lunedì, 1 Marzo 2021
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Ma è vero che Hitler voleva conquistare il mondo?

Ma è vero che Adolf Hitler voleva “conquistare il mondo”? A lui interessava riunire i tedeschi, ma che volesse conquistare il mondo, questo lasciamolo dire ai fabbricanti di “balle cosmiche”: i produttori americani di Hollywood di Francesco Lamendola  

Ci sono delle cose che tutti crediamo di sapere, delle verità di cui tutti riteniamo di essere in possesso, e anzi pensiamo che si tratta di un patrimonio comune a tutte le persone civili e appena un po’ istruite e debitamente informate; tuttavia, se per caso si va a grattare sotto la vernice del nostro supposto conoscere, anche solo pochissimo, si scopre che non siamo in grado di rispondere alle domande più ovvie ed elementari, indizio scuro del fatto che non sappiamo un bel nulla, ma ci limitiamo a pensare con la testa di qualcun altro e a ripetere, come pappagalli, una lezioncina che, senza neanche rendercene conto, abbiamo imparato a memoria, senza peraltro essere sfiorati dall’idea che sarebbe cosa giusta e doverosa verificare direttamente alle fonti se le cose che crediamo di sapere sono tali, cioè se poggiano su uno zoccolo di verità, o no. Non dobbiamo sentirci avviliti e umiliati da questa scoperta, e soprattutto non dobbiamo perdere il rispetto di noi stessi né disperare di poter uscire dalla palude, anche perché la situazione in cui ci troviamo ci vede in compagnia della grande maggioranza dei membri della società che non a caso è stata definita di massa; semmai dobbiamo sentirci spronati a reagire e a prendere coscienza di ciò che sappiamo davvero e di ciò che crediamo di sapere, ma ci è stato rifilato dalla cultura del politicamente corretto, in maniera truffaldina, e che noi abbiano avuto l’ingenuità, o la superficialità, di prendere per moneta buona. La fretta, la faciloneria e il pressapochismo, unite alla presunzione di poter raggiungere molto con poca fatica, anche nell’ambito del sapere, ci hanno messo sulla cattiva strada e ci hanno consegnato nelle mani di un sistema dell’informazione e della cultura drogato, costruito in vista della manipolazione delle masse e della costruzione di un consenso artificiale e inconsapevole, fondato su false credenze e su luoghi comuni che nessuno, per pigrizia e conformismo, si prende mai il disturbo di andare a verificare.

Una delle false conoscenze che fanno parte del nostro ampio bagaglio di mezzo sapere riguarda gli scopi di guerra di Hitler e della Germania nazista. Tutti crediamo di sapere perché è scoppiata la Seconda guerra mondiale: perché Hitler aggredì la Polonia, il 1° settembre 1939, appena una settimana dopo aver stipulato un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, che ne prevedeva anche la spartizione, il 23 agosto; cosa che provocò la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, se questa non avesse ritirato le sue truppe, a decorrere dal 3 settembre. E già qui, basta grattare un po’ sotto la vernice e si scopre subito qualcosa che non va: se Gran Bretagna e Francia, che avevano garantito alla Polonia di scendere al suo fianco in caso di aggressione, intendevano davvero difenderla e proteggerne l’indipendenza come Stato sovrano, perché non dichiararono guerra anche all’Unione Sovietica, le cui forze armate la invasero a partire dal 17 settembre, prendendo il suo esercito in una morsa? E perché nel 1945 abbandonarono tutta la Polonia, e  non solo metà di essa, in potere dell’Unione Sovietica, che ne fece uno dei suoi Stati satelliti, legati a lei nel Patto di Varsavia? In quarant’anni di insegnamento, e in tanti esami di Stato cui abbiamo partecipato, non abbiamo mai visto un professore porre questa domande allo studente che esponeva la sua brava relazione sulla genesi della Seconda guerra mondiale. Ma lasciando da parte la questione dell’Unione Sovietica, resta la domanda: quali erano gli obiettivi di Hitler, attaccando la Polonia? Danzica e il Corridoio polacco, è la risposta politicamente corretta; e poi: ma anche la Polonia tutta quanta, o meglio, tranne la fetta riservata al compagno Stalin; e in terza battuta: il mondo. Proprio così: Hitler voleva conquistare e sottomettere il mondo, o poco meno, perché Germania, Italia e Giappone avevano dei piani grandiosi per la spartizione del globo. Un’idea, quest’ultima, che non viene al pubblico da precise conoscenze storiche, ma da una celebre scena del film Il grande dittatore, di Charlie Chaplin, nella quale si vede Hitler giocare come un bambino con un soffice ed enorme globo terrestre, che vorrebbe “possedere”. Ma quanto c’è di vero, in questa pseudo conoscenza?  

È noto, perché esistono centinaia di documenti inoppugnabili, che Hitler non solo intendeva rispettare l’Impero britannico, ma che voleva giungere a un accomodamento con esso, poiché lo riteneva un fattore di equilibrio e di civiltà; tutt’al più, avrebbe preteso la restituzione delle colonie tedesche, incamerate dagli alleati con la pace di Versailles del 1919, sotto la forma truffaldina di “mandati” delle Società delle Nazioni. Nemmeno la Francia gli interessava: dopo che l’ebbe sconfitta, nel giugno del 1940, si riprese l’Alsazia-Lorena, com’è logico, visto che faceva parte della Germania da prima della guerra del 1914, e precisamente dal 1871. La Danimarca e la Norvegia, come pure i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo, vennero occupati per necessità strategiche legate alla guerra stessa, ma non facevano parte dei piani annessionistici tedeschi. Gli appetiti espansionistici riguardavano l‘Est europeo: è lì che la Germania nazista cerava il suo Lebensraum, il suo “spazio vitale”. Peraltro, solo una cerchia d’intellettuali e di dirigenti del partito nazista erano persuasi di una tale necessità, che giustificavano col tasso di fertilità del popolo tedesco e la ristrettezza dei confini nazionali; ma il grande pubblico non era mai stato suggestionato da simili argomenti, al contrario di ciò che il fascismo fece con il popolo italiano, quando, a partire dal 1936, cominciò a richiamare l’attenzione, a mezzo della stampa e di discorsi semi-ufficiali, su Nizza, la Corsica, la Savoia, la Tunisia, Gibuti, peraltro sempre in chiave irredentistica. Il grande pubblico italiano poco era stato interessato alle tre chiavi del Mediterraneo, strategicamente assai più importanti: Suez, Malta e Gibilterra. E così il popolo tedesco: la rivendicazione di Posen, di Danzica e dell’Alta Slesia orientale era fortemente sentita, e da ciò un fortissimo sentimento d’inimicizia verso la Polonia; ma ben pochi pensavano che le rivendicazioni della Germania dovessero andare oltre i confini del 1914. Vi è motivo di pensare che l’appetito dei vertici nazisti crebbe nel corso del lauto pasto, prima con l’occupazione della Polonia, poi con l’attacco all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941.

E adesso torniamo alle origini della Seconda guerra mondiale, e domandiamoci cosa sarebbe accaduto se Hitler, invece di porre sul tappeto la questione di Danzica e del Corridoio nell’estate del 1939, lo avesse fatto nel 1938, cioè prima di pretendere dalla Cecoslovacchia la cessione dei Sudeti e, soprattutto, prima di porre la Boemia e la Moravia sotto protettorato tedesco, nel marzo del 1939. Le democrazie occidentali avrebbero opposto un rifiuto a trattare il destino di Danzica e del Corridoio, se Hitler avesse rispettato l’indipendenza della Cecoslovacchia, o almeno quel che di essa rimaneva dopo la conferenza di Monaco e le sue decisioni? Danzica, nessuno lo poteva negare, era una città tedesca; e anche l’esistenza del Corridoio, che interrompeva la continuità territoriale della Germania, isolando la Prussia Orientale dal resto del Paese, determinava una situazione innaturale, che nessun inglese e nessun francese avrebbero tollerato in casa propria: dover passare, cioè, per un Paese straniero per raggiungere una propria provincia. È assai dubbio che la richiesta di Hitler in tal senso, se posta non dopo aver occupato Praga e aver mostrato che le sue promesse di rispettare l’indipendenza della Cecoslovacchia, fatte all’indomani di Monaco, erano state un inganno, sarebbe stata respinta. Dopotutto, la richiesta di Danzica era più ragionevole di quella dei Sudeti, e infinitamente più accettabile del protettorato tedesco sulla Boemia e la Moravia. Infatti, all’inizio di settembre, in Francia soprattutto, ma, in misura minore anche in Gran Bretagna, una parte dell’opinione pubblica non poté fare a meno di domandarsi se valesse la pena andare a morire per Danzica. Nei regimi democratici, l’opinione pubblica ha bisogno di una causa ideale per accettare l’idea di dichiarare guerra a uno Stato che non sta minacciando le proprie frontiere: e la causa di Danzica, città tedesca che era stata sottratta alla Germania dopo la Prima guerra mondiale, non si prestava affatto a persuadere l’opinione pubblica inglese e francese. Ci voleva dell’altro: e cioè bisognava convincere tutti, anche i Paesi neutrali, che l’obiettivo di Hitler era smisurato, illimitato: che i nazisti volevano assoggettare il mondo intero, o quasi. Solo così si sarebbe creato un forte movimento a favore delle democrazie e contrario alla Germania. Ma Hitler, nell’estate del 1939, davvero voleva il mondo?

È interessante leggere ciò che scrisse nel suo diario segreto un personaggio che ben conosceva i retroscena della politica tedesca, Ulrich von Hassell, che era stato ambasciatore  a Roma dal 1932 al 1938, poi era stato sollevato dalle sue funzioni per aver criticato la politica estera di Hitler e Ribbentrop, e che il 28 luglio 1944 fu arrestato in seguito all’attentato contro il Führer, per essere giustiziato l’8 settembre successivo. Il suo è il punto di vista di un osservatore spassionato: buon tedesco, ma antinazista, e buon conoscitore della politica estera del proprio Paese e, in qualche misura, anche degli altri Paesi europei. Ecco cosa annotava alla data del 20 luglio 1943, cioè pochi giorni prima della caduta di Mussolini, preludio allo sfaldamento dell’Asse (da: Ulrich von Hassell, Diario Segreto 1938-1944. L’opposizione tedesca a Hitler (titolo originale: Die Hassell Tagebücher 1938-1944; Berlin, Siedler Verlagi, 1988; traduzione dal tedesco di Marco Marroni e prefazione di Sergio Romano, Roma, Editori Riuniti, 1996, pp. 324-326):

Colloquio con Dieter [il figlio più giovane, richiamato al fronte] sulla politica estera di Hitler prima e dopo lo scoppio della guerra. Ho sviluppato le seguenti riflessioni il fondamento INTERNO di tutta la sventura fu un’intemperanza tracotante unita alla completa ignoranza del mondo. Il suo pernicioso strumento fu costituito dalla politica che condusse, attraverso la costituzione di un blocco militare con l’Italia e il Giappone, alla divisione del mondo in due campi contrapposti, nell’ambito della quale la nostra parte era gravata da rapporti di forza sfavorevoli. La peripezia, vale a dire il punto di svolta decisivo per la conflagrazione del conflitto, sta nell’occupazione di Praga. Il mondo aveva sopportato tutte le azioni precedenti, e in primo luogo l’annessione [dell’Austria] e l’inglobamento dei Sudeti tedeschi. MONACO significò che si INGOIAVANO questi risultati, ma con la ferma volontà di non tollerare più senza combattere un ulteriore passo tedesco. Manca qualsiasi prova a conferma dell’affermazione di Hitler che all’indomani di Monaco la Gran Bretagna sarebbe stata risoluta ad attaccare la Germania appena si fosse sentita abbastanza forte per farlo. La decisione inglese consitette piuttosto, istruita dagli eventi precedenti e non fidandosi delle assicurazioni fornite da Hitler, nel porsi militarmente nelle condizioni di opporsi a una nuova azione intrapresa da Hitler. In tale contesto è altamente probabile che in presenza di un’abile politica da parte tedesca, l’Inghilterra non avrebbe impedito al momento propizio un’eliminazione del Corridoio [di Danzica]. Se è vero che Hitler ha rimproverato in seguito a Ribbentrop di [aver]gli dato un cattivo consiglio allorché propose di occuparsi PRIMA di Praga e poi del corridoio, non aveva torto. Hebderson mi ha detto perfino all’inizio dell’estate del 1939 che Praga sarebbe stata la sventura maggiore, perché aveva fatto vacillare qualsiasi fede in una politica moderata e nella parola di Hitler; qualora noi invece di annettere la Cecoslovacchia, dopo un congruo lasso di tempo, avessimo sollevato la questione del corridoio, questa si sarebbe probabilmente conclusa positivamente. L’impresa contro Praga fu però ancor più insensata nella misura in cui l’ulteriore evoluzione spontanea dei fatti avrebbe condotto senz’altro la Cecoslovacchia in una condizione  di totale dipendenza da noi.

Individuo gli errori della politica inglese, innanzitutto, nella politica dei trattati di garanzia, che doveva innervosire la Germania, ma che SENZA DUBBIO non poté tutelare gli Stati dell’Europa orientale. In secondo luogo nel fatto che l’Inghilterra – persistendo in una cattiva tradizione – ha omesso di annunciare a Monaco, con grandissima serietà, un’azione di guerra in caso di violazione degli accordi. Ciò non costituisce una scusante per la politica condotta dalla Germania

Hassel prosegue il suo ragionamento per concludere che la Germania nazista condusse una politica azzardata che provocò una guerra alla quale non era preparata (ciò potrà meravigliare il pubblico che giudica in base all’efficienza militare tedesca; ma esso non sa che la Germania compi il miracolo di attrezzarsi per una guerra totale nel corso della guerra stessa, mentre nel 1939 era ben lungi dall’essere pronta), e in condizioni strategiche sfavorevoli, soprattutto per la sottovalutazione del fattore marittimo. Ci sarebbe poi da discutere sulla reale volontà di pace della Gran Bretagna e sulla convinzione di Hassell che essa non avesse deciso, dopo Monaco, di attaccare per prima, non appena si fosse sentita in grado di farlo. In realtà, come ha mostrato, con solidi argomenti, Franco Bandini in Tecnica della sconfitta, essa stava riarmando a ritmo febbrile la flotta e il partito della guerra, facente capo a Churchill, aveva calcolato di colpire nel 1940 e non oltre, perché anche la flotta tedesca si stava riarmando e il rapporto non sarebbe stato più favorevole agli inglesi dopo quella data. Ma a parte ciò, resta il fatto che se gli inglesi, dopo Monaco, avessero manifestato chiaramente la loro volontà di opporsi a Hitler qualora egli avesse proceduto ad ulteriori annessioni, Hitler, molto probabilmente, non avrebbe attaccato la Polonia il 1° settembre 1939, e forse non avrebbe nemmeno stretto l’innaturale patto con Stalin del 23 agosto. In altre parole, Hitler commise un azzardo attaccando la Polonia, ma aveva delle discrete ragioni per pensare che anche questa volta Londra e Parigi si sarebbero piegate davanti al fatto compiuto: forse è eccessivo affermare che cadde in una trappola, ma non è inesatto dire che fu tenuto deliberatamente nel vago circa le intenzioni delle democrazie. Ha ragione, perciò, Ulrich Hassell di lamentare la cattiva abitudine inglese di celare le proprie intenzione circa la pace o la guerra, laddove renderle palesi avrebbe potuto costituire un deterrente all’aggressività tedesca. Anche nel 1914 aveva fatto così: non aveva lasciato trapelare la sua intenzione di opporsi alla Germania nel caso fosse scoppiato un conflitto generale. Che l’intervento britannico, il 4 agosto 1914, sia stato determinato dal fatto nuovo dell’invasione del Belgio, è una bella favola che però va riservata agli ingenui e ai teneri di cuore. Certo, la difesa del Belgio violato offrì un magnifico pretesto alla Gran Bretagna; ma la realtà è che essa non sarebbe rimasta in nessun caso a guardare le armate tedesche che invadevano la Francia e si affacciavano sulla Manica.

D’atra parte, ci sembra che il ragionamento di Hassell pecchi a sua volta d’ingenuità. Egli sembra aver pensato che tutti gli inglesi sono dei gentlemen; non ha considerato che alcuni di loro potrebbero anche non esserlo. Non si è chiesto infatti perché il governo britannico non diede chiari segnali a quello tedesco, dopo la conferenza di Monaco, e più ancora dopo l’annessione di Praga, che un’ulteriore azione tedesca avrebbe provocato il suo intervento. Se si fosse posto quella domanda, forse gli si sarebbe affacciato il dubbio che il governo britannico nel 1939, proprio come nel 1914, non volle palesare le sue reali intenzioni, proprio per lasciare ai tedeschi la corda con la quale impiccarsi. Ed entrambe le volte le cose andarono benissimo per lui: ebbe fra le mani dei magnifici pretesti per intervenire, interpretando il ruolo del difensore delle nazioni aggredite, il Belgio nel ’14, la Polonia nel ’39.

Certo, la Polonia era un po’ meno presentabile del Belgio: non era un Paese democratico, al contrario, era praticamente uno Stato fascista e militarista, oltre che visceralmente antisemita; e inoltre aveva sdegnosamente respinto la proposta tedesca di aprire un negoziato circa il futuro di Danzica e del Corridoio polacco, bruciando le possibilità di un’intesa durevole fra le due nazioni. Ma che importa? l’importante era dipingere Hitler come l’uomo che voleva conquistare il mondo. E se voleva conquistare il mondo, che differenza faceva se ad essere aggredita era la Polonia, invece del Belgio? Prima o poi, avrebbe aggredito anche le democrazie occidentali. Questo non era vero, perché non esiste alcuna prova del fatto che Hitler meditasse la guerra contro la Gran Bretagna e la Francia; l’aveva messa in conto, questo sì, ma non la desiderava affatto. A lui interessava l’Europa centro-orientale: prima riunire tutti i tedeschi sotto la bandiera della Germania, come aveva già fatto con l’Austria, coi Sudeti e con Memel, e come ora voleva fare con Danzica; poi eliminare il “saliente” boemo, inglobando politicamente quel che era rimasto della Cecoslovacchia dopo Monaco e, di quella strada, mettendo le mani sulla eccellente industria bellica ceca, che avrebbe costituito un notevole rafforzamento per la macchina militare tedesca. Ma che volesse conquistare addirittura il mondo, o quasi… via, questo lasciamolo dire ai fabbricanti di balle cosmiche: i produttori ebrei americani di Hollywood.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Settembre 2019

Del 31 Ottobre 2020

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