domenica, 7 Marzo 2021
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I comunisti non hanno mai saputo fare i conti con l’assassinio di Giovanni Gentile

I comunisti non hanno mai saputo fare i conti con l’assassinio di Giovanni Gentile. Uccisione avvenuta a freddo di un vecchio inerme, che girava per Firenze senza scorta e che non aveva alcun crimine sulla coscienza di Francesco Lamendola 

I comunisti non hanno mai fatto seriamente i conti con il loro passato, con gli aspetti oscuri della guerra civile (che, per essi, è semplicemente “la Resistenza”, con la lettera maiuscola, o “la lotta di Liberazione”, sempre con la maiuscola): uno per tutti – ma l’elenco sarebbe lunghissimo, quasi infinito -: l’assassinio a freddo del filosofo Giovanni Gentile, un vecchio inerme, che girava per Firenze senza scorta, che non aveva alcun crimine sulla coscienza, ma che, anzi, si era molto adoperato per far rilasciare quanti arrestati poteva e che, soprattutto – ma forse fu appunto questo il suo “crimine” – si era speso per predicare la riconciliazione nazionale e tener lontano il popolo italiano dagli orrori della lotta fratricida.

Colpisce, comunque, l’assoluta incapacità, anche a decenni di distanza, di guardare con onestà e imparzialità la propria storia, di giudicare lealmente le motivazioni dei propri militanti: l’uso continuo, sistematico, sfacciato, di un doppio parametro morale, per cui le azioni malvagie del nemico sono sempre imperdonabili e orrende, mentre le azioni malvagie dei compagni sono sempre giuste o, almeno, giustificabili, se non altro ricorrendo a categorie generiche e retoriche come l’asprezza dei tempi e la crudeltà della lotta – quasi che i tempi e la lotta fossero elementi di storia naturale e non prodotti delle azioni umane, figli di una precisa ideologia – e quasi che una fatalità superiore si fosse posata sui crimini di matrice comunista per renderli necessari e, anzi, per trasfigurarli in azioni legittime, se non sempre esemplari. Perché al volere del Fato non ci si può opporre – e chi può saperlo meglio di un marxista, nipotino ideale di Hegel, il quale sa dove spira lo Spirito del mondo e conosce le strade attraverso le quali esso si realizza: strade sconosciute ai più, ma non ai seguaci della “vera” filosofia, che, guarda caso, è anche una praxis: la praxis destinata a trionfare nel complesso gioco della Storia?

Non di una ideologia qualunque, infatti, stiamo parlando, ma di una vera e propria fede religiosa, di una fede soteriologia: una religione di salvezza mutuata dal messianismo biblico (e infatti l’ebreo Marx sviluppa in senso ultra-messianico la già messianica filosofia di Hegel), più precisamente di una eresia cristiana, staccatasi da una costola dell’altra grande eresia cristiana, l’Illuminismo, e piombata come una scheggia impazzita nel corpo della società europea contemporanea. Ma tornando all’assassinio di Gentile: chi, se non un fedele integrale, poteva assumersi la paternità dell’infame “invito” a sopprimere il filosofo Gentile, se non un comunista come Concetto Marchesi, il quale, pur non avendo scritto quella lettera, se ne assunse nondimeno la paternità e continuò a sostenere la menzogna per tutto il resto della sua vita, onde non separare le proprie responsabilità da quelle del Partito, che, essendo Dio, non sbaglia mai, né può sbagliare, e fuori del quale non esistono né verità, né giustizia, né possibilità alcuna di salvezza? L’integralismo comunista ha sempre fatto propria la formula nulla salus extra ecclesiam, nessuna salvezza al di fuori della chiesa: della chiesa marxista, beninteso; e, più precisamente, della Seconda e della Terza Internazionale (infatti già la Quarta Internazionale, pur essendo marxista come e più dell’altra, venne condannata quale eretica, in quanto di indirizzo trotzkista e non stalinista: con tanto di repressione e di sterminio fisico dei sacrileghi dissidenti).

Ma la storia è fin troppo nota perché valga la pena di tornarvi sopra. Piuttosto, ci sembra opportuno insistere sulla correità ideologica fra gli esecutori materiali dell’assassinio di Gentile e gli storici comunisti che, a guerra finita, e a distanza di decenni, hanno dovuto confrontarsi con quell’episodio: perché è lì che si può vedere, e toccare con mano, se è vero che il Partito comunista dell’Italia repubblicana è evoluto, rispetto alle sue origini leniniste e staliniste, ovvero rispetto alla sua convinzione originaria che la cosa più importante sia affrettare lo scatenamento della guerra civile – e questo fin dalla sua fondazione, vale a dire oltre vent’anni prima della guerra civile del 1943-45; perché, come insegnano esplicitamente sia Lenin, sia Stalin, è solo la guerra civile che permette di eliminare fisicamente i nemici di classe, obiettivo supremo da raggiungere onde poter instaurare la società meravigliosa del domani, libera e giusta perché emancipata dallo sfruttamento della borghesia a danno del proletariato.

Vale dunque la pena di riportare le considerazioni che, sul barbaro assassinio di Gentile, ha svolto lo storico marxista Paolo Spriano nella sua monumentale «Storia del Partito Comunista Italiano», vol. V, «La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo», Torino, Einaudi, 1975, pp. 350-1):

«La crescente asprezza della lotta è […] avvertita ovunque. Cinque giovani renitenti alla leva sono fucilati a Firenze, in Campo di Marte: i gappisti rispondono al terrore fascista con un colpo eccezionale: feriscono a morte, il 15 aprile, Giovanni Gentile, che ha appena inaugurato l’”attività”dell’Accademia d’Italia. Il filosofo spira all’ospedale. Il Gap è stato guidato all’azione da Bruno Fanciullacci, un comunista già arrestato nel 1938 e condannato dal Tribunale speciale, che pochi giorni dopo verrà preso, seviziato orribilmente e liberato dai suoi compagni dalla corsia d’ospedale dove si trova (cadrà, dopo un nuovo arresto e nuove torture, il 15 luglio). I fascisti commentano con una classica nota mussoliniana la morte di Gentile, “uno dei 1.023 iscritti al partito e dei 523 ufficiali e militi della GNR già caduti sotto il piombo dei sicari venduti al nemico”.

L’emozione per la tragica morte del vecchio filosofo è profonda anche nel campo della Resistenza, uno dei momenti nei quali si può meglio verificare che non c’è più posto per i neutrali, che non esistono più zone franche, che la cultura non ha valori intoccabili. Tra i combattenti di “Giustizia e libertà” di Firenze, molti dei quali – professori, intellettuali – apprezzano le doti umane di quell’avversario, vi è un moto di protesta contro questa resa dei conti brutale, ma la reazione della Resistenza è in genere diversa. Tutti i commenti comunisti sono unanimi e non soltanto a Firenze e a Milano (sulla “Nostra lotta” esso è affidato a un uomo come Antonio Banfi), ma a Roma e nell’Italia liberata.  Qui è Palmiro Togliatti a scrivere sull’”Unità” seccamente che “chi tradisce la stessa civiltà umana ponendosi al servizio della barbarie deve pagare con la vita”. Non meno duro il giudizio di un azionista come Carlo Dionisotti, e lo stesso foglio democristiano, “Il Popolo”, se deplora l’uccisione di Gentile, replica ai fascisti che “i nemici della patria sono proprio coloro con i quali si era schierato il filosofo”.»

In questa pagina di prosa si possono ammirare tutti gli aspetti più deteriori della storiografia comunista chiamata a ricostruire la propria storia e a riflettere sulle proprie motivazioni politiche e morali: è un vero capolavoro di ipocrisia, di mescolanza di verità e menzogna, di spudorato travisamento dei fatti e di zelo auto-assolutorio ed auto-celebrativo.

Abbiamo scelto proprio il lavoro di Spriano, del resto, proprio perché esso, secondo la Vulgata culturale oggi dominante in Italia, rappresenta l’ala più aperta e autocritica della storiografia comunista (l’autore, al tempo della guerra civile, non era ancora iscritto al P. C., ma militava nelle formazioni di “Giustizia e Libertà”; e in seguito, nel 1956, fu contrario alla repressione sovietica in Ungheria); quella che, a dire dei più, ha saputo fare i conti con il proprio passato ed è stata capace di indagare obiettivamente non solo le pagine gloriose, ma anche quelle oscure della cosiddetta Resistenza. Insomma, un campione di obiettività e di onestà intellettuale; e, in ogni caso, un intellettuale comunista che ha saputo rifuggire dalla tentazione agiografica.

Intanto, non è vero che le reazioni all’assassinio di Gentile, nell’ambito della Resistenza, furono prevalentemente di segno positivo; al contrario: i comunisti si trovarono soli a giustificare l’ingiustificabile; sia gli azionisti, sia i cattolici, ci tennero a segnare le distanze fra loro e i compagni che avevano assassinato il vecchio filosofo, come pure con quelli che avevano giustificato quell’azione, definendola perfettamente giusta e legittima.

In secondo luogo, colpisce il fatto che lo storico comunista “aperto” e “indipendente” non provi neppure, neppure a trent’anni di distanza, a ridiscutere o rielaborare il giudizio “a caldo” che il Partito comunista di allora diede su quell’assassinio, fatto passare per un atto sacrosanto di giustizia e per un episodio necessario della guerra di liberazione; che si limiti a riportare quel che, a caldo, fu detto e scritto, citando come un oracolo le parole del “Migliore”, il quale dichiara indegno di vivere chiunque si ponga al di fuori della civiltà (lui, che aveva servito Stalin in Unione Sovietica senza fiatare, mentre il dittatore sovietico mandava a morte milioni di persone, ivi compresi non pochi comunisti italiani che erano fuggiti dagli “orrori” dell’Italia fascista in cerca di libertà e di salvezza), senza aggiungere una parola, non diciamo di ripensamento politico e morale, ma nemmeno di umana pietas. No: nessuna pietà, nessuna commozione per chi si è posto al di fuori del consorzio umano, mettendosi al servizio della “barbarie”; come dire: Gentile fu ucciso a buon diritto e a ragion veduta, lo meritava e perfino dopo morto non è degno neppure di un pensiero di rammarico; e, se quelle date condizioni si ripresentassero, bisognerebbe farlo di nuovo, non una, ma mille volte, perché i principi morali non sono negoziabili e i delitti contro l’umanità non cadono in prescrizione. Parola di comunista: cioè di chi si è messo al servizio della ideologia che ha fatto il maggior numero di morti nella storia mondiale.

Insomma: leggere la storia italiana contemporanea, così come la racconta uno storico comunista come Paolo Spriano, è quanto di più deprimente si possa immaginare: vi si respira un’aria pesante, di chiuso, quasi irrespirabile; non vi è ombra di un’autocritica, neppure il minimo accenno alla possibilità di aver commesso degli errori. È lo stesso atteggiamento che tenne il Partito comunista di Udine durante il processo per i fatti di Porzûs, e che il medesimo partito, in cento altri luoghi, tenne infinite volte, anche dopo la fine della guerra civile (che, per loro, non era terminata nell’aprile del 1945, ma continuò due o tre anni buoni, con l’eliminazione spietata di migliaia di contadini, maestre, commercianti, preti, professionisti: tutti borghesi reazionari), sia nelle sedi processuali relative alle atrocità e agli abusi perpetrati dalla Resistenza, sia, più tardi, e a mente fredda, in sede di dibattito storiografico. Ed è lo stesso atteggiamento che tennero i compagni durante l’esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate in fuga davanti agli orrori di Tito, dopo essere scampate alle foibe, alle violenze, alle minacce: quegli esuli vennero coperti d’insulti, di sputi e di disprezzo, in quanto “fascisti” e “rinnegati” (ma di quale patria? Nati e vissuti italiani, e più italiani di quelli di Milano o di Firenze, la loro vera patria era forse diventata, per un colpo di bacchetta magica, la Jugoslavia del maresciallo Tito?).

Il guaio è che costoro cambiano pelle, cambiano nome, ma, nella sostanza, non cambiano mai: e continuano ad occupare le posizioni-chiave nel mondo della cultura, nei salotti bene, nei premi letterari, nelle università, nelle case editrici. Loro, e i loro odierni nipotini, si commuovono tanto, tantissimo, per la sorte dei poveri “migranti”, che a centinaia di migliaia stanno invadendo il nostro Paese: si sono scordati di come vennero accolti i loro fratelli di Pola, Fiume e Zara, che avevano dovuto abbandonare ogni cosa dietro di sé, perfino i loro cari sepolti al cimitero. Loro, e i loro odierni nipotini, rendono onore al merito, all’onestà, alla rettitudine di un Giorgio Napolitano o di un Pietro Ingrao: si dimenticano però di dire che, nel 1956, costoro plaudivano al massacro dei cittadini ungheresi da parte della gloriosa Armata Rossa. E descrivevano gli eroici combattenti di Budapest come una feccia d’immondi “fascisti” e di agenti provocatori al servizio dell’infame capitalismo internazionale.

Il bello è che il Partito comunista, dopo il 1945, ha fatto letteralmente incetta di professori e intellettuali fascisti, tutti miracolosamente convertiti al Verbo marxista dalla sera alla mattina, e tutti indignati che li si potesse anche solo sospettare di opportunismo e camaleontismo. Ruggero Zangrandi, per esempio, spinse la sua improntitudine fino al punto di affermare che i soldi, sì, lui dal Partito fascista li aveva presi, ma per finanziare, in gran segreto, gli antifascisti, e preparare, così, la caduta dell’odiosa tirannide mussoliniana. Con tutti quegli ex fascisti voltagabbana nella pancia, il P.C.I. doveva, per forza, o schiattare d’indigestione, o fornire un biglietto di assicurazione permanente a tutti i nuovi acquisti; e così fece. Stabilì che aver servito la barbarie (il fascismo) era una colpa che meritava la morte: come nel caso di Gentile. Il quale, la gabbana, non volle voltarla…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 1° Ottobre 2015

Del 05 Novembre 2020

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