venerdì, 26 Febbraio 2021
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La Resistenza è l’erede legittima del Risorgimento?

La Resistenza è l’erede legittima del Risorgimento? Una promessa tradita? Queste sono le cose che impediscono tuttora all’Italia di essere un Paese normale, con una democrazia normale, con una classe di governo normale di Francesco Lamendola

La cultura politica che, per alcuni decenni, ha dominato la società italiana dopo la Seconda guerra mondiale, ha rappresentato il Risorgimento come una rivoluzione mancata e la Resistenza come una promessa tradita; evidentemente, però, non ha valutato quale pesantissima eredità una simile concezione lasciava alle generazioni successive, e quale spaventoso condizionamento per la vita politica e sociale della nazione.

Dire che il Risorgimento è stata una rivoluzione mancata, significava anche, implicitamente, suggerire che quella rivoluzione, prima o poi, qualcuno la doveva riprendere, e farla sul serio, per colmare il vuoto storico venutosi a creare nel tessuto della società italiana; significava lasciar credere, o, talvolta, affermarlo apertamente, che tutti i ritardi, tutte le debolezze, tutte le incongruenze della vita nazionale soffrivano di questo peccato originale. Sostenere, poi, che la Resistenza era stata l’espressione di quelle forze nazionali che avevano cercato di riprendere e realizzare la “rivoluzione mancata” risorgimentale, ma che, anche questa volta, qualcosa non aveva funzionato, e la “promessa” di una società migliore, più libera e giusta, eccetera, era stata “tradita”, equivaleva a porre una terribile ipoteca sulla vita futura della società italiana. Se qualcuno aveva tradito, infatti, avrebbe potuto tradire ancora: bisognava individuarlo; bisognava alzare il livello dello scontro politico, raddoppiare in diffidenza e in pratiche demistificanti: insomma, bisognava misconoscere l’Italia democratica e repubblicana in nome di quell’altra Italia, quella autenticamente democratica, che avrebbe dovuto nascere e non era nata, quella che avrebbe dovuto concludere il percorso iniziato dalle generazioni risorgimentali, e che non l’aveva compiuto.

Si dice che le bugie abbiano le gambe corte: ebbene, proprio il fatto che la mitologia fondante dell’Italia democratica e repubblicana fosse stata intessuta di mezze verità, cioè di menzogne più o meno spudorate, aveva sortito questo esito paradossale: che, nel corso di pochissimi decenni, quella mitologia si fosse usurata, e ciò proprio in nome di quel bisogno di verità che scaturisce dalla condivisione della vita sociale in un organismo democratico, basato, appunto, sulla verità quale presupposto di ogni altro valore e di ogni altro bisogno. E il paradosso consisteva in questo: che il Risorgimento era stato davvero una rivoluzione mancata, ma non per le diaboliche trame di qualche nemico occulto, ma semplicemente per l’insufficienza delle forze politiche, sociali e morali che l’avevano prodotto; e che la Resistenza si era davvero riallacciata al Risorgimento, ma non diversamente da quanto aveva fatto il Fascismo stesso, ossia come tentativo di portare a compimento quel processo di formazione del popolo italiano, della sua coscienza civile, del suo sentimento nazionale, che le trincee del 1915-16 e la resistenza sul Piave del 1917-18 avevano portato a buon punto, ma che, subito dopo, era stato vanificato dalle discordie esplose nell’immediato dopoguerra e dalla strisciante guerra civile del 1919-1922 (rinnovatasi, ma in territorio spagnolo, nel 1936-39).

Infine, era vero che qualcuno aveva tradito: ma non nel senso che la Vulgata di sinistra aveva ipotizzato; il tradimento non era consistito nel deviare, vanificare e disperdere il patrimonio morale e l’intenzione palingenetica della Resistenza, perché quel patrimonio morale era quantomeno dubbio (ogni forza suscitatrice di guerra civile, è moralmente dubbia) e quella intenzione palingenetica era stata, in larga misura, appannaggio delle formazioni partigiani comuniste, le quali tutto volevano, tranne che instaurare un’Italia veramente democratica: al contrario, esse desideravamo importare e realizzare in Italia il modello sovietico, vale a dire un sistema politico rispetto al quale la dittatura mussoliniana appariva poco più di un blando autoritarismo, tutto sommato più goffo, ma bonario, che spietato e sanguinario. A tradire, pertanto, non era stato qualcuno o qualcosa all’interno del fronte resistenziale, ma la Resistenza in se stessa (a cominciare dal nome che essa si era dato, falsificando la realtà storica, ossia assumendo una verità parziale a verità totale e ignorando la dimensione della guerra fratricida): non fenomeno democratico e di popolo, come è stata rappresentata per almeno quattro decenni, ma guerra civile crudele, priva di appoggio da parte delle masse, moralmente discussa e discutibile, divisa al suo interno, vittima di funeste illusioni ideologiche e dominata dai deliranti disegni staliniani.

Del resto, tutta la terminologia resistenziale nasce da un equivoco, da una deliberata e sistematica distorsione della verità: che altro furono i GAP, i Gruppi di Azione Patriottica, ad esempio, se non gruppi terroristici quasi totalmente egemonizzati dall’ideologia totalitaria sovietica, che decidevano in totale autonomia, e in totale spregio del sentire comune, l’assassinio a sangue freddo di bersagli inermi o lo scatenamento di azioni sanguinose al preciso scopo di provocare una reazione nazista e fascista, onde costringere il popolo ad una più incisiva partecipazione, quel popolo che si ostinava a restare “apatico” e che non mostrava sufficiente impegno nella lotta contro la “belva nazifascista”, non si mostrava abbastanza desideroso di riscattare la “vergogna” di avere soggiaciuto alla ventennale dittatura di Mussolini?

Osserva Sergio Romano, partendo da una riflessione sui trascorsi rivoluzionari di Crispi – che questi,  una volta realizzata l’unità d’Italia, e giunto al potere egli stesso, si sforzò di cancellare dalla memoria storica della nuova nazione – e, più in generale, dal fatto che ogni nazione rimuove dal proprio passato ciò che non le sembra più presentabile, e seleziona, invece, avvolgendolo di retorica, ciò che contribuisce a rafforzare il proprio mito, come il Risorgimento, nel caso dell’Italia (da: S,. Romano, “Crispi”, Milano, Bompiani, 1986, pp. 17-18).

«La cosa non mi parrebbe tanto importante per la storia d’Italia se non constatassi che una stessa operazione pedagogica e estetica è stata compiuta dalla resistenza dopo la caduta del fascismo. Non mi riferisco naturalmente alla guerra partigiana e agli atti di giustizia sommaria compiuti per un breve periodo [sic] dopo la caduta del conflitto. Mi riferisco a quelle manifestazioni di terrorismo e di violenza politica che caratterizzarono la guerra civile in Italia fra il 1943 e il 1945: le “esecuzioni dei GAP, l’eliminazione di alcuni personaggi che avevano assunto per il fascismo repubblicano valore di simbolo (Pericle Ducati, Giovanni Gentile), gli attentati diretti a provocare le reazioni dell’avversario e a coinvolgere la popolazione civile, come quello di via Rasella a Roma. In questo caso parlare di silenzio sarebbe del tutto improprio. Compiuti in circostanze del tutto diverse da quelle che avevano distinto la cospirazione risorgimentale e in un’epoca in cui la pubblicità dell’avvenimento era garantita, se non altro, dalle versioni contraddittorie della guerra psicologica, quei fatti godettero subito di larga notorietà. Ma il dibattito sulla loro legittimità politica e morale rimase per molto tempo generico e approssimativo, mentre la descrizione degli episodi mostrò sin dall’inizio una spiccata tendenza a sopprimere gli aspetti contenziosi fissando una volta per tutte i loro lineamenti storico-estetici. Ecco tre esempi tratti da uno dei primi libri sulla Resistenza, la “Breve storia della Resistenza italiana” di Roberto battaglia e Giuseppe Garritano (Torino, Einaudi, 1955).

Le azioni dei GAP “contrappongono il pronto castigo alla violenza bestiale dei nazi-fascisti”. L’attentato di via Rasella è un’azione di guerra condotta da formazioni militari agli ordini della giunta militare del CLN contro mercenari nazisti: “trentadue nazisti appartenenti alla ‘Südtiroler Ordnungsdiebnst’ (milizia volontaria sorta nell’Alto Adige con compiti di polizia) cadevano sul posto, la colonna ripiegava in preda al terrore, attaccata nuovamente dal fuoco dei gappisti”. E l’uccisione di Gentile è l’esecuzione d’una condanna firmata dallo stesso filosofo, una sorta di suicidio in cui la Resistenza offre il proprio braccio secolare alla “moralità della storia”. Potremmo citare altri esempi tratti dalla stampa di partito, discorsi politici e pubblicazioni apologetiche. Ci limiteremo ad osservare che queste versioni della guerriglia urbana e del terrorismo politico in Italia fra ’43 e ’45 non sono ideologicamente innocenti. Esse concorrono a quell’equazione fra Risorgimento e Resistenza che è uno dei temi dominanti della letteratura politica italiana sino alla seconda metà degli anni sessanta. E come il Risorgimento aveva cancellato dal proprio autoritratto tutto ciò che poteva apparire moralmente discutibile o contestabile, così la Resistenza, per assomigliare al Risorgimento, accredita di se stessa una versione stilizzata e oleografica. In circostanze diverse essa contrappone alla curiosità delle nuove generazioni la stessa brusca risposta che Crispi aveva dato ai suoi collaboratori quando li aveva dissuasi dal porre domande con l’affermazione sacramentale che quelle cospirazioni avevano fatto l’Italia.

Dovettero passare molti anni  è perché alcuni episodi di terrorismo – l’attentato di via Rasella, l’uccisione di Gentile – venissero discussi concretamente, talora con il contributo di persone che erano state testimoni o protagonisti di quegli avvenimenti. Ma ciò è avvenuto non tanto per scrupolo storiografico della cultura italiana quanto sotto l’impatto psicologico della situazione che il paese dovette affrontare a partire dalla fine degli anni sessanta. Personalmente credo che questo ritardo abbia avuto molte conseguenze sul dibattito politico italiano degli ultimi anni e sul modo in cui il fenomeno terrorista venne percepito e apprezzato. Non avremmo impiegato tanti anni ad accettare la tesi degli opposto estremismi e non avremmo negato così lungamente come menzogneri e provocatorii certi “album di famiglia” se avessimo riconosciuto che la violenza politica è iscritta nel certificato di battesimo dello Stato nazionale e che essa può quindi fornire patenti di legittimità a chi voglia servirsene in una certa prospettiva. Se il Risorgimento è una rivoluzione mancata e la Resistenza una promessa tradita – come una parte della cultura italiana ha ripetutamente affermato negli ultimi quarant’anni – non è sorprendente che qualcuno ricorra ai mezzi del Risorgimento e della Resistenza per completare quella rivoluzione e realizzare quella promessa.»

Insomma: finché gli attentatori di Via Rasella continueranno a essere indicati, da una storiografia ideologizzata e subalterna alle logiche filo-resistenziali, come legittimi combattenti per la libertà; e fino a che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine continuerà ad essere decontestualizzata, ignorando o minimizzando l’antefatto e avvolgendo quel tragico episodio di retorica a buon mercato, vorrà dire la cultura italiana non sarà stata capace di confrontarsi onestamente con il proprio passato recente.

Come stupirsi, allora – come osserva giustamente Sergio Romano – se la tragica irruzione del terrorismo brigatista, negli anni Settanta del ‘900, non è stata riconosciuta, e a lungo, per quello che realmente era, e se gli intellettuali, i partiti, l’opinione pubblica si sono rifiutati per anni, anche di fronte all’evidenza, di abbandonare il preconcetto che l’unico terrorismo possibile fosse quello di destra, neofascista, perché la ideologia di sinistra non poteva produrre certe cose, visto che essa era intimamente “buona”, democratica, impregnata dei valori della giustizia e della libertà e incapace di praticare una violenza gratuita e indiscriminata?

E qui arriviamo al presente. Gli stessi intellettuali e uomini politici che facevano questa lettura, totalmente fuorviante e inattendibile, del fenomeno terroristico negli “anni di piombo”, sono rimasti nei loro posti di potere o li hanno trasmessi ai loro figli (sovente, anche nel senso letterale, anagrafico, del termine): non vi è stata, da parte loro, alcuna assunzione di responsabilità, alcun riconoscimento dell’errore compiuto; sono rimasti nelle loro posizioni di potere per forza d’inerzia, continuando a blaterare le stesse formule sempre più stantie, le stesse giaculatorie sempre più ipocrite. E stanno tuttora esercitando un peso decisivo sull’informazione, sulla cultura e sulla politica italiana dei nostri giorni, come se nulla fosse accaduto.

Nei Paesi che conobbero il pluridecennale totalitarismo sovietico, questa chiarificazione c’è stata: dolorosa, sofferta, ma necessaria per il ritorno a una normalità democratica; da noi, anche a causa della collocazione dell’Italia all’interno dello schieramento internazionale risultato vittorioso al termine della “guerra fredda” (quello atlantico), non c’è stata affatto: e così le ipocrisie vanno avanti, le mezze verità seguitano ad essere spacciate per verità totali, e l’ideologia fasulla che fu all’origine di tali distorsioni non è stata demistificata.

Queste sono le cose che impediscono tuttora all’Italia di essere un Paese normale, con una democrazia normale, con una classe di governo normale, con un sistema d’informazione pubblica normale, e – pertanto – con una opinione pubblica normale. Finché non verranno sollevati i veli della faziosità e dell’ipocrisia, persisterà anche la nostra impossibilità di essere una società normale. E continueremo ad essere un Paese anomalo, nel quale si candidano alle elezioni dei politici già condannati in tribunale, e gli elettori li votano e li eleggono, come se fosse la cosa più naturale …

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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