lunedì, 1 Marzo 2021
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Bene: ora tutti i nodi verranno al pettine

Bene: ora tutti i nodi verranno al pettine. Vuoi vedere che, finora, per fare il capo del governo italiano o il ministro della Repubblica il requisito fondamentale era di non fare gli interessi dell’Italia, ma di qualcun altro? di Francesco Lamendola 

Se c’è una cosa che non ci piace e non ci è mai piaciuta – sarà questione di gusti, ciascuno ha i suoi e i nostri, forse, sono poco in linea col cosiddetto carattere nazionale – è quella di barcamenarsi in mezzo alle situazioni ambigue, scivolose, sfuggenti; di sgusciare come anguille nelle acque un po’ fangose, un po’ torbide, dove non si sa mai bene chi sono gli amici e chi i nemici, magari con la segreta intenzione di regolarsi, volta per volta, secondo la convenienza immediata: sono miei amici quelli che, in quel preciso momento, possono assicurarmi qualche sia pur minimo vantaggio, e sono miei nemici quelli che, sia pure per nobili ragioni e perché mirano al bene comune, mi negano il raggiungimento delle mie piccole soddisfazioni, la gratificazione per i miei piccoli traffici eseguiti sottobanco. Sta di fatto che le cose ambigue, le situazioni equivoche non ci piacciono affatto, e non ci piace la gente che è abituata a pascersi di esse. Perciò consideriamo un bene, e non un male, che il bubbone della politica italiana sia finalmente scoppiato: erano settant’anni che produceva pus e non veniva mai fuori; ora nessuno potrà dire di non averlo visto, di non aver potuto valutare e giudicare, e trarne le debite conclusioni.

Il bubbone, diciamolo subito, non si chiama di certo Mattarella. Mattarella è un signor nessuno che conta meno di zero: nessuno si sarebbe accorto della sua esistenza, se una ironia del destino non avesse voluto che una simile nullità si trovasse a occupare il Quirinale nel momento cruciale in cui il bubbone era sul punto di esplodere. Non è stato lui a farlo esplodere: insignificante com’è, non se lo sarebbe mai neppure sognato, se ciò fosse dipeso da una sua reale iniziativa. Ma quello che ha fatto, rifiutare la ratifica di un governo ormai fatto, costruito con infinita pazienza e fatica dalle due forze politiche che hanno preso 17 milioni di voti e stravinto le elezioni del 4 marzo, e rifiutarla sulla base di una sua valutazione personale di segno squisitamente politico, Savona non va bene perché lo dice lui e lo confermano le agenzie di rating, quel che lui ha fatto nasce da un’imbeccata della Banca centrale europea, da cui è scaturita una doppia congiura, un po’ come quella del 25 luglio 1943, interna ed esterna. Quella interna ha visto la volonterosa adesione di tutti i trombati rancorosi, da Berlusconi a Bergoglio: le forze che il voto del 4 marzo ha spazzato via, bocciandole sonoramente, e che ora tornano a farsi sotto, bramose di rivincita, ponendo un uomo del Fondo Monetario Internazionale a capo del nuovo esecutivo, l’ennesimo yes-man della B.C.E., Carlo Cottarelli. E così i due grandi sconfitti del 4 marzo, Forza Italia e il Partito democratico (dietro il quale ultimo sta la C.E.I. e, perciò, la Chiesa cattolica, cacciati dalla porta, rientrano dalla finestra: con loro sia gli sbarchi dell’invasione africana ed islamista, sia lo shopping francese e tedesco fra le grandi aziende italiane (quanti lo sanno che il signor Renzi aveva venduto perfino una bella fetta del Mar Tirreno ai cugini d’Oltralpe, davanti alla Sardegna, ricco di pescato?), potranno ricominciare alla grande. Seguitando di questo passo, fra cinque anni non ci sarà più niente di italiano, in Italia: tutta la nostra economia sarà in mani altrui, come già lo sono quasi tutti i settori industriali e finanziari strategici, a cominciare dalla Banca d’Italia.

Il nodo numero uno, che sta venendo al pettine, e che implica tutti gli altri nodi secondari, è l’effettiva mancanza di sovranità italiana, dal 1943 in poi. Nel 1945, una pietra tombale è stata posta non solo sulle ambizioni di grande potenza dell’Italia (che non erano solamente ambizioni, ma cominciavano a essere fatti), ma anche sulla sovranità dell’Italia, cioè sulla sua sopravvivenza come Stato effettivamente indipendente. Trattata come nazione sconfitta nel trattato di Parigi del 1947 (con buona pace dei “resistenti” e degli antifascisti i quali, col 25 aprile, si erano sentiti un po’ vincitori pure loro, e questo solo perché per una manciata di ore, fra la partenza dell’ultimo soldato tedesco e l’arrivo del primo soldato americano, avevano spadroneggiato nelle città del Nord Italia e infierito, processato e ammazzato a danno di qualche decina di migliaia di italiani “fascisti”), l’Italia si era vista anche imporre l’umiliante articolo 16, che le proibiva di molestare in alcun modo i traditori che, dal 10 giugno 1940, si erano adoperati per la sua sconfitta e per la vittoria delle armi straniere. Ebbene, da quel momento in poi tutti i politici italiani sono dovuti passare per le forche caudine del placet straniero, anche se in maniera relativamente discreta. Chi non si adeguava, finiva vittima di “misteriosi” incidenti, da Mattei precipitato col suo aereo, a Moro assassinato dopo quaranta giorni di prigionia, a Craxi costretto a fuggire e a morire in esilio, come un appestato. Mattei aveva voluto eludere l’assedio delle Sette Sorelle e dare all’Italia l’autonomia energetica, con una “sua” politica estera effettiva, specie nel Medio Oriente; Moro aveva voluto coinvolgere nel governo il Partito comunista, (allora) sgraditissimo agli americani (che adesso, invece, puntano tutte le loro carte sul Pd); e Craxi aveva osato sfidare Reagan all’aeroporto di Sigonella, per via dell’affare della Achille Lauro e, più in generale, per la sua politica filo-palestinese, giudicata intollerabile da Israele.

Ma quei tre erano stati un po’ le eccezioni alla regola: e la regola, in questi tristi settant’anni di sudditanza, è stata che i politici italiani hanno fatto da volonterosi capi indigeni al servizio della potenza coloniale statunitense (e ora anche della Banca centrale europea: doppia servitù, pertanto) e, in cambio di qualche perlina e di qualche stoffa colorata, per esempio di qualche medaglia ed onorificenza straniera, si sono impegnati a far digerire al popolo italiano una politica antinazionale, che ha sempre sacrificato i nostri interessi – dall’agricoltura alla pesca, dall’allevamento all’industria, dal commercio alla finanza – a vantaggio degli interessi stranieri. Così, per fare un esempio, mentre la Francia, nel solo 2016, ha acquisito ben trenta fra le nostre maggiori aziende, da Telecom, a Eridania, a Parmalat, senza che i nostri politici muovessero un dito, l’Eliseo, da parte sua, quando l’Italia stava acquisendo la proprietà dei canteri navali di Saint-Nazaire, è saltato su come una belva infuriata e ha preteso che questa facesse un passo indietro. La politica dei patti ineguali, come al tempo della Cina semicoloniale. Questa è la differenza fra un Macron e un Gentiloni: entrambi sono delle perfette nullità, messe al potere dal sistema finanziario; ma il primo, almeno, fa gli interessi del proprio Paese, nella misura in cui gli è possibile, l’altro fa la politica dello struzzo. Dicono che è un problema di ordine fisiologico, un po’ come l’anca del signor Bergoglio. A Gentiloni non riesce di tener la schiena dritta davanti all’arroganza straniera, come a Bergoglio non riesce di piegare il ginocchio davanti all’altare del Santissimo. Chissà, forse un buon fisioterapista… ma no, è impossibile: si tratta di un vero e proprio difetto di fabbricazione, col quale si nasce e col quale si muore. Per tenere la schiena dritta, bisogna esser disposti ad assumersi la responsabilità di esercitare una sovranità effettiva, il che ha i suoi pro e i suoi contro; e, se si è fatti della pasta dei Gentiloni, dei Renzi, dei Letta e dei Monti, i contro prevalgono sugli eventuali pro, dal momento che agire da uomini liberi e fieri è più faticoso che agire da proconsoli di un potere altrui. E per piegare il ginocchio, d’altra parte, bisogna avere il senso della trascendenza di Dio, della sua infinita perfezione e della nostra immensa piccolezza, cosa che riesce alquanto indigesta ai modernisti travestiti da cattolici e praticamente impossibile a uomini del tipo di Karl Rahner, Walter Kasper, Paglia, Sosa, Galantino e… Bergoglio. Sta di fatto che esiste una oggettiva convergenza di interessi fra questi due tipi antropologici e infatti, da qualche strana soffiata, comincia a trapelare una ben trista verità: che il suggerimento a Mattarella per sbarazzarsi di Salvini e Di Maio sia venuto dall’altra sponda del Tevere, ossia dal Vaticano. Perché? Semplice: per salvare il partito su cui la neochiesa progressista ha da tempo puntato tutte le sue carte, il Partito democratico, il solo che, oltre ai radicali di Bonino, vuole contemporaneamente più Europa e più immigrati. Il voto del 4 marzo ha mostrato che gli italiani non sono d’accordo: è stato, perciò, anche un voto, anzi, un referendum plebiscitario, contro Bergoglio.

Per contro, l’unico politico italiano che, oggi, fa esplicitamente appello ai valori cristiani, è Matteo Salvini: lo si è visto perfino col Rosario in mano durante la campagna elettorale. Intollerabile, scandaloso, dal momento che Galantino, Paglia e Bergoglio hanno deciso che i “veri” valori cristiani stanno dalla parte di Renzi, non certo di Salvini. Bisognava dunque impedire ad ogni costo che nascesse un governo Cinque Stella più Lega: sarebbe stato uno smacco troppo grande, non solo per i democratici, ma anche per la neochiesa progressista; e, nello stesso tempo, un’aperta minaccia alla finanza internazionale, alle agenzie di rating, alle banche d’affari e alla Banca centrale europea. Magnifica convergenza d’interessi fra tutti quanti si sentivamo minacciati dalla nascita di un governo Conte. Ecco perché il niet sulla nomina di Savona è stata solo un pretesto: l’obiettivo vero era far saltare il banco e mettere al governo uno come Cottarelli, cioè riportare in sella gli sconfitti del 4 marzo 2018. Il solito ribaltone di palazzo, il solito giochino delle tre carte: gli italiani hanno votato in un certo modo, e alla fine si mette loro sulla groppa un governo di segno completamente diverso. Loro hanno votato contro le banche e contro l’immigrazione selvaggia: e adesso si ritrovano un governo che farà gli interessi delle banche e degli immigrati, clandestini compresi. Soros e Bergoglio sono sulla stessa lunghezza d’onda di Kyenge e Cirinnà; Bonino e Bergoglio la pensano alla stessa maniera, non è un caso la loro amicizia, è l’effetto di una reale sinergia. E pazienza se non sono del tutto d’accordo, forse, su quisquilie come l’aborto e l’eutanasia. Lo abbiamo visto l’altro giorno, il 26 maggio, con il referendum irlandese che ha liberalizzato l’aborto anche in quel Paese. Qualcuno, nella Chiesa, se l’è forse presa calda per quel risultato? Non ci risulta. Negli stessi giorni, la C.E.I., per bocca del suo presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, era in ben altre faccende affaccendata. Stava predicando i valori “irrinunciabili” della neochiesa progressista e modernista: la centralità della persona, il lavoro, la Costituzione e la democrazia. Esatto, avete capito bene: questo ha detto il cardinale Bassetti, mentre nell’ultimo Paese cattolico d’Europa veniva abolita definitivamente la legislazione antiabortista. Ai neopreti e ai neoteologi poco importa se qualche milione di nascituri vengono raschiati nel grembo delle loro madri, l’importante è che nessuno si opponga agli sbarchi dei “fratelli” africani ed islamici, sbarchi che, fra l’altro, abbasseranno sempre più il costo del lavoro, finché i poveri disgraziati, bianchi o neri non ci sarà più differenza, saranno disposti a lavorare per due euro all’ora, naturalmente in nero e senza alcuna assistenza sanitaria o infortunistica. Magari con un bel bracciale elettronico al polso, come i dipendenti di Amazon, affinché non esagerino col far pipì, sottraendo preziosi minuti di lavoro.

Dicevamo che, con il colpo di Stato del 27 maggio 2018, finalmente i nodi son venuti al pettine e tutti i giochi cominciano ad esser chiari, almeno per chi abbia voglia di capire (per gli altri, per quanti da anni hanno venduto il cervello all’ammasso, non c’è niente da fare, non capirebbero neanche se vedessero i signori satanisti dell’alta finanza celebrare la messa nera, con tanto di sacrifico umano, davanti ai loro occhi). Per esempio, ora si capisce perché l’Italia è scivolata dal quarto al venticinquesimo posto nella classifica delle potenze economiche mondiali, da quando la lira ha ceduto il passo all’euro, ossia da quando l’Italia ha rinunciato volontariamente alla sovranità monetaria. E si capisce cos’era quel non so che di poco chiaro, quella sensazione d’inquietudine davanti alla marcia del nostro Paese verso l’autodistruzione, parallela a quella, registrata dai fedeli cattolici, della marcia della Chiesa cattolica verso il medesimo obiettivo. Ora si comincia a capire cosa c’era, in tutti questi anni – ma il male, ripetiamo, parte da lontano: parte dal 25 luglio, o, se si preferisce, dall’8 settembre del 1943 – che non andava, che non va: lo strano, quasi inspiegabile contrasto fra un Paese dalle grandi potenzialità, abitato da un popolo laborioso e intelligente, che colleziona sconfitte su sconfitte e che pare destinato a un declino inarrestabile. L’esercito potrebbe essere dei migliori, ma i generali e gli ammiragli hanno qualcosa che non va. Nel 1940 si intuiva cos’avessero che non andava, i generali e gli ammiragli: erano un po’ troppo amici degli inglesi. Cioè del nemico. Ogni volta che un convoglio della Marina partiva per la Libia, carico di benzina e materiale bellico per il nostro esercito impegnato nel deserto, trovava le navi o i sommergibili nemici che parevano aspettarlo e lo facevano a pezzi. Cose strane, che l’articolo 16 del trattato di Parigi avrebbe potuto un poco illuminare: l’Italia non incriminerà né molesterà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di aver svolto azioni a favore della causa stessa durante il periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato. Cose che continuano a ripetersi, anche se la guerra, oggi, non si combatte più con le armi, o non sempre (quella che la Francia ha scatenato in Libia, con inglesi e americani, è però una guerra vera, con le armi, e il vero bersaglio era proprio l’Italia), ma con la speculazione finanziaria e le pagelle delle agenzie di rating. Vuoi vedere che, finora, per fare il capo del governo italiano o il ministro della Repubblica, il requisito fondamentale era di non fare gli interessi dell’Italia, ma di qualcun altro?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Maggio 2018

Del 01 Novembre 2020

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