domenica, 13 Giugno 2021
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La resistenza non violenta in Danimarca sotto l’occupazione tedesca (1940-45)

La resistenza non violenta in Danimarca sotto l’occupazione tedesca (1940-45). Esempi di resistenza nonviolenta all’occupazione tedesca durante la II^ guerra mondiale, sono quelli della Danimarca e dalla Norvegia di Francesco Lamendola 

L’anniversario dell’attentato di Via Rasella e della strage delle Fosse Ardeatine sono passati anche quest’anno senza che vi sia stata – forse per l’avvicinarsi delle fatidiche elezioni politiche e del relativo gioco delle strategie incrociate, da parte delle varie forze politiche – la minima discussione sulle implicazioni etiche di quella vicenda; a parte la condanna, ormai di rito, della ‘bestialità’ nazista e l’evocazione delle magnifiche sorti e progressive portate gentilmente in dono dai “liberatori” anglo-americani.

Si è persa, così, una ennesima occasione (e ormai di occasioni se ne sono perse sessantaquattro: tanti sono gli anni che ci separano da quel terribile marzo del 1944) per avviare una riflessione, pacata e, possibilmente, non strumentalizzata in senso partitico, di quei due eventi così strettamente collegati – e che sarebbe fazioso e antistorico presentare come disgiunti, senza per questo voler minimizzare le responsabilità dell’Alto comando germanico – da risultare altrimenti incomprensibili: la strage dei soldati tedeschi (in realtà, altoatesini) che transitavano per via Rasella e la rappresaglia attuata dalle forze occupanti nella cava di tufo sulla Via Ardeatina. Riflessione che dovrebbe pure insegnare qualcosa, se non alla generazione che di quegli eventi fu testimone – la generazione di Auschwitz e di Hiroshima -, almeno a quelle successive, che non hanno conosciuto gli orrori della guerra ma che potrebbero doverli rivivere e, pensiamo, si troverebbero del tutto impreparate a valutarne adeguatamente le implicazioni etiche, per la mancata elaborazione dei necessari strumenti di giudizio morale.

Cosa che, del resto, si è già intravista quando l’Italia, in questi ultimi anni, a causa dell’avventurismo della dirigenza politica statunitense e della insipienza della nostra classe politica, si è trovata molto, ma molto vicina ad essere coinvolta in un conflitto armato: dal bombardamento di Tripoli nel 1985 (c’è qualcuno che ancora lo ricorda?), a quelli sulla Iugoslavia del 1999, sempre partendo dalle basi aeree in Italia; fino al coinvolgimento nelle guerre in Irak e in Afghanistan, ipocritamente presentate all’opinione pubblica come “missioni di pace” ma effettuate, in realtà, in spregio all’articolo della Costituzione Italiana che sancisce il “ripudio” della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali.

Dunque, via Rasella. Una capitale militarmente occupata da un esercito straniero; una colonna motorizzata che percorre ogni giorno, con ingenua sicurezza, sempre il medesimo percorso,  nell’attraversare il centro di quella città; un Partito comunista che vede avvicinarsi gli eserciti “liberatori” senza che vi sia stato un moto spontaneo di popolo e senza, così, aver potuto candidarsi alla guida, morale o materiale, della liberazione stessa. E tutto questo in un Paese doppiamente sconfitto, occupato e umiliato; dove già è in corso, nelle regioni del Centro-Nord, una autentica guerra civile; e dove la dura legge imposta dagli occupanti, ad ogni atto di sabotaggio o ad ogni attacco armato in cui trovino la morte dei suoi soldati, è quella della rappresaglia contro la popolazione civile, nella misura di 10 italiani che devono venir passati per le armi per ogni soldato tedesco ucciso.

Una legge della rappresaglia che non trova alcuna giustificazione nel diritto internazionale di guerra, che sancisce piuttosto il principio della proporzionalità tra offesa e reazione; ma che è, comunque, ben nota ai capi della resistenza; per cui si può ben dire che, per essi, si pone lo spinoso dilemma tra l’inazione (o, come diremo, la lotta nonviolenta) e la lotta armata contro il tedesco occupante, sapendo già in partenza che a pagare le conseguenze di ogni atto di ostilità saranno, in primo luogo, i civili inermi e innocenti.

Non è questa la sede per discettare se, stando così le cose, la resistenza avrebbe dovuto astenersi dal compiere attentati dinamitardi (in altro contesto si direbbe: terroristici) come quello di via Rasella, con l’esplosivo nascosto dentro un cassonetto delle immondizie e un’intera città abbandonata alle rappresaglie del nemico, a cominciare dagli ignari abitanti della via in cui ebbe luogo l’azione; anche se un po’ dispiace, lo diciamo senza acrimonia e senza secondi fini, l’ostentazione di sicurezza con cui i capi del P. C. I. romano, allora e in seguito, fino ai nostri giorni, hanno sempre sostenuto l’assoluta legittimità del loro operato, dichiarando (come fece anche l’onorevole Giorgio Amendola) che, se pure i Tedeschi avessero chiesto la consegna degli attentatori per risparmiare alla popolazione il peso della rappresaglia, essi non si sarebbero presentati.

Crediamo, tuttavia, che il mesto anniversario di quei luttuosi eventi potrebbe almeno prestarsi a svolgere una riflessione su quali forme alternative alla lotta violenta possa assumere un movimento di resistenza contro l’occupazione del proprio Paese da parte di forze straniere; ricordando che non si tratta affatto di situazioni utopistiche e di forme di lotta irrilevanti, se per una tale via l’immenso subcontinente indiano ha potuto addivenire all’indipendenza, dopo oltre due secoli di dominazione e sfruttamento coloniale britannici, in maniera rapida e incruenta (anche se cruenta fu, poi, la divisione fra India e Pakistan: ma, quello, fu in sostanza il classico ‘colpo di coda’ della potenza occupante, costretta a ritirarsi).

Né giova obiettare che il satyagraha gandhiano non può trovare riscontro nelle pratiche politiche di una nazione occidentale, in quanto sarebbe esclusivamente legato a fattori culturali tipici delle società asiatiche; poiché è cosa nota quanto grande sia il debito del pensiero politico di Gandhi da quello di Tolstoj, così come lo è  quello di Tolstoj nei confronti del cristianesimo (anche se la cosa può dare fastidio ad alcune ideologie che ritengono di avere il monopolio della teoria e della pratica libertarie). Insomma, Gandhi è, culturalmente parlando, figlio dell’Occidente non meno che dell’Oriente; e, nella cultura politica ed etica occidentale, vi sono almeno altrettanti elementi di pensiero e di pratica della lotta nonviolenta, quanti se ne possono trovare nelle culture dell’India o di altri paesi dell’Asia (ivi compreso il taoismo cinese).

Ma per non parlare in termini puramente astratti e per scendere sul terreno della concretezza storica, noi siamo in grado di trarre insegnamento da alcuni esempi di resistenza nonviolenta nell’Europa occupata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Si tratta di esempi che sono stati poco studiati e poco fatti conoscere, forse proprio perché diffonderli tra un vasto pubblico avrebbe gettato, non diciamo un’ombra sulla resistenza “classica”, quella violenta – presentata come l’unica possibile e l’unica effettivamente messa in atto -, ma certo avrebbe fatto nascere qualche riflessione sulla possibilità di rispondere al male senza ricorre a quella forma di male, uguale e contraria, che è la violenza fisica. E ciò senza, con questo, voler svilire o in qualunque modo denigrare la resistenza “classica”, cui sacrificarono la vita persone indubbiamente degne e animate da nobili ideali; accanto ad altre meno degne e meno nobili: e ciò, secondo un evidente criterio di reciprocità metodologica, deve poter valere nei due sensi, ossia anche nei confronti di quanti si trovarono a combattere, con svariate motivazioni, dall’altra parte della barricata.

Esempi significativi di resistenza nonviolenta all’occupazione tedesca, durante la seconda guerra mondiale, sono quelli della Danimarca e dalla Norvegia: laddove nel primo caso essa fu, in pratica, la sola o la principalissima forma presa dalla resistenza contro l’occupante; mentre, nel secondo,  essa si affiancò (e, in certi casi, finì per mescolarsi) con la resistenza che abbiamo definito ‘classica’, ossia quella armata e violenta.

Della resistenza nonviolenta in Norvegia parleremo in una prossima occasione, anche per la sua maggiore complessità, dovuta appunto alla contiguità con la resistenza violenta e, talvolta, alla difficoltà di tracciare una netta linea di separazione fra le due; mentre adesso diremo qualche cosa della Resistenza nonviolenta attuata dal popolo danese dopo che, il 9 aprile del 1940, gli abitanti di Copenaghen trovarono, al loro risveglio, i soldati tedeschi nelle strade, e dopo che il loro re e il governo decisero di non opporsi con le armi e di subire l’occupazione, cercando, per quanto possibile, di risparmiare al Paese danni maggiori.

Una scelta che non fu compresa né apprezzata in alcuni Paesi che, come gli Stati Uniti d’America (allora neutrali, almeno formalmente) e la Gran Bretagna, avrebbero voluto che il minuscolo esercito della Danimarca ingaggiasse chissà quale battaglia con le soverchianti forze militari del Terzo Reich, a tutto beneficio della causa alleata ma con scarso senso del realismo e con scarso rispetto per il dramma di un piccolo e pacifico popolo che non aveva alcun particolare interesse da difendere nel vortice spaventoso della seconda guerra mondiale, né alcuna ragione per esporsi alle rappresaglie tedesche (cosa che non si può dire, ad esempio, né del Belgio né dei Paesi Bassi, che possedevano vasti e ricchissimi imperi coloniali, da cui traevano abbondanza di materie prime d’interesse strategico-militare).

In effetti, nella storia della Resistenza nonviolenta del popolo danese contro l’occupazione tedesca bisogna distinguere due fasi. Nella prima il re Cristiano X, i ministri e il parlamento assicurarono la continuità del governo nelle difficili condizioni derivanti dalla presenza militare straniera, che si concretizzava nella figura di un “plenipotenziario del Reich” che era stato affiancato da Hitler al governo di Copenaghen. Tale fase durò, con alterne vicende, fino a quando- come si è visto – le crescenti pressioni germaniche (che costrinsero, fra l’altro, il governo danese ad aderire al Patto Anticomintern nonché a mettere fuori legge il Partito comunista danese, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica), nel 1943, provocarono la rottura della continuità costituzionale mediante le dimissioni del governo, ridotto all’impossibilità di protrarre la coesistenza con i rappresentanti della potenza occupante.

Uno studio sintetico, ma serio ed equilibrato, è stato condotto su questo argomento da Jeremy Bennet, intitolato la resistenza contro l’occupazione tedesca in Danimarca (titolo originale: The Resistance Against the German Occupation of Denmark 1940-1945, cintenuta nell’antologia curata da Adam Roberts The Strategy of Civilian Deffence (Nonviolent Resistance to Aggression, Faber & Faber LTD, London, 1967, pp. 154-172).

Di tale testo sono state pubblicate in Italia due traduzioni: una, dal testo francese, curata da Giovanni Abignente per IPRI-LOC-MIR di Napoli; e una seconda, sul testo inglese, curata da Adriana Chemello e Gianluigi Gaspari per conto del Movimento Nonviolento di Torino, e pubblicata dalle Edizioni del Movimento Nonviolento di Perugia nel 1979 (ed è a quest’ultima che facciamo qui riferimento).

Scrive dunque Jeremy Bennet (pp. 10-18):

“Fino alla fine del 1944 la resistenza danese fu per lo più nonviolenta. Prse la forma di limitata non cooperazione con la potenza occupante. Il re rappresentava  una figura di prestigio e la campagna della V [un simbolo della resistenza danese, diffuso dalla britannica BBC e che veniva scritto con il gesso sui muri, sulle finestre degli uffici e sulle macchine tedesche: nota nostra],  ricordava che l’aiuto e l’incoraggiamento sarebbero arrivati dall’estero.

Fino al dicembre 1941, le attività di aggressione e di violenza dei civili danesi contro i Tedeschi ebbero scarsa importanza. Fra l’aprile 1940 e il dicembre 1941 ci furono solo 29 casi di sabotaggio industriale. Dal 1942 in poi il movimento di resistenza organizzato portò a compimento atti di sabotaggio e divenne sempre più importante.

“Il movimento di resistenza attiva era diviso principalmente in gruppi di sabotaggio. Senz’altro i due gruppi più conosciuti erano Hokger Danske BOPA. Il fine di ogni gruppo di sabotaggio  era di colpire la posizione tedesca in Danimarca sabotando obiettivi industriali e militari e attaccando ogni forma di comunicazione come ferrovia, canali, porti, strade, elettricità, telefoni, ecc. L’aumento della loro importanza nel 19422-43 è forse messo in evidenza dall’aumento del numero degli attacchi intrapresi in Danimarca durante i 5 anni di occupazione tedesca:

                                                            obiettivi industriali                                    ferrovie

“- 1940                                                               10                                                        –

“- 1941                                                               19                                                        –

“- 1942                                                             122                                                      6

“- 1943                                                             969                                                   175

“- 1944 (con una tregua di tre mesi)        867                                                   328

“- 1945 (solo 4 mesi)                                     687                                                 1.301

“Quali sono le ragioni che diedero vita ad un movimento attivo di resistenza in Danimarca, e perché fu importante?

“Forse la principale ragione, a parte l’aumento dell’insoddisfazione nella popolazione in genere, fu che una crescente fetta di opinione pubblica in Danimarca cominciò a sostenere la necessità di una linea attiva. Il loro punto di vista era che, poiché la Danimarca non aveva assicurato una reale difesa alle frontiere il 9 aprile 1940, era indispensabile che iniziasse un movimento di resistenza con l’esplicita intenzione di attaccare le posizioni tedesche col sabotaggio e, se necessario, con operazioni di guerriglia.

“La resistenza nonviolenta non era considerata sufficiente. Dietro tali idee si nascondeva verosimilmente il timore che, nel dopoguerra, la Danimarca sarebbe stata danneggiata se gli alleati fossero risultati vittoriosi e i Danesi non avessero fatto alcun tentativo di danneggiare i tedeschi. Circolava persino l’idea che si sarebbe potuto riprodurre in Danimarca «condizioni di tipo norvegese» cioè una guerra aperta contro i Tedeschi, il capovolgimento del governo danese e la proposta di contrapporre alla violenza tedesca la violenza danese. Tale punto di vista non era però condiviso da tutti e c’erano molti che si opponevano. Fu necessario del tempo prima che esso fosse sostenuto. Esso ebbe l definitivo incoraggiamento della Gran Bretagna, particolarmente nelle trasmissioni della BBC, e ricevette grande slancio nel maggio 1942, quando si seppe che John Christmas Moller, un importante esponente politico conservatore, fu espulso dal governo e dal Parlamento a causa delle pressioni tedesche  e fuggì in Inghilterra, con la chiara intenzione di incoraggiare l’aiuto britannico con la resistenza anse, di parlare alla Danimarca attraverso la BBC e di chiedere un generale sostegno per una politica di intervento.

“Nell’aprile 1942, la sezione danese del S.O.E. (potere esecutivo delle operazioni speciali britanniche) mandò tre paracadutisti in Danimarca. Altri tre ne seguirono nell’agosto 1942. La loro missione consisteva nel rendere contati con i gruppi che conducevano la resistenza antitedesca, nell’aiutare e addestrare i sabotatori, nel costruire una efficiente rete di spionaggio e nel portare a compimento essi stessi delle azioni speciali. L’effetto di questi agenti del S.O.E. fu all’inizio molto limitato, poiché molti di essi furono fucilati o arrestati. Nonostante tutto, l’aiuto britannico, per lo sviluppo dell’azione in Danimarca, era evidente.

“Nel settembre del 1942, Christmas Moller chiese ai Danesi, nel corso di una trasmissione della BBC, di contribuire ala lotta degli alleati, che stavano per sferrare la rima grande offensiva. Nel suo appello all’azione in Danimarca, egli suggerì agli ascoltatori danesi di compiere sabotaggi, in modo particolare contro i trasporti tedeschi,e d fare tutto quel che potevano per disorientare i Tedeschi. Nel marzo 1943, altri quattro agenti del S.O.E. furono paracadutati in Danimarca. Fra essi vi era un nuovo dirigente: Fleming Muus. Ad essi seguirono dei carichi d’armi e di esplosivi.

“L’apice fu aggiunto in Danimarca nell’agosto 1943 e gli eventi mostrarono che resistenza violenta e nonviolenta erano effettivamente compatibili e che una politica di resistenza attiva non comportava necessariamente rappresaglie verso quelli che resistevano con metodi nonviolenti. In agosto, un serie di scioperi e dimostrazioni si abbatté sulla Danimarca. Si cominciò con gli scioperi spontanei di lavoratori nelle città di provincia, dovuti a lunghi mesi di umiliazioni e malcontento. A Odense ci furono scontri aperti nelle strade fra Danesi e Tedeschi.

“Fu il movimento attivo di resistenza a far precipitare la crisi. Vi furono 84 sabotaggi durante il mese di luglio e 198  in agosto. Il dr. Haestrup scrisse: «Fu il sabotaggio a innescare uno stato generale di tensione che contribuì a tenere gli animi ad alti livelli di tensione». Generalmente, le reazioni a catena di svilupparono nel modo seguente: sabotaggio, interventi isolati dei Tedeschi, scioperi, azioni di disturbo per l strade, più interventi tedeschi contro la folla, scioperi generali seguiti da disordini. Henning Poulsen, in un recente libro, è d’accordo nell’affermare che i movimenti di resistenza organizzati erano responsabili in un certo senso di tale sviluppo, e che il sabotaggio incoraggiava gli scioperi. Il chiaro scopo dei sabotatori era di provocare i Tedeschi a intraprendere azioni che avrebbero causato scioperi e manifestazioni. Vi era anche,a questo punto, una certa sincronia nell’intraprendere e nel sospendere gli scioperi. Questo indicava che gli scioperanti erano in contatto con i sabotatori e che gli scioperi erano diretti da uomini che avevano esperienza in tal campo. Il partito comunista danese, che era fuori legge, giocò indubbiamente un ruolo importante in tali azioni.

“Come risultato degli scioperi e delle dimostrazioni avvenute nella maggior parte delle più grandi città danesi, i Tedeschi dettero un ultimatum al governo danese, il 28 ottobre 1943. In esso si richiedeva l’introduzione della pena di morte per sabotaggio, la proclamazione della legge marziale, l’abolizione del diritto di sciopero e di riunione: in pratica tutti i poteri necessari ad instaurare una completa dittatura tedesca. Il governo sebbene fosse allora condotto da Eric Scavenius, il principale sostenitore ei negoziati fra Tedeschi e Danesi, fu incapace di accettare tale ultimatum, cessando semplicemente ogni funzione, mentre il controllo del paese passò nelle mani della Wehrmacht.

“Il sabotaggio fece precipitare la crisi e fu la causa della caduta del governo. Ciò incoraggiò i civili, che erano già in fermento ma aspettavano una scintilla per esplodere. Il fatto che i gruppi di resistenza fossero in contatto con gli organizzatori degli scioperi permetteva in una certa misura un controllo delle agitazioni ed i Tedeschi erano affrontati contemporaneamente si a una resistenza violenta che a una nonviolenta. Un membro dello stato maggiore del generale von Hannesten, il comandante in capo tedesco, scrisse che con l’esplosione degli scioperi e dei sabotaggi «la reputazione dell’esercito tedesco era scaduta e aveva toccato il fondo».

“Il dr. Wener Best, capo politico tedesco, aveva seguito di proposito una politica moderata in Danimarca. Era desiderio di Hitler che la Danimarca, un paese di pura popolazione nordica, facesse parte del suo ‘ordine nuovo’. Si doveva per questo trattarla con molta clemenza.

“Questa politica era fallita. È da attribuire ai Danesi il merito di aver fatto nascere e sviluppato un reale movimento di resistenza, nonostante che il trattamento dei Tedeschi nei loro confronti fosse così moderato e nonostante che nei primi tre anni di occupazione ci fossero poche provocazioni o brutalità e quindi poco incentivo a resistere.

“Gli scioperi che scoppiarono in quattordici giorni, in non meno di quindici città, mostrarono come i Tedeschi fossero impotenti quando venivano affrontati nello stesso tempo sia da un sabotaggio diffuso sia da azioni nonviolente da parte della popolazione in generale. (…)

“Dopo l’agosto 1943, era essenziale che emergesse qualche forma di centralizzazione per dirigere e controllare le azioni della resistenza. Tale organismo fu formato in settembre. Esso era conosciuto come il Consiglio della Libertà, ed era composto inizialmente di sette membri attivi nel movimento di resistenza. Era necessario che tali membri fossero rappresentativi delle diverse tendenze politiche. Fra essi c’erano sia un conservatore che un comunista.

“In virtù dei contatti che queste sette membri avevano all’interno della Resistenza e soprattutto per il fatto che il popolo danese sentiva la necessità di una centralizzazione, il Consiglio della Libertà costruì e mantenne la sua posizione come il più influente organismo all’interno della Danimarca. I suoi proclami ebbero ampia pubblicità attraverso la stampa clandestina, lka BBC e la radio svedese e furono considerati della stessa importanza di una qualsiasi dichiarazione del Governo in tempo di pace.

“Benché non avesse alcuna base costituzionale, il Consiglio della Libertà venne riconosciuto in Gran Bretagna come il solo organismo in grado di rappresentare la reale posizione della Danimarca «in attesa del ristabilimento della libertà e del governo costituzionale danese».

“La cosa più importante era che il Consiglio della Libertà mantenne qualche forma di controllo sia sui gruppi della resistenza sia sulla popolazione civile. Tale controllo era necessario soprattutto nel 1944 quando il Consiglio della Libertà emanò diversi proclami che chiedevano al popolo danese di resistere ai deliberati tentativi di provocazione dei Tedeschi. A questo punto i Tedeschi speravano di provocare i gruppi di resistenza e i civili ad intraprendere delle azioni così da giustificare le rappresaglie nei loro confronti.

“Sarebbe stato idealistico pretendere che il Consiglio della Libertà controllasse tutti i gruppi di sabotaggio. Questo era impossibile. Esso esercitò tuttavia un importante controllo sui principali gruppi, controllo che avveniva su basi volontarie, perché il bisogno di una conduzione centrale era chiaramente avvertito da tutti.

“Ciò significava che il Consiglio della Libertà era in grado di rendersi conto della situazione politica e ordinare la sospensione dei sabotaggi, se si riteneva che i Tedeschi fossero sul punto di intraprendere azioni di rappresaglia su larga scala. Ciò significava anche che il sabotaggio poteva essere coordinato e organizzato in modo migliore, per esempio, con una selezione dei diversi obiettivi. Tale controllo spiega probabilmente come il movimento della resistenza attiva in Danimarca divenne un’arma sempre più efficiente contro i tedeschi man mano che la guerra progrediva, e come le azioni di sabotaggio non provocarono pesanti rappresaglie sulla popolazione in generale.

“Il capitano B. H. Liddell Hart ha scritto che, durane la seconda guerra mondiale, la resistenza armata era veramente efficace solo quando coincideva «con la minaccia imminente di una potente offensiva che assorbisse l’attenzione del nemico», che la resistenza armata non era nel suo insieme così efficace quanto una resistenza passiva generalizzata, e che essa fornì l’occasione alle truppe nemiche per rappresaglie violente «più severe delle offese inflitte al nemico». Per quanto riguarda la Danimarca questo contraddice apertamente le testimonianze attualmente in nostro possesso.

“I sabotaggi portati a compimento da sabotatori armati diedero grossi successi in Danimarca. Essi fecero precipitare la grande crisi dell’agosto 19143, che, senza il sabotaggio, avrebbe potuto non avvenire così presto o non verificarsi affatto. Le autorità meglio informate sulla resistenza in Danimarca sostennero che fu il lavoro dei sabotatori a provocare reazioni a provocare reazioni fra la popolazione civile in generale, dando vita a forme nonviolente di resistenza (scioperi e boicottaggi) e non il contrario. La resistenza attiva fu un incoraggiamento, non un obbligo per la popolazione civile in generale.

“Perché la resistenza attiva ebbe successo a questo punto? Prima di tutto perché era ben controllata. Era diretta contro le vie di comunicazione e le installazioni industriali, non contro i Tedeschi. È per questo che la resistenza attiva e armata, sebbene talvolta violenta, non era così inutile. In secondo luogo, vi era qualche contatto fra i gruppi di sabotatori e gli scioperanti; perciò l’azione poteva essere in parte coordinata.

“È vero che il sabotaggio causò disaccordi nei diversi ambienti danesi e soprattutto fra l’esercito danese e i gruppi di resistenza civile. L’esercito infatti era tenuto fuori dal comando della resistenza e non era rappresentato in seno al Consiglio della Libertà, nonostante il fato che, dpo l’agosto 1943, singoli ufficiali dell’esercito si fossero uniti, a titolo personale, alle forze della resistenza e, in alcuni casi, guidassero gruppi di resistenza. Nonostante tutto, l’esercito rimase, durante tutto il periodo dell’occupazione, sospettoso nei confronti delle attività dei gruppi della sinistra, questo comunque fu causato da divergenze politiche esistenti e non dall’utilizzazione di pratiche violente da parte dei gruppi di resistenza civile.

“Le stesse testimonianze non avvalorano affatto la tesi che in Danimarca la resistenza armata costituisse un problema minore per i Tedeschi della resistenza nonviolenta. È probabile che i generali tedeschi sentissero di poter comprendere più facilmente i problemi delle azioni armate condotte dai sabotatori perché si trattava di un problema militare. Invece erano incapaci di fronteggiare in maniera efficace il gioco dei gruppi di sabotaggio. Non potevano capire che il sabotaggio. Non potevano capire che il sabotaggio aveva come firma l’incoraggiamento delle forme di resistenza nonviolente. L’appoggio tedesco allo Schalburgtage (cioè il sabotaggio di rappresaglia fatto dai Tedeschi e dai nazisti danesi, per esempio, contro edifici storici o popolari) dimostrò quanto poco i Tedeschi capissero il problema. I giardini dei ‘Tivoli’ furono schalburgtaged per rappresaglia nel giugno 1944. È poco probabile che la popolazione danese abbia creduto ad una azione irresponsabile di uno dei gruppi di resistenza, specialmente perché era stata avvertita delle responsabilità dalla stampa clandestina. Questo genere di rappresaglia fece accrescere l’ostilità della popolazione verso i Tedeschi e talvolta condusse a disordini e manifestazioni fra i civili.

“Il successo del Consiglio della Libertà nello stabilire un certo controllo sia sui gruppi di sabotaggio sia sulla popolazione civile, e anche nell’ottenere, nel 1944, il riconoscimento del suo comando da parte dell’esercito, assicurò alla Danimarca un fronte unito. Il controllo stabilito dal Consiglio della Libertà fece sì che sia le forme violente che quelle nonviolente di resistenza potessero essere effettivamente impegnate, nello stesso tempo, dal comando centrale, contro le forze occupanti. Se non fosse nato un potere centrale di resistenza, dopo il collasso del governo nell’agosto 1943, è probabile che i Tedeschi avrebbero avuto successo nell’isolare e sconfiggere la resistenza attiva, e con questo, nello stesso tempo, la resistenza nonviolenta dei civili.

“Gli scioperi, le manifestazioni e i sabotaggi rimasero l’arma principale della resistenza contro i Tedeschi. Nel giugno 1944, un sabotaggio, seguito da rappresaglie tedesche, in particolare dall’esecuzione dei prigionieri danesi e dall’imposizione del coprifuoco, provocò uno sciopero generale a Copnaghen. Durante quel mese di giugno, vi furono frequenti sabotaggi. I due più importanti furono eseguiti contro Globus, una fabbrica di costruzioni di aerei, e contro Riffelsyndikatet, la più importante fabbrica d’armi danese. Sebbene, nel giugno 1944, non apparisse esistere lo stesso livello di collaborazione tra sabotatori e scioperanti, come era accaduto nel precedente agosto nelle città di provincia, il seguito degli avvenimenti confermò ciò che abbiamo visto prima. Il sabotaggio della fabbrica d’armi fu seguito da rappresaglie tedesche nei giorni successivi, fra cui la fucilazione di almeno otto partigiani, lo Schalburgetagingdel ‘Tivoli’e della fabbrica di porcellana reale di Copenaghen. Ciò provocò un aumento dei sabotaggi contro i Tedeschi fino a quando il dr. Best, come aveva fatto Van Hanneken nell’agosto, ritenne opportuno passare al contrattacco.

“Furono vietate tutte le riunioni, non si poteva circolare per le strade in più di cinque persone e fu reso obbligatorio il coprifuoco.

“Le prime reazioni della popolazione civile vennero dagli operai di Burmeister e Wain (fabbriche di motori diesel) che sospesero il lavoro alle 14 dicendo che dovevano curare il loro piccolo orto nel pomeriggio perché non potevano farlo alla sera a causa del coprifuoco.. Nei giorni seguenti vi furono scioperi e manifestazioni, il rifiuto della polizia danese di passare all’azione, le pattuglie tedesche che sparavano ciecamente sui gruppi di persone nelle strade, l’erezione di barricate, l’incendio alle case ed ai negozi dei collaborazionisti danesi, e infine uno sciopero generale. La risposta tedesca fu di tagliare l’approvvigionamento di elettricità, gas e acqua e di dichiarare lo stato di assedio a Copenaghen. A questo punto, il Consiglio della Libertà emise un proclama appoggiando gli scioperanti, insistendo perché i Tedeschi togliessero lo stato di emergenza e ritrassero il Corpo Schalburg tanto odiato.

“I responsabili politici danesi chiesero allora di interrompere immediatamente lo sciopero e cominciarono a negoziare con i Tedeschi con la mediazione dell’addetto navale tedesco Georg Duckwitz che li aveva in precedenza avvertiti dell’arresto degli ebrei danesi. Risultato della trattativa fu che i servizi pubblici ricominciarono a funzionare e le pattuglie tedesche e il Corpo Schalburg furono ritirati dalle strade. Il Consiglio della Libertà era d’accordo con i responsabili politici che lo sciopero aveva sortito il suo effetto e decise di interromperlo. L’effetto di questo sciopero fu quello di dimostrare di nuovo come i Tedeschi fossero impotenti quando i sabotaggi, le manifestazioni civili su larga scala e gli scioperi esplodevano insieme. Dopo il fallimento ella repressione tedesca, il cui solo effetto era stato l’aumento del numero di incidenti diffusi, i Tedeschi furono costretti a fare marcia indietro e a fare delle concessioni. Solo quando le pattuglie tedesche ed il Corpo Schalburg furono effettivamente ritirati dalle strade i servizi pubblici ripresero a funzionare, lo sciopero terminò.

“La spiegazione più probabile dell’insuccesso tedesco di allora fu che i Tedeschi considerassero lo sciopero generale come una prova del fallimento della politica del dr- Best e quando i disordini furono quasi generali, colsero la prima occasione per mettere fine a tale politica.”

Tre cose, crediamo, balzano all’occhio da questa sommaria esposizione delle vicende relative alla resistenza danese sotto l’occupazione tedesca, dal 1940 al 1945.

La prima è la stretta connessione esistente fra la resistenza violenta e quella nonviolenta, per cui l’una si alimentava dell’altra e, costringendo le forze occupanti a rispondere con atti e comportamenti provocatori, metteva in moto una crescente risposta da parte della popolazione civile, sviluppandone il grado di consapevolezza civile e politica. Pertanto si può dire che la resistenza nonviolenta non nasceva da una filosofia noviolenta ma da una serie di considerazioni tattiche e strategiche, non ultima delle quali la convinzione che gli attentati alle fabbriche e alle ferrovie fossero più dannosi, per i Tedeschi, di quanto non avrebbero potuto esserlo degli atti sistematici di guerriglia, contro i quali l’esercito occupante era assai meglio preparato a reagire, sia dal punto di vista materiale che da quello psicologico.

La seconda è il forte legame di continuità istituzionale con cui il popolo danese percepì dapprima gli sforzi della monarchia, del governo e del Parlamento per assicurare un minimo di normalità alla società civile durante l’occupazione, poi la formazione del Consiglio della Libertà, organismo centralizzato che riuscì ad esercitare un notevole controllo materiale e un indiscusso ascendente morale sul popolo, nella fase più buia dell’occupazione, a partire dal 1943. In Danimarca, pertanto, nonostante la rottura della continuità costituzionale verificatasi nel 1943 con le dimissioni del governo, non vi è stata una lacerazione morale e psicologica, come avvenne, ad esempio, in Italia, dopo l’8 settembre del 1943. E questo perché, evidentemente, in Danimarca esisteva un radicato legame storico fra popolo e istituzioni, che rese meno traumatiche quelle difficili circostanze, rispetto a Paesi ove quel legame era più fragile.

La terza cosa è la costante preoccupazione mostrata dalle forze della resistenza violenta – ammesso che le si possa separarle in modo netto da quelle della resistenza nonviolenta – di risparmiare alla popolazione civile il peso di sanguinose rappresaglie da parte delle forze armate tedesche. Come si ricorderà, Bennet sottolinea che “il Consiglio della Libertà era in grado di rendersi conto della situazione politica e ordinare la sospensione dei sabotaggi, se si riteneva che i Tedeschi fossero sul punto di intraprendere azioni di rappresaglia su larga scala”;e ciò spiega “come le azioni di sabotaggio non provocarono pesanti rappresaglie sulla popolazione in generale. “

Questo è il punto che maggiormente ci interessa e dal quale, come si ricorderà, eravamo partiti, prendendo lo spunto dall’anniversario dell’attentato di via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, nel marzo del 1944.

Nella lotta di resistenza in Italia e, in genere, nei Paesi dell’Europa meridionale (Francia e Jugoslavia comprese, ma soprattutto in quest’ultima) tale elemento di preoccupazione appare del tutto assente. Lo storico ha, anzi, l’impressione che molti attentati contro le forze di occupazione tedesche siano stati sferrati con modalità assai violente (anche se non necessariamente efficaci sul piano militare complessivo) al preciso scopo di coinvolgere la popolazione nelle rappresaglie tedesche e per accendere, in tal modo, le fiamme di una più vasta partecipazione popolare alla lotta contro l’occupante. Questo è senz’altro vero, ad esempio, per l’attentato di Via Rasella, che, per la sua stessa natura, non poteva essere neanche immaginato se non come occasione di una durissima rappresaglia tedesca; la quale, in effetti, avrebbe dovuto essere ancor più dura, nelle intenzioni di Hitler: furono le autorità locali germaniche a porre dei limiti alla violenza – e sia pure dei limiti che, a posteriori, ci appaiono assolutamente irrilevanti.

Ma, se è così., ne consegue che nei movimenti di resistenza francese, italiano, jugoslavo, greco, quel che si perseguiva – nella competizione a volte esplicita, a volte implicita delle diverse componenti antinaziste – era l’obiettivo di promuovere, attraverso il meccanismo di azione e reazione degli attentati e delle rappresaglie, una crescita del sentimento di identità nazionale e delle ideologie che si contrapponevano al progettato ‘ordine nuovo’ hitleriano, non attraverso una limitazione delle sofferenze per la popolazione civile, bensì attraverso una loro esasperazione.

Una simile strategia, evidentemente, era adottata di preferenza da quei gruppi resistenziali che auspicavano una rottura netta col passato, anche a livello politico-sociale; mentre era guardata con cautela, se non con aperta diffidenza, da quelli che ponevano l’accento sulle istanze patriottiche e relegavano in secondo piano quelle, appunto, politico-sociali.

Si arriva così a comprendere perché, dietro episodi come l’attentato di via Rasella, vi fossero di preferenza i gruppi organizzati dal Partito Comunista Italiano. E, del pari, si arriva a comprendere meglio un episodio come quello di Porzus, di cui ci siamo già occupati di recente (cfr. Francesco Lamendola, L’eccidio di Porzus visto da un «osovano» e da un «garibaldino», sempre sul sito di Arianna Editrice): laddove l’accusa principale mossa dai partigiani comunisti a quelli non comunisti era, in primo luogo, quella di “non combattere sul serio contro i Tedeschi” (oltre a quella, peraltro non esplicita, di voler ostacolare le rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia).

Alcuni storici si sono spinti oltre e hanno ipotizzato che alcuni episodi militari un po’ anomali della resistenza, come l’aver atteso a pie’ fermo i massicci rastrellamenti tedeschi dell’autunno 1944 in Cansiglio e sul Monte Grappa (cosa che solo per un soffio non provocò un disastro nel primo caso, mentre si concluse in tragedia nel secondo), possono essere ricondotti, almeno in parte, a una particolare strategia delle formazioni di ispirazione politica social-cpmunista, che non rispondeva, appunto, a considerazioni di tipo principalmente militare, bensì a progetti egemonici riguardanti i rapporti di forza, morali e materiali, fra le diverse componenti del CLN e del CVL, nonché il futuro assetti politico dell’Italia, a guerra terminata.

Ma non è questa la sede per approfondire tali questioni, che ci ripromettiamo di riprendere in altro momento; qui ci basta avervi fatto cenno, per ricordare come sia necessario, per una ricostruzione il più possibile esaustiva del fenomeno “resistenza”, avere ricordato come esso non possa limitarsi all’aspetto puramente militare, ma debba necessariamente valutare anche fattori quali l’intrecciarsi e il sovrapporsi di strategie complessive fortemente diversificate, sia nel breve che nel lungo periodo, da parte delle diverse componenti ideologiche di essa. Strategie che in alcuni casi prevedevano il minor coinvolgimento possibile della popolazione civile, mentre, in altri, si prefiggevano l’obiettivo esattamente opposto: quello di coinvolgerle al massimo, anche, eventualmente, mediante le rappresaglie tedesche e fasciste, al fine di spingerle ad esprimere tutto il loro “potenziale rivoluzionario”, tenendo un occhio rivolto alla fase politica che sarebbe succeduta alla conclusione della seconda guerra mondiale.

Ci rendiamo perfettamente conto della estrema complessità di un fenomeno come quello della resistenza e della delicatezza necessaria allorché se ne intendono studiare le strategie di lotta contro l’occupazione militare straniera, perciò desideriamo evitare pericolose semplificazioni che potrebbero venire lette in chiave polemica e strumentale.

Per ora riteniamo sufficiente, ai nostri fini, aver ricordato un’altra possibile modalità della lotta popolare contro una invasione straniera: quella nonviolenta, che, nell’attuale panorama storiografico sulla seconda guerra mondiale, è stata largamente sottostimata ed è tuttora pochissimo conosciuta dal grande pubblico.

Eppure non si è trattato di una resistenza meno efficace di quella violenta. Nel caso della Danimarca, per fare solo un esempio, ci limiteremo a ricordare che essa consentì la fuga massiccia della quasi totalità della minoranza ebraica, che fu aiutata a mettersi in salvo dalla persecuzione nazista,  fuggendo nella vicina Svezia neutrale. Gli ebrei danesi erano, nel 1940, circa 7.000 individui, dei quali meno di 500 caddero nelle mani dei Tedeschi. Tutti gli altri furono traghettati attraverso le acque del Mar Baltico, per lo più con battelli da pesca, evitando la tragica sorte della deportazione nei lager.

È chiaro che un movimento di resistenza popolare e nonviolenta, il quale punti su attività di salvaguardia della vita dei cittadini (come nel caso dell’assistenza all’espatrio clandestino degli ebrei danesi), otterrà risultati meno clamorosi, ma non meno significativi, di un movimento di lotta violenta. Perciò si torna sempre allo stesso punto: si tratta di stabilire se la priorità che ci si prefigge è quella di salvare il maggior numero possibile di vite, oppure quella di infliggere il massimo di perdite umane al nemico occupante.

Il sabotaggio delle industrie belliche e delle vie di comunicazione è suscettibile di provocare danni gravissimi alla potenza occupante, ma non altrettanto evidenti, sul piano spettacolare, di quelli derivanti da un assalto armato contro una postazione militare o, come nel caso di via Rasella, da un attentato dinamitardo contro una colonna motorizzata.

La questione, evidentemente, è suscettibile di diverse risposte, a seconda che la si collochi prevalentemente sul piano etico oppure su quello militare; ossia, se vogliamo usare una terminologia semplice ma chiara, sul piano della lotta contro il male o su quello della lotta per il bene. Nel primo caso, sarà necessario adottare una logica di violenza uguale e contraria a quella del nemico invasore: il che non significa equiparare moralmente le ragioni dell’aggressore a quelle dell’aggredito, bensì ricordare che l’adozione della logica dell’aggressore non può non rendere l’aggredito simile ad esso, e sia pure in chiave di legittima difesa.

Questioni difficili, come si vede; ma non questioni oziosamente astratte.

È storia di sempre e anche di oggi: basti pensare al dramma che il popolo tibetano sta vivendo, proprio in questi giorni, sotto l’occupazione politico-militare cinese.

D’altra parte, ciò che rende particolarmente arduo decidere ‘a tavolino’ per quale forma di resistenza optare – violenta o nonviolenta, o anche un insieme delle due – è il fatto che, nei movimenti di resistenza come in qualsiasi altro movimento popolare, inevitabilmente coesistono diverse anime, ciascuna delle quali si ispira a una propria filosofia politica, a un proprio progetto ideologico e perfino a una propria concezione dell’etica: ed è impossibile, evidentemente, fonderle al punto tale che non emergano diverse linee d’azione, talvolta fra loro antitetiche.

Il popolo danese, durante l’occupazione tedesca del 194-1945, vi è parzialmente riuscito – e sottolineiamo “parzialmente”-  per un insieme di singolari e fortunate circostanze, prime fra tutte il fatto che la Danimarca è un Paese piccolo e che i contrasti economico-sociali non vi sono mai stati particolarmente virulenti e irriducibili; inoltre, da ultimo ma non per ultimo, il fatto che la tradizione della vita statale è fortemente radicata e le istituzioni non sono percepite come estranee all’individuo, ma come referenti naturali del vivere sociale.

Queste condizioni erano meno presenti in Francia, e meno ancora in Italia; mentre, in Jugoslavia, erano assenti del tutto.

Crediamo che lo storico della resistenza debba fare i conti anche con queste differenze di contesto politico, sociale e culturale, se vuol comprendere la specificità delle singole situazioni e collocare le diverse forme di lotta, sia violenta che nonviolenta, nella loro giusta prospettiva.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/04/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Dicembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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