giovedì, 23 Settembre 2021
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Il fascismo, strana dittatura in cui l’antifascista Croce tiranneggiava le menti dei giovani

Il fascismo, strana dittatura in cui l’antifascista Croce tiranneggiava le menti dei giovani. Un barone universitario che concepisce la sua professione di intellettuale come la difesa a oltranza della propria supremazia di Francesco Lamendola 

Benedetto Croce è stato il tipico esponente di quel modo meridionale, e specificamente napoletano, di essere borghese e di fare cultura: il tipico esponente dell’universo socioculturale meridionale della prima metà del XX secolo, ancora ben vivo al giorno d’oggi.

Per lui, la cultura era un feudo di cui volle essere il feudatario, anzi, il sovrano assoluto: una rendita da occupare, una posizione da conquistare e da difendere contro ogni possibile concorrente; una sfera in cui si incontravano il suo immenso narcisismo, la sua sconfinata vanità e la sua feroce gelosia professionale, che lo portavano ad una estrema diffidenza e a una forte propensione alle stroncature (queste ultime affidate, peraltro, quasi sempre ai suoi vassalli) nei confronti di chiunque non si sottomettesse al suo credo filosofico e alla sua supremazia personale.

Per circa mezzo secolo, fino agli anni Cinquanta, egli ha esercitato una autentica dittatura culturale non solo in campo filosofico, ma anche estetico, letterario e storiografico; ha paralizzato il dibattito culturale e ha marginalizzato studiosi e pensatori che perseguivano strade proprie, vedendo in essi non degli interlocutori con i quali misurarsi e stabilire un dialogo a più voci, ma degli eretici e soprattutto dei presuntuosi, che attentavano alla sua indiscussa egemonia.

Politicamente, è stato un liberale autoritario, vale a dire una contraddizione in termini: così e solo così si spiega l’apparente contraddizione fra il Croce giovanile, esaltatore della violenza rivoluzionaria e, poi, di Mussolini e del fascismo – e questo fino a dopo il delitto Matteotti – e il sedicente Croce “antifascista” degli anni dopo il 1925, vecchio patriarca delle libertà istituzionali e degli istituti della democrazia parlamentare, che prima aveva irriso con la massima disinvoltura; ma, in effetti, egli fu sempre un pensatore totalitario, celebratore della Santa Inquisizione, intollerante sacerdote ed unico interprete autorizzato dello Spirito Assoluto.

Filosoficamente, la sua originalità è pari quasi a zero: una mediocre rimasticatura dell’hegelismo e della trita formula secondo la quale tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale, è reale; hegelismo che già alla metà del XIX secolo era entrato in crisi a livello europeo (ad opera di Kierkegaard, Schopenhauer e, poco più tardi, Nietzsche) e che solo in una provincia culturale cronicamente arretrata come l’Italia, e specialmente l’Italia meridionale, poteva essere riesumato nel XX secolo e fatto passare per chissà quale novità salvifica.

Storicamente, Croce aveva scarso interesse per i documenti e, con il pretesto che la storia è creazione dello Spirito, preferiva lanciarsi in costruzioni teoriche, delle quali il minimo che si possa dire è che peccavano di insopprimibile pigrizia intellettuale: valga per tutte la sua bislacca interpretazione del fascismo (beninteso, “post rem”: perché, fino al 1925, aveva parlato e scritto in tutt’altro modo) come di una incomprensibile “invasione degli Hyksos”, ovvero come corpo estraneo, come una malattia transitoria e come una parentesi, sostanzialmente inspiegabile, della storia nazionale italiana.

Tralasciamo i danni, non meno gravi, che egli ha provocato nel campo dell’estetica, esercitando – anche qui – una funzione retrograda e reazionaria, nel senso più becero dell’espressione, nemico com’era di ogni novità: valga per tutti il caso del Futurismo che, se può piacere o non piacere, resta comunque una avanguardia con la quale tutta la cultura italiana ed europea hanno dovuto fare i conti, magari per criticarla ed oltrepassarla.

Il sultanismo cultuale di Benedetto Croce si è esercitato – proprio come quello del suo maestro Hegel – grazie al monopolio che l’idealismo è riuscito ad esercitare negli ambienti accademici; sicché, ai primi del Novecento e fin dopo la seconda guerra mondiale, nessun filosofo e nessuno storico che avessero voluto esplorare e diffondere punti di vista diversi, poterono sottrarsi ad una sorda, durissima resistenza da parte delle case editrici, delle riviste più importanti, della critica più autorevole.

Oltre a questo, stuoli di professori crociani di liceo e di università si incaricarono volonterosamente di vigilare, affinché non si propagassero dottrine eretiche e solo il verbo del Maestro potesse rintronare, giorno dopo giorno, nella mente dei giovani: fatto tanto più notevole, se si considera che Croce fu l’estensore del «Manifesto degli intellettuali antifascisti» e per quasi vent’anni visse apparentemente appartato (in realtà, applaudito e riverito) come una sorta di “espatriato interno” e di perseguitato dal regime fascista.

Strana dittatura, in verità, quella che lasciò la cultura liceale e universitaria nelle mani della dottrina crociana, che non si stancava di fare la fronda nei confronti del regime e, per un grosso equivoco in cui era incorso Gobetti, acclamò in Croce il campione impavido del liberalismo: lui, che ancora dopo il delitto Matteotti aveva espresso, in Senato, la fiducia al governo di Mussolini, compiacendosi poi dell’esito favorevole della votazione!

Si potrebbe obiettare che, se tanti professori, studiosi ed editori (primo fra tutti, Giovanni Laterza di Bari) sentirono l’ascendente di Croce, ciò significa che egli fu realmente il più eminente dei nostri filosofi dell’epoca. Tuttavia, prima di giungere ad una tale affrettata e semplicistica conclusione, bisogna riflettere alle condizioni generali non della filosofia italiana, ma del circuito culturale attraverso cui la filosofia italiana dell’epoca – così come ogni altra manifestazione del pensiero – veniva fatalmente incanalata.

Oltre alla cronica arretratezza di cui parlavamo prima, e che era più marcata nell’area napoletana, bisogna tener conto della struttura baronale, smaccatamente clientelare, in cui versava l’università (stiamo parlando di molto tempo fa, si capisce: ogni riferimento al presente è puramente casuale) e, di riflesso, tutto l’ambito dell’istruzione superiore e della cultura accademica: non solo le cattedre, ma anche le riviste, gli editori e tutta quella rete di amicizie semi-mafiose che permettono a pochi individui affermati di tiranneggiare su tutti gli altri.

In questo senso, il crocianesimo – quello sì – è stata una malattia della società italiana, peraltro niente affatto estemporanea; o meglio, una delle più vistose manifestazioni di quella degenerazione sociale della borghesia meridionale che si manifesta nel parassitismo economico, nella pigrizia e nella autoreferenzialità culturali, nella gelosa difesa degli interessi di casta e nella chiusura retriva ad ogni elemento esterno che possa introdurre un vento di novità e di cambiamento.

Ci affidiamo ad alcune pungenti ma esatte riflessioni di Nicola Abbagnano contenute nel suo libro «Ricordi di un filosofo» (Milano, Rizzoli, 1990, pp. 9-19):

«Nel 1922, quando m’affacciai ventunenne alla ribalta filosofica italiana, Benedetto Croce ne era l’indiscusso re: un monarca assoluto, incontrastato. La sua autorità superava di gran lunga quella di Giovanni Gentile.  Distrutta la dittatura positivista, vi aveva sostituito quella dell’idealismo. All’insegna di altrettanto totalizzanti certezze, e di una Ragione raramente sfiorata dall’ombra del dubbio, tiranneggiò l’interro mondo degli studi, nei licei e nelle università, in campi che erano anche quelli della storiografia, dell’estetica e della letteratura. Dominato dal razionalismo hegeliano, ottimista quanto continua ad esserlo il materialismo dialettico, il neoidealismo crociano-gentiliano concepiva la storia del mondo come una tragicommedia che lo Spirito Assoluto, perenne e unico prim’attore, recita di continuo davanti a se stesso, con l’esclusione dei comprimari, cioè degli individui.

Sì, arroccato nel proprio studio di Palazzo Filomarino, don Benedetto era un vero monarca. La sua corte, sparsa per gli atenei, aveva un nucleo di eletti con il privilegio, a palazzo, di ascoltare il Maestro. Perivo di tata benevolenza, mai ho partecipato a quelle riunioni. […]

Don Benedetto, proprio perché ricco autocrate e borghese del Sud, fu uni dei “fondatori” (e sostenitori fin dopo il delitto Matteotti) del fascismo. I suoi elogi dell’intolleranza, il suo disprezzo soreliano per la democrazia parlamentare, la sua battaglia contro le positiviste Dea Ragione e Dea Libertà non l’avevano certo trasformato, almeno sino a quel 1922, in un campione della democrazia. Essendo meridionale anch’io, conosco i difetti della classe di “notabili” cui egli apparteneva per temperamento, per nascita e per censo. Non intendo dubitare del suo successivo (dopo il 3 gennaio 1925) antifascismo, nel quale dovete peraltro entrare qualche dose di risentimento da “primadonna” contro Gentile, che con il suo “Manifesto” era diventato, per il fascismo, il filosofo di corte.  in don Benedetto agiva talvolta una prepotente forma di “guapperia” partenopea, specie nelle faccende che riguardavamo il suo primato. In tale guapperia, sia pure dal tratto spagnolesco e al’insegna d’un alto livello culturale, è inscrivibile il suo stesso bisogno di avere una “corte”.  A quanto ne so, suo can barbone preferito era allora Nicolini, erudito serio e, a tutt’oggi, leggibilissimo […].

Contrariamente a quanto è accaduto e accade nei paesi marxisti, il fascismo non aveva un’ideologia precisa da imporre nell’insegnamento. Paradossalmente, dal proprio dorato esilio nella “reggia” partenopea, era proprio don benedetto a governare, nelle scuole e nelle università, le menti di molti giovani. Chi, nel mondo accademico, cercava una via diversa da quella neo-hegelianamente sua, incontrava ostacoli dovunque, dai concorsi agli editori, tutti stretti nella morsa di una “dittatura” culturale che continuò sino ai primi anni Cinquanta. Apportatrice di guai: con la giustificazione che “tutto è Idea”, essa allontanò almeno una generazione di storici e studiosi dalla realtà e dall’abitudine ai documenti. Incoraggiò quell’antica tabe nazionale che è la pigra spocchia dei retori. Difetti che, a ben guardare, si celavano anche in Croce: quello suo fu il verbo d’un Maestro che credeva d’essere concreto e spesso si dimostrò invece astratto, e candidamente ottimista proprio là dove si professava volpino e machiavellico, fin da quando (1920-’25) aveva tentato di far rientrare il fascismo nell’”alveo della pratica istituzionale”. Negli anni del regime Croce non fece poi nulla per uscire dall’equivoco costituito, da una parte, dall’esserne vittima (in parte vera in parte presunta quale paladino della libertà, mentre dall’altra le sue idee totalizzanti continuavano tranquillamente a circolare. Perché mai non respinse, per esempio, non rinnegò le antidemocratiche “pagine sulla guerra”? Ed io penso allora a un uomo che, dalla mia gioventù, mai ho smesso di ammirare. Penso ad Amendola, all’inerme Giovanni Amendola: vero antagonista – lui e on Gramsci, lui e non Croce – del nazionalmassimalismo, o socialfascismo, mussoliniano. E sua vera vittima. Assieme al generoso, e altrettanto inerme, Piero Gobetti.

Proprio Gobetti, poco prima che Mussolini andasse di slancio al potere, era stato attratto non tanto da Croce ma da Gentile. Tanto fa scrivere (1921): “Un insegnamento di vitalità intensa, d’operosità necessaria, di serenità, d’umanità cosciente scaturisce dall’opera di Giovanni Gentile. Egli ha fatto scendere (anzi, meglio, salire) la filosofia dalle astruserie professionali all’immensa concretezza della vita. È giusto che in lui gl’individui riconoscano un maestro di moralità, e tutta la nuova generazione s’ispiri al suo pensiero per rinnovarsi.”

Ma quando Gentile – il 21 aprile 1925, a pochi mesi dal discorso con cui Mussolini, il 3 gennaio, aveva instaurato la dittatura – si fece promotore del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, Gobetti si avvicinò a Croce, firmandone il “contro-manifesto”, quello che il 1° maggio questi volle coraggiosamente promuovere, e che ebbe l’altrettanto coraggiosa adesione di molti intellettuali antifascisti. Su “La Rivoluzione liberale”, Gobetti volle prendere – ma indirettamente – le distanze da Gentile. Lo fece riavvicinandosi a Croce e contribuì non poco ad accreditare il “nuovo” ruolo politico del pensatore di Pescasseroli, con argomenti che vengono a tutt’oggi citati dai crociani ufficiali”. Ovvero cancellando l’intero passato protofascista, o filofascista, di Croce. […]

Al pari di Gobetti, molti liberali d’oggi tendono a valutare Crocce quale esclusivo “maestro di liberalismo”: dimenticando che, sino al 3 gennaio 1925, egli fu un aperto sostenitore di Mussolini. Secondo Luigi Ambrosini è un appoggio che risale al 1920, quando Croce addirittura caldeggiò la proposta di armare le squadre fasciste, in base alla considerazione che “anche le orde del cardinal Ruffo avevano servito a scopi nazionali.

Era Croce animato da “cinismo totalitario, come rilevò Borgese? Non credo. Pur essendo un liberale autoritario, restava al fondo un uomo del Risorgimento.  E – al pari di Salandra, Soleri e, in parte, dello stesso Giolitti – s’illudeva di poter strumentalizzare Mussolini per restaurare l’ordine, e di fare poi rientrare il fascismo nell’”alveo della pratica costituzionale”.»

“Ho molta stima pel Mussolini” si legge in una sua lettera a Ermenegildo Pistelli (20 aprile 1923). […]

Il 1° febbraio 1924, a due mesi dalle elezioni, in un’intervista al “Corriere italiano2 invocava una “compatta maggioranza” per Mussolini: “Il cuore del fascismo è l’amore per la patria italiana, è il sentimento della salvezza di essa, e perciò dello Stato italiano”. Quando poi, nel giugno 1924, Mussolini rischiò di essere travolto dall’ondata di indignazione per il delitto Matteotti, egli non mutò atteggiamento. Rifiutò, è vero, e questo va parimenti ricordato, il dicastero dell’istruzione nel rimpasto ministeriale. Ma, come ho sopra ricordato, fu tra quanti in Senato votarono la fiducia a Mussolini e al governo. E definì (“Giornale d’Italia”, 10 luglio 1924) “prudente e patriottico” quel voto. S’illudeva ancora di condizionare con il beneplacito liberale  la permanenza del fascismo al potere, e di potergli dare al momento buono il benservito.

A dare il benservito a tutti coloro che non erano fascisti fu invece Mussolini, con i discorso del 3 gennaio 1925. Croce  prese allora le distanze dal fascismo, specie quale promotore del “Manifesto” opposto a quello redatto da Giovanni Gentile, con il quale rendeva altresì definitiva una frattura che già era in atto dal 1914, come contrasto con la posizione interventista del filosofo siciliano (che pure per molto tempo, e fin dall’inizio del 1903, era stato collaboratore della rivista “la Critica”). Però Croce, dopo il 1925, fu antifascista soprattutto politicamente. […]

Ma, filosoficamente, Croce mai ripudiò (lasciandole nei propri scritti, al più con qualche tentativo di correzione) le posizioni sue proto fasciste. […]

È più esatto affermare che benedetto Croce fu “fascista” senza volerlo? Probabilmente sì, ma al tempo stesso senza dimenticare i suoi “contribuiti” prima del 3 gennaio 1925, direttamente e indirettamente, al fascismo. E senza dimenticare qualche sua attenzione, in epoca fascista, per Mussolini…»

La vicenda di Croce, sotto il profilo socioculturale, ricorda altre situazioni e altri nomi di quell’eterno gattopardismo che già Giuseppe Tomasi di Lampedusa indicava, giustamente, come il male peggiore della realtà siciliana e, in genere, meridionale.

Ecco qui un barone universitario, un borghese che concepisce la sua professione di intellettuale come la difesa a oltranza della propria supremazia, uno spregiatore della democrazia parlamentare e un ammiratore di Mussolini e del fascismo, che si ricicla, prima ancora della caduta del fascismo medesimo, anzi, addirittura all’inizio della dittatura, come la più rispettata e autorevole bandiera dell’antifascismo, del liberalismo, della democrazia; un filosofo roso dall’invidia per il più giovane e apparentemente più fortunato collega, Giovanni Gentile, tanto di lui più vivo come pensatore e come educatore; eccolo che, di punto in bianco, grazie all’ingenuità di Gobetti e alla memoria corta di tanti altri intellettuali, tutti con una più o meno lunga coda di paglia, assurge alle altezze epiche di solitario combattente per la libertà di pensiero e di espressione. Proprio lui, che si adombrava se un qualche sconosciuto filosofo riusciva a pubblicare un proprio libro, senza passare prima per la sua anticamera, chiedendone umilmente il permesso.

Quante volte abbiamo visto, e continuiamo a vedere, personaggi politicamente e culturalmente discutibili farsi avanti senza pudore, azzerare d’un colpo frequentazioni ambigue e amicizie quanto mai imbarazzanti e presentarsi, nuovi e freschi di bucato, in veste di strenui propugnatori del rinnovamento; personaggi, magari, che vengono fuori da oscure logge massoniche o da torbidi comitati d’affari, ma che hanno saputo fare il salto giusto al momento giusto, trovando compiacenti solidarietà e raccomandazioni di ferro presso coloro che contano…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/08/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Del 05 Novembre 2020

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