sabato, 25 Settembre 2021
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Londra voleva la guerra con l’Italia fin dal 1938 e intendeva colpirla nel Dodecaneso

Londra voleva la guerra con l’Italia fin dal 1938 e intendeva colpirla nel Dodecaneso. Nonostante il castello di mezze verità e di versioni di comodo su cui è stata ricostruita la storia italiana persistono delle questioni di Francesco Lamendola

Nonostante il castello di mezze verità e di versioni di comodo su cui è stata ricostruita, o piuttosto stravolta, la storia italiana nel periodo che va dal primo dopoguerra alla Seconda guerra mondiale, persistono delle questioni che non quadrano, che infastidiscono, che non si lasciano piegare alle intenzioni della versione politicamente corretta: i classici granelli di sabbia suscettibili di bloccare l’intero motore.

Per esempio: come mai tanta fretta, da parte di Mussolini, di far firmare a Galeazzo Ciano il Patto d’Acciaio con la Germania, il 22 maggio del 1939, trasformando, così, il generico Asse Roma-Berlino in una vera e propria alleanza militare, difensiva e offensiva nel medesimo tempo, senza neppure distinguere fra il caso in cui una delle due potenze contraenti fosse stata attaccata, e quello in cui fosse stata lei a scatenare l’attacco contro una terza potenza?

Eppure, fino a quel momento, la politica di Mussolini verso la Germania era stata piuttosto prudente e, soprattutto, non troppo impegnativa: ora, invece, egli sembra legarsi mani e piedi alle sorti del dittatore nazista, e ciò di sua spontanea iniziativa, senza, cioè, che vi fosse stata una vera e propria pressione da parte della Germania. I soliti sapientoni non hanno mancato di sottolineare la superficialità, il dilettantismo e l’avventurismo di una simile decisione, che, di fatto, poneva l’Italia, fino ad allora padrona della propria iniziativa, nell’orbita del potente alleato tedesco, i cui interessi strategici (Cecoslovacchia, Polonia) erano sensibilmente diversi dai nostri, con il rischio che l’Italia si vedesse trascinata in un conflitto estraneo al proprio interesse nazionale. Però si sono guardati bene dal tentare di spiegare le ragioni di questa svolta inattesa, imprevista ed imprudente, nonché grossolanamente ingenua, della politica mussoliniana.

Allo stesso modo, i soliti sapientoni – sia italiani che britannici – hanno fatto propria la versione, che poi è stata quella di Churchill e di Roosevelt fin dal principio della Seconda guerra mondiale, secondo la quale un uomo, e un uomo solo, Mussolini, nel giugno del 1940 prese la decisione di portare l’Italia nel conflitto, laddove la Gran Bretagna altro non desiderava, né aveva mai desiderato, che la pace ed il mantenimento di buone relazioni politiche e diplomatiche con il nostro Paese. Insomma: una Gran Bretagna pacifica e ben disposta, addirittura remissiva (anche perché già impegnata, dal 3 settembre 1939, contro il Reich tedesco); e, di contro, un’Italia aggressiva, in malafede, ansiosa di cogliere un pretesto qualsiasi per dichiarare guerra al mite governo di Londra, facendosi forte delle vittorie tedesche nella campagna di Francia del maggio 1940, come un qualsiasi sciacallo che senta aria di facili prede.

Secondo questa versione, il governo londinese desiderava la pace con l’Italia nel 1940, così come l’aveva sempre desiderata: non è forse vero che, a partire dalla Conferenza di Parigi del 1919, l’amicizia con l’Italia era stata uno dei cardini della politica estera britannica, anche in funzione di contenimento di una eventuale spinta revanscista della Germania? Eppure questa versione non tiene in alcun conto il fatto che, con l’annuncio improvviso dell’accordo navale anglo-tedesco del 1935, il “fronte di Stresa” andava a farsi benedire, e non certo per volontà dell’Italia; se è vero, come è vero, che, ancora nel 1934, subito dopo l’assassinio di Dollfuss, Mussolini aveva preso l’iniziativa, lui solo, mentre Londra e Parigi stavano a guardare, di fermare l’annessione hitleriana dell’Austria, mobilitando alcune divisioni sulla frontiera del Brennero.

Ancora: se davvero Mussolini non aveva mai creduto nell’amicizia di Londra; se davvero aveva sempre covato un risentimento e una attitudine bellicosa verso la Gran Bretagna; come mai, nel giugno del 1940, entrò in guerra, sì, ma con le Forze armate così poco preparate e, soprattutto, così poco pronte e decise a colpire i legamenti più esposti dell’impero britannico, a cominciare da Malta, che venne, sì, bombardata duramente dalla Regia aviazione, ma che non venne mai direttamente attaccata mediante un’azione combinata dal mare e dal cielo?

A questa obiezione si risponde, di solito, che Mussolini non pensava di dover combattere la guerra sul serio, ma che contava di vederla conclusa entro tre o quattro settimane, essendo persuaso che la caduta della Francia avrebbe indotto anche il governo di Londra a domandare l’armistizio. Mussolini opportunista, dunque, oltre che dilettante allo sbaraglio: ciò non fa che aggravare il già lungo elenco delle sue colpe e delle sue malefatte. Una contraddizione spiegata con una mancanza di serietà e di coerenza nell’azione politica mussoliniana: i conti tornano, dal momento che si vuol dipingere il Duce, proprio come desiderava Churchill fin dal giugno 1940, come il solo ed unico responsabile dell’ingresso dell’Italia in guerra, con tutte le sue disastrose conseguenze. A che serve cercar di spiegare una così grande contraddizione, dal momento che Mussolini era un uomo politico che sapeva pensare la politica solo in termini di “bluff”?

Ora, a parte che le Forze armate italiane, nel giugno del 1940, erano meno impreparate di quel che si creda (e valgano, a questo proposito, gli studi e le cifre, nonché le acute osservazioni, del geniale “outsider” Franco Bandini), specialmente a paragone di quel che potevano mettere in campo, contro di noi, la Gran Bretagna e la Francia; e a parte il fatto che anche il morale del personale militare e della popolazione era molto più alto di quel che non si pensi, e perfino più alto di quello del 1915, tanto è vero che nel 1940 non ci furono le fucilazioni e le repressioni durissime contro i disertori e i renitenti alla leva, che c’erano state venticinque anni prima: resta il fatto, incontrovertibile, che una guerra, per vincerla, o almeno per combatterla e, magari, perderla, ma dignitosamente, bisogna aver voglia di farla, ma di farla per davvero e non per finta: cosa che, evidentemente, non dipendeva solo da Mussolini, e neanche dal singolo soldato, marinaio e aviatore, ma anche, e soprattutto, dai generali, dagli ammiragli, dai ministri, dagli industriali, dai banchieri e dalla stessa casa Savoia. Elementi fra i quali non mancava chi, pur di veder cadere Mussolini e il Fascismo, non avrebbe ritenuto un prezzo troppo alto da pagare quello di “favorire” la sconfitta della Patria. E qui viene subito in mente l’obbrobrioso articolo 16 del Trattato di pace di Parigi del 1947, che testualmente recita: «L’Italia non incriminerà né molesterà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di aver svolto azioni a favore della causa stessa durante il periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato».

Ora, noi sappiamo ormai per certo che, dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, e per tutta la durata del conflitto, fino all’8 settembre del 1943, ci furono altissimi comandanti della Regia marina, come l’ammiraglio Cavagnari e l’ammiraglio Riccardi, che non ebbero vergogna di mettersi in contatto con l’Ammiragliato britannico, di sondarne le intenzioni e gli, di dargli assicurazioni politiche (ad esempio, che la Flotta italiana non avrebbe mai alzato la bandiera tedesca) e perfino di discutere una eventuale consegna della Flotta al nemico; e sappiamo anche che esisteva un obbrobrioso “listino prezzi”, redatto e garantito dai Britannici, nel quale si stabiliva la ricompensa spettante a quei membri delle nostre Forze armate che avessero messo fuori combattimento, mediante atti di sabotaggio, una nave da guerra: tanto per una corazzata, tanto per un incrociatore, tanto per un cacciatorpediniere, e così via. Era forse per garantire l’impunità di quei signori, che in qualunque altro Paese al mondo sarebbero chiamati “traditori”, e bollati da un eterno marchio d’infamia, mentre nel nostro, e solo nel nostro, si spacciano, senza pudore, per “patrioti”, che era stato imposto all’Italia, dagli Alleati vincitori, l’articolo 16 del Trattato di pace?

Ebbene: che cosa direbbero, quei signori sapientoni, se saltasse fuori che non l’Italia, ma la Gran Bretagna, voleva la guerra nel Mediterraneo, per provocare la caduta del regime fascista, fin dall’indomani della guerra di Etiopia; e che essa aveva previsto di lanciare un attacco in grande stile, addirittura con il concorso della Francia, e, per maggiore sicurezza, perfino della Turchia, sin dal 1938, o, al più tardi, entro la prima metà del 1939?

Questa pagina, poco o niente conosciuta dal grande pubblico, e passata completamente sotto silenzio dagli storici di professione, sia italiani che britannici – compresi, fra questi ultimi, coloro che, come Denis Mack Smith, godono, ma ingiustamente, della fama di grandi esperti della storia italiana contemporanea – è stata raccontata brevemente da un giornalista italiano poco noto, ma di qualità: Marco Valle, che vi ha dedicato, a suo tempo, un articolo, scivolato, purtroppo, quasi inosservato (da: M. Valle, «Rodi 1939: Londra voleva la guerra con l’Italia», sul mensile «Storia Illustrata», Milano, Ottobre 1998, pp. 24-25):

«Di tanti piani segreti preparati dalle diverse potenze alla vigilia della 2a guerra mondiale, alcuni sono rimasti sepolti dalla polvere del tempo. Una scelta dettata talvolta dal riserbo militare e, ben più spesso, dalla convenienza politica, come nel caso dell’invasione anglo-franco-turca del Dodecaneso italiano, ipotizzata per il 1939 e mai attuata. Il perché del lungo silenzio su questo piano è facilmente intuibile: dopo il 1940 per gli Alleati, e soprattutto per i britannici, fu di gran lunga preferibile addossare interamente la responsabilità della guerra all’Italia mussoliniana piuttosto che rivelare che sin dall’ottobre 1938 il governo di Londra aveva in preparazione una campagna-lampo contro l’Italia, una vera e propria “resa dei conti” che gli inglesi attendevano dal tempo della guerra d’Etiopia.

Nel 1935, infatti, la Gran Bretagna aveva messo allo studio un piano d’attacco che comprendeva uno sbarco di forze anfibie  sulle coste italiane e, contemporaneamente, l’annientamento della flotta italiana da battaglia (come poi sarebbe parzialmente accaduto l’11 novembre 1940 a Taranto). Il progetto rimase puramente teorico sino all’autunno 1938, quando il primo ministro inglese  Neville Chamberlain chiese allo stato maggiore di aggiornarlo e di renderlo operativo entro la primavera successiva. La decisione venne confermata dopo l’esito negativo dei colloqui svoltisi dall’11 al 14 gennaio 1939 tra Mussolini e lo stesso Chamberlain, sempre più preoccupato dall’attivismo italiano in Medio Oriente e nei Balcani e dalle nuove intese tra Roma e Mosca. Una curiosità: dai documenti risulta che Londra attendeva da Berlino un’interessata neutralità nel Mediterraneo.

Unica variazione ai piani originali fu l’obiettivo: il Dodecaneso, assegnato all’Italia dalla conferenza di Losanna del 1923, invece che la penisola. La scelta poggiava su precise considerazioni politiche e militari. In primis, gli inglesi erano convinti che il regime fascista potesse resistere a tutto fuorché a una sconfitta militare, per quanto limitata. Dunque, per piegare l’Italia e imporle una “pace cartaginese” sarebbe bastata una campagna navale di due-tre settimane al massimo. Inoltre, da qui la decisione del Dodecaneso, la Turchia – preoccupata dalle convergenze italo-sovietiche e ansiosa di recuperare le isole strappatele – si era avvicinata agli Alleati rendendosi disponibile a un’azione militare nell’Egeo. La prima mossa prevista era, in risposta a “provocazioni italiane”, un improvviso sbarco turco a Rodi, sostenuto da una squadra inglese da Alessandria e da aerei e paracadutisti francesi provenienti dalla vicina Siria, protettorato [in effetti, mandato: nota nostra]. Intanto la flotta anglo-francese avrebbe assunto il controllo del mar Ionio, bombardando le città costiere sino a costringere gli italiani a uno scontro navale dall’esito scontato. A quel punto la resa italiana e il crollo del fascismo sarebbero stati questione di ore.

Il 29 gennaio 1939 lord Halifax, ministro degli Esteri inglese, formalizzava con un rapporto riservato al governo l’intera operazione, sostenendo la natura esclusivamente antitaliana e minimizzando ancora il pericolo di un coinvolgimento tedesco. Il giorno dopo la questione passava ufficialmente all’Ammiragliato britannico e al comando della Marine Nationale francese. Questi rumori di guerra non sfuggirono alle attente orecchie del Servizio informazioni militari italiano, che prontamente li riferì a Roma e a Mussolini, che decise di accelerare la situazione politica. Mentre nel Mediterraneo orientale le forze iniziavano a dislocarsi, il 7 febbraio l’Italia formalizzò un nuovo accordo commerciale con l’URSS; a loro volta, Londra e Parigi stipularono, il 6 maggio 1939, un patto d’intesa con la Turchia (che implicava, oltre alle ostilità nell’Egeo, anche una guerra contro l’URSS), ma il 22 Italia e Germania annunciarono il Patto d’Acciaio. Con questa mossa Veniva così a cadere il presupposto-base: la neutralità tedesca, su cui tutta l’operazione Rodi era basata. Nel giuro di pochi mesi i piani di offensiva rientrarono, per essere definitivamente annullati dopo l’invasione tedesca della Polonia (1° settembre) e lo scoppio della 2a guerra mondiale. A Roma si ricominciò a respirare; mentre le flotte alleate rientravano nei loro porti, la Turchia si rinchiudeva in una rigida neutralità. Mussolini aveva guadagnato tempo Il destino, però, lo attendeva al varco: il 10 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra. La tragedia iniziava.»

Interessante, vero? E pensare che ci sono, ancora oggi, tante anime belle, le quali continuano a ripetere che, se Mussolini non avesse fatto la “pazzia” di dichiarare la guerra a Gran Bretagna e Francia, il 10 giugno del 1940, l’Italia avrebbe potuto seguitare a vivere tranquilla e indisturbata, perché le democrazie, dopo tutto, erano sue amiche, e nutrivano verso di essa i sentimenti più benevoli e sinceri…

Forse, dopotutto, la verità è un’altra: che la “perfida Albione”, tanto bersagliata dalla propaganda fascista, fu veramente perfida, almeno nei nostri confronti; che non accettò mai l’esistenza di un modello ideologico, sociale, produttivo “alternativo”, come quello fascista, capace di attrarre simpatie e imitatori in ogni parte del mondo, e specialmente fra i popoli coloniali; che, dopo la guerra di Etiopia, ritenendo di essere stata sfidata, decise che, con l’Italia, avrebbe dovuto chiudere i conti mediante una prova di forza; e, infine, che essa si prefiggeva l’obiettivo di far cadere il Fascismo, proprio per raggiungere un obiettivo strategico di ben più vasta portata: l’eliminazione dell’Italia dal novero delle grandi potenze, la distruzione della sua flotta, il ristabilimento della totale padronanza del Mediterraneo, tappa necessaria per il mantenimento dei proprio possedimenti nel Medio Oriente e soprattutto in India, la perla del suo impero.

L’Italia, divenuta una grande potenza, dava fastidio agli interessi mondiali britannici; e il Fascismo, ideologicamente, rappresentava un esempio troppo pericoloso, se perfino in Belgio (con Léon Degrelle) e nella stessa Gran Bretagna (con Oswald Mosley) era in grado di esercitare un potere di attrazione politica, cosa mai accaduta prima, dai lontanissimi tempi della conquista romana. Bisognava, dunque, eliminarla: e bisognava farlo prima che la Marina italiana, lo strumento principale della sua forza, diventasse talmente forte da rendere incerta la partita nel Mediterraneo, anche tenendo conto che la Flotta britannica doveva presidiare, contemporaneamente, altre aree strategiche, dal Mare del Nord (in competizione con la Germania) all’Estremo Oriente (in competizione con il Giappone). Dunque, bisognava agire prima che l’Italia portasse a termine la costruzione di altre corazzate (come stava avvenendo), o, peggio ancora, decidesse di dotarsi delle portaerei e del radar.

Che i responsabili della politica britannica non fossero tipi da indietreggiare davanti a piccioli dettagli, come la necessità di inventarsi un “casus belli” per poter colpire a sangue freddo una nazione indipendente e sovrana, lo dimostra tutta la storia moderna della Gran Bretagna: basti pensare alla distruzione “preventiva” della flotta danese nella battaglia di Copenaghen, del1807, o all’attacco proditorio contro la flotta francese che si trovava alla fonda a Mers el Kebir, il 3 luglio 1940, perpetrato, quest’ultimo, contro un Paese amico ed alleato fino al giorno prima: il tutto all’insegna della spregiudicatezza e del cinismo più assoluti.

La Seconda guerra mondiale, poi, è andata come è andata, e la Gran Bretagna, seduta trionfante al tavolo dei vincitori, non ha dovuto rendere conto dei propri machiavellici maneggi, né aprire i propri archivi segreti alla curiosità indiscreta di alcuno. I suoi obiettivi, politici e strategici, nei confronti del Fascismo e nei confronti dell’Italia, erano stati comunque raggiunti, e al di là delle più ottimistiche previsioni. A che scopo, dunque, rivangare certe vecchie storie, riesumare certi vecchi e polverosi incartamenti, i quali potrebbero interessare solo a qualche topo di biblioteca? Meglio lasciare che la versione accreditata da Churchill fin dal 10 giugno del 1940, continui a circolare tale e quale: e che si seguiti a raccontare a tutto il mondo che la Gran Bretagna aveva sempre voluto la pace, mentre l’Italia si era assunta la responsabilità esclusiva, nella persona di Benito Mussolini, di aprire le ostilità fra le due nazioni, per praticare la squallida e deplorevole politica dello sciacallo al seguito del leone tedesco…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 04 Novembre 2020

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