domenica, 13 Giugno 2021
HomeSTORIAPersonalità storicheAmerigo Vespucci scoprì la Georgia Australe?

Amerigo Vespucci scoprì la Georgia Australe?

Amerigo Vespucci scoprì la Georgia Australe? L’onore della scoperta è conteso fra lui e l’inglese Antonio de la Roche. E’ un lembo di terra ai confini del mondo circondato da uno dei mari più tempestosi al mondo di Francesco Lamendola

L’onore della scoperta della Georgia Australe è conteso fra due candidati: il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512), colui che ha lasciato il proprio nome all’intero continente americano (su proposta dei geografi tedeschi Martin Waldseemüller e  Matthias Ringmann), e l’inglese Antonio de la Roche, rispettivamente nel 1502 e nel 1675.

La Georgia del Sud, posta a fra 53°58′ e 54°53′ di latitudine Sud e fra 35°47′ e 38°01” di longitudine Ovest, è una di quelle isole oceaniche per le quali è problematica una attribuzione al continente più vicino. Il continente più vicino, infatti, è l’America Meridionale, ma si tratta pur sempre di una distanza notevolissima quella che la separa da esso: si trova infatti a 1.300 km. dalle isole Falkland/Malvine, le quali, a loro volta, si trovano a 400 km. dal punto più vicino della costa sudamericana (la città argentina di Rio Gallegos, in Patagonia) e a 650 km. dal Capo Horn. Così, dire che la Georgia Australe fa parte del continente americano è un po’ azzardato. Tuttavia è vero che l’isola – lunga 165 km. e incisa dai fiordi talmente in profondità, che la sua larghezza varia da un massimo di 35 km. a  poco più di 1 km appena, nel punto più stretto, e così alta, in proporzione, da somigliare a una sezione delle nostre Alpi, con undici vette che superano i duemila metri e una, il Monte Paget, che si avvicina ai 3.000 (2.915 o 2.934, secondo i diversi calcoli) – fa parte della dorsale sottomarina che collega la punta orientale della Terra del Fuoco (Penisola Mitre ed Isola degli Stati) alle isole Sandwich Australi e poi, descrivendo un arco che “ritorna” da Est a Sud-ovest, alle Orcadi Australi, la cui terra maggiore è l’isola Coronation, e infine alla Penisola Antartica, sul continente australe. Posta così a mezza strada fra il Sud America e l’Antartide, la Georgia Australe potrebbe essere attribuita anche a quest’ultimo, se non per la latitudine (lievemente inferiore a quella del Capo Horn: 55°58′ lat. S), certo per motivi storici e climatici. Il limite delle nevi perenni è qui, infatti, molto basso: il meteorologo e climatologo O. Hothedal lo fissa a 300 m. sul livello del mare, e ciò, oltre alla loro ripidezza, contribuisce a dare alle sue montagne un aspetto imponente, veramente alpino, che fa risaltare ancor più il contrasto con la relativa piccolezza dell’isola (3.592 km.: un po’ più della svedese isola di Gotland, ma meno della metà della Corsica), le cui scogliere precipitano a picco nel mare, quasi perennemente tempestoso. 

Politicamente, l’isola appartiene alla Gran Bretagna e fa parte, insieme alle Sandwich Australi, di un territorio extra metropolitano, attualmente abitato solo da una ventina d’individui, il personale della stazione scientifica di Grytviken e i custodi del museo marino, località che un tempo fu un importantissimo porto baleniero, fondato nel 1904 da Carl Larsen, e che ebbe una numerosa popolazione formata dagli equipaggi delle navi baleniere e dagli operai degli stabilimenti a terra per la lavorazione della carne. Quando la caccia alle balene si spostò ancora più a Sud e venne gradualmente diminuita – anche per le pressioni della comunità internazionale, preoccupata per la possibile estinzione dei grandi cetacei – i Norvegesi, che ne erano stati i protagonisti quasi esclusivi, partirono da Grytviken, nel 1965, e la “città più meridionale del mondo”, come era stata battezzata (ma tale qualifica sarebbe spettata piuttosto a Ushuaia, nella Terra del Fuoco argentina, o, meglio, a Puerto Williams, che sorge ancora più a sud, nell’isola cilena di Navarino, sulla sponda opposta del Canale Beagle), venne praticamente abbandonata, acquistando l’aspetto desolato di una città-fantasma, un po’ come le cittadine abbandonate dei cercatori d’oro che sorsero nell’interno dell’Australia nel corso del XIX, per poi sparire quando i filoni auriferi si esaurirono e la gente se ne andò in massa.

Nell’inverno del 1916 l’isola venne attraversata a piedi, per la prima volta, dall’esploratore britannico Ernest Shackleton e da due suoi compagni, per chiedere soccorsi per i loro compagni rimasti intrappolati sull’isola Elephant, preso le Sandwich Australi, 1.300 km. più a sud: impresa notevolissima, sia quella nautica (a bordo di una scialuppa scoperta di 7 m. di lunghezza, la James Caird), sia quella alpinistica, data l’estrema asperità delle montagne dell’isola e la mancanza di equipaggiamento adatto da parte dei tre inglesi. Fra parentesi, Shackleton (che riuscì a trarre in salvo tutti gli uomini della sua spedizione, quella della nave Endurance, senza che ne perisse neppure uno) quando più tardi morì, il 5 gennaio 1922, per un attacco cardiaco, volle essere sepolto proprio in quest’isola, con il consenso della moglie, la quale, dall’Inghilterra, autorizzò il ritorno a Grytviken della nave che già lo stava riportando in patria. Si tratta di un sepolcro modestissimo, ancor oggi visitabile dai rari turisti, sormontato da un semplice lapide quale unica distinzione dalle altre tombe di marinai sconosciuti.

Possiamo aggiungere che il 19 marzo 1982, nel corso della guerra per le Falkland/Malvine, la Georgia Australe venne temporaneamente occupata da un piccolo distaccamento argentino, poi catturato dai britannici il 25 aprile, insieme all’equipaggio del sommergibile Santa Fe, che era stato costretto ad arenarsi sulle rocce della spiaggia a causa dei danni subiti in un bombardamento. Particolare interessante: l’ufficiale argentino che, per poco più di un mese, era stato il padrone di questa terra desolata posta ai confini dell’Antartico, e che si era affrettato a ribattezzarla con il nome spagnolo di Isola San Pedro, era il capitano di corvetta Alfredo Astiz, un truce personaggio che si era reso responsabile di violenze e assassinii, perfino nei confronti di due suore francesi, nel corso della cosiddetta Guerra sporca, la sanguinosa repressione anticomunista condotta dalle Forze armate argentine fra il 1974 e il 1983, sotto la dittatura militare del generale Jorge Rafael Videla, nella quale persero la vita più di 30.000 persone, la maggior parte delle quali scomparvero senza lasciare alcuna traccia.  Sia la Francia che la Svezia, che avevano un conto in sospeso per quanto accaduto a dei loro concittadini, chiesero la sua estradizione alle autorità britanniche, ma questa venne rifiutata. In compenso, Astiz è poi stato processato da un tribunale argentino e, accertate le sue gravi responsabilità, è stato condannato all’ergastolo, dopo essere stato espulso per indegnità morale dalla Marina del suo Paese.

Dunque, non è sicuro chi abbia scoperto questo lembo di terra ai confini del mondo, circondato da uno dei mari più tempestosi e più nebbiosi che vi siano, nel quale le giornate di sole sono bellissime, perché illuminano un paesaggio superbo di picchi innevati, ma sono anche estremamente rare, al punto che gli sparuti abitanti di Grytviken possono vedere le pur vicinissime montagne, strapiombanti sulla baia, solo di rado e in maniera intermittente, fra un banco di foschia e l’altro. Sappiamo chi vi ha posto il piede per primo: il leggendario navigatore inglese James Cook, il 17 gennaio 1775, giunto fin là con la sua nave Resolution; e che, in perfetto stile imperialista, battezzò quel luogo Possession Bay, ossia Baia della Presa di possesso (a nome di sua maestà britannica, naturalmente). Però non è ancora chiaro chi la vide per primo: se il de la Roche, del quale abbiamo notizie abbastanza precise, oppure Vespucci, cosa che, se fosse vera, sposterebbe indietro di oltre un secolo e mezzo la data della scoperta.

Scriveva un grande giornalista, fotografo e scrittore statunitense, strenuo difensore della flora e della fauna terrestri minacciate dal progresso della “civiltà”,  Roger A. Caras (1928-2001), nella sua monografia L’Antartide (titolo originale: Antarctica. Land of Frozen Time, 1962; traduzione dall’americano di Delfo Ceni, Milano, Garzanti Editore, 1964, pp. 13-14):

Si è affermato che già nel 1502 Amerigo Vespucci abbia raggiunto la Georgia Australe, un0isola all’estremità sud dell’Atlantico. Ma la notizia è di dubbia attendibilità, in esistono prove di questo viaggio e Vespucci non era t attrezzato per spingersi su una rotta del genere.

Nel 1603 corsari catturarono la nave olandese “Blyde Bootschap”, a bordo della quale si trovava un giovane nostromo, Laurens Claess, che, a giudicare dal resoconto che fece degli avvenimenti che seguirono la resa del veliero doveva avere un’istruzione superiore alla media. Egli raccontò di aver avvistato una grande e squallida isola, a 64° di lat. S, allorché la nave fu trascinata fuori rotta da una brutta tempesta. Se abbiamo analizzato  con esattezza le sue osservazioni, egli potrebbe benissimo essere stato il primo uomo a scorgere le Shetland Australi, il gruppo di isole in prossimità del Circolo Polare Antartico, e a registrarne l’esistenza. Probabilmente nemmeno il Jolly Roger [la bandiera delle navi pirata] volò mai tanto lontano.

Esistono prove concrete che il mercante inglese Antonio de la Roche scoprì nel 1675 la Georgia Australe e vi riparò con due navi  – di cui non ci è pervenuto il nome  mentre tentava di sfuggire a una furiosa tempesta. La Georgia Australe si torva vicino al 54° lat. S, 12°30’a nord del Circolo Polare Antartico. Se Antonio de la Roche riparò effettivamente nella Georgia Australe, non avrà raggiunto l’Antartico, ma comunque vi andò assai vicino. Ed è più verosimile che sia stato lui e non Vespucci a scoprire l’isola.

Abbiamo motivi sufficienti per credere che in tempi piuttosto remoti un certo numero di velieri abbia avvistato le isole dell’Antartide, ma trattandosi di soste sotto ogni aspetto accidentali, non si può parlare di viaggi di esplorazione. Sappiamo che nel 1756 il mercantile spagnolo “León” avvistò e circumnavigò la Georgia Australe, poiché un passeggero, Dveloz Guyot, ha scritto un resoconto dell’avventura che è pervenuto fino a noi. Sembra che ciò ch vide non l’abbia particolarmente colpito, ma dobbiamo essergli comunque grati per averci tramandato l’avvenimento.

Anonio de la Roche (scritto anche de la Roché)  o de la Roca, nato a Londra, era il figlio di un ugonotto francese emigrato in Inghilterra e di una donna inglese, e anglicizzò il suo nome in Anthony. Mercante, non esploratore, doveva essere abituato a far le cose in grande e doveva possedere non comuni doti diplomatiche, o amicizie importanti, se riuscì ad essere fra i pochi sudditi inglesi a ottenere il permesso, dalle sospettose autorità di Madrid, di recarsi nelle colonie spagnole del Sud America per trafficare con la sua nave da 350 tonnellate, acquistata ad Amburgo. Uomo d’azione più che mercante da tavolino, i suoi affari voleva seguirli da vicino e dirigerli personalmente, perciò salpò egli stesso nella primavera del 1574 per la rotta delle Canarie, doppiò il Capo Horn e in ottobre era già al Callao, il porto di Lima, capitale del vicereame del Perù. Fin qui, il suo viaggio si era svolto senza intoppi; ma nel ritorno, all’altezza di Capo Horn, una furiosa tempesta investì la sua nave, nell’aprile 1675, e la trascinò verso oriente, impedendole di riattraversare lo Stretto di Le Maire, come desiderava e come già aveva fatto all’andata. Le conoscenze geografiche su questa propaggine del continente americano non erano ancora molto precise: si favoleggiava di uno Stretto di Brouwer che sarebbe stato scoperto dal navigatore olandese Hendrik Brouwer, interessante figura di navigatore-avventuriero, come allora la marineria dei Paesi Bassi ne produceva parecchi (questo leggendario stretto, in realtà inesistente, comparve su alcune carte geografiche fino al 1643, quando i geografi lo relegarono nel cimitero delle scoperte inesistenti e lo fecero sparire dalle tavole degli atlanti). Spinto sempre più ad est, lungo la costa meridionale dell’Isola degli Stati ed oltre la sua estremità orientale, il Capo San Juan, de la Roche giunse in vista di una terra sconosciuta che, dalla descrizione poi fattane, e soprattutto confrontando le coordinate geografiche, deve essere stata, quasi certamente, la Georgia Australe. La sua nave trovò rifugio in una baia che potrebbe essere stata il Drygalski Fjord e vi trascorse la notte al riparo dal mare in burrasca, prima di riprendere la giusta rotta e fare ritorno felicemente in Inghilterra, toccando dapprima il Brasile e poi il porto ugonotto di La Rochelle, in Francia, dove gettò le ancore il 29 settembre 1675. La relazione del viaggio, pubblicata nel 1678, e ripubblicata nel 1690, contiene dettagli piuttosto precisi e parla di montagne innevate, di rocce e di fiordi, elementi in base ai quali gli studiosi moderni si sono sforzati di riconoscere i luoghi esatti, anche se permangono dei margini d’incertezza. Resta da aggiungere che de la Roche, qualche giorno dopo essersi lasciato a poppa la Georgia Australe, vide un’altra terra, un’altra isola sperduta nelle immensità dell’Atlantico meridionale, e questa volta vi sbarcò e vi trascorse una settimana, durante la quale lui e i suoi uomini poterono fare provvista di acqua fresca, legname e pesce. Il particolare relativo al legname fa pensare che su questa seconda isola vi fossero degli alberi, se non proprio dei boschi, e quindi doveva trovarsi ad una latitudine più bassa, e godere di un clima assai migliore. L’unica terra emersa che risponda a tali caratteristiche è l’isola Gough, che era stata avvistata dal navigatore portoghese Gonçalo Alvares nel 1505 o nel 1506.

Ora, l’interrogativo che si pongono i geografi e gli storici delle scoperte geografiche è se questo “esploratore per caso” sia stato preceduto da Vespucci nell’avvistamento della Georgia Australe, all’alba del sedicesimo secolo, ossia quando l’America era stata scoperta “ufficialmente” da appena un decennio, e quando Cristoforo Colombo, il suo scopritore, dopo il suo quarto e ultimo viaggio transatlantico (dal 1502 al 1504) si ostinava ancora a negarne l’esistenza e a identificarla con la propaggine orientale dell’Asia. Se davvero Vespucci si spinse fin laggiù, ciò dovette accade nel corso del suo terzo viaggio, che si svolse fra il 1501 e il 1504, al servizio del re del Portogallo, e del quale non fu il comandante, poiché la spedizione era agli ordini di Gonzalo Coelho. Dopo essere entrato nella stupenda baia tropicale che poi fu chiamata di Rio de Janeiro, appunto il 1° gennaio del 1502 (perché scambiata per la foce di un fiume), essa si spinse fino all’estuario del Rio de la Plata, e poi ancora più a mezzogiorno, sempre alla ricerca di quel passaggio che un altro portoghese, ma al servizio della Spagna, Fernando Magellano, avrebbe trovato solo qualche anno più tardi, nel 1520. Il punto più avanzato che toccarono i navigatori fu all’altezza del 52° parallelo Sud, alla foce del Rio Cananor, nella Patagonia meridionale, e ormai non lontano da quello stretto che essi cercavano, ma senza scoprirne l‘esistenza. Vespucci scrisse in seguito una relazione che parla in termini drammatici delle proibitive condizioni climatiche incontrate a quelle latitudini, del freddo insopportabile e del mare terribilmente burrascoso, fino alla decisione del Coelho di rinunciare a proseguire più oltre, e di rimettere la prua in direzione della patria lontana.

Nel corso di questo viaggio – che permise la “riscoperta” di due importanti stelle del cielo australe, Alfa e Beta Centauri, già note agli astronomi greci, ma poi “dimenticate” perché la precessione degli Equinozi le aveva rese invisibili alle latitudini dell’Europa – fu avvistata una terra non precisata, della quale Vespucci parla nel suo epistolario nei seguenti termini:

Navigammo fino ad incontrare che il Polo meridionale si elevava cinquantadue gradi sopra l’orizzonte, in termini che già non potevamo vedere la Orsa Maggiore né la Minore. Il 3 di aprile ci fu una tormenta così forte che ci fece ammainare le vele, il vento era di levante con onde grandissime e aria tempestosa. Così forte era la tempesta che tutta la ciurma stava in gran temore. Le notti erano molto lunghe, quella del 7 di aprile fu di quindici ore, perché il sole stava alla fine di Ariete e in questa regione era inverno. Nel bel mezzo della tempesta avvistammo il 7 di aprile una nuova terra, che percorremmo per circa venti leghe, incontrando delle coste selvagge, e non vedemmo in essa nessun porto, ne gente, credo perché il freddo era così intenso che nessuno della flotta poteva sopportarlo. Vedendoci in tale pericolo e tale tempesta, che appena si poteva vedere una nave dall’altra, tanto erano alte le onde, accordammo fare segnali per riunire la flotta e lasciare queste terre per rientrare verso il Portogallo. E fu una decisione molto saggia, perché se avessimo ritardato quella notte, di sicuro ci saremmo perduti tutti.

Vespucci, per caso, ha qui descritto, per la prima volta nella storia dei viaggi marittimi, le coste della Georgia Australe? La nuova terra avvistata il 7 aprile 1502,  dalle coste selvagge, priva di porti e di abitanti, perché il freddo era così intenso che nessuno della flotta poteva sopportarlo, era forse la Georgia Australe? Non si riesce a capire come mai le navi portoghesi si sarebbero venute a trovare così fuori rotta verso Est, ma, nel corso di una burrasca, ciò è sicuramente possibile: non è forse precisamente quel che sarebbe accaduto, centosettantatre anni dopo, ad Antonio de la Roche? Qualcuno lo ha pensato; così come ha pensato che la descrizione di una terra “selvaggia”, priva di approdi e completamente deserta, ben si attagli all’isola in questione. Il fatto è che si attaglia benissimo anche alle coste della Patagonia: basta leggere la relazione redatta da un altro italiano, il vicentino Antonio Pigafetta, che faceva parte della spedizione di Magellano, di quelle medesime rive. Vespucci, però, ad essere pignoli, parla di una “nuova terra”, come se si trattasse di una costa diversa da quella della Patagonia, lungo la quale le navi avevano proceduto fino al momento in cui era scoppiata una tempesta così violenta, che a stento riuscivano a restare in vista l’una dell’altra (e il contatto visivo, all’epoca, era ovviamente il solo mezzo per restare in formazione e non disperdesi ai quattro venti). Pertanto può ben essere che un navigante dell’epoca scorgesse un’isola come la Georgia Australe, senza rendersi conto della sua natura insulare, tanto più che si tratta di una terra lunga più di 160 km., e dominata da una catena di montagne di tipo alpino.

Una scrittrice italiana quasi dimenticata, Tina Zuccoli Mazzini, nota anche come “la maestra degli Alpini” (nata a Imola nel 1928 e spentasi a Modena nel 2006), grande viaggiatrice e appassionata studiosa della natura del Grande Nord, autrice di ben tredici libri, particolarmente rivolti ad un pubblico giovanile, e una laurea honoris causa in Scienze Naturali dall’Università di Modena, così ha rievocato la questione nel suo libro Balene e Balenieri, scritto dopo aver soggiornato a lungo nelle basi dei balenieri norvegesi e aver parlato e familiarizzato con essi (Torino, Società Editrice Internazionale, 1973, pp. 139-140):

“Vorrei sapere chi è venuto per primo in questa terra maledetta! [cioè la Georgia Australe] – chiese Odd al suo amico Karlsen. – Sicuramente, sarà stato qualche navigatore dalle idee bislacche, oppure uno di quei tipi che vogliono vivere lontano dal mondo civile”.

“è stato un inglese – rispose il giovane di Sandefjord, – un certo Antonio de la Roche. Ma ci venne per caso, in seguito al dirottamento delle sue navi colpite da una spaventosa tempesta. Era l’anno 1675. Però, sembra che molto tempo prima l’italiano Amerigo Vespucci, addirittura nel 1502, abbia navigato intorno a quest’isola, proveniente dalle coste dell’Argentina. Mi hanno anche detto che questo Vespucci è colui che ha scoperto l’Isola di Aruba [nel Mar dei Caraibi, davanti alle coste dell’odierno Venezuela], il porto nel quale abbiamo fatto scalo”.

“Aruba l’ha scoperta un italiano? – esclamò Odd. – Oh, che gente gli Italiani! Aruba… Ma tu non sai cos’è quella città per un baleniere che conta una decina di campagna antartiche sul groppone. Evviva gi Italiani! A Vespucci… perdono di aver scoperto quest’isola. Però, sarebbe meglio se non fosse stato lui. E poi, non credo che sia venuto fin qui.  Un italiano, una volta scoperta Aruba,  non viene a crepare qui, ti pare?”.

“Penso, tuttavia, che al tempo in cui l’Isola di Aruba venne scoperta – riprese con calma il giovane Karlsen – non vi fossero le taverne con il whisky e altre cose; perciò, può darsi che l’italiano Vespucci abbia continuato il suo viaggio fin qui”.

“Bell’affare!” – mormorò Odd, accendendo la pipa.

“A proposito di navigatori e di esplorazioni – continuò Karlsen – mi vorresti accompagnare alla tomba di Shackleton? Tu sei anziano e conosci questi luoghi come quelli dell’isola di Hitra” [isola della Norvegia].

“E va bene! Andiamo. Quello fu un esploratore eccezionale come il nostro Nansen e il nostro Amundsen, perciò merita una visita!  Da solo, però, non vi andrei: calpestare questa terra senza una persona che mi faccia compagnia mi fa paura!”.

Quanto buon senso nelle parole di questi due balenieri norvegesi. Un italiano, all’inizio del 1500, fino alla Georgia Australe? Improbabile, ma non impossibile. Di che cosa non erano capaci gli italiani, nell’epoca delle grandi navigazioni oceaniche, come già lo erano stati in quella delle esplorazioni terrestri? Non si erano già spinti più lontani di chiunque altro, via terra, nell’Asia orientale, con Giovanni dal Pian del Carpine, Marco Polo e Odorico da Pordenone? E sono stati loro a scoprire l’America, con Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni e Sebastiano Caboto, Giovanni da Verrazzano e tanti altri? Piuttosto, c’è una cosa che bisogna notare: anche se Vespucci è molto più famoso, e giustamente, di Gonzalo Coelho, era quest’ultimo il comandante della spedizione del 1502; pertanto, se essa davvero avvistò le montagne e le coste della Georgia Australe, la scoperta andrebbe attribuita a lui, come capo della flotta, e non a Vespucci, benché questi fosse già celebre. E ci asteniamo, in questa sede, per non sollevare un ulteriore ginepraio, dalla discussione sull’autenticità di tutti e quattro i suoi viaggi, che alcuni mettono in dubbio.

Infine, un po’ di mistero. E se la terra selvaggia descritta da Vespucci non fosse la Georgia Australe, ma neppure la Patagonia? Se fossero le misteriose Isole Auroras, press’a poco alla stessa latitudine, più volte viste e di nuovo “perdute” dai naviganti del XVII e XVIII secolo? Ci siamo già occupati, in un apposito lavoro, di quest’altro mistero del mare (cfr. Il mistero delle isole Auroras, pubblicato sulla rivista cartacea Il Polo, Fermo, nr. 3 del 2004, poi sul sito di Arianna Editrice il 28/09/2007, e su Il Corriere delle Regioni il 28/10//2016). Quante cose ignoramus et ignorabimus

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments