lunedì, 14 Giugno 2021
HomeSTORIACi son voluti sessantasei anni per ridare il dovuto onore ai caduti...

Ci son voluti sessantasei anni per ridare il dovuto onore ai caduti di El Alamein

Ci son voluti 66 anni per ridare, il dovuto onore, ai caduti di El Alamein. Nonostante il valore del soldato italiano, riconosciuto da tutti gli storici seri esso è stato battuto quasi sempre: a Custoza, Lissa, Adua e Caporetto di Francesco Lamendola  

Il 23 ottobre 1942 l’armata britannica del maresciallo Montgomery lanciava l’assalto finale alle posizioni italo-tedesche di El Alamein, in Egitto, un centinaio di km. ad ovest di Alessandria e del delta del Nilo, riuscendo, dopo asperrima lotta, a travolgerle, grazie ad una superiorità schiacciante in fatto di uomini, mezzi e, soprattutto, rifornimenti.

La vittoria inglese, accompagnata dagli sbarchi delle forze americane nel Nord Africa francese, segnò la svolta della guerra nel settore del Mediterraneo; così come la vittoria sovietica a Stalingrado, poco dopo, segnò la svolta decisiva sul fronte orientale. El Alamein ha preparato la capitolazione italo-tedesca in Tunisia, lo sbarco in Sicilia, la sconfitta e la resa dell’Italia; ha segnato il destino della nostra nazione e preparato le condizioni per l’occupazione tedesca e per lo scoppio della guerra civile, massima sciagura nella storia di un popolo.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato il sacrificio dei nostri soldati a El Alamein.

Al tempo stesso, ha ribadito che gli ideali delle due parti in lotta, gli Alleati e l’Asse Roma-Berlino, non sono comparabili; e che la sconfitta di Rommel, la “volpe del deserto”, è stata anche la sconfitta di una insostenibilità storica da parte dei regimi totalitari.

Prendiamo atto che, finalmente – dopo sessantasei anni – si possono onorare i nostri soldati caduti sul campo della guerra fascista; nutriamo, tuttavia, delle forti perplessità sia sul concetto della “non comparabilità” delle due parti, sia su quello della “insostenibilità storica” del nazifascismo.

La perplessità circa la prima affermazione del Presidente deriva dal fatto che non siamo convinti della completa bontà e del disinteresse degli Alleati. Nella seconda guerra mondiale, scontro ideologico totale, che fu spinto sino alla distruzione deliberata dell’avversario – si pensi solo alle bombe al fosforo liquido gettate su Dresda poche settimane prima della fine della guerra; o alle due atomiche di Hiroshima e Nagasaki – non si affrontarono i buoni e i cattivi: furono tutti cattivi. Tutti agirono per scopi di potenza e di dominio; nessuno per donare la libertà a qualcun altro – anche se gli Angloamericani, più abili a livello propagandistico, riuscirono a farlo credere al resto del mondo – e, quasi quasi, perfino a se stessi.

La perplessità circa la seconda affermazione del Presidente nasce dal fatto che è un concetto molto hegeliano, e quindi molto discutibile, che la Storia sanzioni la vittoria della parte che possiede le migliori ragioni etiche. Purtroppo non è così: non lo è mai stato. Di certo, non sul breve e medio periodo. Il totalitarismo sovietico non fu migliore di quello nazista, eppure rimase saldamente al governo della Russia per quasi mezzo secolo dopo El Alamein e Stalingrado. Anch’esso era “insostenibile”, eppure non solo vinse la guerra, ma esercitò un forte potere di attrazione ideologica sui lavoratori e sui giovani di tutto il mondo, perfino dopo che gli orrori di Stalin avevano cominciato a trapelare all’estero.

Se, poi, il sistema borghese-capitalistico, rappresentato da Gran Bretagna e Stati Uniti, si possa definire storicamente “sostenibile”, e quindi meritevole di perpetuarsi e di continuare a espandersi, questo è tutto da vedere: chi vivrà, vedrà. Ma è semplicistico dire o pensare che la Provvidenza regoli subito i suoi conti con la storia; al contrario, non ha mai fretta.

Se ciò è accaduto per il nazismo, lo si deve al fatto che esso, per una serie di errori politici di Hitler, finì per mettersi contro il mondo intero: e ne pagò il fio, in brevissimo tempo. Fu schiacciato dal numero e dal peso dei suoi avversari, non dalle sue colpe.

Queste ultime, sia ben chiaro, ci furono, e furono tremende. Ma non è a causa di esse che è crollato,  dopo soli tredici anni che era andato (più o meno democraticamente, e questo è un particolare su cui in genere si sorvola) al governo della Germania.

Nel 1942, Churchill e Roosevelt non combattevano affatto per liberare il mondo da Hitler e Mussolini; combattevano per ragioni  nazionali squisitamente egoistiche.

Churchill voleva conservare indefinitamente l’Impero britannico, ossia la facoltà di continuare a sfruttare impunemente un quarto delle terre emerse, stroncando ferocemente, sul nascere, qualsiasi tentativo di concorrenza industriale e finanziaria. Fu per questo, e solo per questo, che condusse una guerra a morte contro la Germania e l’Italia; della libertà dei popoli e della democrazia, non gl’importava nulla; non gli era mai importato nulla. Aveva sempre ammirato Mussolini e non lo aveva mai nascosto; odiava Hitler perché vedeva in lui una minaccia al suo amato Impero e al plurisecolare dominio dei mari, sul quale esso si reggeva.

Appena due ani dopo la fine della guerra, invece, la Gran Bretagna avrebbe dovuto andarsene dall’India (non senza prima assestare il colpo di coda di favorire la diabolica scissione del Pakistan sulla base dell’integralismo religioso): la Germania e l’Italia sono state ridotte in cenere per un impero che non sarebbe sopravvissuto alla guerra. Tale era l’uomo di Downing Street: cinico, brutale, vanaglorioso e immensamente stupido.  Pur di distruggere Hitler, che non era interessato al suo Impero e, anzi, desiderava conservarlo (vedi l’ingenuo “favore” di Dunkerque), preferì allearsi con Stalin e a Roosevelt, che erano ben decisi a toglierglielo ed avevano i mezzi per farlo. E che lo fecero, non appena la guerra fu vinta.

Roosevelt era più subdolo e ipocrita di Churchill. Dopo aver sostenuto finanziariamente la Gran Bretagna con ogni mezzo, standosene in una comoda neutralità, nell’incontro di Terranova, in cui firmò con Churchill la Carta Atlantica, a bordo di una nave da guerra (il 14 agosto 1941), si preparò  a gettare l’ombra degli Stati Uniti sul mondo intero, dietro il paravento del diritto all’autodecisione dei popoli.

Ma, se era vero che gli Alleati si battevano per tale diritto, come mai la guerra era stata scatenata per Danzica, una antica città tedesca, i cui abitanti non desideravano certo essere governati dalla Polonia? Come mai tutta l’America Latina, in omaggio alla dottrina Monroe, doveva essere considerata una riserva strategica statunitense? E, a proposito di El Alamein: che cosa ci faceva l’esercito britannico, in Egitto? Perché occupava un Paese cui la Gran Bretagna aveva formalmente riconosciuto l’indipendenza fin dal 1922? Come mai tanto clamore per la violazione tedesca della neutralità del Belgio e dei Paesi Bassi, e neppure un bisbiglio per la violazione inglese alla sovranità dell’Egitto? Anche gli Egiziani dovevano essere “salvati” da Hitler e Mussolini? Strano; nessuno aveva chiesto il loro parere.

E come mai gli americani continuavano ad occupare le Filippine, dopo averle “liberate”,  più di quarant’anni prima, dal giogo coloniale spagnolo? Evidentemente, non avevano poi tanta fretta di riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei popoli, quando erano in ballo i loro interessi strategici. Da Portorico, tolta anch’essa alla Spagna nel 1898, non se ne sono andati mai più: Porto Rico non è uno degli States, e non è neanche rappresentato al Congresso. È una colonia, ma non è una colonia: questa parola è impronunciabile dai suoi generosi “liberatori”.

Così come gli Americani non se ne sono più andati dall’isola di Guam, nel Pacifico. E neanche dalle loro basi europee, per la verità; anzi, le stanno rafforzando, specialmente quelle italiane (Aviano, Vicenza).

Anche questo è un po’ strano. Se erano venuti in Europa solo per liberarla dal nazifascismo, come ci ricordano ogni anno nel commemorare lo sbarco in Normandia: allora come mai, a distanza di oltre sessant’anni, non se ne sono ancora tornati a casa loro?

La seconda guerra mondiale è stata un assalto generale al potere mondiale.

Non uno scontro fra totalitarismo e democrazia, ma uno scontro in cui la posta in gioco era il dominio del mondo.

Le nuove potenze imperialiste (Germania, Italia e Giappone), quelle arrivate tardi per spartirsi la torta del dominio mondiale, hanno cercato di eliminare quelle vecchie (Francia, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti) e rimediare alla posizione svantaggiosa in cui si trovavano. La Germania voleva spezzare le assurde catene di Versailles; l’Italia, rifarsi del cattivo trattamento subito dai suoi ex alleati nel 1919; il Giappone, assicurarsi le materie prime di cui aveva bisogno (nelle Indie orientali olandesi) per proseguire una politica di potenza, senza la quale avrebbe dovuto regredire a potenza di serie B.

Tutte e tre avevano i loro motivi per voler modificare il sistema di potere mondiale: non erano ragioni nobili, ma brutalmente egoistiche. Non erano ragioni nobili quelle che spinsero Hitler, dopo aver ottenuto l’Austria e i Tedeschi dei Sudeti, ad aggredire la Polonia. Non erano ragioni nobili quelle che spinsero Mussolini a invadere l’Abissinia e ad occupare l’Albania. E non erano ragioni nobili quelle che spinsero il governanti giapponesi a creare lo Stato-fantoccio del Manciukuò e ad invadere la Cina, commettendo ogni sorta di atrocità a danno della popolazione civile (cfr. F. Lamendola, «Lo ‘stupro’ di Nanchino» nel dicembre 1937, preludio agli orrori della seconda guerra mondiale», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Ma neanche gli Alleati combattevano per delle nobili ragioni.

Ribadiamo il concetto, a costo di essere crudi: non vi erano i buoni da una parte e i cattivi dal’altra: era una contesa banditesca fra gli ultimi arrivati e quelli che già da tempo sfruttavano le ricchezze mondiali.

L’Italia, che doveva vedere il Mediterraneo ridotto a corsia preferenziale della strapotente flotta britannica da e per l’India, decise di giocare le sue carte (decisamente male) e perse, puntando tutto sull’alleato sbagliato.

Rimanere neutrale, oltre che pericoloso nei confronti di una possibile reazione di Hitler, avrebbe voluto dire rimanere per sempre legata al buon volere finanziario della City (come oggi, del resto) e a quello militare della Royal Navy di Sua Maestà britannica: la quale ultima, padrona di Gibilterra e di Suez (e, per soprammercato, di Malta: Malta, che fu il fattore strategico decisivo della nostra sconfitta), avrebbe potuto ridurci alla sua mercé in qualsiasi momento, tagliandoci i rifornimenti e mettendoci in ginocchio senza nemmeno tirare un colpo di cannone.

Si può criticare la decisione di Mussolini di entrare in guerra, ma non è onesto giudicarla con un criterio morale diverso da quello adoperato per valutare la politica degli Alleati. Da una parte e dall’altra, ci si batteva per la potenza e per il dominio sul mondo.

Se l’Italia avesse vinto – così ragionava Mussolini, ed era il modo di ragionare dei politici del tempo, compresi quelli inglesi, francesi e americani – avrebbe ottenuto il collegamento fra la Libia e l’Etiopia; il dominio del Mediterraneo e dei Balcani; lo sbocco sull’Oceano Atlantico, mediante Gibilterra o una parte del Marocco francese. Ciò ne avrebbe fatto, a tutti gli effetti, una potenza mondiale.

Le imponenti opere stradali e la messa a coltura dei terreni più ingrati nelle colonie africane, nel giro di pochissimi anni, dimostrano che ne aveva le capacità; ma, prima, avrebbe dovuto spezzare le sbarre che la imprigionavano nel suo stesso mare, il Mediterraneo. Non tanto la Francia (e meno ancora l’Unione Sovietica), ma la Gran Bretagna era il vero ostacolo al conseguimento di questi obiettivi: era lei l’avversario da battere. La sua pretesa di considerare il Mediterraneo (come, del resto, l’Oceano Indiano) un lago britannico era, più o meno, quello che sarebbe apparsa la pretesa italiana di considerare il Mare del Nord e l’Atlantico un lago italiano: una cosa assurda.

Certo, oggi la politica internazionale si ispira ad altri principi, almeno a parole.

Possiamo deprecare che, nel 1939-40, i principi fossero quelli: imperialisti e pragmatici fino alla brutalità. Ma i tempi erano quelli, e lo erano per tutti.

Il mondo anglosassone si indignò per l’aggressione fascista all’Abissinia: ma lo faceva mentre la Gran Bretagna teneva schiavi centinaia di milioni di esseri umani in Africa ed Asia, pronta a soffocare nel sangue qualunque agitazione indipendentistica (come si era visto col massacro di Amritsar, in India, nel 1919; o con la persecuzione poliziesca di Gandhi, il profeta disarmato della libertà indiana).

El Alamein, dunque.

Ora si può parlare di quei nostri soldati che diedero la vita su quel campo di battaglia africano, non tanto per invadere la valle del Nilo e, attraverso il canale di Suez, i campi petroliferi del Medio Oriente, quanto per difendere dall’invasione le porte di casa (come poi avvenne nell’estate del 1943  (cfr. Il nostro articolo «La caduta di Pantelleria nel 1943 apre le porte all’invasione dell’Italia», sempre sul sito di Arianna Editrice).

Per difendere l’indipendenza nazionale e per tenere lontano il ritorno della mafia, che i «liberatori» americani si affrettarono a portarci direttamente dalle galere di New York, nel luglio del 1943, e di cui non ci saremmo più liberati.

Poi, nel 1945, col movimento separatista gli Americani carezzarono l’idea di togliere all’Italia la Sicilia; finché compresero che potevano ottenere molto di più, ossia il controllo permanente di tutta l’Italia, lasciandole la Sicilia, ma sguinzagliando e favorendo in tutti i modi, tramite la loro polizia militare, i mafiosi che rientravano da trionfatori, dopo parecchi anni di vita stentata, per lo più all’estero.

Perché non ci si ricorda mai di ringraziare gli Americani, oltre che per la gratuita e barbarica distruzione di Montecassino; oltre che per i rabbiosi bombardamenti sulle città indifese; anche per aver riportato la mafia in Italia, con lo sbarco del luglio 1943?

A El Alamein, comunque, di insostenibile c’era solo la schiacciante superiorità britannica rispetto alle forze italo-tedesche.

Il maresciallo Montgomery, un uomo piccolo e meschino, tanto vanesio quanto superprudente, non lanciò l’attacco se non quando fu certo di avere una tale preponderanza di mezzi, che gli sarebbe stato semplicemente impossibile non vincere. Nessuna genialità strategica; nessuna abilità tattica: solo il peso immane di un gigante che si abbatte sulle spalle di un ometto stremato e febbricitante. Grazie alla base aeronavale di Malta – e fu errore capitale di Hitler aver rinunciato a conquistarla, quando essa era matura per cadere -, all’esercito di Rommel non arrivava quasi più niente: tutti i  convogli venivano intercettati e distrutti in mare.

E i nostri ridicoli carri armati M 13, con le loro corazze ultraleggere e la stazza lillipuziana (13 tonnellate in tutto), oltre che coi giganteschi Sherman da 31 tonnellate e con i Grant da 29 tonnellate, dovevano vedersela anche con la cronica, disperata scarsità di munizioni, di benzina, perfino di viveri e acqua potabile. Logorati da mesi di attesa nelle sabbie infuocate del Sahara, si preparavano ad affrontare con le mitragliatrici, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie, l’assalto di quella mostruosa cavalleria corazzata che, con gli aiuti a fondo perduto dello Zio Sam, l’esercito inglese in Egitto riceveva senza posa, grazie al sostanziale dominio alleato dei mari, ed era ormai pronto a scaraventare sul fronte.

Quella di El Alamein non è stata una battaglia, ma un massacro: nulla di molto glorioso per i vincitori; ma una pagina di gloria eterna per i vinti.

Perciò, se vogliamo costruire un’Europa di pace in un mondo di pace, abbiamo pure il dovere della verità e dell’onestà storica. Nulla si costruisce sulle bugie e sulle falsità; neppure sui silenzi farisaici o sulle mezze verità, borbottate di malavoglia tra i denti.

Sì, gli eroi di El Alamein caddero per difendere l’Italia.

No, la loro causa non era meno nobile di quella dei loro avversari; o, se si preferisce, era altrettanto discutibile, altrettanto ferocemente egoistica.

Sì, è giusto ricordarli non solo con profondo rispetto, ma anche con gratitudine.

Non vinsero e non riuscirono a sbarrare le vie dell’invasione del suolo nazionale (né, in quelle condizioni, lo avrebbero potuto); ma in guerra non conta solo se si vince o si perde, conta anche come si perde.

C’è modo e modo di perdere: c’è un modo che desta ammirazione anche nell’avversario, e che contribuisce alla ripresa futura, morale e materiale, a guerra finita; e c’è un modo miserevole, come quello che si vide l’8 settembre del 1943, con il disastroso esempio di Casa Savoia.

Cadere, per una nazione, non è politicamente irrimediabile: purché essa cada in piedi.

Per questo, bisogna essere fieri di come seppero sacrificarsi gli eroi di El Alamein. Nonostante tutte le avversità, non ultima delle quali la disastrosa azione di comando del proprio Stato Maggiore. Se non li avesse presi in mano Rommel, quei magnifici soldati si sarebbero sacrificati senza neanche il vanto dell’onore: come era accaduto a Sidi el Barrani, sempre in Egitto, oltre due anni prima, sotto il comando del generale Graziani.

Ecco, questa è un’altra riflessione che scaturisce dalla rievocazione di El Alamein.

Walter Veltroni non sa di aver detto una cosa molto più giusta di quanto egli stesso creda, quando ha affermato – ma in chiave di polemica politica contingente –  che l’Italia è migliore dei propri governanti.

Nonostante il valore del soldato italiano, riconosciuto da tutti gli storici militari seri, esso è stato battuto quasi sempre: a Novara nel 1849, a Custoza (e a Lissa) nel 1866, ad Adua nel 1896, a Caporetto nel 1917, a Sidi el Barrani nel 1940…

I soldati hanno sempre fatto il loro dovere; i comandi, no. Chrzanowski nel 1849, Lamarmora (e Persano) nel 1866, Baratieri nel 1896, Cadorna nel 1917, Graziani nel 1940, non sono stati all’altezza della situazione; neanche quando le circostanze erano a loro favore (come a Custoza e Lissa). Figurarsi quando non lo erano, come accadde a Badoglio, l’8 settembre del 1943, nella pagina più nera della nostra storia (anche militare), con la sola eccezione del sacco di Roma del 1527 da parte di pochi lanzichenecchi al soldo di Carlo V.

È un problema di classe dirigente, insomma. Ieri con gli stati maggiori, oggi con le banche e le grandi imprese.

La classe dirigente italiana non è mai stata all’altezza della situazione; non è mai stata, non diciamo migliore – più lungimirante, più saggia, più onesta e disinteressata -, ma neppure capace di un livello pari a quello delle classi subalterne, compresa la piccola borghesia.

La classe dirigente italiana è una classe dirigente da repubblica sudamericana: avida, opportunista, inetta e, per giunta, vile.

Con una classe dirigente così, non si possono vincere le guerre.

Da più decenni è in atto una guerra, senza esclusione di colpi, contro la criminalità organizzata che spadroneggia in quattro regioni del Mezzogiorno: e lo Stato la sta perdendo. Nonostante il sacrificio di uomini come Falcone e Borsellino.

La guerra contro la crisi economica e finanziaria non sta andando meglio. Un crack dopo l’atro, uno scandalo dopo l’altro, la nostra classe dirigente sta divorando quel poco di polpa che restava da rosicchiare intorno all’osso dell’economia; poi, quando lo avrà spolpato completamente, lo getterà via. E lascerà che a pagare i debiti siano le classi subalterne.

Come è sempre stato e come sarà anche stavolta, per esempio con «Alitalia».

Perciò, se fosse vera la teoria suggerita del Presidente Napolitano, che le insostenibilità storiche vanno in “ruina” – come direbbe il buon vecchio Machiavelli – la classe dirigente italiana avrebbe dovuto crollare da un pezzo.

Invece non cade; è fatta di gomma.

Ogni volta si rialza e si ritrova più ricca di prima: come quei dirigenti di aziende pubbliche che se ne vanno in pensione con buonuscite favolose, dopo aver portato le loro aziende al fallimento. O come quei sindaci e quegli amministratori che vengono promossi ministri e viceministri, dopo aver portato i loro comuni e le loro province alla bancarotta.

Tanto, basta scaricare i costi della loro insipienza sulla comunità, come è sempre avvenuto: e il gioco è fatto. Sarà il popolo a pagare per gli errori dei suoi capi: come a Caporetto, come sul Don, come in Tunisia.

Ci piace concludere queste riflessioni riportando le parole che Paolo Caccia Dominioni, reduce da El Alamein e ideatore e costruttore del sacrario militare italiano nel deserto egiziano, ha idealmente rivolto al vincitore di quella battaglia, il maresciallo Montgomery (in P. Caccia Dominioni, «Alamein, 1933-1962», Longanesi & C., Milano, 1968, 1969, pp. 325-26):

«Ora è tempo di superare la ferrovia e di tornare alla nostra base di Quota 33, dove anche da qui vediamo sventolare il tricolore che viene issato soltanto nelle grandissime occasioni. E le dirò perché ho voluto che Lei vedesse il posto dove morirono Trazzi, Flachi, Celesia, Fogliasso, Passini, Miotello e Martinelli. Appartenenti a sette armi e corpi diversi del regio esercito, nessuno dei sete aveva gradi elevati, nessuno ebbe, che io sappia, medaglie: morirono oscuri, e spinsero la modestia al punto che quando ne cercammo le spoglie, non trovammo nulla. Di nessuno. Sette irreperibili.

Eccoci di nuovo a Quota 33. Ma prima di separarci, mio Lord, abbia la compiacenza di venire con noi qui dove si stendeva l’immenso rettangolo delle croci italiane e tedesche, oggi purtroppo sostituite da assai meno suggestivi sacrari (quello italiano è opera mia). Il terreno ormai è uniforme e le tracce delle croci sono scomparse.  Ma voglio indicarLe il posto dove erano sepolti due morti assai ben conosciuti , e decorati della medaglia d’oro che corrisponde alla vostra Victoria Cross: Livio Ceccotti capitano pilota, ucciso mentre scendeva in paracadute dopo l’abbattimento del suo aereo, e Umberto Novara comandante di vascello, comandante l’incrociatore “Bartolomeo Colleoni”, raccolto morente in mare dai marinai inglesi dopo che la sua nave era stata affondata in combattimento, morto ad Alessandria delle ferite riportate, da Voi sepolto con tutti gli onori, e poi portato qui ad Alamein perché maggior gloria venisse al suo nome:  un bel gesto da parte inglese.

Perdoni, mio Lord, se ora voglio abusare della mia doppia qualifica di anfitrione attuale e antico vincitore non assistito dal potente alleato germanico. Io La invito a mettersi sull’attenti davanti ai nove nomi che ha sentito, sette quasi sconosciuti e due gloriosissimi: io La prego di salutare. Ma intendiamoci: un salito regolarmente britannico a scatto e tremolo, non quello ostentatamente trasandato , da superuomo, che Le vidi fare ala sua stessa bandiera il 23 ottobre 1954, quando Ella inaugurò il cimitero imperiale di Alamein. Lo vidi bene, ero a pochi metri da Lei, con Chiodini, unici invitati italiani tra lo stuolo dei generali britannici e del Commonwealth, ed era giusto che agli ospiti italiani fosse assegnato quel posto dopo tanti anni che anche le Salme britanniche  dimenticate nel deserto, in gran numero, ritrovavano un posto d’onore grazie alla cura, e con qualche rischio, del 31° battaglione guastatori d’Africa.»

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 06 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments