lunedì, 20 Settembre 2021
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Uno, almeno, c’era: ricordo di Mario Rizzatti

Uno almeno c’era: ricordo di Mario Rizzatti maestro friulano ultracinquantenne che non essendo nemmeno un fascista fanatico dopo l’8 settembre non volle condividere l’obbrobrio del voltafaccia e della resa incondizionata di Francesco Lamendola

Uno, almeno, c’era.

Mentre un popolo intero si apprestava a sventolare fazzoletti e ad applaudire i “liberatori”, i quali, dopo aver bombardato dal cielo, senza misericordia, le nostre indifese città, e aver risalito la Penisola, stuprando le donne e distruggendo vetusti monumenti (come l’Abbazia di Montecassino), si godevano lo spettacolo della folla cenciosa che li acclamava, e distribuivano, gettandoli dalle torrette dei carri armati, cioccolata, caffè e sigarette, come si fa coi mendicanti, almeno uno che volle battersi fino alla morte, ci fu: parliamo del maggiore Mario Rizzatti (o Rizzati), maestro friulano ultracinquantenne, che, non essendo nemmeno un fascista fanatico, dopo l’8 settembre del 1943 non volle condividere l’obbrobrio del voltafaccia e della resa incondizionata, e scelse di combattere per l’onore e la difesa della Patria invasa dagli Anglo-americani.

Avrebbe potuto restarsene a casa, Mario Rizzatti, chiamato in famiglia Mariut (Marietto), classe 1892, friulano testardo e tenace, come tutti quelli della sua buona razza, nativo di Fiumicello, paese non lungi da Aquileia (oggi in provincia di Udine, ma, allora, sotto la giurisdizione austriaca di Gorizia), perché la guerra esigeva il reclutamento dei ventenni; ma i cinquantenni, no. E invece non volle tirarsi indietro, così come non aveva voluto tirarsi indietro, sesto di cinque figli, né dal lavoro, né dalla partecipazione all’altra guerra, quella del 1915-18.

L’8 settembre lo aveva sorpreso in Sardegna, con il grado di maggiore, al comando del XII Battaglione della divisione Nembo, che avrebbe dovuto formare la base di una ricostituita Folgore, la gloriosa divisione di paracadutisti che aveva strenuamente combattuto a El Alamein ed era stata quasi distrutta dalla schiacciante superiorità dei carri armati del maresciallo Montgomery. Rizzatti era stato volontario nella Prima guerra mondiale, lui nato in territorio austriaco e sposato ad una ragazza austriaca, indi arruolato, nel luglio del 1914, sotto le bandiere dell’imperiale e regio esercito di Francesco Giuseppe (il che significa che, in caso di cattura, avrebbe fatto la fine di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa); e l’aveva conclusa con il grado di capitano, non senza aver avuto un duro scontro con i suoi superiori per aver criticato la strategia di Cadorna, il generalissimo, basata sugli assalti frontali alle ben munite trincee austriache.

Rizzatti non era stato un fascista della prima ora, anzi, a ben guardare, era sempre stato un patriota, un cittadino esemplare e un gran lavoratore, ma sostanzialmente apolitico. Al termine della Prima guerra mondiale, si era accostato al Partito polare; ne era uscito quando lo aveva visto imboccare, durante il “biennio rosso”, metodi analoghi a quelli dei socialisti; solo allora, essendo buon patriota, anche se non nazionalista, e detestando le ingiustizie sociali (cosa che lo vide sempre schierato dalla parte dei più deboli, cioè dei contadini, nei conflitti di lavoro con gli agrari) si era avvicinato al fascismo e aveva anche partecipato alla marcia su Roma. Ma non inseguiva cariche, né poltrone; era un uomo semplice e pulito, dalle abitudini quasi spartane; detestava la corruzione e l’inefficienza, amava la schiettezza e la verità, era franco e leale fino alla ruvidezza: buon friulano anche in questo, perché il vero friulano sarà anche burbero, talvolta, ma non colpisce mai alle spalle, e non è solito fare dei giri tortuosi per arrivare al punto.

Dunque, l’8 settembre, in Sardegna: i paracadutisti restano sconcertati all’annuncio dell’armistizio, quando, fino al giorno prima, il Comando supremo li aveva esortati a respingere con fermezza qualsiasi tentativo di sbarco alleato sull’isola. La Nembo si spacca in due tronconi: una parte dei paracadutisti decide di obbedire a Badoglio, un’altra, invece, di restare fedele all’alleanza con i Tedeschi. Sdegnati dall’ordine di consegnarsi a quello che, per tre anni, avevano combattuto come il mortale nemico della Patria, i “repubblicani” (ma la Repubblica di Salò deve ancora nascere; ciò accadrà solo il 23 settembre) decidono di restare uniti, di cooperare con i Tedeschi e di rientrare in Italia, via Corsica e sbarcando poi in Toscana: il passaggio delle Bocche di Bonifacio e la marcia attraverso le due grandi isole mediterranee, con tutto il materiale da trasportare sul continente, è un piccolo capolavoro tattico e logistico, che, se fosse stato eseguito da truppe fedeli al Re e a Badoglio, sarebbe stato celebrato come una pagina brillante e più che mai gloriosa della nascente “Resistenza”. Invece fu compiuto da soldati i quali, per mere ragioni di onore, scelsero di schierarsi dalla parte “sbagliata”, per cui è caduto interamente nell’oblio. Nessun Romano Battaglia, nessun Giorgio Bocca lo hanno ricordato e lo hanno consegnato alla memoria ammirata del popolo italiano, quale fulgida testimonianza della rinascita morale del popolo italiano in vista della “guerra di liberazione” (cioè della guerra civile, agli ordini degli ex nemici e futuri padroni di un’Italia vinta, umiliata e senza più dignità, né prestigio nel consesso dei popoli).

Ecco come il saggista Antonio Frescaroli, storico e letterato privo di particolari simpatie per la destra e, quindi, insospettabile di nostalgie fasciste e di revisionismo interessato, ha ricordato, in anni non sospetti, la figura e l’opera di Mario Rizzatti (da: A. Frescaroli, Sull’altra barricata: per chi combatterono?…; in: I grandi enigmi degli anni terribili, a cura di Franco Massara,  Ginevra, Editions de Crémille, 1970, vol. 2, pp. 160-164):

Lo scoppio della guerra aveva sorpreso il signor Rizzati accanto alle sue galline. La notizia lo investì con la violenza di una scarica. Tutte le energie che gli sonnecchiavano dentro balzarono fuori, e reclamarono la loro parte. Il 10 giugno 1940 Mario Rizzati non era già più giovanotto. Benché avesse diritto all’esonero, data l’età,  Rizzati si arruolò nel corpo paracadutisti col radio di capitano di complemento. Era stato assegnato alla divisione Nembo. Sardegna, Corsica, Garigliano, Anzio-Nettuno. Eccolo lì, ora, il 10 marzo 1944, nell’ufficio della segreteria particolare di Mussolini, a Gargnano. È  stato convocato personalmente dal duce. Per toglierlo dal fronte, si era dovuto telefonare al maresciallo Kesselring, da cui dipendeva il battaglione “Nembo”. Se ne era incaricato il colonnello Jandl, ufficiale di collegamento tedesco.  Rizzati aveva lasciato i suoi uomini nel fango, ed aveva intrapreso il viaggio – un viaggio piuttosto avventuroso. Lo accompagnavano due suoi ufficiali, i capitani Sala e Alvino. […]

Rivive nei passi di Rizzati, di questo ufficiale paracadutista, lo stile degli antichi condottieri di ventura. In più, a nobilitarlo, è la fede, una specie di religione chiusa e fanatica della patria: essa fa di lui un soldato perduto. Ma che cosa vuole Mussolini da questo soldato perduto? Era stata intercettata una sua lettera, scritta dal fronte di Nettuno e indirizzata a una sua amica nel Friuli. Quest’uomo, che in vita sua non aveva mai fato politica, aveva avuto la malaugurata idea di farla in quella lettera. Rizzati non vi faceva misteri della sua poca simpatia verso il fascismo. Esprimeva anzi giudizi feroci nei confronti del partito, affermava di continuare a combattere “per l’onore della bandiera”, e non certo per “i carrieristi di Salò e per quella maddalena pentita di Mussolini”. La “Maddalena pentita” si sente offesa. Chi era colui che osava? La lettera, diligentemente censurata, era finita sul tavolo di Mussolini, che l’aveva letta tra il sorpreso e l’irato. Lo aveva fatto chiamare. Il penoso compito di contestare al suo autore il foglio incriminato è affidato al segretario del gabinetto particolare del duce. Gliela mostra. “È vostra?” Rizzati prende la lettera, la rilegge attentamente, con calma, senza scomporsi minimamente. Poi, come se nulla fosse, e con la massima tranquillità: “Sì – dice – è mia. La riconosco scritta di mio pugno. Non ho nulla né da togliere né da aggiungere”. “Se ho compiuto un reato – aggiunge subito – per aver manifestato ciò che penso, ebbene sono qui per scontarlo.”. parole chiare: ma il segretario di Mussolini vuol sapere qualcosa  di più. Che c’era da sapere? Come la pensassero  suoi uomini? Se era questo che premeva, fosse ben chiaro che il suo “stato d’animo” non era affatto  non era affatto diverso da quello degli ufficiali e dei soldati della “Nembo”. E quasi per chiarire bene il pensiero: “Il mio battaglione .- dice candendo bene le parole – combatte da anni: i morti ormai sono assai più numerosi dei vivi, e i vivi continuano a morire: siamo nella sabbia e nel fango, privi di tutto; ci allacciamo le scarpe con lo spago, le giberne con il filo di ferro, e spariamo perché non vogliamo che nessuno abbia il diritto di dire che gli italiani sono tutti vigliacchi!… Conosciamo soltanto l’Italia, e credo che questo dovrebbe bastare!”. Non bastava. O meglio, sì bastava. Insomma, non si sa che cosa fare di quest’uomo. Dolfin riferisce a Mussolini, edulcorato e disciolto in perifrasi, il nudo, rude pensiero di questo ufficiale insofferente all’ideologia. Prega il duce di riceverlo. Mussolini sembra propenso, ma esige prima una lettera di scusa. È una parola. Ci vuole un’intera notte per convincere l’ufficiale ribelle a scrivere qualche riga di ritrattazione: “Sapete, una formalità”. La riunione dura fino alle due del mattino. Rizzati scrive e straccia almeno una decina di lettere. “Non voleva chiarire nulla – scrive Dolfin – perché a lui tutto sembrava assai chiaro”. Finalmente, con l’aiuto anche del colonnello Jandl, si riesce a mettere in piedi bene o male una lettera: non ritrattava niente, anzi, il tomo non era né affettuoso né cordiale, ma niente critiche a Mussolini. Al mattino la lettera viene portata al duce. “Questo Rizzati è un cocciuto, un testardo… ma è un italiano, uno di quegli italiani che sanno ancora scrivere la storia”. Mussolini è sempre lui: sa sempre trovare le parole giuste al momento giusto. Ma con altrettanta facilità non sa trovare il gesto giusto per la persona giusta. L’orgoglio ferito gli impedì di ritrovare nell’umiltà un lembo di autentica grandezza. “Ma sì, lasciatelo andare”. Vuole però che si faccia sapere a quel “testardo” che il suo battaglione avrà d’ora innanzi tutto  ciò di cui necessita: “E ditegli anche che considero lui e i suoi uomini come i primi italiani”. Rizzati ascolta. Non pare affatto sorpreso che l’incidente finisca così. Ma, prima di andarsene, ha un istante di perplessità. “Ringraziate Mussolini per i miei soldati e ditegli che noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, e cioè il nostro dovere”. Quindi, mentre sta per infilare la porta: “Chi sa perché – si chiede con voce velata da una strana tristezza – chi sa perché, ora che sono qui e dopo un viaggio così lungo, Mussolini non ha voluto ricevermi! Avrei avuto piacere di vederlo. Non lo conosco”. L’indomani Mussolini chiede a Dolfin se Rizzati è partito. “Gli risposi di sì e mi parve contrariato”.

Forse la notte aveva placato l’orgoglio del dittatore. E forse avrebbe voluto conoscere, guardar negli occhi quest’uomo, questo “cocciuto d’italiano”, che lo aveva offeso, che non si era voluto piegare davanti ala sua presunzione, ma che intanto restava uno dei pochi che andavano a combattere per lui. E a morire per lui.  Dopo la puntata a Salò, Rizzati torna al suo battaglione (lo chiamano “battaglione Rizzati”), impantanato a Nettuno, e prosegue la lotta. Dopo lo sfondamento del fronte il battaglione contrasta duramente l’avanzata delle colonne americane su Roma. Quasi tutti muoiono tra il mare e le porte della Città Eterna. Il reparto, tagliato fuori, era rimasto insaccati tra Castel Porziano, Castel di Decima e l’Ostiense, nel tentativo di coprire la ritirata dei tedeschi. Questi si erano già portati al di là del Tevere. Il gruppo Rizzati è raggiunto da una colonna di autoblindo inglesi. Cercano di snidarlo. Invano. Allora gli rovesciano sopra tutto il fuoco dei carri e della artiglierie a disposizione. Quindi avanzano. La prima ondata è respinta. Durante il secondo attacco, Rizzati, che dirige allo scoperto l‘azione, viene a trovarsi improvvisamente a ridosso di un’autoblindo inglese, proprio davanti al cannoncino. È abbattuto in mezzo alla strada, cade con il petto squarciato.

Fino all’ultimo, Mario Rizzatti si era battuto da eroe, alla testa dei suoi soldati, che lo adoravano e grazie al cui esempio avevano dimenticato, per settimane, le fatiche e i pericoli, così come non si erano fatti prendere dallo scoraggiamento per l’assoluta mancanza di tutto ciò che rende la guerra una cosa sopportabile, mentre gli Angloamericani, nelle loro trincee ben protette grazie all’artiglieria pesante, oltre che al dominio assoluto dell’aria, non mancavano di nulla: né di armi efficienti, carri armati, artiglieria, munizioni, camion, benzina, pezzi di ricambio; né di buone uniformi, scarponi, coperte, ospedali da campo con medici, infermiere, strumenti chirurgici, cloroformio, bende, disinfettanti e medicinali; né, infine, pasti caldi, tende e sacchi a pelo per ripararsi dalla pioggia e dall’umidità, sigarette, caffè, birra, liquori, cioccolata e dolciumi. E da eroe, Mario Rizzatti aveva affrontato la morte; anzi, le era andato incontro, lucido e determinato, vedendo che il suo intervento in primissima linea era il solo gesto che avrebbe potuto trasmettere ai suoi uomini l’ardore necessario per affrontare l’ennesima, impari battaglia.

Quando i giganteschi carri armati Sherman avevano agganciato il suo reparto, schierato a copertura dell’Urbe e privo di artiglieria controcarro, senza esitare un attimo si era fatto incontro al nemico, impugnando il mitra e le bombe a mano e colpendo il primo mezzo della colonna nemica: ma il secondo lo aveva ucciso sul posto. Subito dopo, trascinati dal suo esempio, i sessanta uomini della riserva tattica, guidati dal capitano Sala, avevano colpito e inchiodato sia il carro di testa che il carro di coda, bloccando l’intera colonna e inquadrandola sotto il fuoco. Fu un ultimo, magnifico episodio di valore: uno di quegli episodi di eroismo nascosto, quasi anonimi, che, se si fossero verificati sul Monte Grappa o sul fiume Piave nel 1918, sarebbero poi passati sulle pagine dei libri di storia, per celebrare l’ardimento e lo sprezzo della morte da parte di un’intera generazione d’Italiani. Ma i soldati della Nembo, come quelli della Folgore, non ebbero mai un tale riconoscimento, né avrebbero potuto riceverlo, perché, secondo la storiografia “ufficiale”, quella politically correct, essi avevano combattuto, sì, con valore innegabile e anche con una indubbia carica d’idealismo, ma avevano combattuto, irreparabilmente, dalla part “sbagliata” della barricata. Il loro sacrificio, dunque – sempre a detta degli storici politicamente corretti, quelli che parlano solo di Resistenza e di Liberazione, mai però di guerra civile -, non era servito assolutamente a nulla, nemmeno a far aprire loro gli occhi…

Sul luogo ove era caduto, in tenuta Vaselli, macchiando il terreno col suo sangue, il 4 giugno 1944, mani grate e pietose vollero porre una lapide con la seguente dedica: Pro itala gente contra hostes bellique desultores militum ductor bellum strenuissimo ad Urbem defendendam Mario Rizzatti (al comandante Mario Rizzatti, caduto dopo uno strenuo combattimento in difesa di Roma, nel nome della gente italica contro i nemici e i traditori). Più tardi, il corpo, seppellito in fretta, verrà riesumato, parzialmente cremato e, da ultimo, seppellito nel cimitero romano del Verano, ma in una fossa comune.

Poche manciate di minuti dopo la sua morte, le prime colonne dei “liberatori” entravano rombando, festose, per le vie di Roma. Alla loro testa, quelle truppe “francesi” del generale Alphonse Junin, formate in realtà soprattutto da coloniali marocchini, le quali, dopo la battaglia di Montecassino, avevano festeggiato la loro vittoria stuprando migliaia di donne italiane, e anche un certo numero di uomini, lungo la valle del fiume Liri.

Rizzatti e i suoi, insieme a pochi altri Italiani e alle forze tedesche, avevano fatto scudo per nove mesi, trattenendo un esercito nemico immensamente superiore sotto ogni punto di vista, tranne, probabilmente, quello morale. Se così non fosse stato, riuscirebbe militarmente inspiegabile che quell’esercito d’invasione, il più potente che fino ad allora si fosse visto, fosse rimasto inchiodato per un tempo così lungo, pur potendo far affluire sempre nuovi uomini e mezzi, in sostituzione di quelli che la guerra, Moloch immane ed ingordo, ingoiava continuamente.

Ne avessimo ancora, d’Italiani tutti d’un pezzo, come quel cocciuto friulano di cinquant’anni suonati, che preferì farsi ammazzare, con le armi in pugno, piuttosto che assistere al disonore della Patria, senza muovere un dito per difenderla…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Dicembre 2017

Del 05 Novembre 2020

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