martedì, 21 Settembre 2021
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Giuseppe Cenni: giù il cappello, ragazzi

Giuseppe Cenni: giù il cappello, ragazzi. Oggi “l’amor di Patria” e le virtù militari sono talmente negletti, per non dire disprezzati, che è difficile anche solo far capire ai giovani “la grandezza morale” di uomini come Cenni di Francesco Lamendola

Se l’Italia non fosse il Paese che è e agli italiani delle ultime generazioni non fossero stati somministrati, in dosi industriali, l’auto-disprezzo e l’ammirazione incondizionata per il nemico che ci vinse nella Seconda guerra mondiale; se insomma fossimo uno Stato e un popolo normali, allora il nome di Giuseppe Cenni sarebbe noto a tutti e sarebbe spesso sulla bocca di tutti, come quello che ben sintetizza le migliori qualità della nostra gente, prima fra tutte quella che oggi è maggiormente negletta e disprezzata: l’amor di Patria.

Nato il 27 febbraio 1915 a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, asso dell’Aviazione nella guerra di Spagna e nella Seconda guerra mondiale, egli si è letteralmente scarificato nei cieli della Calabria, per proteggere i ragazzi della sua squadriglia, contro una schiacciante superiorità avversaria, incendiandosi e precipitando al suolo il 4 settembre 1943. Si faccia caso a quest’ultima data: l’armistizio di Cassibile era già stato firmato dal generale Castellano, emissario del governo Badoglio, eppure le autorità superiori non esitarono a gettar nella fornace gli ultimi uomini – i migliori che l’Italia avesse ancora: i più coraggiosi, i più idealisti, i più puri – e gli ultimi mezzi di una guerra non solo perduta, ma già segretamente conclusa, quindi in maniera perfettamente inutile, con un cinismo rivoltante.

Se poi si pensa che cinque giorni dopo, all’alba del 9 settembre quello stesso Badoglio, col re e la famiglia reale, sarebbe fuggito da Roma come un ladro, senza lasciare ordini o disposizioni per alcuno e l’esercito sul punto di sbandarsi, pur di mettere al sicuro la propria pelle, non si può non provare un sentimento di amarezza e di rivolta all’idea che soldati come Giuseppe Cenni, o come Fecia di Cossato, o come tanti altri anonimi valorosi che si sacrificarono nell’impari lotta in terra, sul mare e nel cielo, avrebbero meritato di avere dei capi politici e militari di tutt’altro genere, coi quali sarebbero potuti giungere, se non alla vittoria, certo a una sconfitta molto più gloriosa e onorevole di quella che un destino beffardo riservò loro l’8 settembre, e che continua a pesarci addosso, ancor oggi, come un maleficio di cui non riusciamo a liberarci.

Giuseppe Cenni a ventotto anni era il più giovane comandante di stormo della Regia Aeronautica. Aveva raggiunto il grado di maggiore conquistandoselo sul campo e facendo tutta la gavetta; oltre alla medaglia d‘oro alla memoria ottenuta per la sua ultima azione, aveva accumulato sei medaglie d’argento e la croce di guerra tedesca di seconda classe; aveva partecipato a oltre 200 azioni belliche, in 750 ore di volo di guerra. Campione di volo a vela (cioè senza motore, con alianti) e istruttore di volo acrobatico e notturno, aveva messo a punto una sua particolare tecnica di picchiata, detta “di rimbalzo”, al termine della quale seguiva un brevissimo volo orizzontale, in modo che la bomba rimbalzasse sull’acqua e colpisse la nave nemica non sul ponte ma sulla fiancata, provocando il danno più grave. Intrepido e spericolato ma anche saggio e ricco di umanità, amatissimo dai suoi uomini, era sposato e padre di una bambina piccola, ma volle essere sempre in prima linea, in Albania, in Jugoslavia, in Africa Settentrionale, infine in Sicilia, dopo che nella guerra di Spagna aveva riportato sette vittorie, era stato abbattuto e aveva trascorso sette mesi di durissima prigionia, chiedendo e ottenendo di tornare immediatamente in linea dopo uno scambio di prigionieri. E così i suoi uomini: perfino dopo essere stati abbattuti ed essersi salvati a stento lanciandosi col paracadute, rinunciavano alla licenza per poter tornare a volare il più presto possibile. E sempre si trovarono a lottare in condizioni tecniche e numeriche d’inferiorità rispetto al nemico, con la benzina razionata al punto da averne appena a sufficienza per rientrare alla base. Cenni volò sino al 1943 con gli Stuka tedeschi, decisamente antiquati rispetto agli Spitfire e agli altri aerei da caccia britannici e americani, per non parlare del loro numero soverchiante. Solo da ultimo, quando già il nemico era sbarcato in forze in Sicilia, con quella che Churchill definì la più grande operazione anfibia di tutti i tempi, lo stormo di cui era al comando fu dotato dei più moderni apparecchi Reggiane.Re.2002.

Lo stormo tuttavia fu praticamente distrutto, e l’aeroporto di Crotone raso al suolo, da un bombardamento a tappeto alleato; al che Cenni in pochi giorni ne rimise insieme uno nuovo, miracolosamente, e con pochissimi apparecchi partì per la sua ultima missione: bombardare le navi angloamericane che stavano effettuando lo sbarco a Reggio Calabria. Si trattava in pratica di una missione suicida, che lui e i suoi aviatori affrontarono con estremo stoicismo, pur consapevoli delle scarsissime probabilità di fare ritorno; e inoltre con l’animo intimamente turbato per i fatti del 25 luglio, che avevano gettato lo scompiglio nelle Forze Armate e avevano minato in molti la volontà di continuare a battersi in una guerra di cui si prevedeva, in un modo o nell’altro, la prossima conclusione. Non però in quello di Cenni e dei suoi prodi: essi videro e compresero che, finché la guerra continuava, il loro dovere era seguitare a battersi, costasse quel che costasse.

Così rievoca l’ultima missione di questo eroe dimenticato Franco Pagliano, lui stesso aviatore in Spagna nel 1936 e poi nei cieli della Seconda guerra mondiale, nel suo bel libro, altamente meritorio, Aviatori italiani (Milano, Longanesi & C., 1969, pp.  246-248):

È gente [gli aviatori impegnati in quotidiane operazioni di guerra] che non è facile tenere a freno nell’atmosfera di eccitazione provocata dal 25 luglio; nelle retrovie è l’ora dei voltafaccia, dei rinnegamenti e delle viltà e anche in linea il nervosismo aumenta scoppiano litigi e corrono parole grosse. Ma Cenni, comandante di stormo di ventotto anni, non si lascia prendere la mano. “È vero o non è vero che la guerra continua? E allora un cambiamento di governo non deve influire su chi ha il compito di continuarla. Gli altri pensino a discutere; noi dei reparti dobbiamo soltanto continuare a combattere. Chi non ne è convinto faccia un passo avanti”.

Ma non si fa avanti nessuno; non tutti la pensano allo stesso modo e c’è chi ha le lacrime agli occhi, chi ride, chi soffre, chi bestemmia e chi se ne infischia, ma nessuno molla. Cenni avverte come tutti gli altri che lo sfacelo è in atto; ma lavorando, rabberciando, pregando, scongiurando e imprecando riesce ancora a mettere insieme una ventina di aeroplani. Quando il nemico sbarca in Calabria, è pronto per l’ultimo assalto. Nessuno al fronte sa che il 3 settembre, sotto gli olivi di Cassibile, è stato firmato l’armistizio; per quei pochi che a Roma lo sanno, la vita di Cenni e dei suoi ragazzi non valgono nulla o valgono soltanto in quanto servono a mascherare la capitolazione.

Arriva infatti l’ordine di attaccare i mezzi da sbarco nemici in azione lungo le coste calabre e i superstiti del 5° Stormo, scortati da qualche caccia del 4°, partono insieme guidati dal loro giovane comandante. Sono rimasti in pochi, assurdamente pochi, e sanno che sul bersaglio gli avversari non si conteranno, ma vanno avanti ugualmente. Ecco stretto, ecco le navi, ecco quei maledetti appostati in basso pronti a saltargli addosso all’uscita dal tuffo, come hanno fatto le altre volte.

Una diversione verso la Sicilia per tentar di disorientare l’avversario e portarlo un po’ in fuori, quindi rapida inversione di ritta, sole alle spalle, segno della croce e giù verso il bersaglio:“Valzer, ragazzi!” [valzer era la parola convenzionale per dire: “attacco”].

Ce ‘ha gatta! Tutti riescono a effettuare il tiro sui mezzi da sbarco ed a “richiamare” senza essere intercettati; riprendono quota fra il tiro rabbioso delle armi contraeree e puntano subito verso la base, perché l’autonomia è scarsa e rischiano di rimanere a serbatoi asciutti o di dover atterrare sul campo trampolino di Botricella, dove è più facile esser “fatti fuori” perché gli aerei avversari lo tengono sotto stretto controllo. Gli altri però si sono buttati subito all’inseguimento, avvantaggiati dalla loro maggiore velocità e dalla inevitabile dispersione dei nostri. Per chi viene raggiunto non c’è scampo. Per due volte il fedelissimo Dagnino, che si è portato dietro a Cenni nell’intento di proteggergli le spalle, riesce a tagliare la strada agli “Spitfire” che gli stanno piombando addosso. Poi, impegnato in combattimento, lo perde di vista e, tornato al campo, attenderà invano con gli altri il suo rientro.

Sarà la gente dell’Aspromonte a raccontare che, il 4 settembre 1943, verso mezzogiorno, tra Plati e Ardore un apparecchio è stato visto precipitare sotto le raffiche di altri aeroplani che lo hanno attaccato insieme. E saranno i pochi superstiti del 5° Stormo a ricuperare molto tempo dopo quel che è rimasto del loro comandante tra la ferraglia contorta del suo apparecchio.

Sono ormai trascorsi vent’anni da allora. La salma di Cenni è stata portata a Parma: sulla sua tomba chi gli ha voluto bene può portare un fiore e raccogliersi in preghiera; una medaglia d’oro ha premiato il suo sacrificio.

Sono trascorsi vent’anni e, tuttavia, quando pensiamo che quel sacrificio poteva e doveva essere evitato, un senso profondo di ribellione e di amarezza ancora ci pervade. Ma abbiamo noi diritto a questo sdegno? O non dobbiamo, proprio nel ricordo di quello e di altri sacrifici, cancellare dal nostro animo risentimenti e rancori e credere, tentar di credere, che ciascuno di essi è stato necessario e che non esistono sacrifici inutili? Forse è questo che gli uomini come Cenni attendono da noi. E questi dovremmo fare per onorarne la memoria.

Oggi l’amor di Patria e le virtù militari sono talmente negletti, per non dire apertamente disprezzati, che è difficile anche solo far capire ai giovani la grandezza morale di uomini come Giuseppe Cenni, che vivevano l’eroismo come un abito quotidiano: con umiltà, con modestia, con estrema semplicità, convinti di fare null’altro che il loro dovere di italiani e di soldati. E nondimeno è difficile non notare la differenza di trattamento riservato alla memoria degli eroi della Prima guerra mondiale: di un Francesco Baracca, per esempio, o di un Andrea Bafile (cfr. il nostro articolo: Un eroe del Piave: Andrea Bafile, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31/12/17). La ragione di tale disparità è evidente: la cultura dominante in Italia, quella di sinistra, dopo il 1945 ha deciso e stabilito una volta per tutte che la guerra del 1940 (per non parlare della guerra d’Etiopia e di quella di Spagna) era moralmente ingiusta e politicamente sbagliata, e pertanto che era meglio dimenticarsi tutti i sacrifici fatti dagli uomini delle Forze Armate in quegli anni, e così pure scordarsi le vittime civili dei bombardamenti aerei dei “liberatori”e quelle delle foibe e della pulizia etnica sul confine orientale. Per decenni è stato lecito rievocare gli eroi del Grappa e del Piave e ricordare i sacrifici sopportati dall’Italia nella Prima guerra mondiale (benché anche quella fosse stata avversata dalle forze di sinistra, sino al punto di accogliere i reduci vittoriosi, e perfino i mutilati di guerra, con sputi e percosse), ma spendere una parola di gratitudine e ammirazione per gli eroi di El Alamein, quello no, sarebbe stato come mostrare nostalgia per il fascismo, o fare comunque una subdola opera di “revisionismo”. Hollywood ha fatto il resto, sommergendoci di film di guerra americani (o britannici) nei quali il pubblico italiano ha potuto ammirare il valore, la lealtà, l’abnegazione, il perfetto spirito cavalleresco dei “liberatori”; e silenzio di tomba sui ventimila stupri di donne italiane ad opera dei marocchini aggregati alle truppe francesi, o sull’inutile e barbarica distruzione dell’Abbazia di Montecassino, simbolo della civiltà cristiana ed europea (cfr. l’articolo: Come per stupidità ed incultura il generale Freyberg volle la distruzione di Montecassino, sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05/12/17). Sul nostro esercito, la nostra marina e la nostra aviazione, silenzio; oppure l’auto-denigrazione del tutti a casa con l’Albertone nazionale. No: non scapparono tutti a casa, l’8 settembre del 1943.

Ci fu anche chi fece il suo dovere sino in fondo: perché il dovere di un soldato in guerra, sebbene abbiano cercato di persuaderci del contrario, è cercar di vincere e non di perdere, sia pure per la discutibile soddisfazione di vedere nella polvere un governo che non piace. Siamo arrivati così al paradosso che i giovani cresciuti dopo il 1945 dovevano ignorare l’eroismo dei Cenni e dei Fecia di Cossato, e conoscere solo il preteso eroismo dei partigiani, meglio se comunisti: gli stessi che a guerra finita si abbandonarono a un’orgia di delitti sanguinosi e di vendette personali e gli stessi che, se avessero potuto far a modo loro, avrebbero imposto all’Italia una tirannide al cui confronto il regime fascista sarebbe parso una dittatura all’acqua di rose. Affinché l’umiliazione del popolo italiano fosse piena e definitiva, bisogna raccontare la storia come se gli italiani fossero bravi solo a gettare i fucili e le uniformi, al grido di “si salvi chi può”; mentre i nemici che ebbero di fronte i nostri a Nikolajevka, a Giarabub, a Cheren, all’Amba Alagi, a Culqualber, a Tobruch, a El Alamein, a Kasserine, non riportarono affatto l’impressione che i nostro soldati fossero una massa di vili o di poltroni. Erano gli alti comandi a non meritare dei soldati così. I Badoglio, i Graziani, i Leonardi (che consegnò la fortezza di Augusta), i Pavesi (che si arrese a Pantelleria), i Maugeri (insignito dell’americana Legion of Merit: a che titolo?) erano fatti di un’altra pasta. Ma è giunta l’ora di sapere e di ricordare.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Luglio 2019

Del 07 Novembre 2020

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