lunedì, 1 Marzo 2021
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Il nemico degli Alleati era l’Italia, non il fascismo

Il nemico degli Alleati era l’Italia, non il fascismo. Tutta la mitologia della Repubblica di Pulcinella si regge su una serie di “colossali menzogne”. Dopo 70 anni: l’opportunità per l’Italia di ritrovare una “reale sovranità” di Francesco Lamendola  

Tutta la mitologia della Repubblica di Pulcinella, nata nel 1946, si regge su una colossale menzogna storica, che i padri fondatori hanno raccontato a noi ed a se stessi, per circa settant’anni, e che può essere precisata, articolandola nei seguenti punti:

1) che la guerra condotta dalle Nazioni Unite fosse diretta contro il fascismo e contro Mussolini (un solo uomo è colpevole, non il popolo italiano, e contro quell’uomo facciamo la guerra, blaterava alla radio Churchill, che di Mussolini era stato un grandissimo estimatore) piuttosto che contro il nostro Paese;

2) che tale guerra sia cessata l’8 settembre del 1943, e che, dopo quella data, e fino al 25 aprile 1945, non sia stata più una guerra, con devastazioni e massacri di civili inermi, ma una campagna di liberazione;

3) che le forze partigiane abbiano, se non proprio sconfitto, comunque seriamente impegnato i nazifascisti, ben meritando, al tavolo della pace, per l’onore e la dignità della Patria, in faccia al mondo intero;

4) che le città del Centro-Nord siano state straziate dai bombardamenti aerei, e che le truppe marocchine della Francia gollista abbiano stuprato migliaia di donne, solo per meglio portare al popolo italiano l’agognata libertà e la possibilità di rientrare nel consesso delle nazioni civili (a proposito dei francesi: sapete chi ha “liberato” Roma, il 4 giugno 1944? Loro, naturalmente: leggere, per credere, Roger Céré, La seconda guerra mondiale, Garzanti, 1964);

5) che, dopo il 25 aprile 1945, le Nazioni Unite abbiano esaurito il loro compito, restituendo il popolo italiano a se stesso, con la possibilità di darsi libere istituzioni, in pace e amicizia con tutti gli altri popoli;

6) che gli americani, con il Piano Marshall, abbiamo mostrato, al di là di ogni possibile dubbio, la loro bontà di cuore, la loro generosità senza limiti, perché ci hanno aiutati quando avevano ormai esaurito la loro missione, quella di farci tornare liberi, e avrebbero anche potuto infischiarsene della nostra miseria materiale;

7) che gli italiani non siano usciti dal secondo conflitto mondiali sconfitti e umiliati, ma un po’ vincitori anche loro, grazie al cambio di alleanze del’8 settembre 1943 e, poi, grazie all’opera coraggiosa e meritoria delle formazioni partigiane, le quali, invece di attendere passivamente la liberazione ad opera degli Alleati, hanno efficacemente contribuito alla vittoria comune contro il mostro nazi-fascista, ovvero il Male Assoluto;

8) che proprio l’essersi rivoltato contro il fascismo e contro l’alleato tedesco, l’8 settembre 1943, abbia salvato la rispettabilità del popolo italiano al cospetto del mondo e abbia parzialmente riscattato la monarchia dai precedenti errori, dandole la possibilità di giocarsi il proprio futuro alla guida del Paese mediante il referendum istituzionale, in un clima di rinascita politica e morale, sana collaborazione patriottica e senza alcuna pressione esterna da parte dei vincitori della seconda guerra mondiale.

Il fatto – perché è un fatto, e non una opinione – che l’Italia, con la pace di Parigi del 1947, sia stata trattata, in tutto e per tutto, come una nazione sconfitta, e duramente punita nel territorio, nelle Forze Armate, nella sovranità; il fatto che in ogni questione territoriale, e particolarmente in quella del confine orientale, gli Alleati le abbiano mostrato la loro simpatia ed amicizia sposando, in misura maggiore o minore, le pretese annessionistiche del maresciallo Tito (e, poi, che le forze inglesi abbiano sparato sulla folla di Trieste, rea di chiedere il ritorno in seno alla Patria); e il fatto che i vincitori abbiano voluto inserire, nel trattato di pace, il vergognoso ed umiliante articolo 16, il quale stabiliva che l’Italia non avrebbe perseguito quei cittadini italiani che fin dal 10 giugno del 1940 (e non dall’8 settembre, o, poniamo, dal 25 luglio del 1943) avevano favorito la causa alleata, vale a dire i traditori che sin dal primo giorno di guerra avevano pugnalato la Patria alle spalle e avuto intelligenza col nemico; il fatto che un discreto numero di generali e di ammiragli, come l’ammiraglio Franco Maugeri, siano stati insigniti di alte decorazioni dalle potenze alleate, e particolarmente dagli Stati Uniti, per ciò che avevano fatto durante (!) e dopo la guerra: nessuno di questi fatti è valso a insinuare il minimo dubbio, a incrinare minimamente la mitologia della Repubblica di Pulcinella, i cui corifei, forti di un’antica e mai smentita massima, a forza di ripetere le stesse balle per anni e per decenni, son riusciti non solo a farle credere quasi a tutti, spegnendo le intelligenze e il senso critico di tre generazioni di studenti e di cittadini, giovani e meno giovani, ma perfino a se stessi: traguardo insuperato e, forse, insuperabile, di piaggeria che giunge fino al sublime vertice dell’auto-incretinimento dei bugiardi.

Per settant’anni, dunque, agli italiani sono state rifilate queste verità di comodo, una più fantasiosa dell’altra, una più cialtrona dell’altra. Lo scopo era quello di occultare ai loro occhi il peccato d’origine della Repubblica di Pulcinella: l’esser nata dalla sconfitta della nazione italiana e dalla sua umiliazione ad opera degli Alleati, e l’esser stata tenuta a battesimo dai signori dell’odio fratricida e della guerra civile, i quali, da quel momento in poi (e la monarchia prima di essi, per quanto sempre più screditata e mortificata, dall’8 settembre del 1943 al 2-3 giugno del 1946), si sono messi al servizio delle potenze vincitrici, dei loro interessi strategici ed economici, e non hanno mai più agito da classe dirigente di una nazione sovrana, perché l’Italia non era più una nazione sovrana, ma da proconsoli di poteri esterni, dal cui beneplacito dipendevano le loro poltrone, le loro carriere ed i loro privilegi, nonché la loro “rispettabilità” politica e morale. Vogliamo dire che tutti i governanti della Repubblica e quasi tutti gli intellettuali ad essa funzionali, socialisti, comunisti, democristiani, liberali, hanno sempre detto e fatto quanto rientrava negli interessi e nella convenienza di Londra e Washington e, in qualche misura, di Mosca (fino al 1990), mai qualcosa che collidesse con quelli, anche se, o specialmente se, per caso, coincideva coll’interesse nazionale italiano, pena il verificarsi di strani incidenti, da Mattei, a Moro, a Craxi, i quali incidenti, guarda caso, hanno messo fuori gioco i pochi personaggi che, a un certo punto, hanno provato a fare qualcosa di diverso da ciò che stabiliva il copione internazionale assegnato loro. E ora il copione si sta ripetendo, perché una serie di fattori economici, sociali e politici ha rimescolato le carte a partire dal marzo 2018, e di nuovo assisteremo al dispiegarsi della convergenza d’intenti e di azioni dei nostri padroni stranieri e dei loro servitori nostrani, questi ultimi più che mai imbufaliti perché il popolo sovrano ha osato estrometterli a calci in culo, e più che mai smaniosi di rivincita e di vendetta, s’intende dietro gli slogan della “buona causa” della civiltà e dell’umanità, contro i cinici, biechi, spietati, populisti e sovranisti, incuranti delle ‘stragi’ di migranti nel Mediterraneo, sprezzanti verso i ‘valori’ della civiltà europea (cioè di Soros e della Bce) e perciò meritevoli di essere rovesciati ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, essendo l’ultima versione di quell’eterno e camaleontico fascismo, sempre pronto a risorgere dalle sue ceneri e ad uscire dalle sue cloache, che si chiama, metafisicamente (e la definizione, come tutti ricorderanno, è di un politico di destra convertitosi alla kippah sulla via di Damasco, cioè del potere), il Male Assoluto.

Ma, chiederà qualcuno, possibile che in questi settant’anni (settant’anni sono tanti: assai più di quanto sia durato il comunismo nei Paesi dell’Europa centrale, Russia esclusa) la verità non sia mai stata pronunciata, qualche volta, incidentalmente, e, per così dire, fra parentesi, tranne che dai pochi politici sistematicamente esclusi dalle maggioranze di governo e dai pochi intellettuali veramente liberi e non smaniosi di poltrone o riconoscimenti accademici? Effettivamente, sì, ogni tanto capitava; ma, naturalmente, le menti non erano esercitate al senso critico, e perciò quei rari accenni passavano inosservati, scivolavano via come se fossero stati scritti sulla sabbia umida della battigia. Accade sempre così: se la mente non è allenata e se la coscienza non è vigile, ci si può anche imbattere, per caso, nella verità, ma non si è in grado di riconoscerla, e così l’occasione svanisce subito dopo essersi presentata: perché la fortuna soccorre gli audaci, non i servi e gl’imbecilli. Ma ecco uno di quei rari squarci: si trova, buttato lì, con nonchalance, in un paio di righe, all’interno di un libro di 330 pagine, scritto da un saggista e giornalista di tendenza liberale, esattamente settanta anni fa, cioè alle origini della Repubblica di Pulcinella. Parliamo del libro di Domenico Bartoli (Torino, 1912-Roma, 1989), che fu direttore dei quotidiani Il Resto del Carlino e La Nazione, pubblicato da Mondadori, a caldo, nel 1946, con il titolo Vittorio Emanuele III, e ripubblicato l’anno dopo, in seconda edizione, con il titolo, più ampio e solenne, La fine della monarchia. Infatti possiamo leggervi un paio di mezze frasi, non di più, veramente rivelatrici (alle pp. 239-240):

L’atteggiamento degli Alleati [verso il Regno d’Italia, nel 1944] è mutevole e incoerente. Sembra, da una parte, che sostengano le autorità esistenti, la corona e il governo, e difatti si mostrano infastiditi dalle polemiche contro la monarchia e cercano di frenarle. Ma in realtà potrebbero sostenere efficacemente il re e Badoglio soltanto attenuando assai il regime di armistizio e favorendo la formazione di un forte esercito italiano. Se Vittorio Emanuele potesse rientrare a Roma alla testa delle proprie truppe, come vorrebbe, e come dice agli intimi di sperare, la monarchia sarebbe rafforzata, da vinta diventerebbe quasi vincitrice. GLI ALLEATI NON LO VOGLIONO; INTENDONO CHE LA DINASTIA RESTI NELLA CONDIZIONE DI VINTA, COME L’ITALIA [il maiuscolo è nostro], e perciò il loro appoggio al re è inefficace. Essi hanno bisogno dello Stato italiano, uno Stato monarchico, finché il popolo non abbia deciso sulla forma istituzionale, e si limitano a tenerlo in vita, SENZA PERMETTERGLI DI RISOLLEVARSI DALLA SCONFITTA [come sopra].

In queste due frasi è detto tutto: è detta la verità. Vittorio Emanuele III non ricevette il trattamento di favore che fu riservato dagli Alleati a De Gaulle, il quale rientrò a Parigi alla testa delle sue truppe “vittoriose”, non solo e non tanto perché De Gaulle rappresentava una rottura rispetto a Pétain, compromesso coi tedeschi, mentre Vittorio Emanuele III, evidentemente, non poteva essere una rottura rispetto a se stesso, e neanche suo figlio Umberto I avrebbe potuto rappresentare una rottura con la dinastia, ma essenzialmente perché gli Alleati, a tavolino, avevano deciso che la Francia, nel dopoguerra, avrebbe dovuto riprendere il suo status di grande potenza (anche se tale status una nazione se lo conquista da sé e non lo riceve graziosamente dalle mani altrui), mentre l’Italia, come grande potenza, doveva essere fatta fuori, una volta per tutte. Quindi, torniamo al punto che abbiamo già tante volte evidenziato: gli Alleati non facevano la guerra a Mussolini, la facevano all’Italia. Il loro obiettivo, nei confronti del nostro Paese, era di eliminare per sempre l’Italia come potenza di serie A (status che aveva effettivamente raggiunto da poco, con la firma del Patto Tripartito del 27 settembre 1940, da pari a pari con Germania e Giappone), anzi addirittura come nazione sovrana, in modo che non potesse mai più svolgere una sua politica autonoma, specialmente nell’area strategica del Mediterraneo. Un copione che si sta ripetendo, proprio in questi giorni, proprio mentre torna in ballo il ruolo che l’Italia ha il diritto, e soprattutto la necessità, di svolgere nel suo mare di casa, il Mediterraneo, dove sono in gioco i suoi supremi interessi nazionali (e lo sono molto di più quanto non lo siano quelli americani nel Mar dei Caraibi, o quelli britannici nel Canale della Manica; perché il Mar dei Caraibi non è tutto per gli Stati Uniti, come la Manica non lo è per la Gran Bretagna, mentre il Mediterraneo è tutto, o quasi, per l’Italia).

Pertanto, a chi legge gli avvenimenti attuali solo come l’espressione di uno scontro fra globalisti e sovranisti, concernente la posizione italiana pro o contro la UE e la BCE, o come una questione puramente umanitaria, che riguarda l’atteggiamento del governo italiano verso la questione dei migranti, sfuggono le premesse del discorso: cioè la questione, fondamentale e decisiva, della sovranità italiana. Per la prima volta, dopo settant’anni di asservimento, si aprono possibilità effettive e spazi di manovra affinché l’Italia possa recuperare almeno una parte della propria autonomia di Stato indipendente e sovrano, non solo a livello politico, ma economico e finanziario. E come, nel 1943, le forze antinazionali aprirono le porte allo straniero e s’immersero nel sangue fraterno sino ai gomiti, pur di far fuori le forze nazionali, così ora stiamo assistendo alla grande alleanza di tutti gli sconfitti rancorosi alle elezioni del 4 marzo 2018 con le forze esterne, specie finanziarie interessate a rinsaldare le catene che avvincono il nostro Paese. Naturalmente sarà anche una battaglia etica e culturale: dopo settant’anni di avvilimento, chi ama la libertà di pensiero e di parola si faccia avanti con coraggio e decisione o si prepari a tacere per chissà quanti altri decenni…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Luglio 2018

Del 01 Novembre 2020

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