domenica, 13 Giugno 2021
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L’Italia, ostaggio della menzogna sulla Resistenza

L’Italia, ostaggio della menzogna sulla Resistenza. Ma anche le menzogne finiscono per mostrare delle crepe, alla lunga, perfino quando sono ripetute e martellate nella mente di un intero popolo per settant’anni di Francesco Lamendola  

Nella vulgata dominante e politically correct, la Resistenza è stata l’atto fondativo, dal punto di vista morale e materiale, della Repubblica democratica nata dalle macerie del fascismo e della guerra perduta. Da settant’anni ci è stata propinata, fin dalla più tenera età, questa versione dei fatti: non come una delle interpretazioni possibili, ma come la sola, la vera, quella evidente agli occhi di chiunque, al di fuori della quale non è neppure pensabile che ve ne siano altre, ovviamente a parte le spudorate menzogne degli eredi del fascismo. Tutte le generazioni che si sono succedute sui banchi di scuola a partire dal 1945 hanno imparato questa versione e l’hanno mandata a memoria, al punto che essa è divenuta un riflesso condizionato. Certo, restano alcuni punti non del tutto chiariti, alcuni silenzi, alcune incongruenze; ma che importa? Si può sempre ammettere qualche eccezione alla regola; ma la regola era questa e aveva il valore di un dogma: la Resistenza (sempre con la lettera maiuscola, come il Risorgimento) ha segnato la rinascita morale del popolo italiano, il suo riscatto dalla vergognosa dittatura ventennale e il suo biglietto d’ingresso per poter accedere, a testa alta, nella comunità delle nazioni civili; e, naturalmente, il passaggio necessario verso la maturazione democratica del popolo italiano e verso le magnifiche sorti e progressive del sistema dei partiti e dei sindacati. La Resistenza, quindi, come un secondo Risorgimento; anzi, come la piena realizzazione di esso: perché ebbe quella profondità di partecipazione popolare, donne comprese, che il Risorgimento non aveva avuto, se non in certi momenti e circostanze circoscritti. Certo, anche qui non tutti i tasselli del mosaico andavano al posto giusto, perché, se la Resistenza era stata il compimento del Risorgimento, ma con il vantaggio di una partecipazione più estesa, restava un dato di fatto incontrovertibile: che essa si era sviluppata solo nel Nord, e, per qualche mese appena, in Toscana; mentre parlare di una resistenza al Sud, o anche a Roma (via Rasella a parte, capitolo imbarazzante perfino per i più pugnaci sostenitori di quella versione) risultava francamente arduo, per non dire ridicolo. E sia il tentativo di retrodatare la nascita della resistenza al 9 settembre del 1943, con i fatti di Porta san Paolo a Roma, sia quello di allargarne lo spazio geografico a mezza Europa, sino ad includervi la strage della divisione Acqui a Cefalonia, apparivano delle evidenti forzature; così come lo era, e in misura ancor maggiore, l’invenzione di capitoli pressoché inesistenti di essa, sempre col medesimo intento, come nel caso delle fantomatiche Quattro Giornate di Napoli, delle quali nessuno, nel resto del mondo, ha mai sentito parlare, e delle quali a stento si sono accorti, se pure se ne sono accorti, i più diretti interessati, coloro che avevano rappresentato, all’epoca dei presunti fatti insurrezionali, la controparte, cioè gli smilzi reparti germanici che stavano ripiegando ordinatamente oltre la città, sotto la pressione militare – quella, sì, vera ed estremamente concreta – degli eserciti angloamericani.

Ma le menzogne finiscono per mostrare le crepe, alla lunga, perfino quando sono ripetute e martellate nella mente di un intero popolo per settant’anni; e, alla fine, specie dopo la caduta del comunismo sovietico, e la conseguente crisi di tutta l’impalcatura ideologica sui cui si era retto il mito resistenziale, una larga parte dell’opinione pubblica ha incominciato a rendersi conto che i tasselli del mosaico che risultavano assolutamente fuori posto – da quello delle foibe, a quello delle stragi a guerra ormai finita, agli assassini mirati che proseguirono sino al 1949, in nome di una Resistenza che, in teoria, avrebbe dovuto essere terminata da quattro anni e mezzo, per la scomparsa fisica del nemico – erano talmente numerosi, che il disegno d’insieme, così come era stato tenacemente raffigurato nell’arco di circa tre generazioni, era diventato un guazzabuglio pressoché irriconoscibile, nel quale non si riusciva a capire praticamente nulla di ciò che realmente era accaduto nel biennio terribile della guerra civile. Anche il ruolo giocato dai “liberatori” angloamericani cominciava ad assumere colori più incerti e sfumati; e su fatti ritenuti certi e assodati, come le modalità dell’uccisione di Mussolini, spuntava l’ombra dei servizi segreti inglesi, o anche qualcosa di più della semplice ombra; e si faceva strada il sospetto che il signor Churchill, per certe sue ragioni inconfessabili, non volesse affatto – contrariamente a quel che si era sempre ripetuto – un Mussolini vivo, onde poterlo pubblicamente processare, ma un Mussolini morto, affinché non potesse dire qualche cosa che sarebbe riuscita per il premier inglese oltremodo imbarazzante, per usare una espressione assai blanda. E che Churchill, a guerra finita, nel 1949, sia tornato in Italia, Paese da lui cordialmente detestato e avversato, per esercitarsi nella nobile arte della pittura, guarda caso proprio sulle rive del lago di Garda e cioè presso l’ultima residenza del Duce durante la Repubblica Sociale, è cosa che può essere creduta dai polli, ma non da chi abbia un minimo di senso critico e di prospettiva storica.

In breve, potremmo dire che sono tre le possibili interpretazioni complessive della Resistenza in quanto evento storico che interroga tutti gli italiani, anche quelli che, per ragioni temporali o geografiche (leggi: quanti vivevano nel Centro-Sud) non l’hanno assolutamente conosciuta. La prima è quella classica, tramandata per sette decenni: la Resistenza segna il momento più alto nella formazione della coscienza civile degli italiani, in senso democratico e progressista. La seconda è intermedia fra questa e la terza: la Resistenza è stata un evento importantissimo, anzi, decisivo per la formazione della società italiana moderna, anche se, a causa dei calcoli dei partiti in essa coinvolti, interessati ad auto-legittimarsi, la sua risonanza è stata ampliata fuor di misura ed enfatizzata con poco realismo storico. Il principale responsabile di questa forzatura è stato il Partito comunista, il quale, attraverso il mito della Resistenza, voleva porre le basi della sua legittimazione democratica e del suo radicamento nella società italiana, pur essendo un partito di orientamento niente affatto democratico, e anzi, all’epoca, rigidamente fedele alle indicazioni di Mosca e alla volontà di Stalin, che fu il vero artefice della “svolta di Salerno”. Resta indiscutibile, però, che la Resistenza ha rappresentato un momento di maturazione della coscienza nazionale e che ha dato un contributo non indifferente alla vittoria alleata, consentendo all’Italia postbellica di inserirsi più agevolmente nel consesso delle Nazioni Unite (nel 1955). La terza interpretazione nega alla Resistenza il valore di momento apicale della presa di coscienza civile degli italiani, anzi, vede in essa l’esplosione di forze anarchiche e dissolutrici, di una antica tendenza al conflitto partigiano con l’ausilio di eserciti stranieri, e il suo contributo alla cosiddetta Liberazione è stato pressoché ininfluente. A rigore, anzi, non c’è stata alcuna Resistenza, tanto meno con la maiuscola: c’è stata una belluina guerra civile, avviata specialmente dal Partito d’azione (lo slogan sanguinario: Oggi in Spagna, domani in Italia è di Carlo Rosselli), ma presto egemonizzata dal Pci, il quale, creando, a posteriori, il mito resistenziale, voleva dare a se stesso un fondamento morale e politico che, altrimenti, gli sarebbe mancato; cosa che, di fatto, implicò una presa in ostaggio di tutta la società italiana da parte di un mito fasullo, creato artificialmente, anche nell’intento di nascondere le nefandezze (infoibamenti, stupri, rapine, assassini indiscriminati, attentati contro i tedeschi al preciso scopo di scatenare una rappresaglia sulla popolazione). Di questa menzogna storica l’Italia, la politica italiana non meno della cultura e della stessa coscienza di sé del popolo italiano,  compresa una certa disistima e un certo auto-disprezzo, evidenti, ad esempio, oppure sottintese, in molte produzioni cinematografiche, ma anche in alcuni atteggiamenti diffusi delle persone) non hanno potuto non risentire, pesantemente e continuativamente, dal 1945 fino ai nostri giorni.

Ha osservato la saggista Grazia Spada nella sua monografia su Il Moicano e i fatti di Rovetta. Una pagina nera della lotta partigiana (Milano, Edizioni Medusa, 2008, pp. 263-268):

Mentre diventava il rito purificatore con il quale gli italiani si liberavano delle impurità lasciate dalla loro adesione al fascismo, la Resistenza veniva presa in ostaggio dai partiti, che fin dal 9 settembre 1943 l’avevano guidata e che ora intendevano utilizzarla come pretesto seppure con fini diversi.

Da queste scelte mai esplicitate, negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto scaturirono le nebbie entro cui, anno dopo anno, e decennio dopo decennio, si sarebbero sviluppati come corollari i luoghi comuni che hanno condizionato il lavoro degli storici, e di fatto impedito agli italiani tutti, pur partendo dalle memorie diverse della guerra civile, di guardare alle vicende belliche di quegli anni come a un conflitto che comunque decise le sorti della civiltà e consentì all’Europa occidentale un cammino di democrazia, di libertà e di pace.

Uno di questi luoghi comuni vede nel Pci l’espressione miglior dei valori resistenziali.

La Resistenza sdoganò il Partito comunista e gli consentì quel ruolo da protagonista come forza politica nazionale che, unico nel mondo occidentale, seppe conservare nel tempo.

Prima della guerra, il Pci era un piccolo partito nato per gemmazione dall’Unione Sovietica e a questa vincolato tramite il Comintern. La sua lettura del fascismo sin dall’inizio aveva presentato non poche ambiguità, e non aveva certo contribuito a chiarirla il patto Moltov-Ribbentrop del 1939 che aveva portato allo scoppio della guerra. Se il primo periodo, quello che Giorgio Bocca definisce “ribellistico”, aveva visto le formazioni autonome contendere il primato ai garibaldini, fu dal rientro di Togliatti dall’Unione Sovietica che il Partito comunista iniziò il vero lavoro per fare della Resistenza non più un’opportunità per la rivoluzione proletaria, bensì il biglietto d’ingresso nel teatro del potere politico che avrebbe retto l’Italia dopo la guerra, e un precedente che avrebbe garantito delle radici storiche alla nuova vocazione di governo, pur conservando come orizzonte un nuovo ordine sociale. […]

La funzione fondamentale della Resistenza nel destino del Pci spiega ampiamente perché esso si sia appropriato della categoria dell’antifascismo e della memoria resistenziale, favorendone la cristallizzazione attraverso l’Anpi e gli istituti: da quel momento e fino a oggi parlare della Resistenza uscendo dagli schemi predefiniti significa rischiare d’incorrere nella scomunica di populismo, negazionismo e infine di fascismo, ma in realtà il peccato originale è quello di attentato  all’immagine nazional-patriottica del Pci.

Ernesto Galli della Loggia va oltre e nel suo libro “La morte della patria”, dopo aver analizzato la questione dei confini orientali e delle rivendicazioni territoriali di Tito, riferendosi alle ricerche condotte da Aga Rossi presso gli archivi sovietici, scrive che il Partito comunista dal 1943 al 1945 agì in costante collegamento con i dirigenti sovietici che ne diressero da Mosca le scelte politiche, e osserva come “la presenza comunista nella resistenza non abbia significato tanto il semplice sovrapporsi […] di una guerra di classe ad altre due di segno diverso (patriottica e civile), ma abbia voluto dire qualcosa di assai diverso, e cioè una difficoltà pressoché insormontabile per la Resistenza […] di acquisire completamente la dimensione nazional-patriottica”.

Probabilmente le cose non sarebbero potute andare diversamente, e mettere in discussione il carattere nazional-patriottico della Resistenza significa rivedere criticamente anche il significato del binomio antifascismo-democrazia, tuttavia è ineludibile affrontare anche quest’aspetto, se, come osserva Galli della Loggia, vogliamo sperare nel superamento della crisi che attanaglia il nostro sistema politico, oggi più che mai bisognoso di “provvedersi di una nuova legittimazione” capace di costruire il legame tra democrazia e nazione.

E ancora, nella Resistenza diventata ostaggio del Partito comunista è rintracciabile una chiave per capire come mai il 25 aprile non sia mai diventato la celebrazione popolare, se non condivisa almeno accettata, della nascita dell’Italia democratica e libera.

È quasi banale aggiungere che gran parte delle migliaia di garibaldini che lottarono con generosità sul fronte partigiano non erano certamente consapevoli dei progetti di Stalin, di Togliatti e della dirigenza comunista, bensì molti di loro erano motivati da quelle pulsioni patriottiche, civili e sociali così bene individuate da Claudio Pavone, che costituivano in parte o con intensità diverse, il denominatore comune anche degli uomini delle altre formazioni. […]

L’Italia, compreso il suo nord, è stata liberata dagli Alleati, con il contributo nel centro-sud delle truppe italiane del Corpo italiano di liberazione, e nel nord del movimento partigiano che ha tenuto impegnata una parte significativa delle forze nazifasciste distogliendole dal fronte e ha disincentivato l’esercito tedesco in ritirata dall’atteggiamento aggressivo tenuto l’anno prima nell’Italia centrale, quando la strada del ripiegamento era stata insanguinata da terribili stragi di civili. Questo contributo ha rappresentato un credito importante, seppure non determinante, per ammorbidire al tavolo della pace l’atteggiamento punitivo dei vincitori verso l’Italia sconfitta, mai riconosciuta come alleata bensì come cobelligerante.

Come si vede, l’Autrice appartiene a quanti propendono per la seconda interpretazione, quella intermedia: Resistenza sì, mito in sostanza autentico, ma esagerato e in parte deformato dalle manovre interessate dei partiti che vi presero parte e che si candidavano alla guida del Paese a guerra finita, il Pci specialmente, convertito, a partire dalla “svolta di Salerno”, ad un atteggiamento democratico, sia pure in via tattica e strumentale. È un passo avanti rispetto alla versione addomesticata della vulgata resistenziale e democratica “ufficiale”, ma ancora troppo modesto, che ha il difetto di fermarsi a mezza strada e di non saper andare alle logiche conseguenze delle sue premesse. Da parte nostra, concordiamo sostanzialmente con l’interpretazione di Giovanni Gentile del fascismo come prosecuzione e tentativo di completamento di quello che era stato l’obiettivo supremo del Risorgimento: fare il popolo italiano. Di conseguenza, non riteniamo si possa vedere nella Resistenza la legittima prosecuzione del Risorgimento, ma, al contrario, l’anti-Risorgimento: il brusco e sanguinoso prevalere delle tendenze centrifughe, individualiste, demagogiche, socialmente e politicamente sovversive che si opponevano alla realizzazione di uno Stato forte, perché solo in uno Stato debole avrebbero potuto sopravvivere e conservare i loro piccoli privilegi, le loro ingiuste posizioni di rendita, in tutti i settori della società, dalle professioni agli apparati amministrativi, dalla classe politica (prefascista, cioè liberale) al ceto degli intellettuali, bramosi di stare sempre e comunque dalla parte del probabile vincitore (si pensi al salto della quaglia fatto da centinaia e migliaia di piccoli e grandi intellettuali dopo l’8 settembre 1943 e, più ancora, dopo il 25 aprile 1945). Il loro progetto ha avuto pieno successo e la debolezza strutturale dell’Italia repubblicana è il frutto di questa vittoria dell’anti-stato contro lo Stato, dei particolarismi sull’interesse comune, dello spirito di fazione sulla coscienza nazionale. In questo senso, esiste una linea di continuità fra il grido: Viva Menelik!, che le folle socialiste intonarono per le strade d’Italia quando giunse la notizia del disastro di Adua nel 1896, e lo slogan Dieci, cento, mille Nassirya, intonato dai giovani dei centri sociali all’indomani dell’attentato che costò la vita a 50 persone, fra le quali 25 militari italiani, in Iraq, nel 2003. Il trait d’union fra i due episodi, emblematici della propensione degli italiani ad essere i peggiori nemici di se stessi, si può vedere nella scena di Piazzale Loreto del 29 aprile 1945, con gli oltraggi ai cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri gerarchi e con la loro esposizione pubblica, appesi a testa in giù, alla pensilina di un distributore di carburante, per la gioia della folla. Sul piano internazionale, quelle forze e quegli interessi di tipo fazioso e corporativo, a cominciare dai vecchi partiti e dalle vecchie consorterie pre-fasciste, i quali non vollero capire che la Seconda guerra mondiale era la quinta guerra d’indipendenza italiana e che gli Alleati non combattevano per abbattere il fascismo, ma per abbattere l’Italia come grande potenza e come Stato sovrano, si acconciarono prontamente, nel dopoguerra, al loro ruolo subordinato di esecutori di volontà ed interessi extra-nazionali, che si sovrapponevano a quelli nazionali e, non di rado, li contraddicevano: situazione che si è aggravata e protratta fino a oggi, diventando evidentissima e quanto mai mortificante per le forze sane e vive del nostro Paese.

Non la Resistenza presa in ostaggio dai partiti a partire dal 9 settembre 1943, quindi, ma l’Italia, il suo popolo, le sue istituzioni, la sua memoria storica, presi in ostaggio – per la bellezza di circa settant’anni, e, in una certa misura, ancora oggi – dalla menzogna che i partiti “antifascisti” hanno costruito sulla Resistenza, per auto-legittimarsi, specialmente dopo la fine della guerra civile e dopo la trasformazione della Monarchia in Repubblica, all’indomani del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Questa è la conclusione a cui ci porta, necessariamente, una valutazione onesta di quella pagina della nostra storia nazionale che finisce a Piazzale Loreto, il 29 aprile 1945, e che inizia, non il 22 ottobre del 1922, adunata fascista per la marcia su Roma, ma molto prima: almeno il 17 marzo 1861, nascita del Regno d’Italia come Stato unitario e indipendente.  Verrà il giorno in cui gli italiani riusciranno a liberarsi da questa tenacissima menzogna, forse l’ultima menzogna, a livello mondiale, legata agli eventi della prima metà del Novecento, insieme a quella che i dirigenti della Corea del Nord raccontano tuttora al loro popolo, per tenerlo in una abissale ignoranza riguardo alla propria stessa storia nazionale, per non parlare della realtà del mondo esterno?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Settembre 2017 

Del 05 Novembre 2020

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