sabato, 27 Febbraio 2021
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Ma quando i profughi erano gli italiani dell’Istria, né la Chiesa, né i cattolici se la presero tanto calda

Ma quando i profughi erano gli italiani dell’Istria né la Chiesa né i cattolici se la presero tanto. Oggi vediamo un presidente e un papa sollecitare i cittadini ad essere ospitali ma senza altrettanto slancio verso gl’Italiani di Francesco Lamendola

Certo che il mondo è ben strano, alle volte; specie di questi tempi.

Ancora più strano è il contegno della Chiesa cattolica e di tantissimi cattolici: quando i profughi che chiedevano ospitalità erano i nostri sventurati connazionali dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, non se la presero certo tanto calda come vediamo che fanno oggi, quando non passa giorno senza che il papa in persona, e il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, fino giù all’ultimo prete e all’ultimo volontario operante nella Caritas, non ci rintronino la testa con i loro discorsi sul dovere dell’accoglienza, illimitata e incondizionata.

Non importa se si tratta di una quotidiana invasione di migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia e, alla fine, milioni di persone; non importa se, mentre aspettano di sapere, ospitati gratuitamente a spese nostre, se otterranno lo status di rifugiati, che tutti indistintamente chiedono, sempre a spese nostre, benché provengano, per la maggior parte, da Paesi nei quali non vi sono né guerre, né persecuzioni, né pericoli di morte, si danno allo spaccio di droga, o allo stupro, o ad altre forme di piccola criminalità; e non importa neppure se, fra loro, si nascondono anche i lupi del terrorismo, pronti a uccidere delle persone a caso e a sgozzare i preti nelle chiese; pronti a sputare sui crocefissi, o a prendere a pugni e morsi i controllori dei mezzi pubblici sui quali viaggiano senza biglietto; e poi mandano i loro portavoce in televisione, belli, serafici, miti, a predicare la tolleranza e a scuotere la testa, con compatimento, davanti a chi osi avanzare dei dubbi sulla loro volontà di integrarsi, e, in genere, sulla sostenibilità, per l’Italia e per l’ Europa cristiana, di questa marea d’immigrati islamici: nessuna di queste cose ha importanza, perché essi sono il nostro prossimo bisognoso, e chiunque lo metta in dubbio non merita di essere definito, non che un cristiano, neppure un essere umano. E va bene.

Ma allora qualcuno ci dovrebbe spiegare perché, quando i profughi erano dei nostri fratelli che avevano già vissuto il dramma delle foibe, della pulizia etnica jugoslava, del terrore comunista di Tito: italiani di lingua, di tradizione, di sentimenti, anche più di quanto lo fossimo noi altri, moltissimi italiani della Repubblica democratica e antifascista, clero compreso, non si mobilitarono affatto per loro, anzi, li trattarono malissimo: accolsero i loro treni a fischi e sputi, li insultarono, gridarono loro di tornarsene indietro; riversarono su di essi tutto il loro disprezzo, bloccarono persino i binari, vomitarono bestemmie atroci, li chiamarono fascisti e banditi, augurarono loro gli stenti e la morte. Vennero alloggiati in fetide baracche di legno, nutriti con una sola ciotola di zuppa nauseabonda al giorno, ignorati dalla popolazione (almeno nel Nord, e in particolare nelle regioni “rosse”; perché al Sud le cose andarono un po’ meglio): e nessun prete, che noi sappiamo, e nessun operatore volontario fecero presente che il vitto era inadeguato, o che erano lasciati a tremar di freddo, senza coperte, in pieno inverno. Eppure, essi non spacciavano droga, non stupravano, non rubavano, non sporcavano, né rovesciavano, per protesta, la pastasciutta sul pavimento; non facevano manifestazioni pubbliche per pretendere che venisse concesso loro l’uso gratuito di Internet; non si lamentavano perché trenta euro al giorno sono pochi, o perché gli alberghi a loro destinati non avevano il bagno in camera. Erano silenziosi e dignitosi: vivevano il loro dramma senza mai chiedere l’elemosina, senza mai lamentarsi. Avevano perso tutto: la casa, il lavoro, perfino i morti, lasciati al cimitero (anche se qualcuno, partendo, aveva voluto portarsi dietro almeno le salme dei genitori o dei parenti più stretti).

Come mai, domandiamo, i cattolici buonisti e progressisti, che allora non mossero un dito per quei nostri fratelli infelici, oggi si fanno in quattro per degli stranieri che vengono da chi sa dove, dei quali non sappiamo nulla, e che spesso rifiutano di farsi identificare, magari perché hanno una fedina penale lunga così, e tutto quel che vogliono è la libertà di delinquere a piacimento, in un Paese che è così fesso da lasciar entrare chiunque entro le proprie frontiere, e da mantenerlo gratis per dei mesi, senza chiedergli di fare nulla; sicché si vedono ogni giorno, in questa povera Italia morsa a sangue dalla crisi, dove si stenta a trovare un lavoro, frotte di giovanotti in buona salute che fumano, chattano col telefonino e stanno tutto il giorno senza far niente, guardando con aria di sfida o di compatimento i poveri fessi che se ne vanno a lavorare? Come mai allora tanti bravi cattolici non rivolsero neppure la parola a quei nostri fratelli profughi, non vollero avere con essi il minimo rapporto, li tennero lontani come se fossero appestati? Come mai allora, nelle chiese, ci furono dei preti che pensarono bene di separare, come in regime di apartheid, i loro parrocchiani da quella gente sospetta, e riservarono loro dei banchi appositi, oltre i quali non dovevano spingersi, per non contaminare con la loro fastidiosa presenza le preghiere dei giusti?

Che cosa strana: tanto disprezzo, tanta ostilità, tanta cattiveria in quel tempo, fra il 1945 e il 1948; e tanto buonismo (non bontà, che è tutt’altra cosa), oggi, verso degli stranieri che non mostrano un centesimo della dignità degli istriani, dei fiumani e dei dalmati di allora: a cominciare dal fatto che sono, al novanta per cento, uomini giovani e pieni di salute, i quali hanno abbandonato al loro Paese le moglie, le fidanzate, la madri, le figlie, che accada loro quel che deve accadere. Qualcuno si immagina i padri di famiglia di Capodistria, di Pola, di Fiume, di Zara, che passavano la frontiera jugoslava o che salivano a bordo delle navi, lasciarsi indietro le loro famiglie, le loro donne e i loro bambini? Qualcuno degli odierni progressisti e buonisti arriva ad immaginarsi una scena del genere? E che cosa avrebbero pensato, allora, i bravi italiani e gli ottimi cattolici, vedendo arrivare migliaia e migliaia di maschi giovani e forti, ma pochissime donne, pochissimi bambini e nessun vecchio? Che cosa avrebbero pensato di quei profughi? Non li avrebbero giudicarti, per caso, dei vigliacchi, che avevano abbandonato al loro destino i congiunti più deboli e avevano pensato unicamente a se stessi? E, se è così – e siamo ben certi che li avrebbero giudicati così – come mai, allora, essi non pensano, né, tanto meno, dicono proprio nulla del genere, riferendosi alle migliaia e migliaia di sedicenti profughi, che per lo più non sono tali, i quali passano tranquillamente la frontiera-colabrodo del Friuli Venezia Giulia, o sbarcano sulle coste del Meridione, oppure, con il telefonino, poco dopo essere salpati dal qualche porticciolo della Libia, si affrettano a mandare dei messaggi per chiedere che le nostre navi li vadano a prendere, a “salvare”, e che li portino nei centri di accoglienza, dove hanno pure il coraggio di lamentarsi perché gli addetti hanno osato lavarli con dei getti d’acqua (in stile nazista, ha detto pure qualcuno!), o perché si serve troppo spesso la pastasciutta, e poi perché i tempi di attesa sono troppo lunghi?

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo caricando le tinte; che, dopo la Seconda guerra mondiale, l’accoglienza riservata ai profughi provenienti dalla Venezia Giulia non fu, dopotutto, così cattiva, come noi l’abbiamo descritta. Benissimo: lasciamo, allora, che parlino i fatti. Prendiamo un paese a caso: Maniago, nel Friuli occidentale, in provincia di Pordenone (che allora, però, non esisteva, essendo tutto il Friuli, di qua e di là dal Tagliamento, compreso nella provincia di Udine). Non se ne abbiamo a male i Maniaghesi: avremmo potuto prendere quasi qualsiasi altro luogo, relativamente a quella vicenda; ci siamo soffermati sulla loro cittadina, perché esiste una testimonianza inoppugnabile. E lo diciamo con la morte nel cuore, perché amiamo i Friulani e li consideriamo bravissime persone: però, in quella circostanza, essi mostrarono il peggio del loro carattere (e sia pure con le attenuanti generiche, se si vuole, della guerra appena finita, della miseria, della fame, della disperazione per la morte di tanti congiunti, caduti al fronte o sepolti sotto le bombe dei gloriosi “liberatori” anglosassoni).

Citiamo, dunque, una pagina dalla monografia del giornalista Fulvio Comin Storia di Maniago (Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2009, pp, 206-207), che non si può certo accusare di nostalgie destrorse, visto che si premura – e poteva farne benissimo a meno – di precisare in anticipo che il dramma dei profughi fu colpa, in ogni caso, di Mussolini:

C’era da risolvere in quel tempo la sistemazione di molti profughi istriani che, “grazie” alla guerra voluta dal regime fascista, erano dovuti scappare dalle loro abitazioni abbandonando tutto per timore di essere vittime delle pulizie etniche che i titini stavano adottando. Questi ultimi consideravano tutti gli Italiani d’Istria fascisti, anche se chiaramente non era vero. […]

Perché, vorremmo chiedere, se fosse stato vero che quegli Italiani erano dei “fascisti”, tale pulizia etnica ne sarebbero stata giustificata? Ma andiamo avanti: l’Autore passa a descrivere come le pubbliche autorità decisero di insediare i profughi istriani nella campagna di Ventunis, che, essendo in gran parte occupata dal conoide ghiaioso dei fiumi Cellina e Meduna, era rimasta, fino a quel momento, praticamente disabitata; e come i nuovi arrivati, che non avevamo certo paura di spremere il sudore dalla fronte, con il loro duro lavoro riuscirono a dissodare quelle terre ingrate e a trasformarle in una ubertosa campagna.

Le famiglie dei profughi che vi si insediarono lavorarono sodo e riuscirono a far cambiar volto a tutta quell’area che, oggi, è completamente coltivata. Molti però non resistettero e furono sostituiti da famiglie di contadini veneti.

I primi anni di vita a Ventunis, per i profughi, furono anni di sofferenza. Molti dei più giovani che avevano frequentato le scuole in Istria parlavano il croato e non conoscevano l’italiano. I ventenni che già avevano svolto il servizio militare, dovettero rifarlo perché non gli era stato riconosciuto. Follie di una burocrazia cieca ed immobile tutta attenta soltanto ad alimentare se stessa con migliaia di pratiche ed inutili carte bollate.

Attorno ai poderi poi volteggiavano continuamente i caccia che si esercitavano al poligono del Dandolo con rumori assordanti e tegole che si spostavano sui tetti cosa che non venne mai riconosciuta “perché gli aerei non spostano le tegole”. Nella chiesa di Vivaro dove gli Istriani andavano a messa c’erano posti riservati per gli “slavi”. Bel modo di essere cristiani!

“Erano come degli appestati” – ebbe a dire monsignor Angelo Santarossa – non avevano alcun rapporto con la gente locale”. Nei paesi, nessuno rivolgeva loro la parola.

Quando venne in visita, il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, non si fermò a salutare i bambini Istriani che sventolavano le loro bandierine tricolori, preferendo sostare con i bambini di Maniago.

Soltanto nel 1964, Dandolo ebbe una sua chiesa dedicata a San Francesco. Il grande artefice di questa comunità fu il parroco di Tesis, don Lino Antonini, che li conosceva tutti di persona e che non mancò mai di incoraggiarli. La gente d’Istria pianse ai suoi funerali.

Quelli che rimasero, seppero trasformare una landa desertica in un giardino a prezzo di enormi sacrifici. Oggi si sono tutti integrati ma i più anziani non sono riusciti a dimenticare. E perché dovrebbero farlo?

Oggi non sono pochi gli Italiani che decidono di ospitare in casa loro uno, due, tre, quattro o più “profughi” maghrebini, o nigeriani, o mediorientali: li accolgono in casa come figli, e aprono volentieri la porta alle telecamere e ai giornalisti, perché tutto il mondo sappia come sono aperti, generosi e privi di pregiudizi. Che bello. Allora, Italiani che vivevano a meno di cento chilometri dalle terre occupate dagli Jugoslavi, si rifiutavano di rivolgere la parola ad altri Italiani, nati e vissuti da generazioni in quelle terre, dalle quali avevano dovuto fuggire, sotto la minaccia di un destino tremendo, quello delle foibe: un altro capitolo sul quale, per quasi sette decenni, la storiografia ufficiale, progressista e filo-resistenziale, aveva steso una rigorosa e impenetrabile cappa di silenzio. E come allora il presidente Saragat, socialdemocratico, si rifiutò d’intrattenersi coi bambini profughi, i quali sventolavano, pateticamente, le loro bandierine tricolori, così anche oggi vediamo un presidente che, come del resto fa il papa, sollecita di continuo i bravi cittadini ad essere ospitali e generosi con i profughi stranieri: peccato solo che non abbiamo visto, né vediamo, altrettanto slancio, altrettanta sollecitudine, verso gl’Italiani poveri: che ormai si contano a milioni…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Del 06 Novembre 2020

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