domenica, 13 Giugno 2021
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Giuseppina Ghersi, martire sbagliata dell’Italia che odia

Giuseppina Ghersi martire sbagliata dell’Italia che odia. Ella è la prova del passato che non passa in una nazione dove il bene e il male dipendono dal giudizio politico, dall’ideologia, dal pregiudizio anche dopo tre generazioni di Roberto Pecchioli 

Il caso di Giuseppina Ghersi è la prova del passato che non passa, e del fatto che non è per nulla vero che gli italiani sono brava gente. Siamo buoni o pessimi, mascalzoni o santi più o meno come gli altri. Giuseppina aveva solo 13 anni, andava a scuola in quel drammatico e sanguinoso 1945 nella sua città di Savona. Scrisse qualcosa a favore di Mussolini, si seppe, le toccò in sorte di essere catturata da alcuni partigiani, prima rasata a zero, poi condotta come un animale per le vie della città da autentiche bestie tra insulti, sputi, botte e oscenità. Infine fu violentata, massacrata ed uccisa, il suo corpo gettato come un rifiuto nei pressi del cimitero. Inutile ricordare l’impunità dei suoi carnefici. Il 30 settembre il comune di Noli, in provincia di Savona, scoprirà una targa in ricordo di quel terribile episodio e del martirio della bambina. Una riparazione tardiva, oltre 72 anni dopo fatti che dovrebbero far inorridire e fremere di sdegno chiunque. Non è così, poiché il gesto di umana pietà del piccolo centro che fu bellicosa repubblica marinara rivale di Genova non piace a molti. Irritata ostilità tra i politici di sinistra, silenzio di tomba delle femministe locali, che dovrebbero almeno deprecare l’oltraggio sessuale subito da una tredicenne, addirittura proclami densi di odio da parte dell’ANPI locale, tanto imbarazzanti e esagitati da costringere gli stessi compagni a penose rettifiche.

Con molto buon senso, il sindaco di Noli ha chiesto di partecipare all’evento inaugurale senza recare simboli di parte o bandiere. Giuseppina merita rispetto, nella sua breve vita ha subito troppo per poter sopportare altri oltraggi o misere strumentalizzazioni. Molti osservatori hanno detto la loro, in materia: ci piace ricordare il rispettoso commento di un onesto comunista, il giornalista Piero Sansonetti. Avremmo preferito tacere e limitarci a pregare per l’anima della poveretta e di tutti coloro che hanno subito ingiustizia in ogni tempo, ma non riusciamo a trattenerci e parleremo in prima persona, contro ogni buona regola.

La storia di Giuseppina, infatti, l’abbiamo ascoltata tanti anni fa da una signora che restò vedova giovanissima, con quattro figlioletti, a seguito della fucilazione del marito, un milite della Repubblica Sociale in Istria, nella macelleria di quegli stessi anni. Rosa, così si chiamava, dedicò la sua vita a ritrovare e dare sepoltura ai caduti della guerra civile e fu tra le promotrici della grande tomba che raccoglie i resti di oltre millequattrocento morti della RSI nel cimitero genovese di Staglieno.

Fin da ragazzo, chi scrive ha giurato a se stesso “io non sarò mai come loro”, come i professionisti dell’odio, poiché sull’odio non si costruisce nulla, tanto meno una nazione. Poiché le sofferenze non hanno bandiera e colore, abbiamo il dovere di rispettare ed onorare anche chi ha subito ingiustizie ed è morto in nome di idee che detestiamo. Questi sentimenti non sembrano ancora normali nella brutta Italia che non sa cambiare. Giuseppina Ghersi, poco più di una bambina, non ancora adolescente e tanto meno donna, è stata vilipesa, stuprata, uccisa in quanto “fascista e spia dei fascisti”. Il responsabile dell’associazione partigiana savonese, un signore barbuto, adiposo dall’aspetto trascurato sui 70 anni – quindi possibile nonno di una tredicenne- ha pronunciato- a 72 anni dai fatti – parole tanto brutte da non meritare neppure di essere riferite. Lasciamolo ai suoi cupi rancori, non possiamo, non dobbiamo assomigliare né a lui, né ai suoi sodali, e neppure a chi odia con altrettanta ferocia dal lato opposto. Le guerre scatenano il peggio, ma talvolta anche il meglio dell’animo umano. Le guerre civili no, solo odio, rancore imperituro, bestialità, vendetta privata, chiunque vinca.

Per questo saremo a Noli con il magone, perché questa non è la nostra Patria, non è una Patria quella che insegue i fantasmi del trapassato e divide i morti tra degni ed indegni di memoria anche se erano bambini incolpevoli. Forse, se fosse vissuta, Giuseppina avrebbe avuto idee diverse da quelle che le sembravano belle e giuste nell’infanzia. Magari, oggi sarebbe una vecchia signora con tanti ricordi e scuoterebbe la testa come fanno gli anziani davanti a ciò che non capiscono più: ai miei tempi…

Vogliamo immaginare che cosa penseremmo se la povera ragazzina fosse stata vittima della parte che sentiamo vicina ai nostri sentimenti. Certamente proveremmo vergogna, e senza rinunciare alle convinzioni di una vita, vorremmo chiudere quella pagina, chiedere perdono per i colpevoli, condividere il ricordo, dire basta. Poi, però, una vita passata da stranieri in patria, decenni di discriminazioni “dalla parte del torto” ridestano vecchi risentimenti sopiti, fantasmi che avevamo scacciato. Forse non rendiamo un grande servizio alla memoria della povera Giuseppina, ma ci è balzata alla mente una storia diversa, il racconto invertito degli stessi fatti tremendi.

Giuseppina scrisse un elogio di Baffone Stalin, un insegnante delatore la denunciò al caporione delle Brigate Nere, che fece, con i suoi camerati, quello che sappiamo. Scoperti e giustiziati tra gli applausi della folla, i colpevoli da allora sono oggetto del giusto disprezzo popolare. Nella città di Savona, i responsabili politici decisero di intitolare alla giovanissima martire la via principale. Si chiamava Via Paleocapa, cognome greco di un ingegnere bergamasco che collaborò alla progettazione del canale di Suez e, da ministro dei Lavori Pubblici del Regno di Sardegna, disegnò il centro della città ligure sul modello di Torino. Nessun intoppo, di Pietro Paleocapa, un secolo dopo, non importava nulla a nessuno. Sandro Pertini in persona, savonese di Stella San Giovanni, partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, scoprì il busto della povera Giuseppina vittima dei fascisti, consegnò la medaglia alla memoria ai genitori affranti, pronunciò un discorso memorabile e inaugurò la targa con il nuovo nome della via. I pochi fascisti superstiti in città si chiusero in casa, per paura e vergogna. Da decenni la terribile storia della bambina martire, cui era stata rubata vita ed innocenza, è raccontata ai cittadini sotto la Torre Leon Pancaldo, a monito contro la guerra, l’odio, la crudeltà e la violenza.

Ci scusiamo per aver raccontato, con un pizzico di cinismo, la storia rovesciata. Soprattutto, ci perdonino Giuseppina Ghersi da lassù e i suoi parenti, se ce ne sono ancora in vita. Purtroppo, la nostra ucronia (si chiama così la narrazione inventata di fatti non avvenuti) è una storia verisimile, poiché il bene e il male dipendono dal giudizio politico, dall’ideologia, dal pregiudizio, anche dopo tre generazioni. Nel 2017, nell’Italia democratica e progressista è ancora proibito, o fortemente sconsigliabile ricordare i morti, se non sono di serie A. Ma è una nazione civile, è una nazione, quella in cui una bambina non è una vittima perché era, a 13 anni e per l’eternità, dalla parte del torto?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Settembre 2017

Del 05 Novembre 2020

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