lunedì, 21 Giugno 2021
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Fine delle guerre Indiane: un popolo in ginocchio

Fine delle guerre Indiane: un popolo in ginocchio. La situazione degli Indiani nell’Ovest degli Stati Uniti durante gli ultimi decenni dell’800. La chiusura nelle riserve: ultima tappa prima del genocidio culturale e materiale di Francesco Lamendola

FINE DELLE GUERRE INDIANE: UN POPOLO IN GINOCCHIO

Per comprendere il fenomeno del messia paiute Wovoka e il fenomeno storico-religioso della Ghost Dance (Danza degli Spettri), cui dedicheremo un prossomo lavoro, è necessario inquadrare la situazione degli Indiani nell’Ovest degli Stati Uniti durante gli ultimi decenni dell’Ottocento. Le guerre indiane stavano per finire e le tribù che ancora resistevano, decimate e affamate (anche a causa della distruzione del bisonte, base della loro economia e di tutta la loro cultura) stavano per subire l’ultimo oltraggio: la chiusura nelle riserve, che – con l’aria di volerli “proteggere” da ulteriori violenze dell’uomo bianco – significava in realtà l’ultima tappa prima del genocidio culturale e materiale.

      Questo lavoro, e gli altri che seguiranno, costituiscono una ricerca originale di F. Lamendola finalizzata a lumeggiare un capitolo poco conosciuto del dramma degli indiani d’America: il messianismo della fine del XIX secolo, che etnologi come Vittorio Lanternari e storici delle religioni come Charles Puech indicano come un tipico movimento di libertà e di salvezza da parte di un popolo minacciato di totale distruzione.

 INTRODUZIONE.

      A partire dal 1889 una voce fantastica si diffuse nel Lontano Ovest americano, valicò le Montagne Rocciose, si sparse fra le tribù indiane delle Grandi Pianure. Era nata, non si sapeva bene come, ai piedi delle gigantesche Sierras, nelle lande allucinate del Nevada, e passò attraverso le riserve, propagandosi come un incendio estivo in un campo di grano, riscuotendo gli Indiani alla cupa rassegnazione nella quale erano caduti e trascinandoli a un frenetico entusiasmo.

      Quella voce parlava di un messia il quale era venuto in mezzo al popolo rosso per annunciare la fine imminente del mondo, ormai vecchio e malato, e la nascita di una nuova terra, rigogliosa d’erba verde, percorsa come un tempo da grandi mandrie di bisonti, e popolataa tutti gli indiani morti che sarebbero tornati, giovani e forti, a stringere la mano dei viventi. Ogni cosa sarebbe stata di nuovo buona e bella, così come il Grande Spirito aveva sempre desiderato, e il figlio avrebbe riabbracciato il padre morto, la vedova avrebbe ritrovato il suo sposo. Né questo solo si diceva nelle riserve dei Pawnee, dei Cheyenne, dei Sioux. Coloro che avevano potuto ascoltare la viva voce del messia – ed erano ancor pochi – insegnavano a suo nome una nuova danza, che tutti avrebbero dovuto danzare:  la Danza degli Spettri. Senza fare del male ad alcuno, senza combattere, ma solo danzando e osservando una vita moralmente irreprensibile, essi avrebbero affrettato la venuta del gran giorno: e ciò sarebbe acaduto presto, molto presto. Forse fra una o due primavere soltanto…

      Non era un messia qualunque Wovoka, colui che aveva insegnato loro la Danza degli Spettri: alcuni dicevano che fosse addirittura Gesù Cristo. Moltissimo tempo prima egli era venuto fra gli uomini bianchi, ma essi non avevano voluto ascoltare i suoi insegnamenti, lo avevano messo in croce e fatto crudelmente soffrire. Così, egli era volato in cielo, sottraendosi ai malvagi Wasichu, gli uomini bianchi. Ma adesso era tornato: era tornato in mezzo al popolo rosso, e non vi sarebbero più stati Wasichu…

      Del resto, ciò che operava Wovoka superava i poteri di un semplice mortale, diun semplice uomo della medicina. Coloro che l’avevano veduto e udito, potevano testimoniarlo. Quale altro uomo sarebbe stato in grado di mostar loro, com’egli aveva fatto, la visione della nuova terra che arrivava da occidente, come una nuvola, per ricoprire la vecchia, che stava morendo? Quale altro uomo avrebbe fatto incontrar loro i parenti morti, e parlare con essi? O mostrare il mondo intero nel fondo di un cappello? O far parlare gli animali? Oppure, infine, volare su di loro come un uccello, mentre cavalcavano sulla via del ritorno; volare su di loro insegnando canzoni?

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      Questo, che potrebbe sembrare benissimo l’inizio di un romanzo fantastico, è invece l’inizio di un capitolo di storia fra i più singolari e affascinanti degli Indiani d’America. Un capitolo rimasto pressoché ignorato nel vecchio mondo e presto dimenticato negli Stati Uniti medesimi, anche per le tragiche circostanze che lo troncarono selvaggiamente, col massacro sul torrente Wouned Knee, il 29 dicembre 1890. Gli Indiani abbandonarono la religione della Danza degli Spettri, che era stata proibita dalle autorità e che non li aveva salvati dalle pallottole dei bianchi. Lo stesso Wovoka scomparve silenziosamente dalla scena, trascorrendo nell’oscurità i suoi ultimi anni. Dopo la sanguinosa repressione del 1890, la Danza degli Spettri scomparve come una meteora, con la stessa stupefacente rapidità con la quale si era diffusa. Si era dunque trattato di un fenomeno isolato ed effimero, di un patetico sogno ad occhi aperti da parte di un popolo in agonia? Di una gigantesca illusione, come aveva temuto – fin dall’inizio – lo stregone Sioux, Alce Nero, secondo il quale gli Indiani sembravano essersi illusi “come un uomo che, tormentato dalla sete, beve nel sogno”?

      Eppure quel sogno, quella illusione, quel patetico sussulto di vitalità e di speranza non era scomparso nel nulla, lasciando solo il vuoto dietro di sé: qualche cosa era rimasta: qualche cosa di molto importante. La società indiana,  sorta dall’esperienza messianica della Danza degli Spettri, era qualcosa di profondamemte diverso da quella esistente prima dell’arrivo dei bianchi, quasi quanto lo sarebbe stata quella predicata da Wovoka, se le sue profezie si fossero realizzate alla lettera.

      Per secoli le tribù delle Montagne Rocciose e quelle delle Grandi Pianure s’erano combattute con furore selvaggio, senza darsi quartiere. Più volte avevano accettato l’alleanza dei bianchi, per rinnovare le loro inestinguibili guerre fratricide. Ma la religione della Danza degli Spettri mutò radicalmente questi odii secolari nel breve spazio di due anni. Un amore fraterno e un sentimento di riscoperta solidarietà affratellarono quasi miracolosamente i nemici implacabili del giorno innanzi. Per la prima volta nella loro storia, Cheyenne, Ute e Pawnee sentirono di costituire un’unica nazione, legata da un medesimo culto e dalle medesime speranze. Un antropologo americano, che studiò in quegli anni la religione della Danza degli Spettri, osservò che “rivoluzioni spirituali di una tale portata avvengono un’unica volta nella storia di una razza”. Il culto diffuso dal messia indiano aveva saputo fare in poci mesi ciò che il cristianesimo dei missionari bianchi non era stato in grado di fare nell’arco di molti decenni.

      Né qui soltanto si arrestano le conseguenze di portata storica della religione della Danza degli Spettri.  Nell’ultimo scorcio del secolo XIX gli Indiani del Nord America erano minacciati di genocidio non solo e non più tanto sul piano fisico, ma soprattutto su quello spirituale. La loro antica cultura stava venendo assassinata. Dapprima l’uomo bianco ne aveva distrutto le basi materiali, poggianti sulla caccia al bisonte e sulla libera vita in piena armonia con le forze della natura; poi aveva moltiplicao i suoi attacchi per trasformare l’Indiano in un “americano rosso”. Staccarlo dalle sue tradizioni, convertirlo alla religione del vincitore, farne un “buon” cittadino degli Stati Uniti, dedito all’agricoltura e all’allevamento del bestiame non più secondo le abitudini dei suoi avi, ma secondo le tecniche dell’uomo bianco: questi erano gli obiettivi del genocidio culturale, accuratamente pianificato. L’ambiente ristretto delle riserve, sottoposte a un rigoroso controllo da parte delle autorità bianche, favoriva un tale disegno. Concepite inizialmente come sicuro rifugio per gl’Indiani contro i continui sconfinamenti dei coloni, le riserve stavano per trasformarsi in un inesorabile nodo scorsoio stretto alla gola della civiltà indiana. Ogni qualvolta gli Indiani tentavano di ricostituirvi il loro ambiente culturale originario, le autorità bianche intervenivano.

      Fu la Danza degli Spettri a riscuotere la coscienza indiana languente; fu essa che ricordò agli Indiani l’importanza decisiva di “salvare la propria anima” – l’espressione è di uno storico italiano – prima ancora che la propria vita. Se la loro civiltà non fu inesorabilmente schiacciata dalla “civilizzazione” bianca, una buona parte del merito spetta a Wovoka: e non tanto per il fenomeno, che si rivelò presto transitorio, della Danza degli Spettri in sé e per sé, quanto per l’impennata di fierezza nazionale che sollevò in un popolo già accasciato dalle sconfitte e dalla fame. Gli Indiani presero coscienza della inalienabilità delle proprie tradizioni, appena in tempo per salvarle da un completo naufragio.

      E quando, sul torrente Wounded Knee, le armi automatiche dei bianchi infransero il mito della invulnerabilità delle “camicie degli Spettri”, tuttavia riuscirono impotenti a distruggere lo spirito indiano. Toro Seduto era stato assassinato, ma gli Indiani possedevano adesso qualcosa di più prezioso, che l’uomo bianco non avrebbe potuto assassinare. I primitivi abitanti del Nord America, serrati come in  una morsa di ferro dallo strapotere materiale degli invasori, al momento del loro tramonto nel cielo della storia appresero la lezione che rende gli uomini liberi: che la pura forza fisica è impotente a uccidere lo spirito. Noi uomini occidentali, che abbiamo imposto all’umanità la nostra “civiltà” a prezzo di tanta barbarie, abbiamo saputo trar profitto da un tale insegnamento?

1.     FINE DELLE GUERRE INDIANE.

Nel penultimo decennio del XIX secolo l’epopea delle guerre indiane era di fatto pressoché conclusa. Gli Indiani avevano praticamente cessato la resistenza e si erano lasciati ridurre nelle riserve, le quali non avevano fatto altro che subire mutilazioni territoriali per l’insaziabile ingordigia di terre dei bianchi. Dopo il 1889, anno della nascita della religione della Danza degli Spettri, non vi furono quasi più campagne mlitari da parte dell’esercito degli Stati Uniti. Vi fu solo il massacro di Wounded Knee alla fine del 1890, perpetrato a sangue freddo contro una massa d’Indiani disarmati e costituita in gran parte da donne e bambini; e una piccola spedizione punitiva contro i Chippewa del Minnesota, nel 1898, che fu l’ultimo episodio delle guerre idiane.

    Le campagne militari contro gli indiani dell’Ovest nordamericano erano entrate nella loro fase più acuta dopo la guerra tra Stati Uniti e Messico (1846-48), che sancì l’annessione ai primi dell’intero territorio posto fra il Texase il Pacifico. Prima di quella data non vi erano state che modeste scaramucce fra i pochi coloni bianchi e le tribù indiane. Scarso era il numero dei cittadini amricani che si erano stabiliti nell’Ovest permanentemente, e quei pochi si erano diretti alla volta della California via mare, per la lunga rotta di Capo Horn, attirati dalle fertili vallate del San Joaquìn e del Sacramento – e, dopo il 1848, dalla scoperta dell’oro.

      Nel 1846 vi erano circa 14.000 immigrati in California, dei quali solo 7.000 erano Americani, e altrettanti Messicani. (1) La via migratoria transcontinentale era percorsa da rare carovane di pionieri particolarmente avventurosi, disposti ad affrontare un viaggio di parecchi mesi dalle rive del Mississippi alla costa del Pacifico. Il viaggio si svolgeva attraverso regioni impervie e semidesertiche e imponeva i massimi sacrifici. Oltre al il rischio di attacchi da parte delle tribù indiane, il formidabile ostacolo delle nevi sulla Sierra Nevada era tale da spaventare chiunque. (2)

     Tutto cambiò dopo la firma del trattato di Guadalupe-Hidalgo fra Stati Uniti e Messico, che spalancò le porte a sempre nuove ondate migratorie provenienti dagli Stati dell’Est. Vennero scoperti oro e argento in più punti delle Montagne Rocciose, e ciòdiede una formidabile spinta all’afflusso dei coloni. Fin dal 1830 il parlamento di Washington aveva approvato una proposta di legge del presidente Andrew Jackson, secondo la quale le terre ad ovest del Mississippi avrebbero dovuto costituire una riserva permanente per le tribù indiane colà stabilite; ma questa legge non fu mai rispettata dal Governo americano. Ogni qualvolta gruppi abbastanza consistenti di coloni o di cercatori d’oro si stabilivano in qualche regione dell’Ovest, esso informava le tribù interessate di essere impotente a farli sloggiare e proponeva loro l’acquisto delle terre, garantendo in compenso la perpetua inviolabilità delle riserve più piccole, che era pronto a concedere. Ma anche tale inviolabilità si rivelava una autentica burla, perché gli sconfinamenti dei coloni non ebbero mai termine e i confini delle riserve venivano sempre più rosicchiati. In taluni casi, le continue violazioni dei trattati provocarono la reazione violenta degli Indiani, e fu questa l’origine delle ultime guerre indiane.

      La potente tribù dei Sioux, ad esempio, aveva avuto garantito il possesso delle Black Hills, fra South Dakota e Wyoming, da un solenne trattato stipulato nel 1868. Poco dopo, nell’Est si sparse la voce che sulle Black Hills era stato scoperto l’oro, e  partire dal 1875 una folla di avventurieri sciamò nella riserva indiana. I Sioux protestarono presso le autorità militari e chiesero lo sgombero degli intrusi, ma ricevettero la controproposta di vendere puramente e semplicemente le Black Hills.  Essi rifiutarono e nel 1876 il Dipartimento della guerra incaricò il geneale P. Sheridan di sottomettere le “tribù ostili”, ossia tutte quelle che si fossero rifiutate di sgomberare le colline aurifere.

      Ebbe così inizio la guerra, nel corso della quale il tenente colonnallo G. A. Custer, uomo di fiducia di Sheridan e autore, otto anni prima, del famigerato massacro di Washita, fu ucciso in un combattimento sul fiume Little Bighorn, e il suo distaccamento di circa 200 uomini venne annientato, il 25-26 giugno. (3) Il disastro era stato originato dalla violazione del trattato da parte dei bianchi, oltre che dalla personale inettitudine militare di Custer, ma negli Stati Uniti produsse una reazione di enorme indignazione.

      Anziché rivolgersi contro il proprio governo, principale responsabile dell’accaduto (come accadde, ad esempio, in Italia dopo la battaglia di Adua) l’opinione pubblica americana pretese che non venisse data tregua a Crazy Horse (Cavallo Pazzo) e a Tatanka Yotanka, detto Sitting Bull (Toro Seduto), i due capi indiani indicati come gli “assassini” di Custer. Forze militari imponenti vennero spostate nel Dakota e nel Montana, e nel 1877 i Sioux furono sconfitti in maniera irreparabile. Toro Seduto, con una parte dei suoi guerrieri, riuscì a mettesi in salvo oltre la frontiera del Canada britannico, mentre Cavallo Pazzo, arrestato a tradimento dopo che si era arreso con la sua gente, fu assassinato con un colpo di baionetta a Fort Robinson, nel Nebraska,il 5 settembre 1877. (4)

     In altri casi le autorità americane, non riuscendo a convincere i capi indiani di maggiore prestigio a vendere le loro terre migliori per trasferirsi poi nelle terre scelte dal governo, stipularono dei trattati con alcuni gruppi di Indiani che pretendevano di agire a nome dell’intera comunità. Fu quanto accadde nel caso dei Nez Percés (Nasi Forati), stabiliti nel Territorio dell’Oregon. Una legge del 16 giugno 1873 aveva proibito l’insediamento dei coloni bianchi nella meravigliosa valle di Wallowa, ma anche qui la scoperta provocò una invasione da parte dei cercatori. La legge del 1873 venne ritirata due anni dopo essere stata emessa e nel 1877 i Nez Percés, che già avevano subìto varie provocazioni da parte dei coloni, ebbero l’ordine di trasferirsi nella riserva di Lapwai. Questa azione brutale da parte delle autorità governative venne giustificata col fatto che alcuni Indiani erano stati indotti a firmare un contratto di vendita delle terre disputate.

      Il giovane capo Giuseppe dei Nez Percés si adoperò con tutte le sue forze per calmare il furore della sua gente esasperata e iniziò la marcia verso la riserva. Ma nel corso di essa gli Indiani subìrono un nuovo furto di bestiame da parte dei coloni, e un consiglio di guerra decise di cercar rifugio nel Canada, come già aveva fatto Toro Seduto. Ebbe così inizio la cosiddetta guerra dei Nez Percés, che fu in realtà la ritirata magistrale di 250 guerrieri, con le loro donne e i loro bambini, per oltre 2.000 km. di territorio montuoso. Le pesanti colonne della cavalleria americana, inviate ad intercettarli, fallirono più volte clamorosamente, e solo quando capo Giuseppe era ormai vicino alla frontiera canadese, circondato,  si rifiutò di abbandonare al loro destino le donne e i bambnini e si arrese. (5)  Gli era stato promesso di poter entrare, coi suoi, nella riserva di Lapwai, invece fu deportato nel Territorio Indiano (Oklahoma) fino al 1885, e poi in una riserva nello Stato di Washington, ove morì nel 1904. Solo pochissimi Nez Percés furono autorizzati a tornare a Lapwai, gli altri erano morti per le malattie o erano stati dispersi altrove. (6)

      Una trattazione completa delle guerre indiane nell’Ovest americano esula dai limiti e dagli scopi della presente ricerca. Tuttavia, occorre chiarire una volta per tutte che la fine delle guerre indiane fu dovuta a cause economiche, più che militari. Gli Indiani si erano sempre opposti a una invasione massiccia dei coloni nei loro antichi territori, soprattutto perché essi provocavano la distruzione del bisonte, dal quale dipendeva interamente la loro sopravvivenza. Quando le grandi mandrie di bisonti furono scomparse dalle Grandi Praterie e dalle vallate delle Montagne Rocciose, la resistenza diventò impossibile. Gli Indiani, affamati e demoralizzati, si lasciarono chiudere nelle riserve, ove vissero della carità del Governo americano. La distruzione del bisonte nel Nord America fu causata, a sua volta, solo in parte dalla caccia spietata dei bianchi e, in generale, dallo squilibrio ecologico portato dall’avanzata degli insediamenti dei coloni. La causa principale fu la costruzione delle ferrovie transcontinentali (7), che avanzavano oltre ogni ostacolo verso il Pacifico.

      La caccia al bisonte fu dapprima organizzata su vastissima scala per l’alimentazione degli operai addetti alla costruzione delle linee, indi per il puro e semplice divertimento dei viaggiatori. Il prezzo del biglietto ferroviario inclueva il diritto di sparare ai bisonti dal treno in corsa: le carcasse venivano naturalmente lasciate a imputridire nella pianura, con rabbia e disgusto degli Indiani, che del bisonte non avevano mai sprecato nulla.

     L’esercito americano, dal canto suo, non era mai riuscito ad affrontare le tribù ostili in condizioni di parità tattica, nonostante la schiacciante superiorità in fatto di armamento. (8)  Le pesanti colonne di cavalleria, impacciate dal treno delle salmerie, non potevano competere con la mobilità degli Indiani, pratici del terreno e dotati di un innato talento per la guerriglia. Generali statunitensi come P. Sheridan e W. T. Sherman, che pure venivano da una scuola tremendamente efficiente come quella della guerra di secessione, si dimostrarono sovente incapaci di catturare piccole bande di Indiani, pur disponendo di enormi mezzi militari. E capi indiani come Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Caldaia Nera, Nuvola Rossa e Geronimo riuscirono a tenere impegnati migliaia di soldati, talvolta con un pugno di guerrieri. Per fare un esempio, quando il famoso capo degli Apache Chirichaua, Geronimo, si arrese nel 1886 al generale N. A. Miles, non aveva più con sé che tredici guerrieri e poche donne e bambini. (9)

       Uno studioso americano calcola che nell’intero perido delle guerre indiane, fra il 1789 e il 1898, le perdite subìte in combattimento dagli Indiani non superarono le 4.000 unità, contro i 7.000 morti dei bianchi, fra militari e civili. (10)  Prediamo queste cifre con beneficio d’inventario, ma esse sottolineano comunque un fatto reale:  la sconfitta indiana nel XIX secolo non fu una sconfitta strettamente militare. Furono la fame, le malattie, i trasferimenti forzati, l’alcoolismo introdotto dall’uomo bianco a fare il grosso del lavoro. E fra tutte queste cause la fame, riconducibile a sua volta alla scomparsa del bisonte, resta a nostro avviso la più importante.

     Dove queste cause non si presentarono tutter insieme, come nel caso dei Seminole, gli Indiani in pratica non vennero mai battuti sul campo. I Seminole erano una tribù del Sud-est che non era mai vissuta, come quelle dell’Ovest, in rapporto col bisonte; i bianchi non furono quindi in grado di ridurli alla fame, né ebbero il coraggio di andarli a stanare nel cuore delle paludi di Everglades, dove tutt’oggi vivono – unica tribù a non aver mai sottoscritto un trattato di pace col Governo degli Statui Uniti d’America. (11)

      L’esercito americano, per la verità, era ricorso a un espediente particolarmente disonorevole, nel tentativo di spezzarne la resistenza: la cattura a tradimento del famoso capo Osceola, mentre questi si era recato a parlamentare sotto la protezione della bandiera bianca. Ma benché Osceola morisse poco dopo, di dolore e di malattia, in un carcere americano, neppure la sua scomparsa era ruscita a indebolire la volontà di resistenza dei Seminole. (12)  La loro lotta aveva avuto inizio quando essi, unici fra le Cinque Tribù Civilizzate del Sud-Ovest, si erano rifiutati di accettare il trasferimento nel teritorio dell’Oklahoma, e continò a lungo, con brillanti azioni di guerriglia, fino a quando le autorità di Washington ritennero di averne avuto abbastanza, e decisero di rinunciare al loro progetto iniziale di deportazione. Nel corso della guerra, i Seminole avevano inflitto anche una cocente sconfitta a un grosso distaccamento militare americano, formato da 110 uomini e dotato anche di un pezzo d’artiglieria da campagna, che venne totalmente distrutto. Vi fu un solo sperstite, che ferito – riuscì a portare ai comandi americani la notizia del disastro. La guerradei Seminole comunque, sia cronologicamente che geograficamente, esula dai limiti del presente lavoro; rimandiamo, per essa, a una apposita monografia. (13)

NOTE.

1) S. E. MORISON- H. S. COMMAGER, Storia degli Stati Uniti d’America, tr. it. Firenze, 1974 (2 voll.), vol. 1, p. 815.

2) Cfr. ad es. l’interessante ricostruzione del dramma della spedizione Donner, in A. SOLMI, Il diavolo sulla Sierra, Milano, 1978. Si può leggere la lettera di uno dei sopravvissuti, A Happy Issue, 1847, in H. WRIGHT- S. RAPPORT, I grandi esploratori, tr. it. Firenze, Roma,s. d., pp. 464-471.

3) La bibliografia sull’episodio è immensa. Basterà qui citare W. FLETCHER JOHNSON, Life of Sitting Bull, e T. B. MARQUIS, A Warrior who fought Custer, parzialmente ciati in C. HAMILTON, Sul sentiero di guerra, tr. it. Milano, 1960; j. C. NEIHARDT, Alce Nero parla, tr. it. Milano, 1973; D. BROWN, Seppellite il mio cuorea Wounded Knee, tr. it. Milano, 1980 pp. 289-326; e M. OHELER, Great Sioux Uprising,1959.

4) Perla biografia di Cavallo Pazzo si veda A. E. STEPHEN, Cavallo Pazzo e Custer, tr. it. Milano, 1978; e M. SANDOZ, Cavallo Pazzo, tr. it. Milano, 1971.

5) La dichiarazione di resa di capo Giuseppe è riportata inThe Ghost Dance Religion di J. MOONEY, XIV rendiconto annuale dell’Istituto Etnologico Americano, 1896; e parzialmente tradotta in C. HAMILTON, cit., p. 250. La ritirata dei Nez Percès è narrata in North American Review, vol. 128 (aprile 1879).

6) I Nez Percés furono stimati dagli esploratori Lewis e Clark, nel 1805, in circa 6.000 unità; nel 1853 questa cifra era scesa a 1.700. Secondo  D. BROWN, cit.,  p. 342, nel 1885 erano sopravvissuti nel Territorio Indiano solo 287 deportati. Nel 1950 fu censita una popolazione di di 1.090 Indiani nella riserva Nez Percés nell’Idaho: cfr. The American People’s Encyclopedia, New York, 1962, vol. 13, p. 468.

7) Di tale opinione fu anche il generale P. Sherman nel 1883, cit. da R. L. NICHOLIS, The Army and the Indians, 1800-1830: A Reappraisal: the Missouri Valley Example, in The Pacific Historical Review, LXI, 1972, pp. 167-68. Da parte sua, W. E. WASHBURN, Gli Indiani d’America, tr. it. Roma, 1981, pp. 232-33, nega che gli Indiani fossero vittime di una politica di sterminio; ammette però che la “soluzione finale” (sono parole sue) del problema indiano fu opera della ferrovia, e ingenuamente scrive, contraddicendosi: “Le autorità federali avevano previsto questo effetto con molta lucidità”.

8) R. M. UTLEY, A Chained Dog: The Indian Fighting Army: Military strategy on the Western Frontier, in The American West, X, n. 4 (luglio 1873).

9) L’autobiografia di Geronimo è stata scritta da S. M. BARRETT, col titolo Geronimo, tr. it. Milano, 1971. Vedi anche F. LOCKWOOD, Apache, tr. it.Milano, 1995.

10) Il calcolo è di D. RUSSEL, How Many Indians Were Killed? White Man versus Red Man: the Facts and the Legend, in The American West, X, n. 4 (luglio 1973), pp. 42-7, 61-3. Cit. in W. E. WASHBURN, Op. cit., p. 234, che già osserva come tali cifre ignorino le morti dovute a fame, malattie, ecc.

11) Cfr. C. MC REYNOLDS, Seminole, tr. it.1994.

12) M. MONTI, Le paludi del disonore, in Storia Illustrata, n. 369, agosto 1988, pp. 78-89.

13) F. LAMENDOLA, Osceola (1800?-1838) e la lotta dei Seminole per la libertà.

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2.     GLI INDIANI NELLE RISERVE.

      È impossibile inquadrare storicamente, e quindi comprendere, il fenomeno della Danza degli Spettri se si fa astrazione da quale fosse la realtà della vita nelle riserve indiane, attorno al 1880. E innanzitutto, che cos’era una riserva? Come erano le riserve, con quali fini erano state create, e perchè?

      L’atteggiamento iniziale della giovane Repubblica nord-americana verso gli Indiani fu quello di trattare con essi alla stregua di tante nazioni sovrane e indipendenti, ciascuna delle quali capace di negoziare accordi politici e di stipulare trattati col governo di Washington per proprio conto. Fra il 1778 e il 1871 circa 370 trattati vennero conclusi fra gli Stati Uniti e le singole “nazioni” indiane. È ben vero che non esisteva allora, e in realtà non esistette mai – fino al tempo della Danza degli Spettri – alcun sentimento di solidarietà intertribale, e tanto meno una “coscienza nazionale” che accomunasse spiritualmente le differenti tribù del Nord America. Neppure davanti all’avanzata minacciosa dell’uomo bianco esse seppero trovare una sia pur effimera concordia, con la sola eccezione di alcune leghe militari che finirono presto disciolte. (1)

      Un caso tipico di questo antagonismo fra le tribù indiane fu quello degli Huroni e degli Irochesi, che nel corso delle ripetute guerre coloniali anglo-francesi vennero utilizzati dalle due parti, non diversamente da come Britannici e Francesi fecero, nella stessa epoca, durante il loro scontro militare in India. Comunque il risultato più vistoso della politica statunitense verso le “nazioni” indiane sovrane fu che nessun Indiano fu mai chiamato a Washington  a rappresentare gli interessi dei suoi confratelli. Se le varie tribù erano sovrane e indipendenti, esse non avevano diritto a una rappresentanza nel parlamento federale. Certamente, con tale modo di vedere, per un certo tempo il governo degli Stati Uniti accarezzò l’idea di una separazione rigorosa fra bianchi e Indiani, una “apartheid” ante litteram, che avrebbe potuto fare invidia ai più accesi segregazionisti sud-africani.

    Nel 1830 il Congresso ratificò la decisione del presidente A. Jackson di creare una frontiera indiana “permanente” lungo il corso del Mississippi. Gli Indiani avrebbero vissuto liberamente ad ovest del corso del grande fiume, “finchè l’erba fosse spuntata e le acque avessero corso”. Una catena di forti militari, presidiata dalla cavalleria degli Stati Uniti, avrebbero dovuto vigilare sulla inviolabilità della frontiera, ossia interdire l’accesso alle regioni della riva destra  a qualunque colono bianco.

      Questo progetto sollevava, indirettamente, il problema di quegli Indiani che tuttora vivevano ad est del Mississippi: si decise di risolverlo drasticamente, con un trasferimento in massa delle tribù in questione. Soltanto quelle più piccole e inoffensive ebbero il permesso di rimanere. Ancora oggi, le riserve indiane ad est del Mississippi sono poche e tutte di minuscole dimensioni. Ma le cinque importanti tribù del Sud-est – Chickasaw, Choctaw, Creek, Cherokee e Seminole – dovevano andarsene. Le prime tre furono così “ragionevoli” da accettare la deportazione, ma per sloggiare i Cherokee dalla Georgia e, soprattutto, i Seminole dalla Florida, furono necessarie delle impegnative e costose campagne militari. Alla fine le cinque tribù vennero trasferite nei territori al di là della frontiera “permanente”, ad eccezione di una parte consistente dei Seminole che, come si è detto, riuscì a sottrarsi alla deportazione, combattendo e rifugiandosi nelle paludi di Everglades.

     Ma la frontiera”permanente”, ammesso che tale fosse mai stata, aveva già cessato di essere tale. Fin dal 1836 i coloni bianchi avevano varcato in massa il Mississippi e costituito il nuovo Territorio del Wisconsin, da cui nel 1838 si distaccò il Territorio dello Iowa. La frontiera indiana venne quindi spostata più indietro, fino al 95° meridiano. (2) Per gli Indiani,  che avevano sofferto tremendamente durante il trasferimento verso ovest e ai quali era stato detto che mai più sarebbero stati molestati dai bianchi nelle nuove sedi, era quello solo l’inizio delle disillusioni.

      Nel1848 fu scoperto l’oro in California, che il Messico aveva appena dovuto cedere agli Stati Uniti, e la grande invasione dei coloni attraverso le Pianure e le Montagne Rocciose ebbe inizio. Ovunque essi proclamavano la costituzione di nuovi Stati federali, riconosciuti dal governo di Washington a dispetto della palese violazione della “frontiera indiana”: la California il 9 settembre 1850, il Minnesota l’11 maggio 1858, l’Oregon il 14 febbraio 1859,  il Kansas il 9 gennaio 1861.  Il Nevada, la regione che diede i natali al profeta Wovoka,  fu eretta a Stato federale il 31 ottobre 1864.  In nessuno di questi casi le tribù indiane stabilite entro i confini dei nuovi Stati  vennero minimamente consultate al riguardo. Del resto, a partire dal 1850 il governo di Washington aveva incominciato a mutare radicalmente le proprie opinioni circa il futuro del problema indiano.

    Le tribù stabilite nel Kansas e nel Nebraska vennero fatte nuovamente trasferire in un altro Territorio Indiano (il futuro Stato dell’Oklahoma, che sorgerà come tale solo nel 1907). La frontiera vagheggiata da Jackson si era dimostrata irrealizzabile. Ed ora che il “destino manifesto” del popolo americano lo aveva portato, attraverso tutto il continente, fin sulle spiagge del Pacifico, l’idea di una frontiera permanente tra bianchi e Indiani a ovest del Mississippi non appariva più neanche pensabile.

      Fu allora che venne prendendo corpo la nuova concezone delle “riserve”.  Esse avrebbero dovuto essere delle aree territorialmente limitate, ove le singole tribù, ancora nominalmente sovrane, avrebbero goduto della protezione militare e della assistenza economica del governo degli Stati Uniti. Ma di fatto, all’interno di esse le tradizionali gerarchie indiane vennero del tutto esautorate dalle amministrazioni bianche. Il potere dei capi tradizionali non venne mai impugnato, in lina di principio, dal governo americano: quest’ultimo si limitò ad ignorarli. La vita nelle riserve venne affidata interamente alle cure dei singoli agenti indiani, che erano sempre di razza bianca. La loro nomina spettava al presidente e, di solito, costituiva il premio alla loro fedeltà di partito. (3)

      Fu così che dei politici dell’Est, quasi sempre del tutto sprovvisti di conoscenze e sensibilità circa la questione indiana, ebbero nelle proprie mani un potere delicatissimo e quasi assoluto. Molti di loro erano animati da buoni sentimenti e da una generica simpatia verso gli Indiani, ma, non essendosi presa la briga di studiarne i costumi, assumevano le proprie agenzie carichi di pregiudizi. Ciò che stava loro maggiormente a cuore era far sparire dai modi di vita degli Indiani loro affidati ogni traccia residua di “barbarie” e di convertirli, quanto più in fretta possibile, alla “civiltà”. La loro opera fanatica e malaccorta creava disagio e incomprensioni, e talvolta dava luogo ad equivoci sanguinosi. (4) Essi trattavano gli Indiani come bambini che devono essere guidati sulla strada dell’uomo bianco, con le buone o con le cattive. Se gli Indiani davano segni di irrequietezza, erano gli agenti a sollecitare l’intervento dell’esercito, e molti episodi sanguinosi si sarebbero potuti evitare se, alla guida delle agenzie, vi fossero stati degli uomini più esperti e dai nervi più saldi.

     Dal punto di vista dell’amministrazione interna, gli agenti indiani sovrintendevano  al rifornimento alimentare delle tribù loro affidate, alla distribuzione di coperte e attrezzi agricoli, all’istruzione pubblica e all’organizzazione delle attività economiche: tutto passava per le loro mani.

      Il rifornimento alimentare non fu mai bene organizzato e, troppo spesso, subì ritardi e riduzioni  da parte di fornitori senza scrupoli. (5) In alcuni casi le tribù furono ridotte alla fame e alla disperazione e decimate dalle malattie introdotte dall’uomo bianco, le quali trovavano un fertile terreno fra gli Indiani sottoalimentati.  Durante la guerra civile americana (1861-65) i ritardi nei rifornimenti alimentari agli Indiani conobbero una fase acuta dovuta alle ristrettezze economiche del governo, ma anche dopo che essa fu terminata, la situazione migliorò poco. Si disse anche, sebbene sia difficile provarlo, che in certi casi le coperte fornite dalle agenzie indiane fossero state deliberatamente infettate con i gerni del vaiolo, allo scopo di affrettare la scomparsa fisica dei “selvaggi”.

     Vi furono anche oscillazioni e incertezze nella politica delle autorità, così che, in certi casi, tribù tradizionalmente pacifiche vennero lasciate morire di fame, mentre altre, potenzialmente ostili, venivano rabbonite con copiosi rifornimenti. In ogni caso, gli Indiani confinati nelle riserve erano soggetti a tutte le tristi conseguenze della scomparsa di una propria fonte di sostentamento, ossia delle mandrie di bisonti; le tribù erano ridotte a vivere della carità del governo di Washington. Lo scoraggiamento e la prostrazione fecero la loro comparsa fra quelle genti, un tempo famose per la loro fierezza.

       Non sempre, però, esse si rassegnarono subito. Vi furono anche dei tentativi di mantenere desto lo spirito patriottico, ricreando in qualche modo le antiche abitudini. Le mandrie di bovini che il governo inviava nelle riserve venivano allora cacciate dai guerrieri a cavallo, dopo un inseguimento attraverso la prateria, proprio come un tempo avveniva con le mandrie di bisonti. Ma questa sopravvivenza delle tradizioni guerriere fu percepita come un pericolo dagli agenti indiani, e di conseguenza le finte cacce vennero proibite. D’allora in poi, per evitare ogni possibile persistenza di tale abitudine fra gli Indiani, le scorte alimentari vennero spedite alle riserve sotto forma di carne macellata e non di animali vivi. (6)

      Staccati anche da quest’ultimo riflesso delle proprie antiche forme di vita, gli Indiani non trovarono più alcun interesse per un’esistenza ogni giorno più alienata. Nelle scuole delle riserve, gestite sempre da uomini bianchi – missionari oppure inegnanti statali il cui livello culturale era penosamente basso – imparavano non solamente a scrivere nella lingua dei bianchi, ma a pensare, in tutto e per tutto, come loro. L’ozio e l’alcoolismo si diffusero a macchia d’olio, il secondo con risultati terrificanti.

     Per quanto riguarda le attività economiche, gli agenti indiani fecero del loro meglio per insegnare alle tribù loro affidate i metodi dell’agricoltura e dell’allevamento propri  della civiltà bianca.  L’obiettivo era quello di portare gli Indiani delle riserve all’autosufficienza economica, ma i metodi seguiti e, ancor più, i presupposti dai quali si muoveva, erano errati. Le tribù delle pianure e soprattutto quelle delle Montagne Rocciose, che avevano vissuto tradizionalmente di caccia, provavano una forte ripugnanza all’adozione dell’agricoltura. Solo con i Navajos dell’Arizona e del Nuovo Messico si ottennero dei buoni risultati nello sviluppo di un allevamento razionale, ma i Navajos erano, per molti aspetti, una tribù dalle caratteristiche particolari. (7)

      Vi furono anche dei casi in cui gli Indiani reagirono con la violenza al tentativo degli agenti di trasformarli in agricoltori.

      Dopo il 1860 la politica generale del governo statunitense subì una nuova evoluzione. Si argomentava che le tribù indigene non potevano aver diritto ad alcuna rappresentanza a Washington fino a che continuavano a considerarsi, e ad essere considerate, delle “nazioni” indipendenti. Occorreva procedere allo loro sottomissione, per poter trattare coerentemente con esse nel contesto della politica americana. Questa fu una logica conseguenza del rigetto dell’idea di una frontiera “permanente”  e di una drastica separazione tra bianchi e Indiani su base territoriale e su un piede di teorica partità giuridica. Così come fu naturale, in conseguenza di tale nuova impostazione del problema indiano, la recrudescenza delle campagne militari nell’Ovest.  Gli anni fra il 1860 e il 1880 furono realmente gli anni decisivi nella soluzione militare del problema indiano. Gli Indiani delle riserve dovevano trattare col governo di Washington non più attraverso i capi tribali, ma esclusivamente per il tramite delle agenzie. Inquadrato il problema in una tale ottica, appare naturale la tendenza del governo americano, manifestata più volte in quegli anni, a considerare inevitabile la conclusione di trattati secondo la propria esclusiva volontà.

      Quando si richiedeva la cessione di determinate terre a una tribù, dapprima le autorità si offrivano di acquistarle regolarmente – per quanto il concetto di compravendita della terra fosse incomprensibile alla mentalità indiana; poi facevano seguire le minacce e infine, in caso di ostinato rifiuto, l’intervento “pacificatore” della cavalleria. Fu così che ebbero inizio la guerra contro i Sioux nel 1876 e quella contro i Nez Percés nel 1877. Il potere contrattuale delle tribù era ridotto a una farsa: la decisione finale circa la cessione delle terre tribali doveva comunque essere in accordo con le richieste del governo federale.

      In questa fase storica, la politica degli Stati Uniti fu quella di considerare le varie tribù non più come altrettante nazioni indipendenti e sovrane, ma come entità giuridiche autonome nel contesto della nazione americana. Gli Indiani delle riserve avavano quindi dei diritti e dei doveri come qualsiasi altro cittadino degli Stati Uniti. Lo spirito di indipendenza che li aveva tradizionalmente animati nella loro resistenza ai bianchi doveva essere infranto, e le campagne militari sarebbero state lo strumento di un tale disegno. Non si poteva tollerare che, all’interno del territorio americano, vi fossero delle “nazioni” giuridicamente e moralmente libere dalla volontà di Washington. In accordo con tali presupposti, dopo il 1871 il Congresso abbandonò il termine treaty (trattato) fino allora adoperato nei rapporti con gli Indiani, e lo sostituì con quello di agreement (accordo). L’epoca della parità, e sia pure teorica, fra uomini bianchi e Indiani, era davvero finita.

      Nel 1877 fu emanato il Dawes Act per l’assegnazione delle terre, e gli Indiani delle riserve vennero equiparati giuridicamente a dei proprietari terrieri privati, sottoposti interamente all’autorità dei funzionari statali, come qualsiasi altro proprietario di terre. Subentrata la proprietà privata della terra a quella collettiva della tribù, la porta era aperta per una nuova serie di furti legalizzati da parte dei bianchi – effetto che era stato ampiamente previsto dal governo americano. Nella nuova concezione delle riserve, così come si era sviluppata dopo il 1868, cadevano sia il concetto di “frontiera permanente” sia quello, comunque attuato, di una netta separazione razziale.

      Le riserve vennero quindi aperte all’insediamento dei bianchi e vi sorsero cittadine e strade allacciate al resto della rete di comunicazione nazionale. Gli Indiani, da parte loro, non erano più strettamente vincolati alla residenza nelle riserve; essendo cittadini americani, e sia pure con uno status  giuridico particolare (8), potevano entrare e uscire, sempre però come privati cittadini e, comunque, con l’unica alternativa di un arduo inserimento nel mondo dei bianchi, che essi potevano accettare o rifiutare, ma non sperare di modificare.

      Il logico corollario di questa nuova politica indiana doveva essere, necessariamente, la dissoluzione del cosiddetto Territorio Indiano, destinato dal 1830 ad ospitare le cinque tribù deportate dal Sud-est degli Stati Uniti. Non era più concepibile una realtà indiana entro la nazione nordamericana, che eccedesse dai limiti territoriali e giuridici di una normale riserva. L’indipendenza delle cinque nazioni fu revocata unilateralmente con un Atto del presidente B. Harrison del 22 aprile 1889 e aprì il Territorio alla massiccia colonizzazione bianca. L’ultimo simulcaro di un governo indiano indipendente fu dissolto definitivamente dalla legge Burke del 1906, e il 16 novembre dell’anno succesivo  un nuovo Stato bianco sorse sulle ceneri dell’ex Territorio Indiano: l’Oklahoma. (9) Il lungo declino dei popoli indiani era arrivato alla fine, il cerchio era chiuso. (10)

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1)  Ricordiamo, fra tutte, la cosiddetta guerra di Pontiac (1763-64) nella quale gli Ottawa, gli Ojibwa, i Delaware e altre tribù della regione compresa fra i grandi Laghi e il basso Mississippi tentarono di ricacciare gli Inglesi verso est, ma furono sconfitti. Cfr. l’opera ormai classica di F: PARKMAN, History of the Conspiracy of Pontiac, apparsa per la prima volta nel 1851.

2) La frontiera indiana “permanente” partiva, al nord, dal lago delle Foreste (Lake of the Woods), al confine col Canada. Quando, nel 1858, il Minnesota divenne un nuovo Stato dell’Unione, i suoi confini occidentali vennero fissati al Red River, circa 100 km. oltre la “frontiera” indiana.

3) Cfr. W. E. WASHBURN, Op. cit., p. 241.

4) Come quello in cui perse la vita l’agente indiano degli Ute del Colorado, N. C. Meeker, nel 1879, e che causò la soppressione della riserva e la deportazione degli Indiani nell’Utah. Vedi D. BROWN, Op. cit., pp. 377-96.

5) La deportazione delle Cinque Tribù dopo il 1830 fu costellata di decessi dovuti alla alimentazione insufficiente e ai cibi avariati forniti dalle autorità; la fame apriva poi la strada alla malattie. Nel 1888-89 le riserve Sioux del South Dakota furono stremate dalla fame e dal vaiolo: cfr. J. G. NEIHARDT, Op. cit., pp. 219 sgg.

6) Una precisa disposizione in materia venne emessa nel 1890 dal Commissario per gli Affari Indiani, T. J. Morgan.

7) Alcuni etnologi citano quello dei Navajos come un caso di acculturazione “per incorporazione”, ossia nel quale vi fu scambio di esperienze culturali fra Indiani e bianchi, ma non sopravvento unilaterale. Cfr. E. H. SPICER, Acculturation, in Encyclopedia Britannica, vol. 1, p. 83. Di fatto, i Navajos ressero bene l’urto della civiltà bianca, nonostante la dura spedizione punitiva americana del 1863. Nel 1743 erano valutati in 4.000 unità, nel 1950 ne furono censiti oltre 69.000: la tribù più numerosa degli Stati Uniti. Vedi anche FIGLIO DI VECCHIO CAPPELLO, La sapienza dei Navaho, tr. it. Milano, 1994.

8) La cittadinanza americana fu ufficialmente riconosciuta agli Indiani dal Congresso degli Stati Uniti nel 1924. Per fare un confronto con la condizione dei Portoricani (Puerto Rico fu tolta alla Spagna nel 1898), questi ultimi sono cittadini americani, ma non hanno diritto di voto nelle elezioni degli Stati Uniti. Cfr. F. LAMENDOLA, José Martì (1853-1895) e la lotta d’indipendenza cubana, spec. n. 25.

9) Vedi R. CARTIER, Gli Stati Uniti, tr. it. Milano, 1965, pp. 99 sgg.

10) Sugli Indiani nelle riserve si veda W. E. WASHBURN, Op. cit., pp. 235-56; e P. JACQUIN, Storia degli Indiani d’America, tr. it. Milano, 1977.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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