domenica, 13 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: Le leggende sulla Resistenza, di Giampaolo Pansa

Le leggende sulla Resistenza di Giampaolo Pansa. Pansa ha messo il dito su una piaga che continua a sanguinare: la piaga dell’ipocrisia, della mancanza di verità, della menzogna spacciata per moneta buona da quasi sessant’anni di Francesco Lamendola  

Crediamo sia inutile presentare sia Giampaolo Pansa, sia il contesto politico-culturale in cui si collocano i suoi ultimi libri sulla storia nascosta della Resistenza, a partire da «Il sangue dei vinti», del 2003, che ha avuto il merito, dopo un silenzio cinquantennale pressoché assoluto, di aprire un minimo di dibattito non solo e non tanto sui lati oscuri della Resistenza, e specialmente sulle feroci esecuzioni sommarie avvenute dopo la fine della guerra civile, ma sulle ragioni dell’altra parte, quella della Repubblica Sociale Italiana, superando lo stereotipo del fascista di Salò senza onore, sadico, torturatore, asservito al tedesco invasore.

Ma perché occuparci, in questa sede, degli ultimi libri di Giampaolo Pansa, vendutissimi, quando ci eravamo riproposti di dare la precedenza ad autori meno conosciuti, ma meritevoli di essere letti; oppure ad autori ingiustamente dimenticati?

Per una ragione molto semplice: che Pansa, qui, ha messo il dito su una piaga che continua a sanguinare: la piaga dell’ipocrisia, della mancanza di verità, della menzogna spacciata per moneta buona da quasi sessant’anni. Egli non si propone di demolire la Resistenza, ma di demolire la vergognosa falsificazione della storia e l’ignobile speculazione che è stata fatta sulla mitizzazione arbitraria di quella dolorosa vicenda della nostra storia nazionale che la guerra civile.

A stento, e anche per merito suo, si è riusciti a far accettare a tutti, specialisti e non, l’espressione «guerra civile», per designare i fatti del 1943-45; mentre prima, adoperare questo termine sembrava un delitto di lesa maestà: si voleva far credere che non di una guerra civile si fosse trattato, ma soltanto di una guerra di liberazione contro il nazismo, cui, incidentalmente, si erano uniti, per non dire venduti, pochi fascisti italiani.

Pansa, invece – che, si noti, non è uno storico di professione: si vede che costoro erano in tutt’altre faccende affaccendati, in tutti questi decenni – ha riportato quella vicenda entro i suoi realistici contorni: con una Repubblica Sociale che godeva ancora di un discreto consenso popolare, certo maggiore che non la Resistenza stessa; e i cui aderenti non erano solo dei violenti e dei facinorosi, ma anche degli Italiani che avevano un alto concetto dell’onore e della patria: gente che sapeva benissimo di legarsi ad una causa perduta, e che tuttavia si espose al rischio e, spesso, pagò di persona un prezzo molto alto.

Un altro merito dei recenti lavori di Pansa, infatti, è quello di aver squarciato il velo omertoso che era stato disteso dalla Vulgata resistenziale, massimamente sotto la regia del Partito Comunista, intorno alle stragi di fascisti, specialmente civili, avvenute nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi al termine della guerra, ad opera di veri e propri «squadroni della morte» partigiani, specializzati in tale lavoro sporco.

Ridare visibilità e anche dignità ai combattenti dell’altra parte, ossia a quanti, militari e civili, aderirono alla Repubblica Sociale, significa non solo rendere più credibile e veritiera la storia della guerra civile, ma anche riammettere nella piena cittadinanza morale quegli uomini e quelle donne – o, nel caso degli uccisi, la loro memoria -, in modo da ricomporre l’unità spirituale del popolo italiano, lacerata da una lunga pregiudiziale ideologica.

Per oltre mezzo secolo, la Vulgata della Resistenza, diffusa dal partito Comunista, ha mantenuto la distinzione artificiosa tra veri cittadini, gli antifascisti, artefici della democrazia, e quelli falsi o cattivi, gli eredi di Salò, rappresentanti l’eterno nemico da odiare e calunniare: come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Neri e dei Bianchi, e via dicendo.

Oltretutto, senza questa operazione di verità, che è di natura etica, prima ancora che storiografica, si rischia di non capire assolutamente nulla del ventennio fascista: si rischia di presentare i fascisti come dei Marziani sbarcati inopinatamente dalle loro astronavi; e il popolo italiano, come un ostaggio incolpevole della dittatura, mentre è vero il contrario: e cioè che la dittatura godette di un notevole consenso popolare, specialmente all’epoca della proclamazione dell’Impero (1936) e fin dopo l’inizio della seconda guerra mondiale e il sopraggiungere dei primi, clamorosi rovesci militari.

Dal libro di Giampaolo Pansa «La grande bugia» (Milano, Sperling & Kupfer Editori, 2006, pp. 182-214, passim):

«La prima leggenda da sfatare – cominciai – riguarda la sincerità del vertice del Pci nell’affermare che, per i comunisti, la Resistenza fu una guerra di liberazione dal fascismo e dal nazismo, senza altri propositi nascosti.  Ossia senza l’intenzione di considerarla soltanto il passaggio obbligato per arrivare alla conquista del potere in Italia. In realtà, per molti dirigenti e militanti del Pci doveva essere proprio questa la vittoria finale. Che avrebbe trasformato la gracile democrazia nata il 25 aprile 1945 in una democrazia popolare comunista, dominata da un partito unico e subalterna al totalitarismo sovietico.

La Grande Bugia nasce da quell’inganno iniziale. E da quel progetto inconfessato. Questa menzogna è una specie di moneta cattiva che ha corso ancora oggi. Sia pure in strati ridotti dell’opinione pubblica italiana. Quelli che continuano a credere che il Pci non avesse nessun altro scopo all’infuori della sconfitta dei tedeschi e dei fascisti. […]

E adesso possiamo passare a un’altra leggenda da sfatare: quella che gli italiani fossero contrari al regime di Mussolini. Non è vero: l’Italia è stato un paese in grandissima parte attratto dal fascismo o senz’altro fascista. Almeno sino al nostro ingresso nella seconda guerra mondiale. Nel ventennio mussoliniano, gli antifascisti sono stati una piccola minoranza, molto piccola. E costituita quasi per intero da comunisti: oppositori solitari, avversari ostinati e, spesso, eroici.

Molti italiani restarono fascisti anche dopo i disastri originati dalla guerra, dalla nostra alleanza con la Germania nazista e dalla catastrofe dell’8 settembre. La Repubblica Sociale ha avuto una consistente base di massa, in tutti i ceti sociali. Questo consenso, assai più ridotto ma ben più rischioso di quello del ventennio concluso dalla crisi del 25 luglio 1943, rimase intatto per i venti mesi della guerra civile. Non si attenuò neppure quando risultò chiaro che Mussolini, ormai, aveva perso l’ultima battaglia. Sa da che cosa l’ho capito?

Dagli elenchi dei giustiziati dopo il 25 aprile?, chiese Emma.

Sì, ma anche da quelli dei fascisti uccisi prima, nel corso della guerra interna. Non parlo soltanto dei militari delle divisioni allestite dal maresciallo Graziani  e dei volontari dei reparti politici. Mi hanno colpito soprattutto le migliaia di civili, legati in diverso modo alla Rsi. Uccisi  o fatti sparire dai partigiani per tanti motivi diversi, ma spesso soltanto per la loro adesione al Partito Fascista Repubblicano.  Era una tessera pericolosa, che poteva costare la vita. Eppure la presero in tanti.

Quasi sempre era gente qualunque, per usare un’immagine che non mi piace, ma che serve a chiarire quel che voglio dire: impiegati, insegnanti, artigiani, operai, pensionati, casalinghe,  professionisti, contadini, piccoli proprietari agricoli, sacerdoti e così via. Oggi diremmo: ecco una parte dell’Italia profonda,  quella che sembra estranea alla grande storia. E che invece non lo era per la storia del fascismo.

La terza leggenda con i piedi d’argilla è che la Resistenza sia stata una lotta di popolo.  La pubblicistica delle nostre tante sinistre ha cercato di farlo credere con un’ostinazione che dura tuttora. Il primo libro a tracciare questo solco è stato “Un popolo alla macchia”, pubblicato da Mondadori nel 1947. Un libro massiccio, di 501 pagine, firmato da Luigi Longo, il leader dei partigiani comunisti nell’Italia del nord. […]

Quella prima storia generale della Resistenza era fondata su una tesi inconsistente: che tutti gli italiani delle regioni occupate dai tedeschi si fossero sollevati contro i nazisti e i loro alleati fascisti,. Ma non è andata così. La nostra guerra interna è stata combattuta soltanto da due minoranze: quella antifascista e quella legata alla Repubblica Sociale.  E quest’ultima, soprattutto nelle grandi città dell’Italia settentrionale, era più robusta della prima. […]

Un’altra leggenda da sfatare – spiegai a Emma – riguarda i numeri dell’esercito partigiano.  Quanti sono stati i militanti nella Resistenza? Ecco un rebus mai risolto. Ma devo avvertirla che, in questo caso, non c’è una prova né della verità, né della menzogna.  Ci sono soltanto i dati offerti dalla burocrazia partigiana e dalla vulgata, la versione più diffusa della storia resistenziale. Con lo scopo di accreditare l’esistenza di una forza davvero imponente. […]

Nell’autunno-inverno 1944-45, quando l’espansione estiva delle formazioni aveva subito una riduzione netta, i partigiani erano fra i 20.000 e i 30.000, Nel marzo 1945 erano già diventati 80.000 In aprile si era a quota 130.000.  E alla Liberazione il numero era salito a 250.000. Insomma, le cifre ballano. E quelle finali mi sembrano false per eccesso e bugiarde, scelga lei quale aggettivo usare.

È proprio da sfatare questa leggenda?

Sì. Smontare questa sezione della Grande Bugia significa rendere onore ai partigiani veri e non confonderli con quelli fasulli, delle ultime ore, o, addirittura, della venticinquesima ora. […]

La vulgata resistenziale ha sempre sostenuto che le città dell’Italia del nord insorsero contro i tedeschi e i fascisti. E si liberarono da sole, combattendo, prima dell’arrivo degli Alleati.. Anche se qualcuno cercherà di smentirmi, sono convinto che non ci sia stata nessuna vera insurrezione.

Prima di tutto, perché l’avanzata di aprile degli Alleati si rivelò molto più rapida del previsto. E poi perché le nostre città si ritrovarono libere dal momento che, nelle ore finali della guerra, tedeschi e fascisti se ne andarono, o, se si preferisce, scapparono.  I tedeschi nel tentativo di arrivare in Austria e, di lì, in Germania., Con un ripiegamento spesso disordinato e accompagnato da stragi di civili. I fascisti per raggiungere il fantomatico ridotto armato della Valtellina, ma soprattutto per disperdersi e non essere catturati dai partigiani. […]

Ma a confermare quello che dico, esiste la prova delle prove. Parte da una domanda: che cos’è l’insurrezione in una città presidiata dal nemico? È un combattimento spietato, quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa. L’attacco e la difeda, soprattutto se protratti per giorni, si lasciano dietro le spalle due conseguenze: un alto numero di morti in combattimento e un mare di distruzioni.

Per citarle un esempio famoso, pensiamo all’insurrezione di Varsavia, nell’estate-autunno del 1944. Una battaglia infernale durata due mesi, dal 1° agosto al 2 ottobre. La città ridotta a un cumulo immenso di macerie. La capitolazione delle unità partigiane guidate dal generale Komorowski Migliaia e migliaia di patrioti polacchi uccisi dai nazisti..

Nessuna città dell’Italia del nord è passata per quell’inferno. A Torino, a Genova, a Milano, a Brescia, a Bologna, a Padova, a Venezia, per citare soltanto i centri maggiori, i partigiani non hanno dovuto combattere per entrarvi. O si sono limitati ad affrontare qualche piccolo presidio nemico restio ad arrendersi.  Anche le formazioni cittadine, le Sap, non sono state costrette a impegnarsi in lunghi scontri con i tedeschi e i fascisti: scontri che, del resto, non avrebbero potuto sostenere, per la loro fragilità numerica e per l’armamento assai scarso. La conclusione? Nessuna distruzione rilevante, un numero limitato di caduti e, dunque, niente insurrezioni. Le uniche macerie, in molte città dal nord, erano quelle causate dai bombardamenti degli aerei anglo-americani.

Tuttavia, la leggenda insurrezionale fa testo ancora oggi. E si fonda su dati inverosimili.»

Dal punto di vista letterario e formale, avremmo alcuni rilievi da fare a Giampaolo Pansa: primo fra tutti, quello di aver costruito il suo volume come un dialogo fra lui stesso e un personaggio femminile immaginario, Emma, che non solo viene descritto, anche fisicamente, secondo un cliché estremamente banale, ma che risulta tremendamente artificioso: non un vero interlocutore, dotato di una propria personalità, ma un inutile prolungamento, ovvero un doppione, dell’Autore medesimo.

Tuttavia, non intendiamo soffermarci su questi aspetti, e su questi difetti, di tipo puramente formale; perché i meriti del libro, a livello di contenuto, sono tali, da far passare in seconda o in terza linea ogni critica di questo genere.

Nemmeno alcune polemiche di basso profilo con alcuni colleghi e intellettuali, i quali non hanno gradito la svolta «revisionista» di Pansa – con Giorgio Bocca, ad esempio, o con Sandro Curzi -, a nostro giudizio inficiano il valore complessivo del libro; tanto più che offrono uno spaccato estremamente interessante sul mondo delle invidie meschine e delle grette gelosie che avvelenano l’ambiente giornalistico ed editoriale italiano. E gli Italiani devono sapere fino a che punto giungano l’arroganza e la presunzione di certi padreterni della carta stampata: infatti o lo ignorano, o se ne dimenticano troppo in fretta: basti citare l’improvvido processo di beatificazione avviato subito dopo la scomparsa di Enzo Biagi, tipico esempio di padre padrone di un certo piccolo mondo giornalistico, dominato da sentimenti non proprio francescani da parte delle grandi firme verso i colleghi più giovani.

Ma, tornando alla Resistenza, a Pansa va indubbiamente riconosciuto il coraggio civile e intellettuale di avere rotto con una tradizione ormai consolidata di mezze verità e di mezze bugie, con una leggenda resistenziale all’ombra della quale molti uomini politici e molti intellettuali si erano costruiti le proprie nicchie di potere, ed erano ben decisi a vivere di rendita, nei secoli dei secoli, di una storiografia asservita agli interessi della loro parte.

La svolta impressa da Giampaolo Pansa al modo di porsi degli storici, e anche delle persone comuni, di fronte alle vicende della guerra civile, segna un punto di non ritorno, non solo nell’approccio metodologico, ma anche e soprattutto nella disposizione intellettuale e morale. Egli resta convinto che quella dei partigiani fu, idealmente, la scelta giusta, nel drammatico frangente del 1943-45; ma, giustamente, non tollera che un pezzo così importante della nostra storia recente sia ulteriormente tenuto sotto sequestro di una fazione ideologica, quella di parte comunista, che vorrebbe imporne una lettura di comodo.

Si tratta, quindi, di un atto liberatorio, proprio per tutte le persone con idee politiche di sinistra., ma non disposte a servire ciecamente una versione agiografica della Resistenza, che poco o nulla ha a che fare con la realtà: a cominciare dalla grande menzogna, secondo la quale i partigiani comunisti avrebbero combattuto, lealmente e spassionatamente, per l’instaurazione di una democrazia pluralista, ove ciascuno avrebbe goduto di quella libertà di pensiero, di parola e di associazione, che il fascismo aveva negato agli Italiani per vent’anni.

In realtà, i comunisti sognavano di fare quello che cercarono di fare i loro compagni greci: conquistare il potere ed instaurare una democrazia popolare.

Lo dimostrano i metodi adoperati, durante la guerra civile, non solo verso i nemici, ma anche verso gli alleati di diverso indirizzo politico, e specialmente alcuni esponenti cattolici e del Partito d’Azione: e qui si apre il capitolo imbarazzante delle morti misteriose, durante e anche al termine della guerra civile, di non pochi partigiani non comunisti, i quali avevano cercato di contrastare la prepotenza politica e militare delle formazioni comuniste. Valga per tutti il massacro nella malga di Porzus (cfr. il nostro precedente articolo: «L’eccidio di Porzûs del 1945 visto da un “osovano” e da un “garibaldino”», sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice); ma, purtroppo, ci furono molte piccole Porzus, negli anni 1943-45, non solo in Friuli, ma in tutta l’Italia settentrionale.

Oppure si pensi al vergognoso atteggiamento tenuto da Togliatti e dai vertici del Partito Comunista di fronte al dramma degli esuli giuliani, in fuga dalle foibe e dalla pulizia etnica del compagno Tito: povere famiglie, impaurite e prive di ogni bene, che furono presentate all’opinione pubblica italiana come «fasciste» e ingrate verso le «liberatrici» formazioni della Resistenza jugoslava.

Sì: anche di queste vergogne si è alimentato il mito della Vulgata resistenziale, che pretendeva di schierare tutti i buoni da una parte, e tutti i cattivi dall’altra.

Era ora che qualcuno abbattesse l’ultimo muro dell’ipocrisia nazionale, dopo che le ricerche storiche di Claudio Pavone e di Renzo De Felice già avevano aperto in esso alcune crepe significative. Ma va a Pansa il merito di aver dato la spallata finale, attirandosi le ire di una certa sinistra che non è ancora disposta a fare i conti con la verità storica, perché dovrebbe fare i conti con se stessa: con il fatto, cioè, che il fascismo nacque non dal pianeta Marte, ma da una costola del Partito Socialista italiano; che da lì venne Mussolini, nella guerra civile strisciante del 1919-22; e che in quella direzione cercò di ritornare, proprio con la Repubblica Sociale del 1943-45: tanto è vero che, tra i fucilati di Salò, accanto al Duce vi era – e non per caso – quel Nicola Bombacci, che era stato tra i fondatori del Partito Comunista italiano, al Congresso di Livorno del 1921.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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