lunedì, 14 Giugno 2021
HomeMONDO CRISTIANOSanti e luoghi del CristianesimoI cattolici sono pronti alla persecuzione?

I cattolici sono pronti alla persecuzione?

I cattolici sono pronti alla persecuzione? Le parole scritte da un ragazzo non ancora quindicenne José Sánchez del Rio che militava nell’esercito dei Cristeros la notte del 7 febbraio 1928 subito dopo essere stato catturato di di Francesco Lamendola  

Mia cara mamma: sono stato preso prigioniero in combattimento quest’oggi. Penso al momento in cui andrò a morire; ma non è importante, mamma. Ti devi rimettere alla volontà di Dio; muoio contento perché sto morendo al fianco di Nostro Signore. Non ti preoccupare per la mia morte, che è ciò che mi mortifica. Invece, di’ ai miei altri fratelli di seguire l’esempio del più piccolo e farai la volontà del nostro Dio. Abbi forza e inviarmi la tua benedizione insieme a mio padre. Salutami tutti per l’ultima volta e ricevete il cuore di vostro figlio che vi ama entrambi e vi avrebbe voluto vedere prima di morire.

Queste parole sono state scritte da un ragazzo non ancora quindicenne, José Sánchez del Rio, che militava nell’esercito dei Cristeros, la notte del 7 febbraio 1928, subito dopo essere stato catturato dalle truppe dell’esercito federale messicano, durante la presidenza di Plutarco Elías Calles, autore di leggi ferocemente anticattoliche. Appena dodicenne, José, seguendo l’esempio dei suoi fratelli,  aveva voluto arruolarsi, contro la volontà della madre e, inizialmente, contro il parere del generale cattolico Mendoza, il quale poi, davanti alle sue insistenze, cedette. Dopo che il ragazzo ebbe pronunciato il solenne giuramento davanti a Gesù Eucaristico, ricevette l’incarico di portare in battaglia l’insegna della Vergine di Guadalupe, con la scritta Viva Cristo Rey! Durante la sanguinosa battaglia di Cotua, il 25 gennaio 1928, cedette il suo cavallo al generale Mendoza, la cui cavalcatura era rimasta uccisa, affermando che lui era più necessario alla causa. Durante la marcia a piedi, mentre, insieme ad altri, cercava di coprire la ritirata del grosso, venne catturato e condotto nella chiesa, trasformata in pollaio per disprezzo, del suo villaggio natale di Sahauyo, dove era stato battezzato e davanti alla quale aveva deciso di unirsi ai Cristeros, allorché aveva visto i soldati governativi fucilare il parroco.

Negli ultimi tre giorni di vita fu sottoposto a numerose torture e gli fu promessa salva la vita se avesse abiurato e avesse accettato di frequentare un’accademia militare, ma egli rifiutò sempre con molta fermezza. Il 10 febbraio, con un coltello, gli venne tolta la pelle dalla pianta dei piedi; poi, la notte stessa, fu costretto a recarsi con le sue gambe al luogo dell’esecuzione, il cimitero in cima alla collina, dove era già stata scavata la fossa per lui. Nonostante le atroci sofferente, il ragazzo fece tutta la strada e non si lasciò sfuggire nemmeno una parola ingiuriosa contro i suoi aguzzini. Lì giunti, gli furono inferte diverse coltellate, in punti non mortali, e gli venne ripetuta l’intimazione di rinnegare la sua fede; ma egli, ad ogni ferita, rispondeva sempre e solo: Viva Cristo Rey! Alla fine il comandante, infuriato, non attese nemmeno che si schierasse il plotone d’esecuzione e gli sparò un colpo di rivoltella in testa. Morente, con le ultime forze il ragazzo riuscì a rigare il terreno con il dito, intinto nel suo stesso sangue, tracciando una croce. José Sánchez del Rio è stato beatificato nel 2005 e canonizzato nel 2016, dopo l’accertamento di un miracolo: il risveglio e la guarigione inspiegabile di una bambina considerata clinicamente morta, avvenuta nel 2008.

Molti, anche cattolici, e anche di discreta cultura, seguitano a credere che l’età delle persecuzioni anticristiane sia stata quella degli imperatori romani pagani, e che sia terminata nel 313 con l’editto di tolleranza promulgato da Costantino. La verità è che, oltre alle persecuzioni subite dai cristiani per opera dei seguaci di altre religioni, e specialmente dell’islam, le quali proseguono tuttora in moltissimi Paesi e sotto molteplici forme (anche se il signor Bergoglio non ne parla quasi mai, non le attribuisce all’islam in quanto tale, non ascolta gli appelli accorati dei vescovi siriani e non ha mai fatto il nome di Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan per una supposta offesa al Corano), l’epoca delle persecuzioni più sanguinarie è stata proprio il ventesimo secolo, e proprio all’interno di Paesi cattolici o, comunque cristiani: il Messico, la Spagna, l’Unione Sovietica. Il che dovrebbe far capire anche ai più refrattari che vi è incompatibilità assoluta fra Cristo e la modernità.

Abbiamo voluto rievocare brevemente la figura di questo eroico ragazzo che ha affrontato il martirio novanta anni fa, per domandarci quanti cattolici, oggi, sarebbero pronti a sopportare, non diciamo una persecuzione cruenta, come quella condotta in Messico, quasi un secolo fa, da leader massoni e anticristiani come Venustiano Carranza, Álvaro Obregón e Plutarco Elías Calles, il cui scopo era quello di estirpare la religione da uno dei Paesi più cattolici al mondo. Non soffermiamoci più di tanto sul fatto che i massoni e gli anticristiani, oggi, ricevono gli elogi dei vertici della chiesa, vengono magnificati da fior di vescovi e cardinali e ricevuti amichevolmente dal papa in persona, o da colui che dovrebbe essere il papa, cioè il vicario di Cristo sulla terra, successore di san Pietro e capo di tutta la Chiesa cattolica. E non si pensi che una cosa è essere anticristiani pratici, come gli assassini di José Sánchez del Rio, e un’altra cosa è esserlo a livello teorico: perché le mani della signora Emma Bonino, definita pubblicamente da Bergoglio una grande italiana, grondano il sangue d’innumerevoli aborti; e l’aborto, con buona pace dei non pochi teologi, vescovi e sacerdoti i quali dicono il contrario, è, per la morale cattolica, né più né meno che la soppressione di una vita. Non insistiamo su questo aspetto, del quale abbiamo già tante volte parlato, per quanto esso sia doloroso, sconcertante, inaccettabile, per qualunque cattolico e per qualsiasi persona di retto giudizio e di onesto sentire. Proviamo invece a chiederci: quanti cattolici sono, oggi, interiormente e spiritualmente preparati all’eventualità di dover affrontare una persecuzione, anche solo di tipo morale, o mediatico, o giuridico? Anche solo a dover sostenere le spese di un avvocato, a dover affrontare le amarezze di un processo? Anche solo a vedersi segnati a dito sul luogo di lavoro, e, magari, a rischiare seriamente di perderlo, o di subire sanzioni economiche, ingiusti trasferimenti e angherie legali di vario genere?

Ma queste cose, da noi, in Italia, non posso succedere, pensano in molti. Al massimo qualche battuta, qualche ironia, qualche sarcasmo; ma insomma, niente di serio. Qualche dispetto, qualche promozione mancata, qualche esame universitario o discussione di laurea non proprio obiettivi, non troppo amichevoli; tutto qui. E sbagliano. Non è vero che certe cose in Italia non possono accadere: sono anzi accadute, e in tempi ancor più recenti della persecuzione contro i cattolici messicani. Nel nostro civile e cattolico Paese, nell’aprile del 1945, in vista della “liberazione”, un ragazzo della stessa età di José Sánchez del Rio, Rolando Rivi, ha subito una sorte quasi identica alla sua: cattura, torture prolungate per alcuni giorni, assassinio, il tutto in odio alla religione cristiana. Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne che andava in giro con l’abito da sacerdote, nell’Emilia “rossa” dominata, e terrorizzata, dai partigiani comunisti. Gente dal grilletto facile, gente che non guardava in faccia a nessuno. E anche altri cattolici hanno fatto la fine di Rolando Rivi, sia preti che laici, in odio alla loro religione; altri hanno scontato la “colpa” di essere italiani, nelle zone della Venezia Giulia percorse dalla bande partigiane slave. E mentre dei Cristeros finalmente si parla, e sia pure dopo decenni di silenzio, e il mondo può conoscere la loro storia, e il popolo messicano può onorare i suoi martiri della fede, di quel che è accaduto nell’Italia settentrionale fra il 1943 e il 1945 si stenta a parlare ancora oggi, e a fatica si ammette che vi fu una guerra civile, al cui termine si scatenarono degli eccidi indiscriminati, diretti anche contro il clero e i fedeli cattolici giudicati, a torto o a ragione, “fascisti”. E ancora oggi non si sa quanti “triangoli della morte” ci furono, nei giorni “gloriosi” dell’aprile e del maggio 1945, né quante migliaia, o decine di migliaia. di persone vi scomparvero in una scia di sangue: nei giorni della “libertà”, i giorni in cui, secondo la vulgata storiografica che ha dominato per settant’anni, l’Italia si è riguadagnata la stima e la considerazione dei popoli civili, contribuendo a sbarazzarsi della propria infame dittatura ed è tornata alle sue tradizioni migliori. Il tutto, insignificante dettaglio, sotto il fioccare incessante delle bombe delle fortezze volanti e all’ombra delle baionette anglo-americane, generosamente accorse per contribuire alla nostra riconquistata libertà. Parliamoci chiaro: non  stata una dimenticanza casuale, non si è trattato di un oblio dovuto a circostanze accidentali. L’Italia, dal tempo della guerra civile,  rimasta in ostaggio di una cultura di sinistra, di matrice marxista, atea e anticristiana, che, in odo alla fede cattolica, ha voluto censurare le pagine meno belle delle propria epopea. Perché come si potrebbero presentare i torturatori e gli assassini di Rolando Rivi come eroi della libertà? Come contrabbandare gli stupratori e gli assassini di Norma Cossetto per campioni della dignità dell’uomo?

E adesso, torniamo a noi. Quanti cattolici, ai nostri giorni, avrebbero il coraggio, la forza d’animo, ma soprattutto la fede – perché è dalla fede che vengono il coraggio e la forza d’animo, non dall’uomo – di un José Sánchez del Rio o di un Rolando Rivi, se si giungesse alla rese dei conti fra la società moderna, nella sua essenza anticristiana, e il Vangelo di Gesù Cristo? Difficile dirlo; è pur vero che, talvolta, sono le circostanze drammatiche che suscitano e mobilitano le forze buone. Non ci si può nascondere, tuttavia, che questo può avvenire laddove esiste una società in cui sono stati sparsi i semi del bene, i quali, magari non subito, sono capaci di sbocciare e di testimoniare i valori profondi a suo tempo trasmessi. Ma in una società che, moralmente, è divenuta simile a un deserto, il deserto del materialismo e del consumismo, il deserto dell’edonismo e del narcisismo sfrenato; in una società che, da molto tempo ormai, non crede più in nulla, se non nel dio denaro e in tutte quelle forme di piacere che per mezzo del denaro si possono strappare; in una società che ha cacciato Dio, che disonora il padre, che disprezza la madre e che adora solamente il successo, il risultato, l’efficienza, il benessere: quale tipo di uomini e donne potrà mai dare, qualora si presentasse il momento della prova? E se il poco buon seme, a suo tempo seminato, è caduto sui sassi, o sulle spine, o sul terreno arido, quand’anche germogliasse, come potrà dare vita ad una pianta forte e vitale? Infatti, nella trasmissione del bene, due cose sono necessarie: qualcuno che lo trasmette e qualcuno che lo accoglie. Se vi è chi lo trasmette, ma non vi è chi lo sa o lo vuole accogliere, allora il ciclo vitale del bene si esaurisce, e subentra la morte. È ancora sana e vitale, la nostra società? La nostra cultura trasmette ancora il bene? E la Chiesa odierna, trasmette ancora fedelmente la Parola di Gesù Cristo? Sono queste le domande che dovremmo farci. E dovrebbero farsele soprattutto i genitori, gli educatori, i sacerdoti; dovrebbero farsele il clero e il popolo dei fedeli; dovrebbero farsele specialmente quanti hanno delle responsabilità nel trasmettere la cultura, i valori, il bene, e la visione cristiana della vita. Ma questa trasmissione si è interrotta da molto, da troppo tempo. Se così non fosse, non vi sarebbero tanto silenzio e tanta indifferenza sull’aborto. Non sarebbe considerato come un fatto normale che sei milioni di bambini italiani non siano venuti al mondo, da quando è stata approvata la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, a suo tempo, e anche dopo, presentata come una grande conquista di “civiltà”. La civiltà moderna, appunto. Una civiltà intimamente e radicalmente anticristiana.

O forse, nell’ora della prova, Dio saprebbe suscitare le energie anche nei più timidi, anche nei più insignificanti, come la piccola carmelitana scalza di cui para il romanzo di Gertrud von Le Fort, L’ultima al patibolo, dedicato alle sedici martiri di Compiègne del 1794. Il problema, però, dal nostro punto di vista, è un altro. Non c’è alcun dubbio che Dio possa fare grandi cose anche con il materiale più umile: nulla è impossibile per Lui. Ma i cattolici d’oggi, abituati ad andare d’amore e d’accordo con il mondo, non sono nemmeno preparati a riconoscere una persecuzione, qualora arrivasse. Questo è il punto. Per esempio, a forza di sentirsi dire e ripetere, dal clero e dai teologi, che il Vangelo consiste  in un abbraccio fra Dio e il mondo, in cui Dio dona tutto senza chiedere nulla, si sono dimenticati che una cosa, invece, Dio la chiede, e la chiede da padrone esigente: l’abbandono nella fede. Chi non crede, chi è orgoglioso, chi è superbo, chi sa dire sempre e solo “io”, costui non è degno del Vangelo. Chi non si pente dei suoi peccati, chi non decide di cambiar vita, chi non prende in odio l’uomo vecchio e non fa nascere in sé l’uomo nuovo, non è degno del Vangelo. E chi non cerca d’imitare Cristo, chi non lo prende quale modello di vita, chi non desidera piacere solo a Lui, nemmeno si accorge se quel modello viene adulterato, se la sua Parola viene falsificata. Ed è proprio quello che sta accadendo oggi. Ciò a cui il cattolico si deve preparare è di subire una persecuzione dall’interno della Chiesa, non tanto e non solo dall’esterno. Se, come quel professor belga – Stéphane Mercier -, si permette di ricordare ai suoi studenti che l’aborto è la soppressione di una vita, deve prepararsi a venire licenziato: licenziato da una scuola cattolica; e criticato: criticato dai vescovi cattolici del suo Paese. Il lavoro sporco, ormai, lo fa il neoclero: per conto della massoneria e in omaggio ai principi e ai “valori” della società secolarizzata e irreligiosa. Questa è la forma che assume la persecuzione, oggi. E testimoniare Cristo, testimoniare il suo Vangelo, può voler dire denunciare lo scandalo di un clero che non rende testimonianza a Dio, né vuol piacere a Lui, ma che, gonfio di superbia e vanagloria, s’inchina davanti agli idoli del mondo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Aprile 2018

Del 01 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments