domenica, 19 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: Lettow-Vorbeck nel Mozambico, di G. Scortecci

Lettow-Vorbeck nel Mozambico di Giuseppe Scortecci. Ancora oggi la sua ricostruzione della guerriglia condotta dai Tedeschi nella colonia dell’Africa costituisce un modello non superato di saggistica storico-militare di Francesco Lamendola

Dal libro di Giuseppe Scortecci: «Guerra nella boscaglia equatoriale», Verona, Mondadori, 1929, 1942, pp. 219-31): «Quando la tenaglia inglese si era richiusa a vuoto, e le truppe del colonnello Lettow-Vorbeck avevano iniziato la marcia verso il Sud con l’intenzione di penetrare nel Mozambico, i portoghesi avevano sostenuto di poter da soli sbarrare il passo ai tedeschi, sconfiggerli, disperderli, schiacciarli. Perciò avevano rifiutato l’aiuto inglese.

Una volta però che ebbero provato l’impeto delle truppe di Lettow-Vorbeck a Ngomano e constata la pochissima combattività dei propri uomini […] chiesero aiuto agli inglesi e questi furono propensi ad accordarlo per molte ragioni.

Il generale Van Deventer, dopo che la colonna tedesca aveva attraversato il Rovuma, poteva a rigor di logica dire di aver assolto il suo compito; tutta l’Africa Orientale Tedesca era stata occupata. Per altro egli era sicuro, e gli eventi dovevano dimostrare che aveva perfettamente ragione, che il colonnello Lettow-Vorbreck non s’era ritirato verso il Sud per non più tornare, ma solo per approvvigionarsi in territorio nemico e poi penetrare nuovamente nella colonia tedesca quando le messi fossero state mature. Si trattava, quindi, non della fine della guerra, ma di una sosta, e il combattere Lettow-Vorbeck nella colonia alleata costituiva un vantaggio indiretto. D’altronde, se avesse lasciato libera la colonna di scorrazzare nel Mozambico, data la scarsa combattività degli ascari portoghesi, i quali novantanove volte su cento fuggivano ai primi colpi di fucile, il colonnello Lettow-Vorbeck avrebbe avuto modo di rifornirsi largamente di armi di ogni sorta e di munizioni, e all’epoca del raccolto sarebbe tornato nell’Africa Orientale Tedesca più pericoloso di prima e in grado di poter combattere anni interi.

Per la nuova campagna il generale Van Deventer aveva a disposizione alcuni gruppi di “King’s African Rifles” e il reggimento della Costa d’Oro. Tanto i reggimenti indiani quanto quelli della Nigeria e quelli regolari dell’Europa, non appena Lettow-Vorbeck aveva passato il Rovuma erano stati spediti o al luogo di origine o ad altri fronti poiché, insistendo nel vecchio errore, si credeva cosa facile il mettere a dovere la colonna tedesca forte di appena duemila uomini.

Il formare il piano della nuova campagna era tutt’altro che semplice poiché si conoscevano poco le immediate intenzioni de colonnello Lettow-Vorbeck e per di più, dopo la battaglia di Ngomano, non si sapeva neppure dove fosse diretto.

Le pattuglie inglesi avevano perso il contatto con le pattuglie tedesche e tutta la colonna nemica era sparita nella densa boscaglia senza lasciare traccia. Inviare molti piccoli distaccamenti a sud di Ngomano sarebbe stato inutile: o essi non avrebbero incontrato i tedeschi o, trovandoli, erano esposti ad essere distrutti. Bisognava dunque preparare dei corpi di spedizione forti ciascuno abbastanza per affrontare l’intera colonna e spingerli a sud del Rovuma nelle zone più ricche, dove presumibilmente il colonnello si sarebbe diretto. Supponendo poi che la ricerca nel Mozambico fosse stata vana, bisognava precludere il passo a Lettow-Vorbeck sul Rovuma per impedirgli di tornare, siccome tutto lasciava prevedere, nella colonia tedesca.

Difficile però, anzi impossibile era sbarrare il Rovuma dalla costa al lago Nyassa. Per fare ciò sarebbe stato necessario immobilizzare un numero enorme di uomini, che d’altronde non erano nemmeno a disposizione del generale Van Deventer. Bisognava invece prevedere in qual punto Lettow-Vorbeck avrebbe tentato il guado del fiume. Verso la costa dove si trovavano le basi inglesi, certo egli non si sarebbe diretto; verso l’estremo occidente nemmeno poiché avrebbe dovuto percorrere, per arrivare al fiume, un lungo tratto semidesertico. Era dunque in direzione di Songea che egli avrebbe tentato il guado. Là bisognava preparare la trappola.

Intanto Lettow-Vorebeck con la sua colonna, mentre inglesi e portoghesi erano in un mare di guai per la preparazione della nuova campagna, passava con relativa placidità i giorni nel territorio nemico. Solo il rifornimento dei viveri per gli ascari ed i portatoti  dava, come per il passato, preoccupazione. Lasciando il Rovuma ed iniziando la marcia su Ludjenda erano state spedite pattuglie alla ricerca degli indigeni, sperando di avere indicazioni circa l’ubicazione delle piantagioni e dei depositi di viveri; ma essi, per paura dei portoghesi, e anche dei tedeschi, avevano abbandonato i villaggi e s’erano dispersi per la boscaglia, nascondendo tutte le provviste.

Uno per uno i muli ed i cavalli della colonna erano stati divorati e lo spettro della fame cominciava a delinearsi all’orizzonte. Per buona sorte, continuando il cammino, la regione si dimostrò ricchissima di antilopi e di gazzelle e queste e quelle salvarono, almeno momentaneamente, la situazione.

La fame sempre incombente non alterava per nulla la disciplina degli ascari e dei portatori; persino le poche donne rimaste si adattavano, e compivano, magari a stomaco vuoto, le sei ore di marcia giornaliere.

Quando le pattuglie dei cacciatori e dei cercatori  di viveri tornavano a mani  vuote non si udivano mai proteste: “Haiswu’b”, dicevano gli ascari e i portatori. Il che significava: “non importa” e aggiungevano tranquillamente: mangeremo domani. Ed andavano avanti con una resistenza incredibile, portando gli uni 25 chilogrammi di carico, gli altri il fucile e lo zaino, le donne i marmocchi ancora incapaci di camminare.

A sera, quando veniva dato l’ordine di fermarsi, intorno ai fuochi dei bivacchi i bravi ascari ed i portatori ingannavano la fame con le chiacchiere. – Buon giorno colonnello. Buon giorno generale – si dicevano l’un l’altro gli ingenui diavoli della boscaglia. – Quando la guerra sarà finita – commentava uno dei più fantasiosi – io andrò in Uleia (Europa) a Berlino e per gli atti di valore che ho compiuti mi presenteranno all’imperatore. – Buon giorno, figlio mio – mi dirà, e mi regalerà un bel pezzo d’arrosto, e l’imperatrice a sua volta dirà: – Buon giorno, ragazzo – e mi regalerà dei dolci.

La fame per altro poteva essere sopportata per qualche giorno, non per settimane; ed anche i diavoli della boscaglia, nonostante la grande resistenza, dopo un po’ di tempo, cominciavano a mormorare: – Quando avremo dei viveri? Perché continuiamo ad andare avanti se non troviamo sulla via nulla da mangiare?

Giunta che fu la colonna alla confluenza del Ludjenda col Chiulezi e non trovando nella regione che era stata descritta come fertile, assolutamente nulla da mettere sotto i denti, il colonnello Lettow-Vorbeck fu costretto a modificare il suo piano di marcia. Eegli aveva stabilito che tutta la colonna dovesse procedere unita, ma ormai ciò non era più possibile: era necessario si smembrasse in più distaccamenti e ciascuno cercasse viveri in zone differenti. Pericoli lo smembramento non ne presentava, poiché gli inglesi non si erano fatti più vivi ed era difficile che intraprendessero un’azione in grande stile in vicinanza della stagione delle piogge. Gli ascari portoghesi non erano tali combattenti da far paura ai tedeschi.

Mentre il colonnello stava per autorizzare la divisione della colonna, lo raggiunse un messaggio del generale Van Deventer nel quale gli si proponeva di arrendersi e nel tempo stesso gli si annunciava che il distaccamento del capitano Tafel, forte di 300 bianchi e di 1.500 ascari era stato accerchiato e catturato. L’invito alla resa era per Lettow-Vorbeck una leta novella poiché, come quello del generale Smuts del settembre del 1916, mostrava che gli inglesi avevano esaurito le loro risorse  e ricorrevano a quell’espediente per raggiungere il loro scopo. La resa del capitano Tafel era invece per lui un grave colpo  e lo faceva dubitare sulla opportunità di inviare a destra e a sinistra distaccamenti non molto forti, i quali avrebbero potuto subire una trista sorte.

La necessità di trovar viveri vinse tuttavia ogni riluttanza e un primo distaccamento al comando del generale Wahle seguì il corso del Chiulezi dirigendosi verso Mwembe, mentre il grosso delle truppe continuava a costeggiare il Ludjenda puntando su Nangwale. La buona fortuna accompagnava i tedeschi e furono conquistati viveri sufficienti per oltre un mese. Non c’era però da dormire sugli allori: il paese era poverissimo, privo persino di selvaggina, e bisognava approfittare dei viveri catturati per spingersi ancora verso il Sud dove si diceva che vi fossero zone ricche di provvigioni. A Nangwale la colonna di Lettow-Vorbeck si scisse  ancora in due: una parte continuò la marcia lungo il Ludjenda, ed una, al comando del capitano Kohel,  forte di cinque compagnie, si diresse verso oriente, verso Lacinje.

Le difficoltà, dopo queste suddivisioni, diventavano sempre minori e le truppe di Lettow-Vorbeck, più che marciare in paese nemico, sembrava eseguissero una manovra, o meglio ancora facessero una passeggiata nel paese della cuccagna.

Il grosso delle truppe, proseguendo lungo il Ludjenda s’era trovata in una zona ricca, non solo di granaglie, ma anche di selvaggina e principalmente di ippopotami e di bufali che fornivano grasso e carne in abbondanza. Anche la boscaglia sembrava voler contribuire a rendere tranquillo e soddisfacente il soggiorno dei tedeschi nel Mozambico; a grado a grado essa svelava i suoi segreti fornendo la mensa dei bianchi di frutti nutrienti e di ottimo sapore, e di verdure varie ed appetitose.

Così, come in una gita di piacere, la colonna di Lettow-Vorbeck verso la metà di dicembre giunse a Chiruimba, scacciò i portoghesi e prese possesso della cittadina. Nelle case di questa, dopo il lungo e disagioso cammino nelle boscaglie, i bianchi poterono vivere tranquilli per più settimane inviando pattuglie in ogni direzione, assicurandosi provvigioni in quantità, attaccando e vincendo senza mai incontrare difficoltà, le truppe portoghesi.

Chiriumba era un vero paradiso, manghi e frutti tropicali d’ogni genere abbondavano, il bestiame era numeroso, il fiume forniva pesci in gran copia, gli indigeni, abituati ai maltrattamenti dei portoghesi, si mostravano amici dei tedeschi, che usavano con loro buone maniere, e li rifornivano di tutto ciò che desideravano.

Il capitano Kohel non aveva avuto meno fortuna; scorrazzando nel paese s’era spinto sin nei pressi di Medo, in direzione di Porto Amelia, e viveva largamente, sia catturando viveri ai portoghesi, sia cacciando e operando perquisizioni. Il generale Wahle si era assicurato il possesso di Mwembe dove aveva trovato provvigioni in quantità. Ne tempo stesso, un distaccamento, partito da Chiruimba, aveva occupata Luambala e così tutto il triangolo fertilissimo Luambala-Chiruimba-Mwembe era caduto sotto il controllo di Lettw-Vorbeck.

Mentre col favore delle piogge, le quali sarebbero cessate soltanto nel febbraio, le colonne tedesche passavano in tranquillità le loro vacanze, gli inglesi ed i portoghesi vivevano in continuo allarme credendo che da un momento all’altro Lettow-Vorbeck sbucasse dalla boscaglia e operasse un improvviso colpo di mano su qualche città della costa del Mozambico.

Specialmente la colonna del capitano Kohel, spintasi fin nei pressi di Medo, aveva fatto sorgere gravi preoccupazioni.

Gli ascari portoghesi fuggiti alle prime scaramucce e ritiratisi verso la costa, avevano tanto esagerato il numero dei loro aggressori da far sorgere il sospetto che Lettow-Vorbeck con tutta la sua colonna marciasse su Porto Amelia.

I portoghesi, ammaestrati dalla sconfitta di Ngomano, pensando di non essere capaci da soli di resistere, invocarono l’aiuti degli inglesi e questi, con quanta più rapidità era possibile inviarono verso Porto Amelia il reggimento della Costa d’Oro.

Chi sarebbe giunto prima? Il rinforzo inglese o i tedeschi? – si domandavano con ansia i portoghesi.

Arrivarono i negri della Costa d’Oro, non perché avessero marciato più rapidi dei tedeschi, ma solo perché questi ultimi non avevano alcuna intenzione di operare un colpo di mano sul porto nominato.

Il capitano Kohel con le sue cinque compagnie, aveva, come è stato detto, la sola mira di trovare vettovaglie e causa unica della preoccupazione della preoccupazione dei portoghesi era stata la esagerata paura dei loro ascari che, invece di resistere o almeno di cercare di avere notizie precise sulla colonna nemica, avevano precipitosamente abbandonato i loro trinceramenti e poi giustificata la fuga narrando di essersi trovati di fronte ad un soverchiante numero di nemici.

Lettow-Vorbeck, naturalmente, si guardava bene dal disilludere i portoghesi. Questi e gli inglesi, credendo di avere sventato un’audace mossa nemica e volendo impedire un ritorno aggressivo, andavano trasformando Porto Amelia in un campo tanto bene trincerato quanto inutile e si affannavano a portare truppe, a preparare strade ed organizzare colonne di rifornimento. Il più strano era che, mentre gli inglesi facevano di tutto per salvare il Mozambico dalle incursioni delle colonne nemiche, i portoghesi cercavano con ogni mezzo di intralciare i loro alleati; e ciò per ragioni non troppo edificanti.

Nell’organizzare le colonne di portatori, gli inglesi adescavano gli indigeni con il miraggio di vistose paghe (vistose per dei negri, naturalmente). Ciò dava noia ai portoghesi i quali, abituati ad esigere dai loro soggetti il lavoro con retribuzioni assai basse, temevano che il modo di agire inglese creasse dei precedenti i quali in avvenire non sarebbero stati dimenticati. Da prima cercarono di convincere gli alleati ad adottare il loro sistema, ma vedendo che non volevano assolutamente dar retta, ricorsero ad altri metodi.

Gli inglesi protestarono presso i comandi i quali mandarono ordini agli ufficiali, e specialmente agli ufficiali inferiori, di non creare impicci. Restando però gli ordini ineseguiti, gli inglesi dovettero agire con la forza. Secondo il solito chi subì le conseguenze del dissidio furono i negri i quali, specialmente dopo la partenza delle truppe britanniche, ebbero a subire non poche molestie. È facile capire dopo quanto è stato detto come i negri del Mozambico amassero i portoghesi ed è facile capire come, accorgendosi che i tedeschi erano nemici dei loro persecutori, facessero di tutto per aiutarli, sia informandoli dei movimenti delle truppe, sia dando ai dominatori notizie volutamente false.

Se era stata difficile la lotta nella ex Africa Orientale Tedesca, esso lo diventava ancora di più nel Mozambico. Allora gli inglesi avevano solo da combattere con nemici de quali conoscevano le posizioni, ora invece dovevano prima di tutto guardarsi dagli amici e poi combattere un nemico che, guizzando or qua ed ora là nella boscaglia, appariva e spariva tanto rapidamente da far credere che avesse il dono della ubiquità.

Dopo l’allarme di Medo, quantunque si fosse nella stagione delle piogge, una fortissima colonna mosse da Porto Amelia verso occidente ed una dal territorio a sud del lago di Nyassa verso oriente. Lo scopo della prima era di attaccare il grosso delle truppe di Lettow-Vorbeck (o almeno presunto tale) e di ricacciarlo verso l’interno impedendogli di tornare a nord; la seconda doveva attaccare le truppe tedesche nella zona di Luambala  e congiungersi poi con la prima, accerchiando tutto l’esercito nemico.

Nel gennaio del 1918, muovendo dal Nyassa, diue battaglioni del “King’s African Rifles” si spinsero verso Luambala e Mwembe e con un serrato gioco di pattuglie riuscirono a catturare qualche colonna di portatori tedeschi che si ritiravano. Nel medesimo tempo, gli inglesi con lusinghe e con una attiva propaganda, riuscivano a indurre parecchi ascari e portatori tedeschi a disertare. – Perché continuate ancora a combattere? – dicevano. – Fra poco sarete spinti in territori che non conoscete e morirete di fame.  Venite invece con noi e sarete salvi!

Alcuni ascari cedevano alle lusinghe e, seguito dalle loro donne, non estranee alle decisioni, se ne andavano, mentre la truppa inglese sempre più si avvicinava a Lettow-Vorbeck. La permanenza a Chiruimba ed anche sulla riva del nord del Ludjenda  con la minaccia inglese alle spalle, era pericolosa: bisognava riprendere la marcia e dirigersi verso Nanungu dove – era stato stabilito da molto tempo – dovevano riunirsi le varie colonne in casi di pericolo.

Le piogge cadevano, la boscaglia era allegata, i fiumi Ludjenda e Msalu che dovevano essere traversati erano in piena, le provvigioni di nuovo scarseggiavano. Ma i tedeschi affrontarono il pantanoso mare vegetale, costruirono con la scorza degli alberi delle canoe, le usarono come base per farne dei malsicuri ponti, varcarono i fiumi, si nutrirono, per non intaccare i viveri accumulati, con funghi ed altri prodotti della boscaglia, e così giunsero a Nanungu.

Il generale Wahle, ritirandosi da Mwembe, li seguì dopo non molti giorni; il capitano Goering, lasciando Luambala, li raggiunse. Solo il capitano Kohen continuò a scorrazzare nel territorio di Medo arrivando persino alla costa a sud di Porto Amelia, allo scopo di mantenere nei portoghesi e negli inglesi la erronea certezza che il colonnello Lettow-Vorbeck avesse veramente intenzione di attaccare la città. Osteggiate dalle pattuglie tedesche, dalla boscaglia fittissima, dalle piogge, dalla mancanza di approvvigionamenti, le pesanti colonne inglesi dovettero interrompere il loro snervante inseguimento e succedette perciò un beve periodo di relativa calma della quale gli uni e gli altri avevano bisogno. Il colonnello Lettow-Vorbeck stesso era in cattivissime condizioni di salute e, senza un periodo d riposo, forse non avrebbe potuto continuare nell’aspra lotta. Le pulci della sabbia, le tremende “Sarcopsilla”, vera peste dell’Africa tropicale, gli erano penetrate nei piedi, alla base delle unghie, e non essendo state estratte in tempo, avevano prodotte vaste piaghe dolorosissime.

Come se ciò non bastasse, una spina gli aveva offeso l’occhio destro e, essendo l’occhio sinistro quasi inutilizzabile a causa di una ferita ricevuta durante la rivolta degli Ottentotti, egli era presso che cieco.

Quanto uomini sotto il peso della responsabilità di guidare una esigua colonna in paese nemico e sconosciuto, avrebbero ceduto in simili condizioni! Invece, Lettow-Vorbeck non fu vinto nemmeno per un istante dalla debolezza. Come unico commento alle disgrazie egli dice nelle sue memorie: “… Fui costretto perciò a guidare varie imprese senza essere capace di vedere, nel vero senso della parola!”.

Anche le piogge finirono, il terreno si asciugò e nella boscaglia, ora verdissima, riprese più violenta di prima la lotta.

Da oriente e da occidente gli inglesi premevano e Nanungu era difficile da tenere. Lettow-Vorbeck prese ancora la via del Sud per sfuggire alla tenaglia nemica, e strada facendo, nelle montagne di Mireka, sconfisse una colonna inglese che aveva tentato di impedirgli il passo. Meno fortuna avevano avuto altri nuclei tedeschi che durante la mischia nella boscaglia avevano perduto un carico di 70.000 cartucce, e non eccessiva buona sorte aveva avuto anche il capitano Koehl che, dietro gli ordini del colonnello, si era diretto verso la strada Nanungu-Koroiwa. Attaccato continuamente dagli inglesi, aveva perduti i contati con la carovana dei portatori, e quasi tutto il bagaglio era andato perduto. Grave rischio aveva corso anche il governatore dell’Africa Orientale von Schnee che s’era aggregato alla colonna del capitano Koehl. Oppresso dalla fatica delle marce lunghissime, egli si attardava a riposarsi nella boscaglia battuta continuamente dalle pattuglie inglesi. Una volta, mentre tranquillo gustava l’ombra delle spinose acacie, il crepitio dei fucili e delle mitragliatrici nemiche lo fece sloggiare in tal fretta da consigliargli l’abbandono di tutto il bagaglio.

Perduto poi nell’immensa boscaglia aveva provato i morsi della sete e della fame che forse lo avevano fatto pentire di non aver un tempo ascoltato i consigli di chi più di lui conosceva le insidie della strana guerra tropicale. In ogni modo la fortuna gli arrise e lo guidò sino all’accampamento di Vorebeck.

In quale stato però! Del suo equipaggiamento non aveva più nulla, e le spine della boscaglia gi avevano ridotto a brani i vestiti.»

Abbiamo già avuto occasione di parlare del naturalista Giuseppe Scortecci nel precedente articolo: «Una pagina al giorno: il velloso popolo della montagna, di G. Scortecci», sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice.

Fiorentino, classe 1898, scomparso nel 1973 dopo una vita estremamente operosa; docente di zoologia all’Università di Genova; prolifico autore di libri scientifici, in parte divulgativi, nonché estensore di apprezzatissime memorie sulla sistematica, l’ecologia, la zoologia dei Rettili e degli Anfibi, sulla biologia e sulla zoogeografia delle aree desertiche dell’Africa, del Medio Oriente e dell’America, e sulle relazioni fra le temperature ambientali e le temperature corporee negli animali eterotermi, Scortecci è stato anche uno scrittore dalla mano dotata, dalla fresca capacità descrittiva, oltre che sorretto da una curiosità scientifica a trecentosessanta gradi.

Il suo libro «Guerra nella boscaglia equatoriale» è un ottimo esempio sia della sua scioltezza e vivacità di scrittore, sia della sua vasta cultura e della sua inesauribile curiosità sui fatti umani e naturali.

Anche se la sua carriera e i suoi studi si sono concentrati nell’ambito della zoologia, i suoi interessi erano aperti su tutto il mondo vivente; valga per tutti la sua esplorazione di una caverna del Tassili, nel cuore del Sahara, ove nel 1936 scoprì dei disegni rupestri di sommo interesse archeologico: scoperta che lo mette al livello, insieme ad altre ricerche ed esplorazioni da lui effettuate nell’Africa tropicale, di un antropologo di fama mondiale quale Leo Frobenius, attivo in quei medesimi anni del secolo appena trascorso.

Ancora oggi la sua ricostruzione della guerriglia condotta dai Tedeschi del colonnello Lettow-Vorbeck nella colonia dell’Africa Orientale Tedesca, durante la prima guerra mondiale, contro le forze britanniche, costituisce un modello non superato di saggistica storico-militare e, al tempo stesso, un perfetto esempio di libro di avventura, le cui pagine – pur essendo minuziosamente esatte e documentate sul piano storiografico – si leggono con la naturalezza e la curiosità di quelle di un autentico romanzo.

Certo, non tutto è limpido in quella campagna africana del 1914-18, conclusasi solo dopo che era giunta ai Tedeschi la notizia dell’armistizio firmato in Europa dal loro governo; e non è senza ombre la pur leggendaria figura di Lettow-Vorbeck, come abbiamo cercato di documentare in un nostro specifico lavoro (cfr. F. Lamendola, «Il genocidio dimenticato. La “soluzione finale” del problema Herero nel Sud-Ovest africano, 1904-05», Pordenone, Stavolta Editore, 1988; rielaborato nell’ampio articolo: «Namibia 1904: il genocidio dimenticato», sulla rivista quadrimestrale «Il pensiero mazziniano», Genova, 2007, n. 1, pp. 137-171).

Tuttavia, il libro di Scorteci non è una apologia del colonnello Lettow-Vorbeck, né una acritica esaltazione del militarismo o del colonialismo tedesco; è, piuttosto, un «reportage» appassionato e appassionante su una pagina pochissimo conosciuta della prima guerra mondiale in terra africana, con le sue ombre e le sue luci, non privo di spassionata imparzialità.

E veniamo al brano che abbiamo scelto di presentare, relativo a un episodio particolarmente interessante di quella campagna: il passaggio delle forze tedesche al di là del fiume Rovuma, sotto la pressione britannica, e la loro profonda incursione nella colonia portoghese del Mozambico, fino quasi al fiume Zambesi (all’inizio del 1916 il governo lusitano aveva proceduto al sequestro delle navi tedesche e austro-ungariche che si trovavano nei suoi porti, e in marzo Berlino e Vienna avevano dichiarato guerra a Lisbona; ma uno stato di guerra «de facto» esisteva fin dall’ottobre del 1914, a causa di una serie di sanguinosi incidenti fra reparti tedeschi e portoghesi lungo il fiume Cunene, al confine tra l’Africa Sud-Occidentale Tedesca e l’Angola).

La materia trattata da Scortecci in questa parte del suo libro è, di per sé, estremamente varia e ricca, quale perfino un romanziere potrebbe a stento desiderare. E si tenga presente che lo sviluppo ancora embrionale della tecnica consente ai protagonisti di quella esaltante e pur drammatica vicenda di muoversi in un ambito ancora pre-moderno: soltanto pochi anni più tardi, lo sviluppo dell’aviazione avrebbe reso impossibili, grazie all’impiego della ricognizione aerea, i lunghi spostamenti del piccolo esercito tedesco attraverso la boscaglia, senza che i suoi avversari riuscissero mai a individuarne l’esatta posizione.

La tecnologia moderna fa capolino solo nel capitolo dedicato da Scortecci alla fantastica impresa del dirigibile tedesco L.59, inviato dalla Germania, via Bulgaria, a rifornire di materiale da guerra e medicinali il piccolo esercito di Lettow-Vorbeck e costretto a rientrare alla base da un ordine erroneo dell’Ammiragliato di Berlino, quando ormai era giunto sopra la confluenza del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, all’altezza di Khartoum, e sarebbe stato in grado di portare a termine brillantemente l’impresa alla quale era stato destinato.

Quella marcia verso l’ignoto, attraverso le foreste di un angolo remoto dell’Africa sud-orientale; quelle abili diversioni per procurarsi le vettovaglie e, al tempo stesso, per evitare la manovra aggirante del nemico; quella capacità di sopportazione della fatica, delle malattie, della fame, che contraddistingue sia le truppe europee, sia gli ascari e gli stessi portatori; quella natura lussureggiante, fastosa, ma carica di pericoli e sempre elusiva, come una bella donna irraggiungibile: tutto, si direbbe, concorre a creare una atmosfera esotica e avventurosa, dove il lettore quasi si scorda l’aspetto strettamente militare di quelle vicende e rimane, invece, affascinato dall’aspetto umano e dalla seduzione del paesaggio.

Eppure, i risvolti logistici e tecnici dell’impresa di Lettow-Vorbeck sono esposti con dovizia di dettagli, e il quadro che ne risulta è quanto mai vario, articolato, esauriente. Perfino le beghe tra Inglesi e Portoghesi sono esposte con chiarezza e obiettività, là dove si parla del fastidio dei secondi per le alte paghe offerte agli indigeni da parte dei primi, quando si trattava di arruolare le colonne di portatori necessarie al trasporto del materiale da guerra, durante l’inseguimento del minuscolo, inafferrabile esercito nemico.

Anche il clima psicologico regnante fra le truppe di Lettow-Vorbeck è bene rappresentato con poche, incisive pennellate: la fiducia incrollabile nei capi; la fedeltà e la tenacia nei momenti di maggiore difficoltà; la tentazione della resa costituita dalle seducenti profferte degli Inglesi e dalla presenza delle moglie e dei bambini al seguito della colonna, sempre più stanchi e affaticati, sempre più preoccupati per il loro destino.

E la dimensione umana, infatti, è la vera protagonista di questa pagina di Giuseppe Scortecci: la capacità di calarsi nell’animo di quei coraggiosi combattenti, riconoscendone il valore al di là delle differenze politiche (l’Italia era in guerra con gli Imperi Centrali e Lettow-Vorbeck era, tecnicamente, un nemico).

Sì, Giuseppe Scortecci non solo sapeva affascinare al magico mondo degli animali e delle piante esotiche il suo pubblico giovanile, ma anche al mondo della storia, cioè al mondo degli uomini, mettendo in pratica il motto dell’Ulisse dantesco: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Si ricorda che, su quella vicenda storica, sono consultabili i nostri precedenti lavori: «Le colonie tedesche in Africa nella prima guerra mondiale»; «Il volo del dirigibile tedesco L. 59 sull’Africa nel 1917 e il bombardamento di Napoli del 1918»; «Una pagina al giorno: Duello sul delta, nella giungla, di A. Gabrielli», tutti sul sito di Arianna Editrice.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/06/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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