giovedì, 24 Giugno 2021
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Come i Liberatori «salvarono» l’Europa da Hitler: la distruzione di Amburgo (24 luglio-3 agosto 1943)

Miti di cartapesta? Come i Liberatori salvarono l’Europa da Hitler: la distruzione di Amburgo. Fra il ’43 e il ’45 gli Usa ridussero l’Europa in cenere causando centinaia di migliaia di morti innocenti fra la popolazione civile di Francesco Lamendola

Sono passati sessantaquattro anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ma la Vulgata dei vincitori domina ancora incontrastata e così pure la roboante retorica dei «liberatori», ossia gli Alleati, i quali avrebbero salvato l’Europa e il mondo dal Male assoluto, rappresentato dai totalitarismi del Tripartito.

Eppure sarebbe necessario smascherare una volta per tutte questo mito di cartapesta; se non altro perché, grazie ad esso, la superpotenza americana continua ad arrogarsi il diritto di scatenare guerre in ogni luogo e in qualsiasi momento, magari con impiego massiccio di armi chimiche e batteriologiche e con bombardamenti di inaudita violenza: come fece nel Vietnam, ove furono colpiti deliberatamente gli argini dei fiumi, per provocare alluvioni nelle risaie e ridurre alla fame il popolo vietnamita.

Quante persone, oggi, sono a conoscenza del fatto che sulla piccola nazione indocinese vennero sganciati, dalle fortezze volanti americane, un totale di esplosivo pari a molte volte quello sganciato su tutti i fronti di guerra della seconda guerra mondiale? In totale, furono sganciate sette tonnellate di bombe per ogni chilometro quadrato di territorio.

Essere a conoscenza di queste cose è necessario, perché consente di smascherare l’ipocrisia della democrazia, secondo la quale ogni guerra contro le dittature è una guerra giusta e buona, fatta in nome della civiltà e resa necessaria dall’imperativo morale di estendere a ogni popolo le meraviglie della democrazia parlamentare (e, naturalmente, del libero mercato). E consente di inserire i dati del conflitto in Iraq e di quello in Afghanistan entro i loro veri termini: che hanno poco a che vedere con le idealità politiche, e molto con concreti interessi imperiali.

Tornando al mito dei «liberatori» che, versando generosamente il loro sangue, liberarono l’Europa e il mondo dai totalitarismi nazifascisti, nonché all’eterno ricatto del debito inestinguibile di riconoscenza che noi avremmo nei confronti dei ragazzi americani caduti sulle spiagge della Normandia o sulla linea Gustav in Italia, forse è bene ricordare – benché sia di pubblico dominio, e impossibile da nascondere – che il prezzo di quella operazione fu, tra l’altro, la distruzione sistematica e deliberata delle città europee, particolarmente tedesche, e l’assassinio di massa dei loro abitanti.

Per tacere delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, giova ricordare ancora una volta che Amburgo, Berlino, Dresda, e – in misura minore – Milano, Torino e Genova, vennero sottoposte a bombardamenti aerei pianificati di incredibile ferocia, al di fuori di qualunque necessitò strategica, e indipendentemente dalla presenza, o meno, di impianti industriali o di snodi nel sistema delle comunicazioni stradali e ferroviarie. L’obiettivo dei bombardamenti terroristici che, fra il 1943 e il 1945, ridussero l’Europa in cenere e causarono centinaia di migliaia di morti innocenti fra la popolazione civile, fu , spesso, solo ed esclusivamente quello di colpire il maggior numero possibile di inermi cittadini, a puro scopo di vendetta.

Il signor Churchill, allora e oggi beatificato quale campione della lotta per la libertà e salvatore dell’Europa dal mostro totalitario, fu il massimo responsabile di tale politica del massacro indiscriminato; suoi degni collaboratori furono Roosevelt e Stalin, quest’ultimo a capo di un sistema totalitario che fa apparire piccolo perfino quello di Hitler, visto che a causa di esso da 8 a 10 milioni di cittadini sovietici trovarono la morte.

Ma tant’è, Stalin era uno dei «liberatori», pertanto si tratta di particolari trascurabili; anzi, come a Roosevelt per lo sbarco in Normandia, così dobbiamo essere eternamente grati al dittatore georgiano per la battaglia di Stalingrado, luminoso esempio di lotta per la libertà dei popoli. Tale, ancor pochi giorni fa, la tesi sostenuta dallo storico Luciano Canfora che, ospite del programma di Corrado Augias sul terzo canale televisivo, ha paragonato Stalingrado alla battaglia delle Termopili e all’eroica lotta di Atene contro l’invasione persiana (aggiungendo, per buona misura, che quanti non gradiscono l’ideologia marxista sono motivati da una grossa dose di ignoranza).

Ora, che la battaglia di Stalingrado sia stata una pagina eroica dell’Armata Rossa e del popolo russo (ci stava sfuggendo dalla penna: del popolo sovietico: ma i popoli, grazie a Dio, sono altra cosa dai loro balordi o sanguinari regimi), è un fatto incontestabile; così come è incontestabile il fatto che Hitler, il quale era un genio strategico, in quella occasione commise un errore imperdonabile, sacrificando inutilmente i quasi 300.000 uomini della Sesta Armata di von Paulus.

Ciò detto, non facciamone una battaglia simbolica per la libertà dei popoli, se non vogliamo cadere nell’assurdo: lo stalinismo non era migliore del nazismo; e l’esito di Stalingrado fu la schiavitù dei popoli dell’Europa centro-orientale al dominio sovietico, che sarebbe durata dal 1945 fino al 1990, ossia fino all’implosione della stessa Unione Sovietica.

Altro che battaglia per la libertà! Ma via, non diciamo sciocchezze; cerchiamo di parlare seriamente. Bisognerebbe dirlo agli abitanti di Budapest, massacrati dall’Armata Rossa nel 1956; o a quelli di Praga, soggiogati dai carri armati sovietici nel 1968, che Stalingrado è stata una battaglia per la libertà d’Europa.

Con ciò, sia chiaro, non abbiamo la minima intenzione di tentare una riabilitazione del nazismo fatta di contrabbando. Vogliamo solo ricordare che, nel corso della seconda guerra mondiale, si scontrarono diversi imperialismi, alcuni totalitari, altri democratici; ciascuno perseguiva i propri fini egoistici, ossia il dominio regionale o quello mondiale; nessuno aveva le mani monde di crimini di guerra d’ogni tipo; nessuno si batteva per cause ideali, quali la libertà e la pace.

Perfino le loro alleanze furono casuali e dettate da ragioni prevalentemente tattiche, non ideologiche e tanto meno morali. A partire dall’agosto del 1939, Hitler e Stalin erano alleati: insieme decisero di spartirsi la Polonia e i Paesi Baltici; e, senza il loro patto di non aggressione, è certo che Hitler non avrebbe osato scatenare la guerra.  Perciò, se davvero le democrazie avevano tanto a cuore la Polonia, avrebbero dovuto dichiarare guerra non solo alla Germania, ma anche all’Unione Sovietica; e a maggior ragione avrebbero dovuto farlo dopo che, nell’inverno 1939-40, Stalin colmò la misura della prepotenza e del cinismo aggredendo a freddo la neutrale Finlandia, con forze enormemente superiori.

La Vulgata degli Alleati ci ha sempre raccontato che, nel 1914, la Gran Bretagna era stata  «costretta» ad entrare in guerra contro la Germania, per difendere la neutralità violata del povero, piccolo Belgio. Quella della Finlandia, nel 1939, non contava nulla? E perché Hitler meritava di essere fermato con la guerra per la sua aggressione alla Polonia; mentre Stalin, che aveva colpito quel Paese alle spalle, come un avvoltoio, non era meritevole neppure di una blanda riprovazione diplomatica? Altro che la mussoliniana «pugnalata alla schiena» contro la Francia: quella, in confronto, fu un’azione tra gentiluomini; e perfino sollecitata da alcuni settori della diplomazia transalpina, in funzione anti-tedesca.

Ma torniamo al discorso dei mezzi adoperati dagli Alleati (a proposito, alleati di chi? allearti fra di loro? ma allora, perché non chiamare così i Paesi del Tripartito?) per liberare l’Europa dal nazismo e dal fascismo; ossia, per liberare gli Europei da se stessi, dalle loro cattive inclinazioni. E torniamo ai bombardamenti aerei sulle città indifese nel 1943, 1944 e 1945: ossia nella fase finale della guerra, quando – dopo Stalingrado, appunto, e dopo El Alamein – era ormai chiaro a tutti – anche a Hitler, il quale non era uno sciocco – che la sconfitta dell’Asse sarebbe stata solo questione di tempo.

Ha scritto Giorgio Bonacina nel libro «Le bombe dell’Apocalisse» (Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1973, pp. 114-16):

«Il più spaventoso “area-bombing” di quell’epoca (operazione Gomorrah) ebbe per vittima Amburgo, in quattro notti. Nella notte dal 24 al 25 luglio 1943, grazie all’artificio anti-radar delle striscioline di stagnola “windows”, 791 bombardieri (718 dei quali quadrimotori) ebbero il compito estremamente facilitato. 724 apparecchi raggiunsero la grande città anseatica e sganciarono pressoché impunemente il totale fantastico di 2.319 tonnellate di bombe e di spezzoni portando la città sull’orlo del collasso, anche se  fu appurato in seguito che in realtà solo 306 bombardieri erano stati capaci di centrare i loro carichi nel raggio di 3 miglia dal punto di mira.

Nella notte dal 27 al 28 luglio Amburgo conobbe la vera Apocalisse: il fenomeno atroce, già accennato nella prima parte di questo libro, della tempesta di fuoco.

Furono inviati in missione 787 apparecchi, 720 dei quali seminarono 2.107 tonnellate di bombe esplosive  a medio e alto potenziale incendiario a combustibile liquido (molte delle quali contenenti fosforo) e di spezzoni al magnesio. Non più di 325 aerei colpirono entro il raggio di 3 miglia dal punto di mira, ma i loro lanci furono talmente fitti e concentrati sui quartieri della città vecchia che il vento attirato dalle conflagrazioni lignee superò la potenza di un uragano forza 12. Accaddero scene di indescrivibile orrore. La gente che cercò di uscire nelle strade dopo il bombardamento dovette affrontare una muraglia di fuoco che turbinava alla velocità incredibile di 250 chilometri orari, e migliaia di persone furono incenerite come zanzare. Molti di quelli che rimasero nei rifugi furono asfissiati dalle esalazioni di monossido di carbonio. E il peggio toccò agli sventurati che furono colpiti direttamente dal fosforo delle bombe incendiarie di tipo speciale, che s’attaccò ai loro corpi come una orrenda lebbra infuocata. Questi disgraziati, che nulla avevano di umano, si gettarono nei canali della città, in preda al terrore. L’acqua poteva spegnere momentaneamente le fiamme che divoravano i loro corpi, ma se essi s’azzardavano a uscire dai canali il fuoco riprendeva a divampare, inesorabile. Per qualche migliaio di amburghesi non ci fu, per qualche ora, che una tragica alternativa: o morire affogati o morire bruciati vivi. Furono tutti abbattuti dalle pistole Lüger dei poliziotti, mentre Amburgo era un’orgia di fiamme, ed ebbero finalmente pace. Non ci fu assolutamente nient’altro da fare.

Harris [l’Air Chief sir Arthur Harris, comandante del Bomber Command di Londra, comprendente tutte le forze da bombardamento presenti sulle isole Britanniche], per la verità ignaro dell’orrenda carneficina che il Bomber Command aveva provocato, insisteva a infierire su Amburgo. Nella notte dal 29 al 30 luglio andarono all’attacco 777 bombardieri, e in 697 raggiunsero l’obiettivo sganciando 2.276 tonnellate di bombe e di ordigni incendiari. Solo 238 apparecchi (da notare: contro i 280 di Milano, due settimane più tardi) bombardarono nel raggio di 3 miglia dal punto di mira, e la tempesta di fuoco non si rinnovò. Ma Amburgo, ormai svuotata d’abitanti – i più l’avevano già lasciata, inorriditi – fu devastata in numerosi quartieri che fino ad allora erano rimasti intatti. L’ultimo attacco della tragica serie, nella notte dal 2 al 3 agosto, fu invece assai meno catastrofico. A causa delle pessime condizioni atmosferiche, solo 399 bombardieri su 740 riuscirono ad attaccare con un carico di 1.366 tonnellate, e in gran parte sganciarono oltre il perimetro della città.

I morti di Amburgo furono all’incirca 50.000, e ciò che più sgomenta e impaurisce è il “modo” in cui morirono. Orami la guerra era indiscriminata e non c’erano limiti ai suoi eccessi. Ma il Bomber Command doveva ancora perfezionare le sue tecniche di distruzione. La seconda tempesta di fuoco – cercata e voluta, questa volta – imperversò su Kassel, una piccola città di appena 230.000 abitanti, nella note dal 22 al 23 ottobre 1943, quando fu colpita da 380 bombardieri (su 444 inviati) nel raggio di 3 miglia dal punto di mira. Il 3 novembre sir Arthur Harris comunicò a Churchill che ormai il Bomber Command aveva ormai “virtualmente” distrutto 19 città tedesche:  Amburgo, Colonia, Essen, Dortmund, Düsseldorf, Hannover, Mannheim, Bochum, Mülheim, Barmen, Elberfeld, Mönchen-Gladbach, Krefeld, Rheydt, Aquisgrana, Rostock, Remscheid, Kassel ed Emden. Altrte 19 città erano state “sinistrate seriamente”: Berlino, Francoforte, Stoccarda, Brema, Duisburg, Monaco di Baviera, Hegen, Norimberga, Stettino, Kiel, Karlsruhe, Magonza, Wilhelmshaven, Lubecca, Saaarbrücken, Osnabrück, Münster, Rüsselheim e Oberhausen. Infine, 9 città tedesche erano state “sinistrate”: Brunswick, Darmstadt, Leverkusen, Flensburg, Augusta, Jena, Lipsia, Friedrichshafen e Wismar.

Ma si era solo nell’autunno del 1943. Il panorama sarà assai più desolante un anno e mezzo più tardi, alla fine della guerra.»

Che altro dire?

Dell’Apocalisse su Dresda – una delle maggiori città d’arte d’Europa – che, nel 1945, era affollata da 400.000 profughi dei territori tedeschi orientali in fuga davanti all’Armata Rossa (che portavano il totale degli abitanti a circa 1 milione), il grande pubblico è ormai abbastanza informato, specialmente grazie alla meritoria ricostruzione dello storico inglese David Irving.

L’Apocalisse di Amburgo è meno conosciuta. Essa si abbatté sull’antica città anseatica proprio mentre in Italia cadeva il fascismo e mentre Milano, Torino e Genova stavano per ricevere la loro razione poderosa di bombe durante il governo Badoglio (altra inutile crudeltà, visto che le trattative segrete di armistizio erano già state avviate dal governo italiano; così come inutili saranno, nell’agosto 1945, le bombe atomiche sul Giappone, ormai giunto sull’orlo del collasso).

Le caratteristiche delle bombe al fosforo liquido erano state studiate al preciso scopo di attaccare le fiamme agli esseri viventi e di bruciarli vivi, anche se si fossero gettati in acqua, al momento di uscirne. Le scene spaventose che si videro per le strade della città tedesca nel luglio del 1943, mentre una muraglia di fuoco spazzava ogni cosa innanzi a sé alla velocità di 250 chilometri orari, sono degne dell’Inferno di Dante Alighieri e, anzi, superano di gran lunga perfino la fantasia sadica del grande poeta fiorentino.

Solo una mente demoniaca avrebbe potuto concepire, realizzare ed impiegare un’arma del genere; solo delle creature demoniache non si sarebbero fatte alcuno scrupolo di mettere a punto e scaricare in quantità enormi un materiale, il cui scopo era quello di bruciare vivi il più grande numero possibile di vecchi, donne e bambini addormentati nelle loro case, o trepidanti nei rifugi sotterranei, senza che ve ne fosse alcuna necessità di tipo militare in senso stretto.

Ecco, questa è la cosa terribile, alla quale ci ribelliamo: che per le democrazie, e solo per le democrazie, si cada in un machiavellismo che arriva a giustificare perfino le azioni diaboliche, in nome del nobile fine di liberare l’Europa ed il mondo dal Male.

Certo, Auschwitz è stato il male. Ma lo è stato anche Dresda, lo è stato anche Amburgo, lo è stato anche Hiroshima. E, se vogliamo indicarlo con la lettera maiuscola, dobbiamo farlo sempre; non solo quando si vuole accusare il nemico sconfitto.

Perché se è vero che il Male è presente nella storia, e nel XX secolo lo abbiamo visto addirittura scatenato, ciò è dovuto al fatto che esso si annida tuttora nel cuore dell’uomo, di ogni fede e colore politico. Non vi sono ideologie che possano vaccinare contro la lebbra demoniaca del male operante nella storia, che lo si scriva o no con la lettera maiuscola.

E non esistono monopoli del dolore da parte delle vittime: tutte le vittime meritano rispetto e un pensoso riconoscimento. Anche quelle finora passate sotto silenzio, come  gli Italiani infoibati dai partigiani titini nell’ultima fase della seconda guerra mondiale.

Non esistono guerre giuste, non esistono guerre buone.

Ricordiamocene, oggi che si continua a combattere e a infliggere un tributo pesantissimo di vittime alle popolazioni civili, ad esempio in Iraq e in Afghanistan. D’accordo, Saddam Hussein era un dittatore, e i Talebani erano – e sono – dei fanatici  fondamentalisti. Ciò autorizza l’Occidente democratico a scatenare delle guerre che producono centinaia di migliaia di morti fra uomini, donne e bambini assolutamente innocenti?

Se pensiamo di sì, allora vuol dire che la nostra ipocrisia e la nostra malafede hanno superato ogni limite di decenza e di sopportabilità.

Noi possiamo anche continuare a raccontarci queste storielle – che in Iraq e in Afghanistan, cioè, ci siamo per motivi giusti o, addirittura, umanitari; ma il resto del mondo la pensa diversamente.

Non dovremmo stupirci, e soprattutto non dovrebbero stupirsi gli Americani, quando le folle del Sud del mondo fanno festa allorché giunge la notizia di un attentato terroristico anti-occidentale, come quello delle Torri Gemelle di New York.

Perché noi possiamo anche continuare ad auto-ingannarci impunemente, con la complicità e la connivenza di una stampa e di una informazione televisiva completamente asservite agli interessi strategici del Pentagono e delle Sette Sorelle; ma il resto del mondo non legge quella spazzatura che noi chiamiamo informazione e non crede alle nostre favolette.

Il resto del mondo guarda i fatti, e credere solamente ad essi.

Il resto del mondo sa che, nei giorni del Natale scorso, a Gaza, sono morti circa 1.000 palestinesi inermi, contro due o tre cittadini israeliani; e non pensa che i conti siano pari.

Il resto del mondo ha pesato le parole di pace e di libertà dei nostri uomini politici, e le ha trovate terribilmente scarse: leggere come piume.

Ecco perché è importante ricordare Amburgo, ricordare Dresda, ricordare Hiroshima: per non cadere vittime delle nostre stesse menzogne; per fare una salutare cura di disintossicazione dalle nostre menzogne interessate.

E per smetterla, una buona volta, di aspettare la salvezza dalla Casa Bianca, con Obama o senza Obama: come se gli interessi strategici di quei signori coincidessero con quelli del mondo intero, compresa la parte che occupiamo noi; mentre anche un bambino capirebbe che questo non è vero, non lo è mai stato e non potrà mai esserlo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/05/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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