venerdì, 18 Giugno 2021
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Ma erano davvero tutti e solo dei criminali?

Ma erano davvero tutti e solo dei criminali? cosa fu lo squadrismo, e chi furono gli “squadristi”? lo storico deve anzitutto “cercar di capire” e solo dopo aver capito potrà formulare una propria convinzione ragionata sui fatti di Francesco Lamendola  

Fra tutti gli argomenti politicamente scorretti, dai quali è bene tenersi alla larga, se non per inveire e gettare palate di fango,  ce n’è uno che spicca per la sua particolare impresentabilità: lo squadrismo. Se già parlare del fascismo in maniera  distaccata e obiettiva in senso storiografico è ancora praticamente impossibile, almeno se si vuol entrare, o restare, nel salotto buono della cultura politically correct, parlare dello squadrismo con la necessaria obiettività storica è un’impresa quasi disperata. Da settant’anni, infatti, tutto, non solo la storia, ma il cinema, la televisione, la letteratura, dà per scontato che, dello squadrismo, non ci sia proprio niente da capire; che gli squadristi fossero, puramente e semplicemente, degli energumeni, dei violenti, dei criminali, dei sociopatici desiderosi unicamente di sfogare i loro istinti bestiali di sopraffazione e di sadismo; che il loro gioco preferito fosse quello di mettersi in venti contro uno, picchiare, seviziare, ammazzare come dei veri delinquenti; che non avessero alcun serio movente, tanto meno degli ideali, ma solo una cieca violenza da sfogare e, casomai, la cinica disponibilità a mettersi al servizio degli agrari per reprimere, terrorizzare e scompaginare le organizzazioni sindacali dei lavoratori. Dei mercenari, dunque, se non addirittura dei sicari prezzolati: gente pagata per bastonare e uccidere; figuriamoci se vale la pena di andare ad approfondire le loro motivazioni.

Eppure… Premettiamo che non è nostra intenzione rivalutare lo squadrismo. E ciò per una semplicissima ragione: lo storico non deve rivalutare un bel nulla; lo storico deve cercar di capire. Per settant’anni gli storici italiani se ne sono scordati: che la storia non è un tribunale, tanto meno il tribunale dei vincitori; e i vincitori, nel 1945, sono stati i partiti di sinistra e le idee di sinistra, sia pure al rimorchio dei veri vincitori della Seconda guerra mondiale: inglesi, americani e russi; e, più in alto di loro, il potere finanziario internazionale, quello della City londinese e di Wall Street, che solo in parte e solo incidentalmente coincideva con la dimensione politica e statale della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America (l’Unione Sovietica, in senso finanziario, non contava nulla; essa fu vittoriosa solo in apparenza e solo per modo di dire; come la Francia, del resto). Dunque, lo squadrismo: per settant’anni è stato trattato come un fenomeno criminale, o quasi, e ci si è dispensati dal dovere storico di cercare di comprenderlo. Ma se non si cerca di comprende lo squadrismo, non si comprende il fascismo; e se non si comprende il fascismo, non si comprende neppure il cosiddetto antifascismo; e infine non si comprende la storia italiana e la realtà presente del nostro Paese. E ciò, infatti, è accaduto. Per settant’anni la cultura “buona”, per non parlare della politica, ha fatto grande sfoggio di antifascismo, senza essersi mai data la pena di chiarire cosa sia stato il fascismo; peggio ancora, il fascismo è stato trasformato in una categoria metafisica, una specie di Male Assoluto, ma generico, per cui non solo quello di Mussolini, ma qualsiasi forma o tendenza politica, e non solo politica, qualsiasi atteggiamento  e qualsiasi idea fossero inaccettabili per il politically correct, immediatamente venivano bollati come “fascismo”. Credevamo che questo vezzo avesse fatto il suo tempo dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta del comunismo, invece è riaffiorato alla prima occasione: cioè quando, per la prima volta, le forze politiche e culturali di sinistra si sono rese conto, senza possibilità di trucchi o di finzioni, di essere definitivamente e irreversibilmente minoritarie in Italia; di non avere alcuna speranza di tornare mai più al governo, non almeno per via democratica; di poter sperare qualcosa solo a patto che l’Italia tocchi il fondo della crisi economica o che esploda una aperta conflittualità sociale, oggi allo stato latente, magari per effetto della duplice pressione delle politiche economiche imposte dalla BCE e dalla incessante invasione dei migranti, strategicamente organizzata e pianificata da quelle stesse forze internazionali che hanno vinto nel 1945 e che vogliono ora sigillare la loro vittoria definitiva a livello mondiale: il grande capitale finanziario. Proprio come negli anni ’30 e ’40 le forze di sinistra, numericamente e organizzativamente esigue e quasi ininfluenti, non avevano altra speranza di arrivare al potere se non da una sconfitta dell’Italia nella guerra mondiale che si andava profilando all’orizzonte, sconfitta che per loro sarebbe stata, come infatti è accaduto, il trampolino per rilanciarsi e per mettersi alla guida del Paese – magari sui cadaveri della guerra civile, peraltro subito nascosti dietro il velo pietoso della “Resistenza” contro il tedesco invasore. Sicché appunto questo è successo: proprio quelli che si ritengono gli italiani “migliori”, i più degni sotto il profilo politico, culturale e anche etico, in realtà non conoscono né l’Italia, né gli italiani; e non li conoscono perché non hanno mai voluto fare i conti col fascismo, il che ha impedito loro di capire anche cosa sia stato l’antifascismo; e pertanto essi sono come dei marziani, degli extraterrestri che non sanno nulla e non capiscono nulla del Paese in cui vivono, e tuttavia pretendono d’interpretare i sentimenti e gli interessi vitali di sessanta milioni d’italiani, mentre ormai interpretano solo se stessi, qualche frangia di persone benestanti che vivono di rendita (i radical-chic), meglio se sessualmente anormali e tuttavia vogliosi di prole, e qualche centinaia di migliaia di stranieri, specialmente clandestini, cosa che fa capire perché i signori della sinistra si stiano tanto affannando per estendere il più possibile a costoro la cittadinanza, e persino a far passare una legge assurda e palesemente contraria all’interesse nazionale come quella dello ius soli.

E allora, proviamo a domandarci: cosa fu lo squadrismo, e chi furono gli squadristi? La radice dello squadrismo è nella esperienza della guerra di trincea del 1915-18, ma anche nello slancio ideale dei volontari del 1915, nell’eroismo del Piave e del Grappa del 1918, nella delusione per la pace mutilata e nell’entusiasmo per l’impresa di Fiume, e soprattutto nella preoccupazione che, nel biennio rosso, la società italiana piombasse nel caos e forse nel bolscevismo, vanificando i sacrifici della guerra e della vittoria. La maggior parte degli squadristi erano ex arditi della Prima guerra mondiale, ex legionari fiumani, e giovani che, nel 1918, non avevano fatto in tempo ad arruolarsi, e nel 1919 e nel 1920 si erano sentiti pronti per entrare in azione, ma troppo tardi per lottare contro gli Austriaci, ora potevano lottare solo contro i socialisti, i comunisti e quanti stavano instaurando una dittatura di sinistra nelle campagne e nelle città. Questo aspetto della vita italiana nell’immediato dopoguerra è stato volutamente trascurato o minimizzato dalla cultura e dalla storiografia politicamente corrette, da Benedetto Croce che descriveva il fascismo come “la calata degli Hiksos”, e da Denis Mac Smith che descriveva Mussolini come un pallone gonfiato, e i suoi seguaci come una banda di scriteriati o di violenti incorreggibili, senza ideali, senza programmi, senza serietà. La verità è che i soldati di ritorno dal fronte, gli ufficiali specialmente, e perfino gi invalidi di guerra, se giravano per le strade con l’uniforme e le medaglie, venivano dileggiati, insultati, sputacchiati, aggrediti e bastonati da una folla d’imboscati che la guerra non l’avevano fatta, di disertori graziati o amnistiati dallo Stato, di rivoluzionari da operetta e di socialisti chiacchieroni che sognavano la rivoluzione e intanto sfogavano la loro frustrazione e il loro rancore sociale prendendosela contro quelli che, secondo loro, avevano voluto la guerra, e che avevano contribuito al peggioramento della condizioni sociali ed economiche della classe lavoratrice. Ne abbiamo parlato altre volte, ma giova ricordarlo: nell’Italia del 1919, del 1920, del 1921, esporre un tricolore alla finestra, o gridare in strada: Viva l’Italia, equivaleva a rischiare la vita: e non furono pochi gli studenti, i reduci dal fronte, i padri di famiglia, che vennero ammazzati, o malmenati, o cacciati dalle loro proprietà, o derubati dei loro averi, per motivi di questo tipo (cfr. il nostro articolo: Pierino Delpiano fu assassinato per aver gridato: “Viva l’Italia!”, pubblicato suo sito dell’Accademia Nuova Italia il 04/01/2018). Due Italie si confrontarono in quel tragico triennio: l’Italia di Vittorio Veneto, che aveva combattuto e vinto, non solo per Trento e Trieste, ma anche e soprattutto per completare il Risorgimento e fare, una buona volta, il popolo italiano;  che aveva creduto nella vittoria finale anche dopo Caporetto, che aveva stretto i denti e fatto immani sacrifici, e che sognava una società futura interclassista, dove ci fossero la pace e l’ordine, dove gli uffici pubblici funzionassero, la posta arrivasse due volte al giorno, i treni viaggiassero in orario e non ci fosse il pericolo che i ferrovieri proclamassero uno sciopero da un minuto all’altro, arrestando il convoglio in mezzo alla campagna; e un’Italia che odiava quel che era avvenuto negli anni del 1915-18, che non aveva voluto la guerra e non l’aveva sopportata, o l’aveva mal sopportata, covando il proprio risentimento, e aspettando il momento di poter farsi avanti, sull’onda della miseria e dello scoraggiamento, prendere il potere come avevano fatto i bolscevichi in Russia, chiudere i conti coi padroni, instaurare il socialismo e liquidare come un tragico errore il sacrificio di 650.000 morti e centinaia di feriti e invalidi che la guerra aveva richiesto.

Naturalmente, riteniamo che questa analisi sia valida nelle sue gradi linee. In pratica, sicuramente ci sono stati, negli anni del primo dopoguerra, sia degli idealisti, sia dei delinquenti, in entrambi gli schieramenti, il fascista e l’antifascista. Il fatto è che allora era in corso una guerra civile a bassa intensità, con morti e feriti pressoché quotidiani: un particolare che gli storici politicamente corretti omettono di ricordare quando parlano, sempre e solo, delle violenze fasciste. Pare che i socialisti e i comunisti fossero dei pacifisti; si tace del tutto sul clima di autentica dittatura che le leghe rosse avevano instaurato nelle campagne emiliane e lombarde; e si tace del tutto sul disprezzo e sull’odio che costoro rovesciavano sui reduci e sugli eroi di guerra, offendendo i loro sentimenti più profondi. Tutti conoscono, grazie a questa versione addomesticata della storia, l’assassinio di Giacomo Matteotti, e sanno, o credono di sapere, anche se in realtà non è affatto storicamente dimostrato, che a ordinarlo fu Mussolini in persona; ma quanti sanno che, sempre nel 1924, su un tram, a Roma, venne assassinato a colpi di pistola il vicesegretario delle Corporazioni, Armando Casalini: deputato al Parlamento, proprio come lo era Matteotti. Analogamente, spostandoci sul versante della guerra civile del 1943-45, tutti conosco i sette fratelli Cervi, e papà Cervi è stato considerato un eroe, e ha ricevuto l’omaggio delle più alte autorità dello Stato; ma quanti conoscono l’analoga vicenda dei sette fratelli Govoni, anch’essi trucidati tutti insieme, stavolta per mano di partigiani comunisti, benché solo due di essi si potessero considerare, in qualche modo, “fascisti”, per non parlare della loro sorella, uccisa anch’essa: con l’aggravante che il massacro dei fratelli Govoni venne pianificato e portato a termine a freddo, cioè a guerra ormai finita, il tutto nel contesto di una strage ancor più vasta perpetrata dai partigiani comunisti: l’eccidio di Argelato (Bologna). Ma dei fratelli Govoni, per settant’anni, nessuno ha mai parlato, almeno nel salotto della cultura ufficiale; anche perché ciò avrebbe fatto sollevare un velo sulle prodezze dei “buoni”, cioè di quelli che, secondo la mitologia antifascista, hanno combattuto, senza macchia e senza paura, per la libertà, la democrazia e tante altre bellissime cose.

Ora, così come per Armando Casalini, siamo certi che novantanove persone su cento, anche di media cultura, anche fornite di discrete conoscenze storiche, non hanno mai sentito neppure uno dei nomi dei caduti fascisti nella quasi guerra civile del 1919-1922; anche se quasi tutti hanno sentito parlare di Piero Gobetti e di Giovanni Amendola, picchiati dai fascisti in modo tale da morire, poco tempo dopo, per le conseguenze di quelle aggressioni. Quanto ai fascisti, agli squadristi, quasi tutti gli italiani, dopo aver letto Lo scialo di Vasco Pratolini, o aver visto l’omonimo sceneggiato televisivo, e dopo aver ammirato, si fa per dire, il film di Bernardo Bertolucci Novecento, e aver visto il truculento fascista Attila Melanchini, interpretato da Donald Sutherland, rendersi protagonista delle più nefande azioni che uno squadrista possa aver commesso, sono convinti, convintissimi, che tutti costoro fossero solamente teppaglia, avanzi di galera, psicopatici e delinquenti seriali, e che, se pure qualcuno di essi ci ha lasciato la pelle, in fondo ha avuto esattamente quel che si meritava, e non è certo il caso di mettere quelle morti sullo stesso piano, storico e morale, delle vittime dello squadrismo. Ahimè, questo non è un modo di ragionare storico e non è neppure degno di una persona che sia capace di pensare con la propria testa: lo storico, così come qualsiasi persona intellettualmente libera, deve anzitutto cercar di capire; e solo dopo aver capito potrà formulare una propria convinzione ragionata sui fatti. Altrimenti, non farà che ripetere come un pappagallo ciò che si sente dire in giro dalla maggioranza delle persone: e la maggioranza pensa e dice semplicemente quel che i mezzi d’informazione vogliono che la gente pensi e dica. Oggi non è difficile conoscere i nomi di quanti, da don Minzoni a Matteotti, persero la vita, militando a sinistra, nel corso di quei quattro anni terribili, che furono la sanguinosa coda interna della Prima guerra mondiale, una vera resa dei conti fra quanti avevano voluto la guerra, oppure, anche non avendola voluta, l’avevano combattuta con senso del dovere e con il fermo proponimento di non permettere che quella grande esperienza di unione patriottica andasse dissolta nei conflitti di classe; e quanti non l’avevano mai accettata, l’avevano boicottata, e ora pensavano, semmai, come i bolscevichi in Russia, a come fare per trasformarla in una guerra civile per la conquista del potere e per l’instaurazione di una dittatura del proletariato. Viceversa, conoscere anche solo i nomi di quanti caddero dall’altro lato della barricato, cioè i fascisti e gli squadristi, non è altrettanto semplice, perché i libri di oggi non li ricordano affatto. Bisogna andare a consultare i libri di ieri, i libri di quell’epoca: i libri pubblicati nel corso del ventennio fascista. Si può consultare, fra l’altro, il capitolo dedicato alla storia contemporanea nell’ultimo volume della bellissima enciclopedia Il Tesoro. Enciclopedia del ragazzo italiano, della UTET di Torino, diretta da Vincenzo Errante e Fernando Palazzi; capitolo che poi, nelle edizioni successive alla Seconda guerra mondiale, è stato ovviamente purgato ed emendato secondo la versione imposta dalla cultura politicamente corretta: repubblicana, democratica e antifascista.

Un elenco assai parziale delle vittime di parte fascista degli anni 1919-22 si trova in un articolo, apparso su La Nuova Antologia, di Arturo Marpicati (Ghedi, Brescia, 1891-Belluno, 1961), volontario sia nella Prima guerra mondiale che nell’impresa di Fiume, decorato al valore, libero docente di Letteratura italiana all’Università di Roma, cancelliere dell’Accademia d’Italia, vice-presidente del Partito Nazionale Fascista dal 1931 al 1934, console generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e membro del Gran Consiglio del Fascismo, scrittore, saggista, giornalista, collaboratore della Enciclopedia Italiana; articolo che qui riportiamo in parte (cit. in: Falcidia-Salomone, In cammino. Antologia Italiana, Torino, S.E.I., 1939, pp. 653-658):

FFEDERICO GUGLIELMO FLORIO, nato a Gaeta, figura leggendaria di squadrista, che col solo prestigio del suo coraggio, a capo di un manipolo di valorosi, tenne lungamente a freno e debellò in Prato, una delle più potenti leghe rosse d’Italia, colpito a tradimento da un disertore amnistiato, non ebbe parole di dio nemmeno nelle terribili ore straziate dell’agonia e negli ultimi istanti non espresse che un rammarico: “Mi dispiace di non poter far altro per il mio paese”.

Ad UGO PEPE, di Gaeta, studente ventenne, colpito a morte in un’aggressione proditoria dai cosiddetti arditi del popolo a Milano, il 23 aprile 1922, la fede purissima dettò le ultime parole d’incoraggiamento alla madre straziata, che lo assisteva, tenendo tra le sue le mani del figlio, quasi per trattenere il calore della vita: “Mamma, muoio per la grande idea e per l’Italia. Sono felice di morire, se penso che il mio sacrificio potrà essere utile un giorno per la pace della patria”.

NANDO GIOIA, di Borgonovo Valtidone (Piacenza), studente nell’Università di Parma, già combattente, fu colpito a morte in un’imboscata poco lontano dall’abitato di Bilegno (Piacenza) il 16 maggio 1921. Morendo lasciò questa nobile consegna ai compagni: “Se i miei assassini si scopriranno, non voglio sia fatto loro del male”; esalò la giovane vita raccogliendo le ultime forze in un’affermazione della sua fede di combattente e di fascista: “Viva l’Italia!”.

ANNIBALE FOSCARI, di Venezia, cavalleresco e generoso, il 13 luglio 1921 a Firenze affrontò nel suo covo un comunista che cantava una canzone oltraggiosa alla memoria del purissimo martire Giovanni Berta. Ferito da un colpi di trincetto, nella straziante agonia, mostrò quanto possa la nobiltà della fede congiunta alla nobiltà della stirpe, e negli ultimi momenti di vita volle baciare il tricolore.

ALFEO GIAROLI, da Vezzano sul Crostolo (Reggio Emilia), colpito a morte in conflitto coi comunisti il 2 maggio 1922 a Tabiano di Regnano (Reggio Emilia), cadde nel grido: “Viva l’Italia…! Viva il Fascismo!”.

ARMANDO FUGAGNOLLO, da Vicenza, legionario di Fiume, colpito come un soldato nella trincea nemica a Gazzo Padovano (Vicenza) il 7 luglio 1922, mentre alla testa di una squadra espugnava una casa, di cui i sovversivi avevamo fatto un fortilizio, cadde levando alto il grido del combattimento: “Fascisti a noi!”. E, poco prima di morire, mormorò: “Viva l’Italia! Viva il Fascismo!”.

ODOARDO AMEDEI, da Cortile di Carpi, invalido di guerra, di ritorno da un’azione fu colpito a Sala Braganza (Modena) il 5 agosto 1922 da un colpo di fucile sparatogli di dietro una siepe. Le sue ultime parole furono raccolte dai compagni: “Mi dispiace morire, perché non posso vedere la Mamma; ma se avessi due vite le darei volentieri per la Patria”.

MARIO BRUMANA, da Gallarate, ventenne, investito con alcuni compagni da una raffica di colpi, all’ingresso dell’abitato di Cardana al Campo (Milano) il 7 settembre 1922 raccolse nelle estreme parole tutti i suoi affetti: “Viva l’Italia! Addio Mamma. Addio compagni. Muoio per la Patria”.

Di GIACOMO SCHIRÒ, di Piana dei Greci, caduto in impari lotta con una turba di sovversivi, la motivazione della medaglia d’oro conferitagli di “motu proprio” del Re, esprime a pieno la nobiltà del sacrifizio eroico. (…)

Tutta una folla ubriacata dalle parole dei predicatori senza patria fu quella che fece scempio di FERRUCCIO BARLETTA, diciannovenne di Minervino Murge, il 23 febbraio 1921, e sperimentarono nella titanica lotta durata un’ora e mezzo, quanto valesse la prodezza che si opponeva alla loro furia. Una turba forsennata fu quella che assalì a Firenze il 28 febbraio 1921 GIOVANNI BERTA, mentre attraversava solo il ponte sospeso alle Cascine; Berta confessò con fierezza la sua fede e si difese come e finché poté; ma fu ferito gravemente e gettato dalla spalletta del ponte e a lui che cercava di aggrapparsi ai sostegni quelle belve tagliarono le mani.  

Solo il numero riuscì ad aver ragione di NATALE TOVAGLIOLI, da Cozzo Lomellina, ventenne, guardia campestre, recatosi solo a chiedere conto ai comunisti di Casalvolone (Novara), nel loro covo, il 19 marzo 1922, dei danneggiamenti perpetrati da essi nei campi dei fascisti e dei pacifici cittadini. Più di duecento furono i sovversivi che uccisero di pugnale e bastone ARRIGO CALEFFI e GIUSEPPE MORANDINI il 15 maggio 1921. Tutto un plotone di cosiddetti arditi del popolo, anarchici, pregiudicati e disertori, aggredì e colpì a morte l’ardimentoso fascista diciottenne SETTIMO LEONI, da Mantova, il 12 agosto 1921. UMBERTO FERRARI, di Pieve di Coriano (Mantova), padre di dieci figli, fu barbaramente colpito con randellate e rivoltellate il 22 gennaio 1922 a Revere da un gruppo di trenta comunisti, e morì il 24 marzo dello stesso anno dopo gravi sofferenze. A Venezia, in Campo Santa Margherita, il 14 giugno 1921, giornata di sciopero generale, fu dalla turba sovversiva massacrato il giovane operaio diciassettenne SPARTACO BELLO, da Venezia; ma il suo sacrificio segnò la vittoriosa riscossa del fascismo veneziano. Un’orda di socialcomunisti allogeni, in Maresego d’Istria, il 15 maggio 1921, solo dopo fierissima resistenza, riuscì ad aver ragione dei fascisti GIULIAMO RIZZATO, da Este (Padova), GIUSEPPE BASADONNA, da Fiera di Primiero (Trento), FRANCESCO GIACHIN, da Buie d’Istria (Pola). Vinse il numero, ma non il valore.

Fatta la tara all’enfasi retorica, che appartiene, del resto, allo stile letterario di quell’epoca, e non solo al fascismo o al nazionalismo  (si leggano, ad esempio, i racconti mensili del libro Cuore, per convincersene), e pur ammettendo che una parte almeno di questa versione dei fatti sia stata abbellita e idealizzata anche sul piano dei contenuti, resta comunque di che riflettere se sia proprio vero quel che ci è stato sempre raccontato: che gli squadristi erano solo dei mercenari e dei violenti; che i fascisti fossero solo buoni ad aggredire i loro avversari quando disponevano di una superiorità schiacciante; che nessuno di loro fosse animato da un autentico amor di Patria, meno ancora da dolci sentimenti familiari o filiali. La vulgata dominante voleva, e ci è riuscita in pieno, che noi tutti rivolgessimo un pensiero grato e commosso alle vittime del fascismo, e non ci soffermassimo un istante a considerare cosa poteva aver spinto i fascisti a esporre la propria vita in quegli anni drammatici. È dunque possibile che ci sia stata rifilata una storia del tutto romanzata in senso democratico e antifascista? È possibile che molti, se non tutti, i caduti di parte fascista, fossero brave persone, amanti della famiglia e della Patria, preoccupati per il caos avanzante e il profilarsi di un colpo di mano dei socialcomunisti; brave persone che fecero ricorso alla violenza, e in alcuni casi la subirono pressoché inermi, perché le circostanze storiche erano quelle e davanti alla violenza della sinistra bisognava rispondere con pari violenza, oppure disporsi alla resa? E se in Italia, allora, fossero andati al potere, con la forza, i rossi, davvero la storia d’Italia sarebbe stata più felice? Non ci sarebbe stata la dittatura fascista; ce ne sarebbe stata una comunista: e visto come sono andate le cose in Unione Sovietica, davvero sarebbe stata preferibile? Del resto, il silenzio sui morti fascisti del primo dopoguerra si accompagna alla rimozione della memoria dei morti fascisti del 1945: cioè di quelli – e sono migliaia; mescolati a comuni cittadini che non erano fascisti ma per un motivo o per l’altro erano invisi ai partigiani comunisti – i quali vennero trucidati a guerra finita. Non è vero?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Aprile 2019

Del 05 Novembre 2020

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