domenica, 7 Marzo 2021
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Il fascismo è stato moderno o anti-moderno?

Il fascismo è stato moderno o anti-moderno? Fu una reazione contro la modernità, oppure una forma di accelerazione dei processi della modernizzazione? Ebbe una “complessa dialettica” ma un elemento unificatore: Benito Mussolini di Francesco Lamendola

Fra le numerose, possibili interpretazioni del fascismo, ve ne sono due che si elidono a vicenda e che, nondimeno, hanno ciascuna una sua plausibilità, il che sta a dimostrare quanto difficile e complesso sia il lavoro degli storici che cercano di comprendere cosa effettivamente il fascismo sia stato. Difficoltà e complessità che evidentemente non dimiuniscono, ma semmai si accrescono, quando si lascia cadere l’abito di obiettività che è necessario al mestiere di storico, e si indossa la toga del giudice, la cui funzione non è tanto quella di comprendere, bensì di condannare, con severità esemplare, un fenomeno storico che è stato designato a impersonare il Male Assoluto, a dispetto del fatto che si sia ben lontani dall’aver raggiunto un accordo su che cosa effettivamente sia stato e quali forze abbia mobilitato, e in vista di quali obiettivi. Le due interpretazioni contrapposte sono che il fascismo sia stato una reazione contro la modernità, oppure che esso sia consistito in una forma di accelerazione dei processi della modernizzazione. Naturalmente, bisogna mettersi d’accordo su cosa si intenda, in questo caso, per modernità; quanto a cosa si intenda per fascismo, è chiaro che ci si riferisce al fascismo come movimento e soprattutto come ideologia, e solo secondariamente al fascismo come regime, cioè all’attuazione pratica, nel ventennio in cui fu al governo del Paese, delle idee e dei programmi originari. In questa accezione, è quasi superfluo precisare che ci riferiamo al fascismo italiano, che è stato, storicamente, il primo di tutti e il modello per i successivi, compreso il nazismo in Germania. E il corollario di questa precisazione è che il fascismo ebbe una sua ideologia: cosa niente affatto scontata e anzi negata dalla maggior parte degli storici per oltre mezzo secolo, con poche e significative eccezioni, solo da poco prese più sul serio nell’ambiente accademico internazionale, specie dopo la pubblicazione degli studi, in tal senso pionieristici, dello statunitense A. James Gregor.

Dunque, per modernità intendiamo, in questa sede, non solo un insieme di nozioni di ordine sociologico ed economico – urbanesimo, industrializzazione, avvento della società di massa – perché, in tal caso, vi sarebbero ben pochi dubbi sul fatto che il fascismo sia stato un tentativo, in gran parte riuscito, di accelerare i processi della modernizzazione, specie appunto per la società italiana  (mentre quella tedesca era già, fin da prima del 1914, una società essenzialmente moderna, anche se la Germania, come Stato, non lo era in tutti gli aspetti, e non lo era affatto quanto alla forma di governo, una monarchia costituzionale dai tratti fortemente autoritari e conservatori). Per modernità, oltre agli aspetti economici e sociologici, intendiamo anche un complesso di fattori culturali e spirituali, meno facilmente definibili, ma altrettanto, o perfino più importanti, in quanto siamo profondamente convinti che l’essenza dello “spirito moderno” non sia la somma dei fattori materiali che compongono il quadro della modernità, ma qualcosa d più profondo, che ha a che fare con la percezione soggettiva e con il volontarismo degli atteggiamenti. In altre parole, siamo convinti che la prima condizione perché una società sia moderna è data dal fatto che la maggior parte dei suoi membri, o una percentuale consistente e molto attiva di essi, voglia essere moderna, si senta moderna e si proponga di spingere anche tutti gli altri verso il raggiungimento della piena modernità, intendendo ciò innanzitutto come una rottura con la tradizione, e in secondo luogo come la costruzione di un mondo nuovo, di un nuovo modo di sentire, di una nuova educazione dei giovani e di una nuova tavola di valori, sia  personali che collettivi. È chiaro che, adottando questa prospettiva, assumono un ruolo importantissimo, sovente decisivo, i piccoli ma aggressivi nuclei di artisti e intellettuali di avanguardia, specie se uniti in gruppi e movimenti con un proprio manifesto programmatico, e quindi con degli obiettivi ben definiti, per quanto astrusi e velleitari possano apparire se guardati con distacco critico e in prospettiva storica. Ma l’importanza di tali avanguardie va giudicata tenendo conto della temperie culturale del loro tempo, perché esse seppero interpretare e sfruttare un qualcosa che era diffuso nell’immaginario collettivo e che rappresentava una qualche forma di sia pur vaga aspettativa diffusa nella società, particolarmente negli strati della media e piccola borghesia, i più inclini, per ragioni culturali e professionali, a cogliere quanto di nuovo, di dinamico e d’intraprendente si agitava nel calderone delle trasformazioni politiche, economiche e produttive. Lo studioso deve guardarsi dal disprezzare questo fattore impalpabile, ma assolutamente reale, del divenire storico, specie nei momenti in cui è incipiente, per una serie di ragioni strutturali, un cambio di paradigma. Per esempio, lo storico della Chiesa contemporanea non può permettersi d’ignorare che, all’epoca del Concilio Vaticano II, e ancor più dopo di esso, esisteva realmente, anche se alcuni settori del clero lo gonfiarono ad arte, uno spirito del concilio che funse da stimolo ai progressisti e che li spinse a chiedere mutamenti e riforme sempre più radicali, in ossequio a tale “spirito” che sono in parte, e imperfettamente, trovava espressione nei documenti effettivamente redatti e pubblicati dai padri conciliari fra il 1962 e il 1965, ma che in larga misura andava assai più lontano e finiva per abbracciare ogni aspetto della vita ecclesiale, dalla liturgia alla pastorale e, benché la cosa non venne mai ammessa, la stessa dottrina.

Fra gli studiosi imparziali del fascismo, quello che ha maggiormente posto in evidenza la sua ambivalenza fra modernità e reazione contro la modernità, è uno storico non molto conosciuto e non troppo apprezzato in Italia, perché in odore di “revisionismo”, cioè non appiattito sulla versione ortodossa politically correctStanley G. Payne (Denton, Texas, 9 settembre 1934; vivente), professore all’Università di Wisconsin-Madison e un po’ sulla linea di A. James Gregor, del quale ci siamo appena occupati (cfr. il nostro articolo:La socializzazione del ’44 figlia naturale del fascismo, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08/06/19). Nel suo eccellente compendio Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre, egli mette bene in evidenza questo carattere contraddittorio, o tale almeno in apparenza (titolo originale: A History of Fascism, 1914-1945, University of Wisconsin, 1995; traduzione dall’inglese di Monica Tamburi e revisione scientifica di Walter Mauro, Roma, Newton & Compton Editori, 1999, 2006, pp. 459-462):

La vecchia interpretazione secondo la quale il fascismo era semplicemente irrazionale e incomprensibile in termini normali visse una nuova svolta in anni più recenti da parte di studiosi occidentali, che lo interpretarono come espressione di resistenza alla “modernizzazione”, pur variamente definiti. Essi consideravamo il fascismo come reazione in primo luogo ai tratti fondamentali della società liberale occidentale, quali l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’istruzione liberale, il materialismo razionalista, l’individualismo, la differenziazione sociale e l’autonomia pluralista, per cui catalogavano il fascismo come naturalmente avverso alla modernizzazione in sé. (…) Ernst Nolte ha asserito che il fascismo era, fra l’altro, l’espressione della resistenza alla “trascendenza” moderna, un concetto filosofico forse non disgiunto da quello della modernizzazione delle scienze sociali.

Un altro approccio interpretativo riconosce che il fascismo ha impiegato tecnologie e metodi del tutto moderni, ma ritiene che questi fossero accolti essenzialmente per fini anti-moderni. (…)

Una interpretazione diametralmente opposta non solo sottolinea la moderna tecnologia del fascismo, ma ne esalta anche le funzioni e gli obiettivi fondamentalmente tendenti al moderno. Un approccio di questo tipo è stato esposto per primo, in un saggio, da Franz Borkenau, che nel 1933 interpretava il fascismo italiano come una sorta di “dittatura di sviluppo”. In quegli anni questa era un’interpretazione relativamente isolata, ma il concetto riemerse venti anni dopo la sconfitta della Germania nazista e fu influenzato da idee generali concernenti gli imperativi politici e strutturali della modernizzazione economica, unitamente alle recenti esperienze dei nuovi paesi emergenti. (…) Sia il sociologo Ralf Dahrendorf che lo storico sociale David Schoenbaum hanno esaltato gli effetti modernizzanti del Terzo Reich e dell’esperienza bellica sulla società tedesca. Essi non ritengono che il nazionalsocialismo abbia costituito un tentativo pianificato e cosciente di modernizzazione, ma hanno affermato che gli effetti del governo di Hitler, combinati in particolare con le profonde alterazioni portate dalla seconda guerra mondiale, ebbero innegabilmente effetti modernizzanti sulla società tedesca.

Altri studiosi riconoscono tutto questo, anche se principalmente in rapporto all’Italia, e distinguono tra le “due facce” del fascismo. la prima, in alcuni paesi sottosviluppati, ebbe lo scopo e anche l’effetto di accelerare la modernizzazione, mentre la seconda, in Germania e in altri paesi, fu regressiva e fondamentalmente anti-moderna.

Renzo De Felice, il maggior storico del fascismo italiano, è ampiamente d’accordo con questo approccio. Egli ritiene che il fascismo italiano abbia origini progressiste e rivoluzionarie, derivando dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, mentre considera il nazismo anti-modernista e regressivo. De Felice ritiene che il fascismo sia stato il veicolo della piccola borghesia emergente, tipico prodotto della modernizzazione, e distingue in modo netto tra il movimento e il regime, quest’ultimo evidenziatosi come “la politica di Mussolini”. Il movimento fascista dunque, era rivoluzionario in quanto mobilitava le masse per una “società nuova” e un “uomo nuovo”, cosa che il regime fascista tentò di raggiungere anche tramite i tipici mezzi di educazione moderni. James Gregor ha assunto la posizione più audace, almeno riguardo al fascismo italiano ha affermato che questo ha sviluppato un’ideologia coerente basata su un nucleo stabile di nuove idee sociali, politiche e filosofiche, e che il fascismo, più del comunismo, fu in diverse manifestazioni la tipica rivoluzione del XX secolo, essendo il primo a introdurre tecniche e concetti nuovi e coerenti di rivoluzione nazionale, di sviluppo accelerato e di dittatura integrata. Il fascismo italiano viene identificato in particolar modo come prototipo della dittatura progressiva di mobilitazione di massa, progettata per raggiungere un’ampia soglia di modernizzazione e quindi un modello per la Spagna, la Grecia e diversi paesi del “Terzo Mondo”, che sotto l’autoritarismo hanno raggiunto un significativo livello di sviluppo.

Non si può non ammirare la chiarezza, la concisione e l’imparzialità di questo storico americano che dimostra di conoscere la storia italiana meglio di tanti storici nostrani, e che dispiega altrettanto scrupolo anche quando si occupa degli altri “fascismi”, dalla Germania alla Spagna, dall’Ungheria alla Romania, dal mondo arabo al Sud America. Ed è difficile non trovare che entrambe le interpretazioni del fascismo (ma egli non si limita a queste due; ne esamina parecchie altre) hanno una loro plausibilità e perfino un certo grado di probabilità. Ma com’è possibile che siano entrambe plausibili e probabili, dal momento che sono l’una l’antitesi dell’altra, e visto che abbiamo precisato di ritenere l’ideologia fascista qualcosa di coerente e non, come tanti hanno detto e ripetuto per anni, una congerie improbabile di fattori diversi, un assurdo collage d’ingredienti male amalgamati e tenuti insieme dal personale opportunismo politico di Mussolini? Eppure è proprio così: e questo è appunto uno di quei casi nei quali lo studio spassionato dei fatti dovrebbe insegnare agli storici una grande umiltà, e ridurre a più ragionevoli proporzioni la loro abituale pretesa d’inquadrare i fatti, metterli in fila e “spiegarli” secondo una tesi precostituita. La storia del fascismo, in questo senso, è esemplare di ciò che la storiografia non dovrebbe essere: per decenni si sono succeduti e accavallati studi e ricerche uniti dal comun denominatore di una fortissima pregiudiziale ideologica di segno antifascista. In altre parole, gli storici erano così ansiosi di mostrare che il fascismo era stato quanto di peggio avesse mai prodotto la storia d’Italia, che non si son dati la pena d’interrogare i fatti in modo onesto per vedere se, per caso, non avessero un significato e una lezione da dare, anche se si trattava d’un significato e una lezione che potevano spiacere ai cultori delle ideologie progressiste: liberali, democratici e marxisti. Chi interroga tutte le idee e le manifestazioni del fascismo e non solo alcune, deve arrendersi all’evidenza che in esso sono ravvisabili sia lo sforzo di modernizzare la società italiana e specialmente la sua cultura (e il futurismo in tal senso svolse un ruolo trainante), sia un disperato tentativo di opporsi alla modernizzazione, sentita come una minaccia mortale ai valori genuini del popolo italiano. Ruralismo e progressismo, Strapaese e Stracittà, nazionalismo e internazionalismo fascista non sono che singoli aspetti di questa complessa dialettica, che ebbe comunque un elemento unificatore: la poliedrica e geniale personalità di Mussolini, vero artefice del fascismo. Ora, egli fu sempre un uomo di sinistra, un socialista (non marxista). Perciò la prospettiva storiografica si sposta e si allarga: il socialismo italiano del primo ‘900 era moderno o antimoderno?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Giugno 2019

Del 05 Novembre 2020

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