sabato, 18 Settembre 2021
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La «bella morte» di Yukio Mishima continua a interrogarci, silenziosa

La bella morte di Yukio Mishima continua a interrogarci silenziosa. Non si tratta di giudicare ma di capire e non si può capire il suicidio d’un uomo come Mishima senza prima aver provato di farsi un profondo esame di coscienza di Francesco Lamendola 

Prima di togliersi la vita in maniera tragica e quanto mai spettacolare, il 25 novembre 1970, al termine di una azione paramilitare pianificata minuziosamente da tempo, e al cospetto di una folla di persone, lo scrittore Yukio Mishima aveva lasciato un biglietto su cui aveva vergato questa osservazione dal sapore quasi nietzschiano, che sembra tratta dal taccuino di un Dorian Gray o di un Andrea Sperelli: «La vita umana è breve, e io vorrei vivere sempre».

Lo scrittore giapponese non era più un giovane: nato nel 1925, andava verso i quarantacinque anni; ma con quel gesto, affrontato con la terribile serietà del samurai e con lo sprezzo per il dolore fisico del bonzo, d’immergersi la spada nel fianco e, subito dopo, di farsi decapitare da un seguace – cosa che riuscì, come in un film dell’orrore o in uno spettacolo da grandguignol, solo dopo svariati e orripilanti tentativi – pareva che avesse voluto ritrovare la forza e l’audacia della giovinezza; forse, volle espiare il senso di colpa per non aver partecipato alla Seconda guerra mondiale (che, per il Giappone inizia non nel 1939, ma nel 1937, con l’attacco alla Cina), essendo stato riformato alla visita per il servizio militare.

Yukio Mishima, il suo suicidio, il suo testamento ideologico, sono come dei convitati di pietra, dai quali il salotto buono della cultura internazionale, ivi compresa quella giapponese, si è affrettato a far sparire le tracce, ripulendo le macchie di sangue e rimettendo in ordine ogni cosa, sì che non rimanga traccia, né per il presente, né, tanto meno, per le generazioni future, di quello che essi hanno voluto dire.

Interrogativi senza risposta; domande che, tutto sommato, è meglio non porre, perché creano troppo imbarazzo e perché è più facile eluderle con un’alzata di spalle, come se si fosse trattato unicamente del gesto d’un pazzo, d’un esteta, d’un uomo che non poteva, né voleva, inserirsi quietamente nelle stridenti contraddizioni del mondo contemporaneo, come fanno tutti o, almeno, come mostrano di far saper fare tutti.

Qualcuno, addirittura, cercherà di disinnescare il problema, e la sua potenziale carica eversiva, respingendolo e confinandolo all’interno di una cultura, quella giapponese, e di un codice d’onore, quello dei samurai, come si fosse trattato di un caso esemplare, sì, ma significativo solo all’interno di essi, e incomprensibile, dunque insignificante, nel nostro mondo, nel nostro orizzonte di valori e di certezze (o d’incertezze) consolidate.

Altri ancora se la cavano a buon mercato, ponendo tutto il problema in termini psicoanalitici: l’esibizionismo d’un megalomane; il disadattamento di un “diverso” (anche in senso sessuale); il disagio, la rabbia e la protesta d’un marginale, di un uomo all’antica, che non sopportava la banalità della società di massa, coi suoi riti così recenti e già così logori, ma che – colmo delle contraddizioni – per la spettacolarità del gesto, con la cattura di un generale e la morte quasi in diretta, dopo un delirante discorso tenuto dall’alto dell’edificio, rivolto a una folla brulicante di civili, di soldati e poliziotti, e infine con la decapitazione, da parte di un seguace, del corpo già trafitto con le sue stesse mani, e la macabra esposizione della testa, insieme a quella di un compagno di harakiri – ritorna inesorabilmente alle regole abiette e meschine di quella stessa società massificata e spettacolarizzata, dove perfino la tragedia confina col kitsch e dove i valori più sacri subiscono un radicale e irrimediabile processo di rovesciamento e d’inversione semantica.

Eppure, è difficile sottrarsi all’impressione che la morte di Yukio Mishima sia imparentata, intellettualmente e spiritualmente, con altre morti occidentali, con altri suicidi “esemplari” della nostra cultura, sia concepiti dalla mente degli scrittori, sia realmente avvenuti nella storia, da quella di certi personaggi di Dostoevskij a quella di intellettuali come Carlo Michelstadter; che essa sia, insomma, legata al rapporto ambivalente degli uomini con la modernità – di tutti gli uomini, senza distinzione di razza o di cultura – e alla loro disperazione di fondo, al loro senso di radicale frustrazione, alla loro percezione di un immenso auto-inganno, di un immenso fraintendimento, di una bruciante delusione esistenziale, di un evento catastrofico, insomma, che li ha espropriati di qualcosa che è loro essenziale per vivere e per continuare a credere nel futuro, per guardare al domani con un minimo di coraggio e di speranza.

E ancor più difficile è ignorare il sospetto che quella morte sia l’espressione di un mistero, il quale ci ricorda che ogni essere umano è un labirinto, e che, in esso, le forze infere possono venire alla luce in maniera incontrollata e devastante, allorché cadono le barriere della tradizione; mentre la cultura moderna pretende di negare che un mistero vi sia, che un labirinto esista, oppure – il che è lo stesso – quelle forze possono erompere d’improvviso, allorché essa indulge a proclamare che, essendo insondabile il labirinto, tanto vale far finta di nulla.

Eppure rimane la netta sensazione, anche se razionalmente inspiegabile, che quella morte racchiuda un segreto fondamentale per comprendere l’angoscia dell’uomo moderno, la sua solitudine, la sua disperazione, e per comprendere cento, mille altre morti, per penetrare il mistero del desiderio di morte di una intera generazione, o forse di più generazioni: per giungere fino al cuore del dramma dell’uomo dei nostri giorni, stralunato,  febbricitante abitatore d’un mondo che non lo comprende, che non lo avvolge, e dal quale si sente sempre più alienato e respinto.

Scriveva l’orientalista Maurice Pinguet nella sua monografia «La morte volontaria in Giappone» (titolo originale: «Le mort volontarie au Japon», Paris, Gallimard, 1984; traduzione dal francese di Mario Spinella, Milano, Garzanti, 1985, pp. 350-67 passim):

«La disperazione riprese in pieno alla fine dei combattimenti.  Il Giappone non era che un campo di rovine. E lutti e rovine anche nei cuori. Una sconfitta così severa non può non accompagnarsi a uno sgomento nel quale inizialmente domina il disgusto di sé. […] Certamente ci si può dedicare a scoprire un buon uso di tutto, e anche della sconfitta: per la prima volta dopo Heian il Giappone si sentiva liberato dalla sua casta guerriera. Ma anche se attutito da questa impressione, il senso di declino, di caos, era opprimente: la vita continuava, ma come a tastoni. In letteratura una tendenza che si definiva, in tutta franchezza, nichilista, diede forma allo sgomento. “La filosofia? menzogne. I principi? menzogne. Gli ideali? menzogne. L’ordine? menzogna. La sincerità? La verità? La purezza? tutte menzogne.” Il maggior scrittore del momento, Dazai Osamu, fa tabula rasa. E pubblica allora, nel giro di due o tre anni, i suoi romanzi più belli, “La moglie di Villon”, “Sole al tramonto”, “Decadenza di un uomo”, prima di annegarsi il 13 giugno 10948. Ponendosi come sintomo del proprio tempo, abbandonandosi alla corrente, mettendo la propria disperazione all’unisono col sentimento generale, riuscì a dotare la sua opera di una profondità e di una risonanza ineguagliabili. […]”Perdonatemi di essere nato”, aveva detto Danzai. E numerosi furono allora i giovani giapponesi che chiesero questo perdono alla morte. Due o tre anni prima sarebbe stata la guerra a disporre di loro. Il ritorno della pace non portò loro la pacificazione: la sopravvivenza, loro unico bene, appariva troppo gratuita. Uno dei casi più esplicito fu quello di uno studente dell’università di Tokyo, Haraguchi Tozo,che a vent’anni, il 26 ottobre 1946, si buttò in mare a Zushi. Lasciò dietro di sé alcuni taccuini di appunti che testimoniano brillantemente della sua lucidità, della sua intransigenza. […] I giovani che non erano stati decimati dalla guerra vennero minacciati dalla spinta suicida che culminò negli anni Cinquanta. Di questa generazione Mishima fu il più celebre, ma non quello che ebbe la maggior fretta di rispondere al richiamo dei morti: questo vecchio giovane, che morì a quarantacinque anni per i suoi sogni di adolescenza, ebbe la saggezza di concedersi una lunga dilazione. […] “Io detesto la gente che si suicida”, dichiara Mishima nel 1954, in un articolo su Akutagawa. Passi per gli uomini di guerra: obbediscono al proprio dovere. Ma, compiuto da uno scrittore, il suicidio gli sembra una sconfitta inammissibile, la pubblica ammissione di una incompetenza professionale. Mishima si richiama all’ideale goethiano della salute attraverso l’arte: uno scrittore può unire in sé un malato e un medico, ma il medico deve vincerla: su questo punto l’autore di “Storia di una maschera” è perentorio. Per Dazai pretende di provare solo repulsione, ed evita persino di citarne il nome, ma per Akutagawa ha stima, apprezza la perfezione della sua scrittura, la tecnica narrativa molto elaborata. A maggior ragione deplora che si sia dato quella fine: quel suicidio deve essere stato un incidente, la conseguenza di una patologia esterna, che l’arte avrebbe dovuto vincere e sublimare. Si avverte chiaramente che Mishima mette in guardia se stesso contro un destino di tal genere. […] Se si potesse sfuggire alla vecchiaia e alla morte! Ma l’età avanza, Mishima sa che ben presto sarà stanco, e già, nello stadio, lo accompagna una voce che mormora: “Per quanto tempo ancora?” Durare è cosa dura, e per di più indegna. “Muori in tempo”, insegna Zarathustra; e cioè – traduce Mishima – prima del declino. Del resto, in questo mondo noioso, si sente chiamato all’avventura del combattimento, non può più contentarsi dei muscoli statici, destinati allo specchio, alla fotografia. Chiederà alle lotte a venire il senso di esistere. Dal sollevamento pesi passa alle arti marziali, e da queste agli esercizi militari, come se volesse assolvere, con vent’anni di ritardo, a quel servizio militare che la presunta fragilità dei polmoni gli aveva permesso di eludere. Nel 1945 non era abbastanza robusto per morire. Il sacrificio che da lui non si è voluto sembra reclamarlo, ora che il suo vigore ve lo ha reso degno. Pensa alla sua generazione: decimata, immolatasi all’impero, poi tradita dall’imperatore allorché rinunziò alla propria sovranità, per finire dimenticata nella presente prosperità. […]  Ed ecco allora disegnarsi il suo progetto, esattamente opposto alla lucida sobrietà preconizzata nel 1949 da Sakaguchi Ango: in nome dei sogni del passato combattere il mondo presente, appellarsi all’avvenire contro di esso, sollevare la gioventù (o, in ogni caso, la sua élite) all’assalto di una società il cui pensiero non vuole più ammettere nulla che oltrepassi l’uomo. Si ispira alla effervescenza maoista, ma per rovesciarla: alla Rivoluzione culturale contrappone la Difesa culturale, per restaurare sotto l’imperatore l’unità del crisantemo e della sciabola. Contro l’egualitarismo distruttore si afferma nietzschiano per il senso delle gerarchie, e soprattutto romantico, per la nostalgia di un passato glorioso.»

Il suicidio di Mishima non è stato un gesto solitario, ma ostentatamente pubblico; non è stato un segno di stanchezza, ma di rivolta; e non è stato neppure un modo per concludere in una fiammata purificatrice una vita e una carriera ormai in declino – o, almeno, non soltanto questo. Egli era un nazionalista convinto, che odiava l’americanizzazione del suo Paese e quello che considerava l’intollerabile servilismo dei suoi connazionali nei confronti del vincitore, della sua cultura e del suo modo di vivere. La sua fierezza patriottica, il suo amore viscerale per le tradizioni nazionali, il suo stesso esasperato estetismo e la sua stessa diversità – che ricorrono in opere come «Colori proibiti», a tinte fortemente autobiografiche – ci aiutano a capire meglio, o forse, per essere più esatti, a contestualizzare in maniera più completa e pertinente il dramma di questo romanziere che volle essere la coscienza viva del suo popolo e l’implacabile rimorso della sua cattiva coscienza; eppure vi è dell’altro ancora. In ultima analisi, crediamo che la dimensione paradigmatica del gesto estremo di Yukio Mishima risieda nella disperata invocazione di soccorso cui esso dà voce, rompendo il muro di un perbenismo di facciata ed il silenzio di un conformismo opprimente, calato come un sudario sulle forze più fresche, sugli slanci più generosi dell’anima umana, nelle condizioni storicamente date della modernità pienamente realizzata.

Uccidendosi in pubblico, come un gladiatore, dopo aver rivolto un discorso incandescente alla folla ammutolita, Mishima si è offerto come fiamma sacrificale per scuotere la coscienza addormentata di una umanità degradata al livello delle masse servili, incapaci ormai d’intendere qualunque cosa, anche un discorso estremamente serio, se non attraverso i rituali e i meccanismi dello spettacolo, come appunto gli antichi Romani nei cruenti ludi circensi. Mishima ha offerto il suo sangue per schizzarlo sulla faccia dei dormienti che si credono desti e consapevoli.

Lungi da noi voler magnificare il suo gesto, intrinsecamente sbagliato e di pessimo esempio per il pubblico. Qui, però, non si tratta di giudicare, ma di capire. E non si può capire il suicidio d’un uomo come Mishima, senza prima aver almeno provato di farsi un profondo esame di coscienza…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Aprile 2015

Del 31 Ottobre 2020

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