sabato, 25 Settembre 2021
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La distruzione aerea di Zara fu lo strumento della pulizia etnica voluta da Tito

La distruzione aerea di Zara fu lo strumento della pulizia etnica voluta da Tito: il suo amaro destino durante la II^ guerra mondiale, prima rasa al suolo dalle bombe e poi consegnata all’annessione jugoslava di Francesco Lamendola  

L’amaro destino di Zara durante la Seconda guerra mondiale, prima rasa al suolo dalle bombe, poi consegnata senza colpo ferire all’annessione jugoslava, senza che nessuno, né in Italia, né fra le democrazie occidentali, sentisse il bisogno di verificare se ciò avveniva secondo giustizia e secondo il principio di autodeterminazione, già tanto sbandierato da Wilson tre decenni prima, si è compiuto nel connivente silenzio dei vincitori, i quali, tutti presi dallo sforzo di presentarsi come i restauratori della libertà e della pace nel mondo, non avevano alcun interesse a permettere che esso venisse portato a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale.

Zara, la capitale storica della Dalmazia, dopo essere stata parte della Repubblica di Venezia, poi del Regno d’Ungheria, nel contesto della monarchia austro-ungarica, era stata annessa all’Italia mediante il Trattato di Rapallo, nel 1920, sottoscritto con il Regno serbocroato-sloveno, dopo che il Comitato nazionale italiano aveva deposto l’ultimo podestà austriaco, il croato Mate Skaric, e richiamato il precedente podestà, l’italiano Luigi Ziliotto. Ingrossata la sua popolazione con l’arrivo di quasi tutti gli Italiani di Sebenico, Spalato e Ragusa, città rimaste alla Jugoslavia (nonostante il Patto di Londra del 1915 avesse attribuito oltre metà della Dalmazia all’Italia), Zara divenne il capoluogo di un nuovo governatorato di Dalmazia, comprendente anche Spalato e Cattaro, dopo che, il 18 maggio 1941, liquidata la Jugoslavia dalla rapida campagna militare italo-tedesca, Mussolini si accordò con il dittatore degli ustascia croati, Ante Pavelic, per la cessione all’Italia di un ampio tratto della costa dalmata.

Dopo l’8 settembre del 1943 le Forze armate tedesche occuparono la città, che tuttavia poco dopo restava, almeno formalmente, sottoposta alla giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana, che però dovettero abbandonarla entrambe, verso la fine di ottobre del 1944, sotto la pressione dell’esercito partigiano comunista del maresciallo Tito (i Britannici, nel frattempo, male informati e mal consigliati dai loro agenti locali, avevano fatto la loro scelta, concedendo aiuti e riconoscimento ufficiale proprio a costui, e ritirandoli al loro precedente beniamino,  il generale Draza Mihailovic, capo delle formazioni cetniche, accusato, ma a torto, come poi si seppe, di non combattere i Tedeschi con sufficiente determinazione). Zara, nel frattempo, per circa un anno, e cioè a partire dall’autunno del 1943, era stata sottoposta ad una serie di reiterati, incessanti, crudelissimi attacchi aerei da parte dell’aviazione alleata, subendo più di mille morti (su una popolazione che, prima dei grandi sfollamenti verso le campagne, proprio per sottrarsi alle bombe, era stata di oltre 25.000 abitanti), tanto che lo scrittore Enzo Bettiza ha parlato, per essa, di una “Dresda italiana”. Le distruzioni furono ingentissime (si calcola che gli Alleati abbiano sganciato sulla città martire oltre 500 tonnellate di esplosivo) e fin da allora si diffuse il sospetto, e si sparse la voce, peraltro mai confermata ufficialmente dalle parti interessate, che gli Anglo-americani avessero inferito con tanto accanimento sul capoluogo della Dalmazia al preciso scopo di favorire i disegni annessionistici del maresciallo Tito, o, in alternativa, in seguito ad informazioni, deliberatamente false e tendenziose, dei partigiani comuniste, indicanti nella città e nel porto la presenza di ingenti forze militari germaniche, che, invece, non c’erano, né mai c’erano state.

Sebbene l’annessione ufficiale di Zara alla Jugoslavia venisse sancita solo con il Trattato di Parigi del 1920, di fatto essa era avvenuta da quasi tre anni, mente la maggior parte dei pochi Italiani rimasti in città e nei dintorni avevano preso la via dell’esilio ancor prima del 1947. Come il governo jugoslavo intendesse rispettare le minoranze etniche e linguistiche nel proprio territorio, lo si vide nel 1953, quando le ultime scuole italiane di Zara vennero chiuse, letteralmente da un giorno al’altro, e i loro alunni trasferiti altrove, e la denominazione italiana di Zara veniva cancellata per sempre, restando unicamente quella croata di “Zadar”: nome con il quale la città è conosciuta anche oggi dagli stranieri, compresi quei turisti italiani che vengono a trascorrervi le vacanze estive, attratte dai buoni prezzi degli alberghi e dalla notevole bellezza del mare e delle coste rocciose. Poiché anche i “leoni” di San Marco sono stati abbattuti e fatti sparire ovunque, il turista che visita Zara può avere l’impressione che questa città sia sempre stata prettamente croata e che la presenza italiana non sia stata altro che un episodio marginale di tipo semi-coloniale, dovuto, prima, all’espansionismo della Repubblica di Venezia sulla opposta sponda dell’Adriatico, e, poi, dal nazionalismo e dall’imperialismo fascista, tutti presi dal mito del “Mare Nostrum” di romana memoria.

Riportiamo una pagina del libro-documentario di Marco Patricelli «L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-45» (Bari, Laterza, 2007, pp. 300-1):

«Uno dei giorni più sanguinosi e inspiegabili dell’offensiva aerea è il 7 aprile [del 1944], Venerdì Santo, quando Treviso viene investita poco dopo le 13 da una valanga di fuoco dal cielo, sprigionata da un centinaio di B-17 decollati dalle piste di Lecce. La scarna contraerea non impensierisce i quadrimotori, e quando vanno via il 20% scarso della città può ritenersi scampato al disastro. I morti sono stimati fra i millecinquecento e i duemila. Un bombardamento che, verosimilmente, è frutto di un errore, perché non c’è nulla a Treviso che giustifichi quello spietato attacco in profondità. E questo era evidente anche ai piloti mandati sull’obiettivo forse su imbeccata di qualche agente segreto che aveva indicato nella città della marca una forte concentrazione di truppe corazzate. Non era raro che informatori, spie e unità partigiane chiedessero l’intervento dell’aeronautica motivandolo con esigenze tattiche o strategiche. C’era una guerra da vincere e non si guardava troppo per il sottile.

Emblematico il caso di Zara, l’”enclave” italiana in Dalmazia, appendice latina stretta da un mare slavo contro il Mare Adriatico. Dal 2 novembre 1943 al 28 ottobre 1944 Zara subisce ben 54 bombardamenti: il primo miete 163 morti e 270 feriti, tra i quali i bambini che si trovavano alle giostre di un parco giochi; il secondo, il 28 novembre, altri 160 morti; nel terzo, il 16 dicembre, 53 Mitchell scaricano oltre novanta tonnellate di ordigni che generano focolai che ardono per quattro giorni. A fine anno ben dodicimila zaratini hanno cercato rifugio nelle campagne, cinquemila nei villaggi slavi e altri sono fuggiti col piroscafo verso Trieste. L’intera popolazione della più piccola provincia italiana supera di poco le 22.000 unità.

L’obiettivo è proprio questo, e il regista occulto del terrorismo aereo è il comandante in capo dell’Esercito di liberazione jugoslavo, Josip Broz detto Tito: il suo piano è sradicare la presenza italiana in Dalmazia e non si fa scrupolo di segnalare agli Alleati bersagli militari che non esistono, incentivando l’esodo con la morte e la rovina e aspettando che il lavoro sporco lo facciano altri dal cielo in attesa di completarlo lui da terra. Quando le truppe titine entreranno, il 31 ottobre 1944, in una città distrutta all’80% e svuotata dei suoi abitanti, l’italiana Zara diventerà la croata Zadar, per rimanerlo. Il bombardamento politico è stato lo strumento della pulizia etnica.

Lo Stato Maggiore del Regio esercito, in una relazione del 16 giugno 1945, scriverà che la distruzione di Zara “è stata provocata da Tito, più per cancellare le orme secolari d’italianità che per veri e propri scopi bellici. Infatti, considerando Zara nella sua innocua realtà, è risultato da sicure informazioni, che gli jugoslavi davano a intendere agli angloamericani che in Zara vi fossero grandi depositi di munizioni e grandi quantità di truppe; ciò era completamente falso […]. Zara non era un nodo stradale, non aveva importanza strategica e non era sede del comando tedesco della Dalmazia.”

Errori macroscopici in buona e in malafede erano pane quotidiano. Se dietro al martirio di Zara esisteva un preciso disegno titino (che comunque gli slavi nel dopoguerra hanno continuato a negare), per il bagno di sangue di Treviso non c’era alcuna spiegazione…»

Difficile, dunque, stabilire una volta per tutte se la distruzione aerea di Zara fu voluta dagli Alleati in omaggio a un disegno strategico ben preciso, scaturito da un patto scellerato che essi avrebbero stretto con i partigiani comunisti del maresciallo Tito (e questo, si badi, mentre lottavano al suo fianco centinaia di partigiani italiani del Friuli e della Venezia Giulia, nonché diverse migliaia di soldati del Regio esercito, i quali, dopo l’8 settembre del 1943, avevano deciso di continuare la lotta contro i Tedeschi, stabilendo un patto di collaborazione proprio con le formazioni partigiane titine). Se connivenza criminale vi fu, forse non lo sapremo mai; così come, forse, non sapremo mai se le aviazioni britannica e statunitense si siano prestate a bombardare incessantemente la città per aver creduto, o per aver “voluto” credere, alle segnalazioni, pervenuta loro da agenti di Tito – che, come alleato di Stalin, e per la personale simpatia di Churchill, godeva comunque di una posizione politica più forte di quella che avevano, presso gli Alleati, le autorità italiane del Regno del Sud di Vittorio Emanuele III – secondo le quali la città dalmata era addirittura brulicante di uomini e mezzi della Wehrmacht.

Per comprendere sino in fondo il dramma di Zara, comunque, bisogna tener presente che la città era un simbolo della presenza italiana su quelle terre della Dalmazia: una presenza antichissima e gloriosa, testimoniata dalla parlata locale, ma anche dall’architettura delle case e delle chiese, presenza che, appunto, era vista come il fumo negli occhi dai nazionalisti croati, che la ritenevano, non si sa perché, “abusiva”, “ingiusta” e “oppressiva”. Di vero, in questa profonda ostilità della popolazione slava nei confronti di quella italiana, c’era soltanto il fatto che gli Italiani, più intraprendenti e laboriosi, da sempre godevano di una maggiore agiatezza economica e svolgevano un ruolo sociale e culturale più attivo, e che pertanto i Croati, confinati nei sobborghi e soprattutto nelle campagne, guardavano ai cittadini, cioè agli Italiani, come a degli antagonisti di classe, specialmente dopo che il Verbo marxista, leninista e stalinista si fu diffuso anche in quella parte del mondo, portando con sé tutto il suo carico di odio e di rancore (che, nelle zone della Venezia Giulia, avrebbe dato luogo agli eccidi e agli infoibamenti del 1943 e soprattutto del 1945), ulteriormente inasprito dalla politica annessionistica dell’Italia nel 1941, insieme alle dure operazioni antipartigiane condotte dal Regio esercito fino all’8 settembre 1943.

La memoria storica della italianità di Zara andava distrutta, cancellata, fatta sparire per sempre: a questo mirava, e non alla “semplice” annessione territoriale, il maresciallo Tito, croato egli stesso, e ardentemente nazionalista, anche se all’ombra della falce e del martello, ossia di una ideologia che era, teoricamente, di stampo internazionalista. Del resto, che il nazionalismo più estremo e il comunismo possano andare perfettamente d’amore e d’accordo, a dispetto di quello che insegnava la dottrina marxista “ortodossa” e di quello che credevano i nostri intellettuali di sinistra, tutti, per carità, in perfetta buona fede, se pure non si trattava di un non voler vedere la realtà delle cose, lo hanno ampiamente mostrato le sanguinose vicende successive alla dissoluzione della Jugoslavia del 1991, con il loro carico di orrori e pulizie etniche (e si noti che, nella Croazia indipendente, alla guida del Paese si pose immediatamente un altro leader accesamente nazionalista: Franjo Tudman, quasi una riedizione del progetto impersonato dal partito ustascia di Ante Pavelic, sia pure in chiave vagamente liberaldemocratica e filo-occidentale).

Zara italiana, dunque, era condannata a morte fin da quando cominciò a profilarsi la sconfitta dell’Asse nella Seconda guerra mondiale: se si vuole, la campana a morto, per lei, aveva cominciato a suonare con l’affondamento dell’incrociatore che portava il suo nome, nella battaglia di Capo Matapan, il 20 marzo 1941: morirono 782 uomini, su un equipaggio di poco più di 1.000, compreso l’ammiraglio Carlo Cattaneo e il comandante Luigi Corsi, dopo che la sfortunata nave, semidistrutta dal tiro notturno, effettuato a bruciapelo, di ben tre corazzate britanniche, era stata silurata da un cacciatorpediniere ed era esplosa. Anche lo «Zara», dunque, fu una «delle belle navi che non tornarono» della Marina italiana; e la città di Zara, riunita alla madrepatria dopo la lunga stagione del dominio straniero, ne venne separata di nuovo, per sempre, e nella maniera più traumatica, dopo appena venticinque anni. Chissà quanti ci pensano, magari sorseggiando un bicchiere di “Maraska”, che altro non è se non il nome croato dell’eccellente Maraschino, il liquore di ciliegia zaratino…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Novembre 2020

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