della sua gemella. Vi compare non di rado la brina, che è invece sconosciuta a Robinson Crusoe; e, qualche volta, anche la neve. Ma poiché molte piante sono uguali, le valli in posizioni riparate devono godere di un clima poco differente, almeno fino a 600 o 700 metri d’altitudine sul livello del mare.

LA FAUNA

In contrasto con la straordinaria ricchezza della vita vegetale, la fauna terrestre delle isole Juan Fernàndez si presenta come piuttosto povera. Mancano completamente i mammiferi terrestri, essendo le capre  e i bovini animali importati dopo la scoperta dell’arcipelago, e così pure sono assenti gli anfibi e i rettili; gli unici vertebrati sono rappresentati dagli uccelli.

La fauna marina è più ricca; bisogna ricordare innanzitutto un grosso e prelibato crostaceo, ill Palinurus frontalis, che si pesca solo in queste acque e in quelle di San Felix e San Ambrosio. Poiché queste ultime isole sono completamente sterili e disabitate, la pesca di questa specie d’aragosta ed il suo inscatolamento per l’esportazione sul continente, dove è assai apprezzato, costituivano quasi la sola risorsa della popolazione, almeno fino all’arrivo del turismo. Vi sono numerose specie di pesci, in parte peculiari di queste acque, fra cui pescecani e merluzzi.(25). Invece i pinnipedi, otarie, elefanti marini e foche, sono stati sterminati nel corso dell’Ottocento da marinai del Cile e di altri paesi, allo scopo di ricavarne il grasso e l’olio. La caccia indiscriminata che causò l’estinzione, nel giro di pochi anni, delle foche da pelliccia fu quasi fatale anche alla un tempo abbondante foca di Philippi (Arctocephalus Philippi), unico mammifero marino endemico di questo arcipelago.  Nei primi anni del Novecento la sua popolazione era stata così duramente colpita da farlo ritenere ormai quasi completamente estinto. Invece un certo numero di individui erano riusciti a sopravvivere e a consentire una graduale, modesta ripresa. Attualmente è protettoi dalle leggi e vive  libero lungo le coste rocciose dell’isola Robinson Crusoe e di Santa Clara,  per la gioia dei turisti che possono osservarne le eleganti evoluzioni sia in superficie che sott’acqua. Si calcola che ve ne siano attualmente circa 9.000 individui: poca cosa rispetto alle colonie innumerevoli che precedettero l’arrivo dell’uomo, ma pur sempre un numero tale da scongiurare il rischio concreto dell’estinzione. In generale, a parte questo caso, la fauna marina dell’isola Alejandro Selkirk, grazie al suo maggiore isolamento, è molto più ricca di quella di Robinson Crusoe, sia a livello pelagico (o d’alto mare) che bentonico (legata, cioè, al contatto diretto con il fondo marino).

Gli animali introdotti dall’uomo sono la capra, la pecora, il coniglio,il maiale, il coati (Nasua nasua, un procionide), il topo comune, e infine il gatto e il cane, che si sono rinselvatichiti. Quasi tutti, come vedremo, hanno costituito un gravissimo fattore di squilibrio per l’ecosistema delle Juan Fernàndez, così come per quello di altre isole oceaniche che hanno subìto la medesima invasione. (26) Si pensi che sull’isola Robinson Crusoe le capre erano divenute talmente numerose da fruttarle il nome di Goat Island, ossia Isola delle capre. Quanto ai cani, sull’isola Alejandro Selkirk essi trovarono un habitat eccellente, moltiplicandosi a dismisura e divenendo un vero flagello; al loro grande numero  si dovette la denominazione di “Isla de los Perros” (perro, in spagnolo, è il cane) che le fu attribuita in passato. (27)

Abbiamo detto che sulle isole mancano gli anfibi indigeni. In effetti vi è presente una rana (Pleuroderma sp.) originaria del Cile continentale, ma è quasi certo che fu introdotta daglu uomini. Gli insetti sono rappresentati da poche specie, ed è abbastanza strana la mancanza di specie legate ai fiori in un arcipelago così ricco di forme vegetali.

Un discorso a parte merita l’avifauna. In Cile sono presenti 296 specie di uccelli, di cui solo 11 endemiche, e 5 di queste sono limitate alle isole Juan Fernàndez. Di conseguenza, questa ecoregione  risulta della massima importanza per la fauna del Cile. Delle 17 specie d’uccelli terrestri e marini cher vivono sull’arcipelago, 8 fra specie  e sottospecie sono endemiche, e 4 altre specie si riproducono, oltre che in queste isole, solamente sulle isole Desventuradas e sull’isola di Mocha (quest’ultima si trova al largo della terraferma cilena centro-meridionale, fra Concepciòn e Valdivia). (28)

 La specie più vistosa dell’arcipelago è il colibrì delle Juan Fernàndez  (Stephanoides fernandensis). Il maschio è molto appariscente a causa del colore rosso vivo del piumaggio, mentre la femmina si adorna di colori più discreti: verde chiaro il corpo e bianca la coda.Anche questa specie è stata, ed è tuttora, in grave pericolo di estinzione. Secondo gli ultimi censimenti non sopravviverebbero che 250 esemplari circa, la maggior parte dei quali trovano il loro ambiente ideale nella foresta nativa dell’isola Robinson Crusoe. Ma poiché l’alimentazione di questo piccolissimo e grazioso uccello è legata, come spesso accade, a una sola specie vegetale, l’ottimo cavolo di Juan Fernàndez, e questa pianta cresce abbondante  anche nella Baia di San Juan Baustista e presso il paese, è possibile osservarlo anche senza intraprendere una faticosa escursione nell’interno montuoso e alquanto  accidentato dell’isola. (29) Una caratteristica notevole di questo uccellino è che si tratta della sola specie attualmente conosciuta di colibrì  endemico di isole oceaniche; caratteristica che basterebbe, da sola, a rendere oltremodo preziosa la sua sopravvivenza. (30)

Altri uccelli endemici sono, a livello di specie, il cosiddetto rayadito dell’isola Alejandro Selkirk (in spagnolo rayado significa “rigato”), nome scientifico Aphrastura masafuerae, e la cincia-tiranno di Juan Fernàndez, Arlairetes fernandezianus; a livello di sottospecie, il falco dal dorso rosso di Juan Fernàndez, Buteo polyosoma exsul, e lo sparviero di Juan Fernàndez, Falco sparverius fernandensis. Altri uccelli di un certo interesse sono comuni all’avifauna del Cile continentale, come  il gufo dalle orecchie corte, Asio flammeus; il tordo australe, Turdus falcklandii; il merlo australe, Guracus curaeos; e il Sephanoides sephanoides, un altro  uccello-mosca  dal dorso verde.

Con la sola eccezione dei due  colibrì  summenzionati, le foreste dell’isola così ricche di specie vegetali scarseggiano di insetti impollinatori. E’ stato calcolato che il 9% della flora dell’arcipelago viene impollinata per mezzo degli uccelli-mosca, mentre un 47% circa viene impollinato dal vento. La dieta dei colibrì comprende 14 diversi tipi di nettare di altrettante piante autoctone. (31)

FLORA E VEGETAZIONE

La maggiore attrattiva naturalistica delle isole Juan Fernàndez consiste nella loro splendida flora, ricca di forme endemiche e superstiti di antiche ère geologiche. È tale la ricchezza e la magnificenza di questa antica flora indigena, vissuta in quasi assoluto isolamento fino a tempi storici, che alcuni studiosi di fitogeografia hanno ritenuto di dover istituire un’apposita regione floristica per queste sole tre piccole isole, quasi a sottolinearne l’indipendenza dalle altre grandi regioni floristiche del Pacifico e delle Americhe. (32)

D’altra parte, delle erbe introdotte dal Cile e dall’Europa minacciano seriamente la sopravvivenza della flora locale. Molte di queste piante invasive, in particolare la Aristotelia chilensis, detta maqui (del genere Aristotelia, diffuso nell’emisfero australe) e una salvastrella, la Acaena argentea, hanno da tempo invaso le valli inferiori, specie nell’isola Robinson Crusoe, e si spingono su, verso le vette. Poiché il 70% della flora delle isole Juan Fernàndez è endemica, cioè propria ed esclusiva di questi luoghi, si può dire che l’arcipelago costituisce un museo vivente di storia naturale dal valore incomparabile; quindi,  per arginare l’invasione delle piante straniere nonché il degrado ambientale dovuto all’opera delle capre, del disboscamento e degli incendi, nel 1935 il governo del Cile creò il Parque Nacional Archipielago de Juan Fernàndez di 9.300 ettari di superficie. Si tratta di un’istituzione di valore mondiale per la tutela di una fauna e, soprattutto, di una flora unica sul nostro pianeta: la loro scomparsa costituirebbe una perdita irreparabile per la Terra.

Prima di proseguire, sarà bene chiarire un punto: flora e vegetazione non sono sinonimi. Come dice l’Almagià, “il complesso delle famiglie, generi e specie vegetali di una determinata regione si dice flora. Ogni gruppo ha una propria area di diffusione, ma, considerando in uno sguardo d’insieme tali aree, si possono determinare dei territori comuni ad un numero maggiore o minore di gruppi: si arriva così a distinguere delle regioni floristiche, di diverso grado. Queste regioni floristiche sono in relazione, non soltanto con le condizioni ambientali odierne (soprattutto con la distribuzione delle terre e dei mari), ma anche con quelle di epoche geologiche non lontane… Dal punto di vista geografico, maggiore interesse  che i complessi floristici  hanno le grandi formazioni vegetali, cioè quelle associazioni di piante che dipendono esclusivamente da condizioni di suolo e di clima: le piante che le costituiscono non sono affini fra loro per appartenere alle stesse famiglie ed agli stessi generi, ma perché hanno le stesse abitudini, mostrano i medesimi adattamenti, il medesimo modo di vita e si associano perché nella stretta convivenza si rendono spesso reciproci servizi. Sono queste formazioni di piante adattatesi a vivere nelle medesime condizioni di ambiente che imprimono uno speciale aspetto al paesaggio. I botanici distinguono le formazioni vegetali in tre gruppi: formazioni arborescenti (lignosa); formazioni vegetali erbacee (prata); formazioni vegetali dei climi aridi (deserta).” (33)

 Noi terremo conto di entrambi gli aspetti e  cominceremo col distinguere l’una dall’altra le due isole maggiori, date le loro notevoli differenze altimetriche e climatiche.Nell’isola Robinson Crusoe possiamo distinguere sei fasce principali di vegetazione, partendo dal livello del mare e  salendo fino alle più alte vette.

 La fascia inferiore, da 0  a 200 metri  s.l.m., è  la meno interessante perché quella ove l’invasione di piante straniere si è verificata per prima ed ha prodotto gli effetti più devastanti. Oltre alla Aristotelia ed alla Acaena, già citate, vi prospera il Rubus ulmifolius, una Rosacea localmente chiamata zarzamora, che ha coperto vaste estensioni prative e con la quale nessuna delle piante native è stata in grado di competere.

 Da 100 a 300 metri segue la fascia degli arbusti introdotti dall’esterno, che negli ultimi decenni ha fatto arretrare nettamente la foresta locale: fino agli anni ’20 del Novecento, infatti, come attestano Skottsberg ed altri studiosi, quest’ultima si sviluppava già a soli 200 metri d’altitudine. In questa zona troviamo la Danthonia collina, una Graminacea; la Stipa laevissima, tipica della savana e delle steppe delle zone aride, e perciò molto sviluppata nella zona sud-occidentale dell’isola, povera di piogge (34); e  infine Piptochaetium bicolor, un’altra Graminacea che è tipica delle pampas sudamericane. L’isolotto di Santa Clara, che raggiunge l’altezza di 375 m., appartiene interamente  a questa zona ove le specie infestanti hanno avuto partita vinta quasi dappertutto.

La terza fascia va da 300 a 500 metri  s.l.m.ed è caratterizzata dalle foreste native d’alto fusto,  Qui neanche un invasore agile come la capra è riuscito a penetrare e a danneggiare seriamente la flora indigena; in alcuni punti il terreno è così impervio che l’escursionista deve procedere aggrappandosi ai rami degli alberi o camminando letteralmente sull’intrico delle chiome.  La foresta è spesso impenetrabile e conserva il suo primitivo sviluppo con aspetto sempreverde, caratterizzato dalle essenze arboree più imponenti e più famose dell’intero arcipelago. Drimys confertifolia, che alligna anche sull’isola Alejandro Selkirk, appartiene a un genere di piante sempreverdi diffuso sia in America che in Australia e Oceania; le specie più note sono Drimys axillaris della Nuova Zelanda e Drimys  winteri dell’America Meridionale. Il grande genere  Myrcia della famiglia delle Mirtacee , presente con ben 500 specie nell’America tropicale e sub-tropicale, è rappresentato qui con la specie  Myrceugenia fernandeziana   (mentre un’altra cresce sull’isola gemella). Si tratta di un magnifico albero, alto fino a 20 metri, dalle foglie spesse e lucenti, che in estate si copre d’innumerevoli fiori bianchi dal dolce profumo. Il suolo di questa zona è coperto di tronchi caduti e di un ricco tappeto di muschi, mentre nel sottobosco prosperano le felci del genere Hymenophyllum che amano le stazioni moltro umide, di solito in associazione coi muschi. Un altro albero notevole è la palma  Juania australis, localmente chiamata chonta, una delle due uniche specie di palma native del Cile, che appartiene a un genere endemico monotipico. Alcuni botanici la ritengono imparentata, se non unita, al genere Ceroxylon (C. australe), che cresce spontaneo sulla Cordigliera delle Ande, dove raggiunge facilmente l’altezza stupefacente di 60 metri.

Fra 500 e 700 metri si estende la fascia delle foreste montane inferiori. Anche qui il terreno è estremamente accidentato, il suolo e il sottobosco presentano le caratteristiche già descritte. Questa zona ha in comune con la precedente  sia Drimys confertifolia, sia Myrceugenia fernandeziana, ma se ne distingue per la presenza di altri alberi che là non si trovano: Bohemeria excelsa (genere che prende il nome da G. R. Bohemer, botanico tedesco);  Coprosma oliveri e Coprosma pyrifolia, appartenenti  ad un genere diffuso soprattutto in Australia e nella Nuova Zelanda; e una specie di Fagara  (F. mayu), mentre un’altra è presente sull’isola Alejandro Selkirk. L’albero di Fagara si distingue perché è il gigante dell’isola, con un’altezza che supera agevolmente i 20 metri. In questa foresta montana inferiore mancano le liane lignee, ma le numerose felci, i muschi, le epatiche e le epifite, nonché i tronchi putrescenti al suolo e il groviglio dei rami danno alla vegetazione un aspetto tropicale, benchè in effetti questa formazione vegetale abbia piuttosto le caratteristiche di un ambiente fra sub-tropicale e temperato.

Un discorso a parte merita un albero un tempo assai frequente e oggi, ormai, purtroppo completamente estinto a causa dell’irresponsabile sfruttamento operato dall’uomo, questo super-predatore che non rispetta alcuna  forma di vita animale e vegetale. Intendiamo parlare del prezioso e profumato albero di sandalo, il Santalum fernandezianum, che costituiva una vera e propria particolarità dell’arcipelago Juan Fernàndez, anzi della sola isola Robinson Crusoe. Esso era infatti l’unico rappresentante americano di questo genere che è caratteristico delle isole del Pacifico occidentale e dell’India. Si conoscono infatti circa 25 specie di Santalum e una sola, il fernandezianumappunto, cresce nell’misfero occidentale. Delle altre, le più note sono il Santalum album delle foreste tropicali dell’India, delle isole della Sonda e della Terra di Arnhem (Australia settentrionale); il S: acuminatum, pure dell’Australia; il S. ellipticum, il S. freycinetianum, il S. haleakalae e il S. paniculatum, tutti e quattro delle isole Hawaii; il S. lanceolatum del Queensland (Australia nord-orientale); il S. murrayanum  e il  S. obtusifolium, anch’essi australiani; e infine il  S. salicifolium, cioè il sandalo dalle foglie di salice. Come si è detto, il legno aromatico di quest’albero straordinario indusse alcune compagnie commerciali ad abbatterlo sistematicamente per l’ esportazione. Si calcola che il solo governatore Manuel Tomàs Martìnez esportò dall’’sola in un unico anno, il 1836, la bellezza di mille quintali del prezioso prodotto. Dopo la visita della viaggiatrice britannica Mary Graham, nel 1823, i botanici che si recarono nell’isola di Robinson Crusoe faticarono alquanto per riuscire a trovare un albero di sandalo ancora vivo, per poterne determinare la specie e decifrare il mistero della sua esistenza in una piccola isola, così lontana dal suo areale  indo-pacifico. Tale soddisfazione arrise finalmente, nel 1891-92, all’eminente botanico tedesco Federico Johow, dopo che un’apposita spedizione finanziata dal governo cileno e guidata dal naturalista Edwin C. Reed aveva mancato l’obiettivo, circa 20 anni prima. L’ultimo esemplare vivo fu trovato e descritto dal botanico svedese Carl Skottsberg nel 1908; alcuni anni dopo, nel 1916-17, egli ritornò sull’isola con una più attrezzata spedizione scientifica, ma dovette constatare la definitiva scomparsa del Santalum fernandezianum. (35)

La quinta fascia di vegetazione è la meno estesa e la più caratteristica: copre le pendici dei monti fra 700 e 750 metri  s.l.m. ed è costituita dalle foreste di felci arborescenti, che qui sviluppano forme veramente uniche e bellissime. Su un terreno immerso in una verde, perenne semioscurità e reso umido dalle piogge abbondanti prosperano incontrastate le due specie tipiche di questa zona: Dicksonia berteroana e Thyrsopteris elegans. La prima appartiene al genere Dicksonia che è diffuso in tutta l’Oceania, spesso coltivato a scopo ornamentale, e la cui rappresentante più famosa è la Dicksonia antarctica diffusa in Australia, Tasmania  e Nuova Zelanda. Queste felci arborescenti appartengono alla famiglia Dicksoniacee che si segnala per una certa somiglianza  del portamento, sia con le Palme che con le Cicadacee. (36) I loro fusti sono coperti da lunghi peli e terminano con un grande ciuffo di foglie divise e suddivise. Un’altra specie, D. arborescens, vive sull’isola di S. Elena nell’Atlantico meridionale, e una sola, D. macrocarpa, si rinviene in Europa (Penisola Iberica) e in alcune isole dell’Atlantico settentrionale (Madera e Tenerife). (37) Quanto a Thyrsopteris elegans,  esso costituisce un vero e proprio fossile vivente poiché si tratta di una specie di felce arborea che possiede lontane relazioni con forme pre-terziarie, ma nessuna con quelle presenti. È divenuta molto rara sull’intero arcipelago, gloriosa testimonianza di un tempo in cui le felci arborescenti dominavano il paesaggio delle antiche epoche geologiche, prima di essere soppiantate da altre piante superiori che non avevano, come loro, bisogno di un velo costante di umidità per la riproduzione: le Fanerogame. Si sviluppa in burroni e nei pendii delle valli, in posizione riparata; il tronco, che può raggiungere i 15 metri d’altezza, è spesso coperto di epifite; non è difficile da porre a coltura, ma è molto difficile da trovare. Presenta, come le specie consorelle, una certa somiglianza con le Ciateacee poiché, come queste, richiama alla memoria, per la sua fisionomia, le vegetazioni di lontanissimi tempi. (38) Infine possiamo ricordare la felce tropicale Blechnum cycadifolium, dalle fronde lucide e pennate (39). Come si è detto, le foreste di felci arboree si sviluppano entro una fascia altimetrica assai ristretta dell’isola Robinson Crusoe (circa 50  metri di dislivello), sicchè la loro presenza funziona come una specie di altimetro: significa che ci si trova poco al di sopra dei 700 metri d’altezza  s.l.m., nelle stazioni montane immediatamente superiori  alle foreste di Myrceugenia, di Bohemeria e di Fagara mayu. Si tratta quindi di un indicatore prezioso, un po’ come, nelle nostre foreste temperate-alpine, il passaggio dal bosco di Faggi a quello di Abeti indica (dopo una fascia in cui le due  popolazioni convivono) che ci troviamo, con un buon grado di  approssimazione,  intorno ai 1.000 metri s.l.m. (40); ma molto più preciso, essendo il margine d’errore  di una cinquantina di metri solamente.

Le felci arboree formano spesso dei boschi misti con altre specie, tra le quali Azara serrata var. fernandeziana  (appartenente a un genere ampiamente diffuso nel Sud America), dalle foglie più o meno incise e dai fiori intensamente profumati; Cuminia eriantha; Rhaphithamnus venustus, così chiamata per la sua  particolare bellezza; e soprattutto Lactoris fernandeziana. Quest’ultima, fino a poco tempo fa creduta estinta e poi riscoperta in vari luoghi della fitta foresta dell’isola, è una Magnoliacea monotipica che costituisce un eccezionale esempio di isolamento sistematico interessante addirittura una intera famiglia, quella delle Lactoridacee. (41)

Da ultima viene la fascia della boscaglia superiore  delle alture più esposte, che oscilla in maniera più elastica delle altre, da una quota inferiore di 500 metri fino a una superiore di 850. Questa zona si estende attraverso le pendici più elevate dei monti e le creste e le scarpate rocciose maggiormente esposte ai venti dominanti. Essa è caratterizzata da un’associazione vegetale di alberi in miniatura, rappresentanti di generi o specie endemiche delle Composite, come Dendroseris marginata e Robinsonia gayata;  delle Borraginacee, come  Selkirkia; e delle Ombrellifere, come Eryngium bupleuroides.

Questa flora di piante nane è  presente anche nell’isola di Santa Clara (che pure non raggiunge l’altezza di 400 metri  s.l.m.),  specialmente con Dendroseris macrophylla; mentre ampie zone sono state denudate  della loro vegetazione arbustiva e presentano delle pendici erbose. Su di essa i fattori ambientali dominanti sono la libera circolazione dei venti, che d’inverno battono l’isola con notevole violenza, e la mancanza di corsi d’acqua (mentre sull’isola Robinson Crusoe ve ne sono diversi a carattere quasi permanente), a cui si aggiunge la massiccia invasione di piante erbacee straniere che hanno alterato irreparabilmente la flora indigena.

Anche le fasce di vegetazione dell’isola Alejandro Selkirk sono sei, ma non coincidono che in parte con quelle della sua gemella orientale. Le due inferiori si sovrappongono parzialmente: da 0 a 400 metri  s.l.m. quella delle pendici a vegetazione erbacea; e da 0 a 500 metri quella dei profondi burroni, chiamati quebradas, che separano le valli del versante orientale e incidono così profondamente il profilo dell’isola da tagliarla quasi, come abbiamo visto, in almeno tre distinte sezioni praticamente non comunicanti l’una con l’altra. L’erba più diffusa è Anthoxanthum odoratum, una Graminacea perenne giunta dall’Europa e che ha invaso l’isola con la stessa aggressività inarrestabile di Acaena sulla sua gemella. Delle sue 4 specie, proprio Anthoxanthum odoratum cresce spontaneo anche in Italia nei pascoli, nei prati e nei boschi, dal piano fino alla zona alpina. E’ un’erba aromatica, che comunica al fieno il suo forte profumo, dovuto a un alcaloide in esso contenuto, la cumarina. Tutta questa zona al di sotto dei 500 metri d’altitudine ha un carattere nettamente steppico, dalla costa fino alle pendici del versante orientale (quello occidentale, come si ricorderà, è costituito da una ripidissima parete rocciosa che cade al mare da 1.000-1500 metri d’altezza ed è praticamente privo di vegetazione). Inoltre, per la massiccia invasione delle piante straniere, è anche la meno interessante dal punto di vista botanico.

La terza e la quarta fascia di vegetazione sono occupate, rispettivamente, dalla foresta montana inferiore, posta fra 400 e 600 metri  s.l.m., e  dalla foresta montana superiore, fra 600 e 900 metri. Corrispondono l’una  alla foresta di bassa montagna dell’isola Robinson Crusoe  (sfasata di 100 metri verso l’alto a causa del clima leggermente più caldo di quella), l’altra, grosso modo, alla foresta di felci arborescenti. Le associazioni vegetali caratteristiche della terza fascia sono  Drimys confertifolia ,  la Mirtacea Myrceugenia schulzei  e il maestoso albero di Fagara externa, il gigante vegetale dell’isola che svetta al di sopra di tutti gli altri  Anche qui, sull’isola Alejandro Selkirk, le felci arboree  non costituiscono una formazione vegetale autonoma, ma prosperano, generalmente, nel bosco misto con le specie summenzionate. Una differenza con l’isola di Robinson  è  che qui la Dicksonia berteroana è sostituita da una specie affine, la Dicksonia externa. Vi sono, comunque, anche degli esempi di bosco “puro” di felci arborescenti, uno di questi è la bellissima foresta di Dicksonia  che si trova presso  il massiccio di Los Inocentes, in posizione isolata 

Le ultime due fasce di vegetazione, salendo verso l’alto, sono quella della boscaglia superiore, da 950 a 1.100 metri s.l.m., e la cosiddetta zona alpina, fra 1.100 e 1.300 metri s.l.m.. Ancora al di sopra, fino alla sommità del picco Los Inocentes (quasi un ossimoro, data la natura estremamente impervia del luogo) che svetta a 1.650 metri d’altezza, la natura rocciosa del suolo, la violenza dei venti e le temperature piuttosto basse arrestano l’ulteriore sviluppo della vegetazione.

La boscaglia superiore corrisponde a quella dell’isola Robinson Crusoe, ma con un dislivello di ben 450 metri sul margine inferiore  (colà essa inizia ad appena 500 metri  s.l.m.) e di 250 metri su quello superiore  (850 metri  s.l.m. invece di 1.100), e ciò a causa dell’altezza molto maggiore dell’isola Alejandro Selkirk.  Oltre alle specie già segnalate per l’isola Robinson Crusoe, che crescono in analoghe condizioni di terreno e di clima, si può ricordare  Berberis corymbosa, pianta arbustacea e spinosa appartenente a un genere diffuso anche in Italia (con il B. vulgaris o crespino), con foglie semplici, seghettate e fiori disposti in racemi dotati di un particolare meccanismo di autofecondazione. Inoltre,  nelle zone più umide di questa parte alta dell’isola, presso i canaloni attraversati da corsi d’acqua o rallegrati da qualcuna delle numerose cascate che scendono dall’altopiano, cresce una Gunneracea endemica molto appariscente, la Gunnera Màs-a-Fuerae. Imparentata con la Gunnera chilensis che cresce sul continente, ma anche con altre specie del Pacifico e della Nuova Zelanda (se ne contano una trentina), ricorda nel suo nome il botanico danese E. Gunner. Pur trattandosi di una pianta erbacea, presenta dimensioni gigantesche: il diametro delle sue foglie arriva  persino a 3 metri  (del resto, quelle della G. manicata del Brasile misurano fino a 2 metri), mentre il gambo è commestibile e alla sua base si formano radici avventizie che  vivono in simbiosi con alghe azzurre dei generi Nostoc e Chroococcus. Sono piante belle e al tempo stesso imponenti (non per nulla la specie cilena e quella brasiliana sono coltivate ovunque a scopo ornamentale), amanti dei luoghi freschi e umidi, che ingentiliscono, con le loro folte macchie di verde, i recessi più spogli e severi delle aspre pendici montane. (42)

Da ultima viene la zona alpina, che caratterizza il Plano de la Mona e il massiccio di Los Inocentes. I botanici che avevano visitato l’isola ritenevano, pur non avendone raggiunto le parti più elevate, che la loro vegetazione corrispondesse a quella delle cime dell’isola Robinson Crusoe, e tra essi il dott. Federico Johow. Invece, nel 1908, Carl Skottsberg che per primo giunse a porre il suo piede in questi luoghi così difficilmente raggiungibili, fece una scoperta emozionante: quella dell’esistenza di una flora alpinacompleta, non rappresentata da specie isolate ma da associazioni perfettamente integrate di vegetali inferiori e superiori. E, come se non bastasse, egli si rese conto che al carattere alpino di questa flora erano associati addirittura degli elementi magellanici o subantartici, cosa piuttosto sorprendente se si considera che l’isola è posta alla stessa latitudine di Valparaiso, 33° di latitudine Sud, e dunque nella fascia climatica sub-tropicale, collegata con l’ambiente  mediterraneo del Cile centrale. (43)  La flora alpina dell’isola Alejandro Selkirk è rappresentata, fra l’altro, dal rovo subantartico Rubus geoides, dal  muschio  subantartico Lycopodium magellanicum e dagli aster nani di montagna del Sud, Lagenophora. (44) Si tratta di un paesaggio naturale molto caratteristico e altrettanto insolito per una piccola isola tropicale: il regno dei prati e delle felci spesso avvolto nella nebbia, che ricorda un po’ la tundra, per la vegetazione stentata e per la presenza di numerosi massi rocciosi arrotondati dall’erosione  e sparsi tutto intorno. (45). Va ricordato, inoltre, che sempre allo Skottsberg si deve la scoperta della Gunnera Màa-a-Fuerae, già ricordata, sempre nella spedizione del 1908. (45)

I PROBLEMI DI STORIA NATURALE

Come si è visto, la flora delle isole Juan Fernàndez è formata da svariati elementi, caratteristici di aree geografiche  e climi assai diversi.

Vi è innanzitutto un elemento cileno, da porre in relazione con la flora di Valdivia (Cile centro-meridionale dal clima temperato-freddo e piovoso), piuttosto che con quella che cresce sul continente dirimpetto all’arcipelago. L’elemento magellanico, o subantartico, è rappresentato solo sull’isola Alejandro Selkirk. La regione superiore  di questa isola  possiede una vegetazione alpina completa, con associazioni di muschi, licheni, felci e piante con fiori, che immigrò probabilmente in epoca glaciale. Vi è poi un elemento tropicale, da porre forse in relazione con la flora tropicale cilena di lontane epoche geologiche piuttosto che con quella attuale. Tuttavia i maggiori problemi di storiua naturale sono posti dalle piante endemiche, talune delle quali suggeriscono una parentela con specie che crescono nelle isole del Pacifico occidentale e nella Nuova Zelanda, a distanze valutabili in molte migliaia di chilometri. Appare un po’ improbabile che queste piante siano immigrate traversando sconfinate distese oceaniche, per poi trasformarsi in nuovi generi e specie.

Questa caratteristica della flora delle isole Juan Fernàndez è stata confermata dai risultati scientifici della Spedizione svedese del Pacifico guidata da C. Skottsberg nel 1916-17. (46) I dati elaborati in Svezia negli anni seguenti rivelarono che, su 142 specie di fanerogame, soltanto 27 sono comuni alle due isole maggiori, il che è decisamente poco per offrire un sostegno alle teorie migrazioniste della disseminazione oceanica. D’altra parte, le Juan Fernàndez hanno 51 pteridofite, delle quali un terzo sono endemiche: e ciò, al contrario, è molto per un gruppo considerato ricco di possibilità di diffusione. Dei muschi, 47 specie su 128 sono endemiche. Complessivamente, è endemico il 69% delle specie di fanerogame .

Ma altri problemi sono posti dalla fauna delle isole. Delle 40 specie di pesci individuate nelle acque delle Juan Fernàndez, il 50% è endemico. Di grande interesse sono due specie caratteristiche dei mari dell’Australia e della Nuova Zelanda le quali, invero curiosamente, non si spingono fino alle coste del Sud America.  È come se questi pesci, dopo aver migrato attraverso le immensità del Pacifico meridionale per qualcosa come 10.000 chilometri, non avessero voluto spingersi oltre nei meno di 700 km. che separano l’arcipelago dal continente vicino. Li ha fermati la fredda Corrente di Humboldt? Oppure esiste, nella loro memoria genetica, il ricordo di una diversa distribuzione delle terre e  dei mari, un po’ come alcuni biologi sospettano che avvenga nel caso delle prodigiose migrazioni dei salmoni dall’Atlantico alle acque dolci dei fiumi europei e nordamericani? (47)

Anche gli animali invertebrati delle Juan Fernàndez hanno posto degli interrogativi. Nello studio sui lombrichi e sui molluschi due teorie sul popolamento dell’arcipelago si sono trovate a confronto:: quella di W. Michaelsen, secondo il quale tutti i lombrichi sono stati introdotti dall’uomo, e quella di N. Hj. Odhner, sostenitore dell’endemismo di tutte le specie di molluschi e perfino di tre interi generi.Essi presentano, non di rado, delle relazioni con specie diffuse nelle lontanissime isole della Polinesia, comprese le Hawaii, piuttosto che con quelle della vicina terraferma sudamericana. Alcune famiglie risultano essere superstiti di antiche epoche geologiche e, proprio come nelle isole Hawaii, mancano tipi più recenti. Delle forme di parentela esistono anche con specie dell’isola di Pasqua. “In questo caso – ha osservato Skottsberg – la fauna sembrerebbe essere un avanzo di un’antica fauna di molluschi del Pacifico, lungamente isolata su varie isole, che nuovi immigrati sono stati in grado di raggiungere solo con l’aiuto dell’uomo.” (48)

Questa conclusione può apparire, a prima vista, piuttosto sorprendente; e d’altra parte, negando – come è stato fatto e con dovizia di argomenti – la teoria dell’immigrazione spontanea, sia per la flora che per la fauna inferiore, e non potendo forse spiegaretutte le relazioni esterne con la tettonica a zolle, si viene ad ammettere implicitamente quella secondo cui le isole Juan Fernàndez avrebbero fatto parte, un tempo, di una terra molto più estesa, poi sprofondata e della quale esse non sarebbero che un avanzo. (49)

Vogliamo riepilogare brevemente i più importanti elementi di ordine geobotanico che si prestano ad una interpretazione di questo tipo. La felce arborea Dicksonia berteroana ha le più prossime relazioni con una specie delle isole Figi; il Santalum fernandezianum rimanda a specie sconosciute in America, ma diffuse dall’India all’Australia;  la Lactoris fernandeziana offre l’esempio, unico al mondo, di una intera famiglia presente solo in una piccola isola oceanica, Robinson Crusoe, attualmente con un numero di esemplari vivi che si stimano fra le 1.000 e le 2.000 unità; una Composita arborea, la Flotowia, collega addirittura il Cile meridionale (flora magellanica) con le isole Galapagos (che sono sulla linea dell’Equatore); e, infine, la palma Juania australis ricorda specie consimili dell’America tropicale, mentre non ha alcun riscontro sulla terraferma cilena dirimpetto alle isole.

Concluderemo queste riflessioni ricordando un fatto: che mentre il Guppy, per spiegare il popolamento vegetale delle isole del Pacifico, attribuisce notevole importanza alla disseminazione a distanza, C. Skottsberg studiando la flora di un distretto isolato quale l’arcipelago delle Hawaii, ha esposto le serie ragioni per cui gli endemismi localizzati nelle stazioni montane sarebbero i discendenti di un’antica flora ipsofila, sviluppatasi in presenza di condizioni geografiche assai diverse dalle attuali nell’area del Pacifico orientale. (50)

Possiamo solo sperare che la straordinaria flora di queste piccole isole, così ricca di fascino e di preziosi elementi di storia naturale, sotto la protezione della Conaf (Corporaciòn Nacional Forestal) che ha introdotto, dal 1977, severissime misure di protezione ambientale, possa essere preservata quale Riserva mondiale della Biosfera.

BREVE STORIA DELL’ARCIPELAGO

Da quando, nel 1596, le isole vennero abbandonate da una colonia di Gesuiti, che vi si era stabilita poco prima, esse rimasero disabitate per più di 150 anni.

Vi approdarono gli olandesi Schouten e Le Maire nel 1616 e Jakob l’Hermite nel 1624. Il 26 dicembre 1680 fu la volta del corsaro inglese Sharp, che però, inseguito da tre vascelli spagnoli, dovette fuggire precipitosamente alcuni giorni dopo, lasciando a terra un marinaio, un indiano moskite di nome Will. Questi dovette ingegnarsi a sopravvivere coi propri mezzi fino a quando, nel 1684, fu salvato da un altro corsaro inglese, John Cook: fu lui il primo Robinson dell’isola, anche se il suo caso non è mai divenuto famoso.

Altri cinque marinai inglesi soggiornarono in solitudine sull’isola maggiore, su loro richiesta, dal 1687 al 1690. Ma il “Robinson” per antonomasia fu il marinaio scozzese Alexander Selkirk che nel 1704 fu abbandonato dal capitano Stradling del vascello Cinq Ports e ripreso solo nel 1709 dal capitano Woodes Roggers, giunto con  le navi Duke Dutchess.(51) La sua vicenda ispirò infatti il celeberrimo romanzo di Daniel Defoe (1660-1731),The life and strange surprising adventures of Robinson Crusoe, che apparve nel 1719 e fu accolto da un immediato e straordinario successo di pubblico, destinato a rinnovarsi continuamente fino ad oggi..

Le imprese dei corsari contro le colonie spagnole della costa occidentale americana indussero finalmente il governo di Madrid ad installare sull’isola di Mas a Tierra un presidio permanente, fra il 1743 e il 1750, nella Baia di Cumberland; presidio che venne ritirato solo nel 1814. Nel 1819 il Cile, conquistata la propria indipendenza, proclamò l’annessione dell’arcipelago. Ma quegli anni agitati furono i più drammatici per la fauna e la flora delle isole, che vennero saccheggiate a ritmo frenetico da cacciatori di foche e da commercianti di legname, mentre le capre, i maiali e i gatti rinselvatichiti aggravavano i danni, brucando la vegetazione  e distruggendo le uova degli uccelli marini.

Il secolo XIX  vide anche frequenti viaggi scientifici di naturalisti d’ogni paese, che fecero conoscere in Europa il valore biologico inestimabile dell’arcipelago: gli inglesi Mary Graham nel 1823 e  David Douglas nel 1824;  l’italiano Carlo Bertero nel 1830 (a lui è dedicata la felce arborea Dicksonia berteroana); il francese Gay nel 1832; e l’elenco sarebbe ancora lungo. Ci limiteremo a ricordare la breve visita della pirocorvetta italiana Magenta, nel novembre 1867, che al comando del capitano Arminjon faceva il giro del mondo con intenti scientifici; in precedenza abbiamo ricordato le spedizioni di F. Johow, nel 1891-92, e di C. Skottsberg, nel 1908 e nel 1916-17.

Tre mesi dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, il 26 ottobre 1914, la squadra degli incorciatori tedeschi del vice-amm. Maximilian von Spee giunse a Mas a Fuera, reduce dalla traversata del Pacifico, e ne fece la sua base segreta per circa un mese, lontano da occhi indiscreti, prima e dopo la vittoriosa battaglia navale di Coronel (1° nov.) contro la flotta britannica del contramm. Christopher Cradock..Dopo aver doppiato Capo Horn entrando in Atlantico, la squadra tedesca fu poi distrutta da quella britannica dell’amm. Doveton Sturdee nella battaglia delle isole Falkland (8 dic.), ad eccezione dell’incrociatore leggero Dresden, che riuscì a fuggire. Questo rimase ben nascosto, per più di tre mesi, in un ancoraggio segreto dei canali magellanici; ripreso il mare nel marzo 1915, fu sorpreso e attaccato da tre incorciatori inglesi (Glagow, Kent Orama) davanti a Mas a Tierra. Benchè si trovasse in acque territoriali cilene, e quindi neutrali, il Dresden non ebbe via di scampo: il suo equipaggio preferì autoaffondarlo e venne, quindi, internato sull’isola. (52)

      NOTE

1)   F: LAMENDOLA, Tupac Amaru II: la voce della rivolta,  in  Il Calendario del popolo, Teti ed

        aprile 1993, pp. 15.9954-16.000.

2)      S. ZAVATTI, Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche, Feltrinelli, 1967, p.32.

3)      Id., p.109; Encyclopaedia Britannica, 1961, voll. 9 e 13. Sulle navigazioni spagnole nel Pacifico, cfr: O.H.K.SPATE, Storia del Pacifico. Il lago spagnolo, Einaudi, 1987; G. DAINELLI, L’esplorazione del Grande Oceano, U.T.E.T.,1965; F.LAMENDOLA, Mendaña de Neira alla scoperta della terra Australe, in Il Polo,  Riv. Dell’Ist .Geogr. Polare “S. Zavatti”, 1990, I, pp.19-24..

4)      Enc. geogr. Il Milione, De Agostini, 1979, vol. 14, p. 156.

5)      B. VICUÑA MACKENNA,Juan Fernandez, historia verdadera de la isla de Robinson Crusoe, Ediz. Univ. De Valparaiso, 1974, tomo I, pp. 42-59.

6)      Benchè ora portino il suo nome, il modesto Juan Fernàndez aveva battezzato il gruppo semplicemente “Islas Santa Cecilia”, avendole scoperte nella ricorrenza della santa, il 22 novembre .

7)      Sulla scoperta di S. Felix e San Ambrosio, sulla corruzione del nome di “Nabor” e sull’equivoco delle isole descritte da Pigafetta, vedi il dotto lavoro di G. CORNEY, The Isles of San Félix and San Nabor, in The Geogr. Journ, sett. 1920.

8)      B. VICUÑA MACKENNA, Op. cit., tomo I, pp. 60-80.

9)      Il fatto è riportato in F: JOHOW, Estudios sobre las Islas de Juan Fernàndez, Santiago 1896, con una  introduz. sulla geologia di R. Pöhlmann.

10)  Le coordinate geografiche sono: Robinson Crusoe, 33°37  lat. S. e 78°49’ long. O.; Alejandro Selkirk, 33°46’ lat. S. e 80°46’ long. O. La denominazione delle isole è stata ufficialmente cambiata dal governo cileno nel 1966, principalmente a scopo turistico.

11)  La Fossa di Atacama può essere suddivisa, da nord a sud, nelle Fosse di Kummel, di Richards e di Haeckel. Le profondità massime oscillano fra gli 8.050 metri della prima e i 5.667 dell’ultima.

12)  T.F.STUESSY e altri, Botanical and geological significance of potassium-argon dates from the Juan Fernàndez Islands, in  Science, 225, pp. 49-51.

13)  L’insediamento attuale è erede di quello fondato da un privato, il cittadino svizzero A. von Rodt, che nel 1877 affittò le isole dal governo cileno, dopo che era stata abbandonata la colonia penale stabilitavi al tempo di Diego Portales (1831-37).

14)  F. PIANA, Cile, Ed. Fuori Thema, 1999, p.283.

15)  B: VICUÑA MACKENNA, Op. cit., tomo II, p.782.

16)   F. JOHOW, Op. cit., pp.14-15.

17)  C. SKOTTSBERG, The Islands of Juan Fernandez, , in Geogr. Rew:, 1918, I, pp.375-8.

18)  Esistono pochi altri esempi al mondo di piccole isole con coste altrettanto elevate e ripide. Fatte le debite proporzioni fra altezza e superficie, un altro caso notevole è quello dell’isoletta Roca Catedral (già Cathedral of Peterborough), nel gruppo Desventuradas, uno scoglio alto 53 metri che deve il suo nome alle due torri verticali di basalto colonnare che richiamano una chiesa gotica. Riportato in E. RÉCLUS, Nouvelle Géographie Universelle.

19)  C. SKOTTSBERG, Op. cit., p. 381.

20)  Raggiungere l’isola Alejandro Selkirk è, ancor oggi, difficile e costoso, ma non impossibile. Vedi W; BERNHARDSON, Cile e Isola di Pasqua, EDT, 2000, p.595, 589; “ricordate che, se vi riuscisse di arrivare, potreste poi essere costretti a restarci per dei mesi.”

21)  H. POCHHAMMER, L’ultima crociera dell’Ammiraglio Spee, Marangoni ed., 1932, p.160.

22)  F. PIANA, Op. cit., pp. 282-3. L’A. era comandante in seconda dell’incrociatore corazzato Gneisenau, gemello dello Scharnhorst, la nave ammiraglia di von Spee.

23)  C. SKOTTSBERG, A supplement to the pteridophytes and phanerogams of Juan Fernandez and Easter Island, pp.763-792, in C. Skottsberg ed., The natural history of the Juan Fernandez and Easter Islands, vol.2, Botany, Almqvist & Wiskell, Uppsala, 1953..

24)  L’esistenza di questa corrente marina  spiega la presenza di animali marini tipici dei mari freddi in queste acque tropicali; pinguini e balene, ad es., si trovano alle is. Galapagos, sull’Equatore.

25)  Una brutta avventura capitò ai marinai del commodoro Byron (nonno del poeta): “Nell’aprile 1765, una sosta all’isola di Mas a Fuera rischiò di volgersi al tragico.. L’isola era circondata da basse scogliere; alcuni marinai i quali, muniti di salvagente di sughero, vollero tentare di raggiungerla a nuoto, furono assaliti dagli ingordi del mare (i pescicani) e dovettero risalire rapidamente a bordo.” CH. DE LA RONCIÈRE, La scoperta della Terra,S.A.I.E., 1958, p.263.

26)  Vedi H. KOOPOWITZ- H. KAYE, Piante in estinzione.Una crisi mondiale, Edagricole, 1985, pp.105-117.

27)  Enciclopedia Espasa Europeo-Americana, voce Juan Fernàndez, Islas de.

28)  I. HAHN, The birds of the Juan Fernàndez Islands (Chile) with special consideration to the Masafuera Rayadito (Aphrastura masafuerae), Master thesis, Inst. Landscape Ecology, 1996.

29)  W. BERNHARDSON, Op. cit., pp.587-8.

30)  R.K. COLWELL, Hummingbirds of theJuan Fernandez Islands: natural history, evolutionand population status, in Ibis, 1989, n.131, pp.548-566; M.S.ROY e altri, Evolution and history of hummingbirds from the Juan Fernandez Islands, Chile, in Ibis, 1998, n.140, pp.265-273.

31)  G.L.BERNARDELLO e altri, Floral nectary structure and nectar chemical composition of some species from Robinson Crusoe Island (Chile), in Canadian Journal of Botany, 2000, n.78, pp.862-872; G. ANDERSON e altri, Breeding systems and pollination of selected plants endemic to the Juan Fernandez Islands, in American Journal of Botany, 2001, n.88, pp.220-233.

32)  I regni floristici sono, com’è noto, 6 (Olartico, Paleotropicale, Neotropicale, Capense, Australiano, Antartico) , suddivisi in 37 domini; il dominio delle isole Juan Fernàndez fa parte del regno neotropicale (dalla California, Nuovo Messico e Florida fino al Sud America, Patagonia esclusa). Cfr. C. CONCI e altri, Natura viva. Enciclopedia sistematica del regno vegetale, Vallardi, vol. 2, 1962, pp. 1569-70.

33)  R. ALMAGIÀ, Fondamenti di geografia generale, Cremonese, vol. 1, 1961, pp.429-30.

34)  La Stipa pennata, detta lino delle fate per il suo portamento molto decorativo, dalle glume assai lunghe e dall’arista piumosa, è caratteristica dei magredi friulani, terreni alluvionali molto permeabili e perciò poveri di vegetazione.

35)  C. SKOTTSBERG, The Islands of Juan Fernandez, cit., p. 370.

36)  Vedi Enciclopedia italiana delle scienze. Scienze naturali, De Agostini, I Vegetali, vol. I., 1972, pp. 272-3.

37)  Come è noto, alcuni bellissimi esemplari di Dicksonia antarctica sono presenti nei giardini di Villa Taranto, sul Lago Maggiore.

38)  Per la bellezza incomparabile di queste felci arborescenti, vedi U. TOSCO, Flora esotica, De Agostini, 1972, p.39; A. GUILLAUMIN e altri, Mondo verde, Labor, vol. II, pp.28-29; G: MONTALENTI-V. GIACOMINI, Corso di biologia, Sansoni, 1970, p.315. Nell’emisfero Sud, ove crescono spontanee, le felci arborescenti possono raggiungere altezze sbalorditive; L. Cocayne ne ha fotografata una, nella foresta temperato-umida dell’isola Kermadec (Nuova Zelanda) alta ben 23 metri: R. BIASUTTI, Il paesaggio terrestre,U.T.E.T., 1947, p.373.

39)  Cfr: Dizionario di Botanica, Rizzoli, 1984, p.61.

40)  Fatti salvi i casi in cui particolari condizioni climatiche producano il fenomeno dell’inversione vegetazionale, come nel caso dell’Altipiano del Cansiglio (Prealpi orientali), ove il faggio cresce al di sopra dell’abete rosso.

41)  Vedi F. GONZALEZ-P.RUDALL, The questionable affinities of Lactoris: evidence from branching pattern, inflorescence morphology, and stipule development, in Am. J. Botany, dic. 1, n.88 (12), pp.2.143-2.150.

42)  Sulla Gunnera vedi la voce omonima in Enciclopedia agraria italiana, Edit. Degli Agricoltori, vol. V, 1965, pp.670-71.

43)  Vedi F. LAMENDOLA, Carl Skottsberg,, un naturalista alla scoperta dell’estremo Sud, in Il Polo, 1988, vol.3, pp.11-17. Per quanto riguarda la terminologia, col termine sub-antartica o magellanica si vuole designare il tipo di vegetazione della sezione meridionale delle Ande del Cile, ma esso ha generato, in passato, qualche equivoco per una certa qual indeterminatezza. Su questo aspetto, cfr. l’esauriente delucidazione di A.M.DE AGOSTINI, Ande Patagoniche, Soc. Cart. G. De Agostini, 1949, pp.27-28.

44)  Vedi supra e anche  F. LAMENDOLA, La flora sub-antartica di Mas a Fuera, in Il Polo, 1989, vol. 1, pp.34-40.

45)  Cfr. C. SKOTTSBERG, The Islands of Juan Fernandez, cit., p.381.

46)  Un riassunto è dato in Geografiska Annaler, band VI, 1924, pp.209-212.

47)  Sulle migrazioni dei salmoni, vedi P. PASQUINI- A. GHIGI, La vita degli animali, U.T.E.T. vol. I, 1978, pp. 728-36.

48)  C. SKOTTSBERG, The Swedish Pacific Expedition of 1916-17, in Geografiska Annaler,VI, p.212.

49)  C. SKOTTSBERG,The Islands of Juan Fernandez, cit., p.383.

50)  Sulle tre principali teorie circa le migrazioni delle piante da un continente all’altro (deriva dei continenti aggiornata con la tettonica a zolle; ponti intercontinentali; diffusione transoceanica dei semi) si veda The Harper Encyclopedia of Science, Harper & Row, vol. III, 1963, p.931.

51)  La relazione del ritrovamento di Selkirk è contenuta in DEPERTHES, Storie di naufragi, Martello, 1968, vol. 2, pp. 151-156; e in Avventure e viaggi di mare (a cura di M. SPAGNOL- G. DOSSENA), Feltrinelli, 1965, pp. 173-177.

52)  Cfr. H. POCHHAMMER, Op. cit.; R. HOUGH, La caccia all’ammiraglio von Spee, tr. it. Longanesi & C., 1971; E. BRAVETTA, La grande guerra sul mare, Mondadori, 1926, vol. I, pp. 133-156;  Storia della Marina, Fabbri ed:, 1978, vol. 2, pp. 580-592 e 609-624.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Oltre alle opere citate nelle note,  si vedano: C. SKOTTSBERG, The natural history of Juan Fernandez, voll. 3, Uppsala, 1920-21; D. SOUHAM, L’isola di Selkirk, Sperling & Kupfer, 2001; R. DE CASTRO, Le isole di Robinson, in Atlante, De Agostini, 1992, n. 11,  pp.26-33; C. BRANCHI, L’isola di Robinson, in Le Vie del mondo, 1953, n. 5, pp. 485-495; A. SALANI, L’isola di Robinson, in Epoca, 1981, 3, pp.-24; W. BONATTI, In terre lontane, Baldini & Castoldi, 1997, pp.232-37; W. L. SCHMITT,A Voyage to the Island home of Robinson Crusoe, in Nat. Geogr. Mag., 1928, II, pp. 353-370; O. HOLSTEIN,Robinson Crusoe e la sua isola, in L’Universo, 1933, pp.1-15; J. DORST, America meridionale e centrale, tr. it. Sansoni, 1970, pp. 260-264; e l’ottima “voce” Juan Fernàndez della Enciclopedia Italiana, curata da eccellenti specialisti.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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