sabato, 19 Giugno 2021
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Giuseppe Tassinari, colui che doveva guidare la R.S.I.

Giuseppe Tassinari, colui che doveva guidare la R.S.I. Fu uno stimato studioso di agronomia, una persona seria e modesta. Prima della liberazione di Mussolini dal “Gran Sasso”, fu il candidato dei tedeschi alla sua successione di Francesco Lamendola

Nella cultura dell’italiano medio, quella che viene abbozzata sui banchi di scuola, proseguita dal liceo e dall’università e rafforzata continuamente dal cinema, della televisione e della letteratura, e perfino dai giochi elettronici, il fascismo è stata tutta un’aberrazione, Mussolini è stato un criminale o giù di lì, sia pure un po’ meno sanguinario del suo amico Hitler, e i fascisti, dal primo all’ultimo, altro non erano che una banda di squadristi, di mascalzoni (le due cose sono sinonimi), di profittatori, di bravacci, di adulatori del Duce. Nessuno di loro spiccava per intelligenza; nessuno era onesto; nessuno era rispettabile; nessuno, per definizione, era una brava persona. Non poteva esserlo. Opinare diversamente, vorrebbe dire aprire una pericolosa breccia della vulgata politically correct: se si comincia con l’ammettere che almeno qualcuno di essi era perbene, che almeno qualcuno era onesto e intelligente, non si sa mai dove si andrebbe a finire, specie in questi tempi di revisionismo incessante.

E invece… 

Invece, andando a controllare, si scopre che il livello di professionalità e di moralità dei ministri del fascismo non era, mediamente, per nulla inferiore a quello dei ministri della Repubblica odierna; che molti podestà erano dei galantuomini, i quali si opposero con coraggio alla corruzione e alla malavita e che in diversi casi pagarono con la vita, per mano comunista (con la scusa della resistenza), la loro fedeltà al dovere e al bene comune; e che ciò vale perfino per l’ultima stagione del fascismo, quella di Salò, che tutti i libri di storia e i documentari dalla vulgata antifascista ci presentano, immancabilmente, sulla scia di Salò, o le centoventi giornata e di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, come la quintessenza della degenerazione, non solo politica, ma anche morale, di quel regime. Qui vogliamo ricordare brevemente la vicenda di uno di questi galantuomini misconosciuti, dei quali i libri di solito non parlano, perché, se lo facessero, dovrebbero prendere atto che nessuna accusa gli si può muovere, tranne quella di essere stato fascista e di aver creduto, fino all’ultimo, in Mussolini: Giuseppe Tassinari (Perugia, 16 dicembre 1891-Salò, 21 dicembre 1944). Insigne studioso di economia agraria, combattente nella Prima guerra mondiale, docente e preside di facoltà presso l’Università di Bologna, all’inizio degli anni ’20 fu uno dei molti italiani (ma questo, la vulgata antifascista si scorda sempre di dircelo) i quali ebbero fede in Mussolini e videro nel fascismo una possibilità di riscatto del Paese dai gravissimi problemi che lo affliggevano, compresa la minaccia di una guerra civile. Fu eletto deputato al parlamento nel 1929 e nel 1934. Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste dal 1935 al 1939, ne divenne titolare dal 1939 al 1941, quando gli succedette il non meno celebre agronomo Carlo Pareschi, membro del Gran Consiglio del Fascismo, che poi avrebbe votato l’ordine del giorno Grandi e sarebbe stato uno dei condannati a morte nel Processo di Verona del gennaio 1944.

Dopo le vicende dell’8 settembre 1943, Tassinari fece una scelta di campo a favore del fascismo e ciò attirò su di lui l’attenzione dell’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn e del generale delle SS Karl Wolff, che detenevano rispettivamente il potere civile e militare nell’Italia occupata dai tedeschi. Rahn lo notò per primo, rimase colpito dalla sua serietà e dalla sua sobrietà e decise di “candidarlo”, di comune accordo con Wolff, alla presidenza del governo della repubblica fascista che i tedeschi si apprestavano a far nascere per tentar di rivitalizzare il fascismo. Della stessa opinione erano anche Heinrich Himmler, il capo delle SS del Terzo Reich, ed Eugen Dollmann, un colonnello delle SS che era l’interprete ufficiale di Hitler e che in Italia aveva molte amicizie e aderenze importanti, e che alla sua qualità di capo dei servizi segreti nazisti in Italia avrebbe aggiunto quella di mediatore per la stipulazione della resa tedesca in Italia, nel 1945, e, più tardi, di agente segreto americano e spia internazionale. Il 12 settembre 1943, mentre Mussolini era ancor prigioniero a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, Tassinari venne presentato dai suoi amici tedeschi direttamente a Hitler, nella “tana del lupo” in Prussia Orientale, e in quell’occasione il Führer gli prospettò la possibilità di mettersi a capo di un governo fascista repubblicano in Italia, ma ne ebbe una risposta prudente e non impegnativa, che non gli fece una buona impressione. Il progetto sfumò poche ore dopo perché quella sera stessa giunse la notizia che Mussolini era stato liberato dalla sua prigionia con una audace operazione aviotrasportata, in codice Operazione Quercia (che tutti, ancora oggi, insistono ad attribuire a Otto Skorzeny, mentre costui si aggiunse all’ultimo minuto e si prese la gloria e il merito, mentre il suo vero regista fu il generale Student e, sul campo, il maggiore Harald-Otto Mors). A quel punto non si poneva più il problema di trovare un sostituto del Duce, ma solo di convincere Mussolini a riprendere il potere, cosa di cui s’incaricò personalmente Hitler e che sfociò nel discorso a Radio Monaco del 17 settembre, nel quale il Duce annunciava l’imminente costituzione di un governo fascista repubblicano in Italia, che poi ebbe luogo il 23.

La candidatura di Giuseppe Tassinari e la sua mancata successione a Mussolini alla guida della Repubblica Sociale Italiana è stata così rievocata in una pagina del giornalista e saggista Silvio Bertoldi, il quale ebbe la possibilità di intervistare, a guerra finita, Ruldolf Rahn, diplomatico tedesco della vecchia scuola – aveva servito il suo Paese già durante la Repubblica di Weimar – il quale, dopo essere stato ambasciatore a Vichy, presso Pétain, fu plenipotenziario di Hitler presso il governo di Mussolini nel periodo di Salò (da: S. Bertoldi, I Tedeschi in Italia, Milano, Rizzoli, 1964, pp.137-139)

Sui reali rapporti tra Mussolini e Hitler, l’ambasciatore Rahn mi ha fatto anche delle dichiarazioni interessanti di diverso genere. Per esempio, sul problema della successione, quale si presentava nei momenti in cui il duce era ancora prigioniero al Gran Sasso e il Führer non era proprio certo di poterlo rimettere a capo dio un nuovo fascismo collaborazionista, in Italia. E infatti Mussolini fu liberato da Skorzeny il 12 settembre e Hitler ne ebbe notizia quella sera: ma l’armistizio era stato annunciato l’8 e così per quattro giorni il dittatore tedesco era vissuto nell’incertezza, se avrebbe dovuto trovargli un successore, e a chi mai avrebbe ricorso se si fosse reso necessario rifare un governo di fascisti senza Mussolini.

Non è un mistero che Rahn aveva scarse simpatie per un eventuale ritorno in politica del duce. Lui stesso, a Düsseldorf, mi ha ripetuto più volte che aveva caldeggiato un gabinetto fascista (perché Hitler non ammetteva altra soluzione) presieduto dall’ex ministro dell’agricoltura e delle foreste, Giuseppe Tassinari. Questi gli pareva di gran lunga il migliore di tutti i fascisti in circolazione in quei momenti, il più obbiettivo, il più serio e il meno avventuriero. I tipi di gladiatori arruffapopoli alla Farinacci e alla Pavolini erano per l’ambasciatore peggio del fumo negli occhi; e si confortava al pensiero che anche Hitler aveva in uggia quei tipi.

Rahn coltivò bene il suo progetto, poi ne parlò al generale Wolff [il generale delle SS che ricopriva la funzione di plenipotenziario militare tedesco in Italia, con attribuzioni più limitate di quelle di Rahn] che lo condivise. Anzi, Wolff passò subito all’azione. Chiamò Tassinari e insieme con lui partì per Rastenburg, per presentarlo al Führer. Una specie di investitura. Non so se Tassinari fosse entusiasta di questo disegno, ma poco poteva importare ai tedeschi. L’idea era loro, ed erano convinti che fosse eccellente. Dal racconto dello stesso Wolff si apprende che il colloquio si svolse alla Wolfsschanze il 12 settembre 1943, ma che non fu fortunato. Tassinari, uomo cauto e riservato, non aveva carattere incline agli eccessivi e inconsistenti entusiasmi, o alle adulazioni di moda. Si tenne fermo e prudente, senza sbilanciarsi A Hitler parve distaccato e perplesso, e non gli piacque. Poi, a tagliar corto a quel progetto, arrivò la notizia che Mussolini era stato liberato e che sarebbe arrivati di lì a non molto, a Rastenburg; e dunque tutta la mossa di Rahn diventava inutile. Ma è probabile che, senza quella svolta del destino, il nuovo governo fascista italiano dopo l’8 settembre, sarebbe stato presieduto da Tassinari.

Il quale, poi, non entrò nemmeno nel gabinetto della repubblica di Salò e fece una fine tragica. Possedeva una villa sul lago di Garda e da lì ogni tanto andava a trovare gli amici a Gargnano e a Salò. Un giorno dell’autunno 1944, mentre viaggiava con la figlia tra queste due località, la sua macchina fu mitragliata da un aereo alleato. Tassinari rimase gravemente ferito, un braccio gli fu stroncato netto dai proiettili. Steso sul lettino di un ospedale, supplicava: “Per pietà, ammazzatemi, non posso resistere”. Non sopravvisse, infatti.

Questa, in breve, la storia di Giuseppe Tassinari: uno studioso di agronomia stimato da tutti, una persona seria e modesta, un politico onesto: né un facinoroso, né un energumeno. Purtroppo ci hanno raccontato, per settanta anni, che tutti i fascisti erano dei facinorosi e degli energumeni, dei picchiatori e dei delinquenti; nel migliore dei casi, dei poveri sciocchi, degli illusi che si erano messi dalla parte sbagliata. La candidatura di Tassinari alla guida della R.S.I., del resto, era durata appena quattro giorni, dall’8 al 12 settembre 1943, fra l’annuncio radiofonico dell’armistizio di Badoglio agli angloamericani e la liberazione di Mussolini dalla prigionia del Gran Sasso. Non appena seppe che il Duce era stato liberato e che entro poche ore lo avrebbe rivisto, in Germania, Hitler non ebbe più alcuna esitazione: il capo del fascismo restaurato doveva essere lui, il suo vecchio amico e maestro, verso il quale provava ancora, nonostante la caduta ingloriosa del 25 luglio, un sentimento di stima e di riconoscenza (per non essersi opposti all’Anschluss nel marzo del 1938: ve ne sarò eternamente grato, gli aveva scritto in quella occasione). Per questo ancora oggi, in Italia, pochissimi conoscono il nome di Giuseppe Tassinari, e meno ancora sanno che egli fu sul punto di svolgere un ruolo di primo piano nell’ultimo capitolo della vicenda fascista. In realtà, quando venne costituito il governo della R.S.I., non ebbe neppure l’incarico che già era stato suo, quello di ministro dell’Agricoltura, perché gli venne preferito Edoardo Moroni, un fascista della prima ora, che aveva partecipato alla marcia su Roma. Privo di qualsiasi carica ufficiale, si ritirò a vita privata in una villa di Desenzano, fino a quel tragico 21 dicembre del 1944, quando rimase vittima, al volante della sua automobile, di un mitragliamento americano a bassa quota. Che bravi quei piloti alleati, sia detto fra parentesi, che si abbassavano a mitragliare le vetture e le persone che si trovavano in transito lungo le strade: che guerra gloriosa conducevano, e quanto potevano essere fieri, nel tornare  a casa e riabbracciare le mogli e i figli, dopo aver arrossato l’asfalto di sangue dei civili italiani e tedeschi, e perfino le giostre dei luna-park, dove dei poveri bambini cercavano di scordare, per qualche minuto, gli stenti e le angosce di quei tempi terribili. I giornali dell’epoca li chiamavano, giustamente, i killer o i banditi dell’aria, e non li consideravano dei combattenti, ma degli assassini in divisa; ma dopo il 1945 la musica è cambiata, si è smesso di parlare delle loro imprese e, quando proprio è stato necessario farlo, si è sempre voluto mettere in chiaro che quei bravi ragazzi erano qui a combattere per la nostra libertà, mica per altro; e che noi dovremmo essere eternamente grati ad essi e al loro governo, che con tanti sacrifici ci hanno portato il frutto meraviglioso della libertà.

In realtà, la rosa dei possibili candidati alla guida del fascismo repubblicano era stata alquanto ristretta, limitandosi a tre nomi, oltre quello di Tassinari: Farinacci, Pavolini e Preziosi. Farinacci era sempre stato il più filotedesco e, come è noto, il 25 luglio aveva presentato un proprio ordine del giorno al Gran Consiglio, di segno opposto a quello di Grandi; eppure i tedeschi non ricambiavano tanta simpatia e lo guardavano con diffidenza, perché ne vedevano i pesanti limiti, politici e umani, che lo rendevano un candidato cui ricorrere solo in caso disperato. Pavolini era un uomo colto e intelligente, un intellettuale di prim’ordine, e inoltre era personalmente coraggioso fino alla temerità: anche a lui, però difettavano le qualità politiche e, in particolare, la capacità di trascinare gli altri. Preziosi, infine, era ben visto dal filosofo ufficiale del regime nazista, Alfred Rosenberg, a motivo del suo antisemitismo esacerbato; ma contro di lui giocava una cattiva reputazione, addirittura di grande iettatore, e il fatto che non rappresentava affatto il comune sentire del popolo italiano. Può darsi che Tassinari sia piaciuto a Rahn e a Wolff proprio perché era un uomo schivo e riservato, che essi pensavano di poter manovrare senza troppi problemi; ma può anche darsi che lo avessero realmente giudicato come il candidato di gran lunga migliore, il più immune da pecche e difetti personali, quello che poteva riuscire più gradito, o se si preferisce, meno sgradito agli italiani. In ogni caso, è giusto tornare a parlare di uomini come lui: politici che non cercavano la facile popolarità, ma che erano pronti a sacrificarsi per il bene dello Stato. Ciò che a parole, oggi, sanno fare tutti; mentre nei fatti, come ciascuno può vedere, è un altro paio di maniche.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Settembre 2019

Del 05 Novembre 2020

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