venerdì, 18 Giugno 2021
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La svolta nel pensiero di Mussolini fu Caporetto

La svolta nel pensiero di Mussolini fu Caporetto. Egli cessa di essere socialista con Caporetto, perché restar socialista in quel frangente avrebbe significato non solo voltar le spalle alla nazione ma voltarle anche alle masse di Francesco Lamendola  

Il fatto che l’estrema destra italiana sia andata a prendersi il suo capo carismatico all’estrema sinistra dello schieramento politico è sempre stata una questione che ha messo in imbarazzo la storiografia ufficiale, secondo la quale la divisione tra i buoni e i cattivi, cioè fra i militanti di sinistra e quelli di destra, è sempre stata assolutamente chiara e coerente, attestata dalla purezza ideologica dei primi quanto dal cinismo opportunistico dei secondi. Eppure, è evidente che nello schema che ci viene riproposto, con un rituale sempre più stanco, da settant’anni a questa parte, ossia da Piazzale Loreto fino ad oggi, è evidente che molte cose non quadrano. Se la distinzione fra destra e sinistra era così netta, e se il fascismo è stato una creazione dei circoli reazionari per scongiurare il progresso delle masse lavoratrici, e per soffocare la nascente domanda di libertà del popolo italiano, come mai a capo di una tale reazione si è messo proprio l’esponente di maggiore spicco dell’estrema sinistra? Di ciò abbiamo già parlato in diverse altre occasioni, né vogliamo qui ripetere cose già dette (cfr. specialmente: Il fenomeno “fascismo” rimane incomprensibile a chi non vede che il suo cuore batteva a sinistra, e La socializzazione del ’44 figlia naturale del fascismo, pubblicati sul sito dell’Accademia Nuova Italia rispettivamente il 12/12/17 e il 08/06/19).

La domanda che ora intendiamo porre è piuttosto quest’altra: quando, esattamente, ebbe luogo la svolta del pensiero politico di Mussolini, che lo portò – semplifichiamo necessariamente il linguaggio, anche a costo di adoperare concetti che andrebbero ulteriormente approfonditi e chiariti – da sinistra a destra, anzi, dall’estrema sinistra all’estrema destra? Molti storici hanno risposto: nei mesi della neutralità italiana, fra l’agosto del 1914 e il maggio del ’15; e, per essere ancora più precisi, nelle settimane dalla fine di agosto alla metà di ottobre 1914, quando prese gradualmente posizione, come direttore de L’Avanti!, a favore dell’intervento italiano contro gli Imperi Centrali: settimane culminate nella sua forzata rinuncia alla direzione del giornale, il 20 ottobre, e nella sua espulsione dal Partito Socialista, il 29 novembre. Altri studiosi, invece, vedono una svolta, e forse una frattura, solo nel 1924, dopo il rapimento e l’assassinio di Matteotti, preludio all’Aventino e alla successiva decisione di stabilire senz’altro, dal gennaio del 1925, la dittatura: perché solo allora, secondo tale punto di vista, egli avrebbe definitivamente rinunciato al progetto di chiamare al governo esponenti degli altri partiti e delle forze sindacali e si sarebbe persuaso che la sola maniera di procedere alle riforme che aveva in mente era quella di far da solo, spazzando via le opposizioni e abbandonando l’ultimo simulacro di libertà del Parlamento, della magistratura, delle forze di sicurezza e dei mezzi d’informazione.

Ebbene, a noi sembra che ad avvicinarsi maggiormente alla verità sia stato uno storico che non condivide né l’una né l’altra di queste interpretazioni: Renzo De Felice. Mussolini sarebbe diventato il Mussolini che tutti conoscono, cioè il padre di una svolta decisa dal socialismo della sua giovinezza a una concezione politica completamente nuova, sia pure non priva di elementi di continuità con la precedente (e scartando, quindi, la tesi di un suo completo opportunismo e di una sua sostanziale indifferenza o perfino assenza di pensiero politico) non nel 1914, e neppure dieci anni dopo, nel 1924, bensì nel 1917-18, come effetto e contraccolpo della disfatta di Caporetto e della sferzata che essa produsse nello spirito nazionale, fino ad allora, nel complesso, non molto coinvolto nello spirito bellico, né persuaso degli obiettivi, nonostante la gravosità dell’impegno militare, rivelatosi quasi subito ben superiore a quanto era stato previsto da quasi tutti.

Ecco la pagina in cui Renzo De Felice illustra la “svolta” del pensiero politico mussoliniano in occasione della rotta di Caporetto e della successiva reazione dell’esercito e della nazione italiani (da: R. De Felice, Mussolini e il fascismo, vol. 1, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965, 1995, pp. 391-394):

Tra la fine del ’17 e la fine del ’18, tra Caporetto e la vittoria, nella posizione politica di Mussolini ebbe (…) inizio una evoluzione, a nostro avviso, di estrema importanza, la più determinante di tutta la sua vita. Un’evoluzione che nel giro di tre anni lo avrebbe portato dal socialismo al fascismo (nel senso completo che questo termine ha storicamente per noi) e nel giro di altri quattro allo stabilimento della dittatura in Italia. (…) Dal novembre 1914 sino a Caporetto Mussolini fu – per dirla con un’espressione del linguaggio massonico – un ‘socialista dormiente’, ma pur sempre un socialista. Il fatto che Mussolini era stato espulso dal Partito socialista e che polemizzava, anche con estrema violenza, contro di esso, non costituisce elemento sufficiente per esprimere il giudizio che in questo periodo non fosse socialista. Nel fondo della sua concezione politica e della sua ideologia egli restò socialista, come tanti altri suoi ex compagni che la guerra aveva portato fuori del partito. La logica inesorabile della guerra lo portò a tenere in sott’ordine il suo socialismo e provocò in lui anche inevitabili sbandamenti e cedimenti; portò in primo piano l’interventista; ma non annullò il socialista, che ogni tanto tendeva, anzi, a riaffiorare in primo piano. Caporetto fu per Mussolini, come per tutti gli interventisti, uno choc gravissimo. (…) Al contrario di molti interventisti egli reagì però alla sconfitta prontamente e senza perdere la testa, con decisione e fermezza, ma senza isterismi politici. Nei suoi articoli invocò provvedimenti di emergenza per assicurare la resistenza contro il nemico dilagante e per assicurare il fronte interno, senza però mai abbandonarsi a richieste assurde, che in ultima analisi non avrebbero significato altro che la perdita del controllo dei propri nervi, come accadeva ad altri interventisti e anche ad alcuni collaboratori del “Popolo d’Italia”, come – per esempio – Paolo Orano, che arrivò ad invocare provvedimenti contro… le “mogli tedesche” e a scrivere istericamente che “bisognava strappare la NEMICA alla nostra casa dolente ove abbiamo bisogno di ricostruire la certezza nella battaglia…”.

Soprattutto non si lasciò prendere nell’ingranaggio attivistico del FARE assolutamente qualche cosa. Nelle due settimane di Caporetto e nei mesi successivi si prodigò al massimo – sebbene soffrisse ancora delle ferite e camminasse con le stampelle – per il giornale e riprese a tenere comizi e discorsi in varie località; ma con una certa calma responsabile. (…) Sicché, ci pare si possa dire che mentre sino a Caporetto Mussolini si era comportato soprattutto come un agitatore, un propagandista dell’interventismo di sinistra, dopo Caporetto – capito il profondo valore di rottura che questo episodio aveva avuto e la trasformazione psicologica e politica da esso prodotta – divenne soprattutto un politico. Continuò a muoversi ancora prevalentemente nell’ambito dell’interventismo di sinistra, ma allargò contemporaneamente il suo orizzonte anche alle altre forze ‘interventiste’ (come si diceva allora; ‘combattentistiche’ come, forse, si può dire oggi). Due anni e mezzo di partecipazione italiana alla guerra europea e soprattutto la crisi di Caporetto lo avevano ormai reso edotto della debolezza – della inesistenza quasi, al di là degli schemi retorici e propagandistici e degli sforzi personalistici di questo o quell’esponete ‘interventista’ di accreditare a livello politico l’esistenza di una FORZA interventista – dell’interventismo “in sé”; e lo avevano portato – capito ciò – a rendersi progressivamente conto, forse come nessun altro, della necessità di cercare nuove formule politiche (e quindi nuove alleanze) più aderenti alla nuova realtà che capiva si andava delineando, anche se, per il momento, egli non era ancora in grado di stabilire bene quali caratteristiche essa avrebbe avuto. Da qui il suo geniale istinto politico lo portò a non impegnarsi a fondo, a non legarsi a nessuno, neanche a coloro che apparentemente sembravano i più congeniali a lui, che lo avrebbero accolto a braccia aperte e gli avrebbero offerto una posizione di primo piano,  come l’Unione socialista italiana -, ma che per altro egli capiva che, pur nella situazione ancora fluida, si muovevamo in una direzione senza concreto sbocco politico, in una direzione che non era quella verso la quale genericamente andava la nuova realtà. Da qui il suo progressivo allontanarsi dal socialismo, il suo ‘superarlo’ – sia pure confusamente – nel ‘trincerismo’ e nella formula di una nuova società dei combattenti e dei produttori. Una formula confusa sin che si vuole contraddittoria anche, alla cui base era, molto probabilmente, la suggestione di alcune formulazioni dell’ultimo Corridoni ma che – al solito – denota la sua capacità di cogliere, di fiutare diremmo, i sentimenti delle masse, le loro aspirazioni più confuse e inespresse, ma sentite.

Mussolini dunque, che nel 1912 si prodigava contro la guerra di Libia e ancora nel 1914 si entusiasmava per la Settimana Rossa, schierandosi subito dopo per l’interventismo, con obiettivi simili a quelli perseguiti da un Malatesta – affrettare lo scoppio di una crisi rivoluzionaria proletaria –  solo verso la fine del 1917, con lo shock di Caporetto, ebbe l’intuizione che occorreva prendere le distanze dal “classico” interventismo di sinistra, ormai superato dai fatti, e puntare su una forza nuova e su delle masse nuove: quella dei combattenti, galvanizzati dallo spirito del Grappa e del Piave come reazione alla vergogna e al pericolo rappresentati da Caporetto. Il merito di De Felice è quello di aver collocato la posizione di Mussolini nel contesto più ampio dell’interventismo di sinistra, al quale restò sostanzialmente fedele sino alla crisi di Caporetto, laddove molti, troppi storici italiani, faziosi e disonesti, hanno presentato già la scelta a favore dell’intervento, nell’ottobre 1914, come un tradimento verso il socialismo, mentre quella scelta fu la stessa di tutti gli altri interventisti di sinistra e poté apparire un tradimento solo in Italia, dove il Partito Socialista scelse la linea salomonica (e imbelle) del non aderire, né sabotare, mentre in Francia, in Germania e in tutti gli altri Paesi coinvolti nel conflitto, sui due fronti opposti, la scelta “normale” dei partiti socialisti fu di aderire all’unione sacra e per la guerra, e solo poche frange dissidenti scelsero invece di opporsi alla guerra, restando però alquanto isolate rispetto alle masse. Al tempo stesso, De Felice ha fatto notare sia la coerenza di Mussolini, testimoniata dalla fermezza e dal sangue freddo con cui affrontò la burrasca della disfatta (e contro la vulgata della storiografia antifascista e politically correct, che lo dipinge sempre e solo come un opportunista, avido di afferrare il potere a qualsiasi costo), sia la sua ampiezza di vedute allorché si rese conto, e fu tra i pochissimi che seppero farlo, che Caporetto rappresentava una cesura, e che le stesse ragioni degli interventisti, dopo quel fatto, non potevano restare le stesse di prima. Fino al 1917 la guerra italiana era stata una guerra offensiva, e sia pure sfortunata, nella quale s’intrecciavano motivazioni diversissime – socialiste eretiche, nazionaliste, democratiche, sindacaliste rivoluzionarie, irredentiste – ma che non aveva mai realmente fatto presa sull’animo delle masse, non era mai divenuta un sentimento di popolo, e ciò appunto per il suo carattere di guerra offensiva, oltre che per una certa quale astrattezza dottrinaria dei suoi fautori. A partire da Caporetto, invece, la guerra diventa difensiva, tutti prendono coscienza della gravità del pericolo, e solo allora sorge, sentita anche dal basso, l’esigenza di formare un fronte compatto, di riunire in un solo “fascio” (appunto!) tutte le energie sane della nazione, per reagire alla minaccia e strappare una rivincita che sia un riscatto nazionale e scongiuri la prospettiva d’aver sopportato tanti lutti e sacrifici per non ottenere alcun risultato, né sul fronte interno, a livello sociale, né su quello esterno, della politica internazionale.

Mussolini era un uomo intelligente e un sincero patriota, un italiano che amava l’Italia. La svolta del suo pensiero e del suo modo di essere, da agitatore a politico, e più tardi a statista, si colloca nel novembre-dicembre 1917, perché è allora che egli scopre in sé il patriota, e si rende conto che il patriottismo è inconciliabile col socialismo. Si rende conto che il socialismo, del resto schierato a grande maggioranza contro la guerra, non è più popolare, ora che anche le masse capiscono intuitivamente che la Patria è in pericolo, e, con essa, lo sono anche le loro speranze di riscatto sociale; e che per non precludere futuri sbocchi rivoluzionari, bisogna prima chiudere la falla aperta dal nemico esterno nella compagine nazionale. Mussolini pertanto cessa di essere socialista con Caporetto, perché restar socialista in quel frangente avrebbe significato non solo voltar le spalle alla nazione, ma voltarle anche alle masse. Egli insomma lo capì, grazie al suo intuito e al contatto con la gente del popolo, che non aveva mai perso, né quando faceva il direttore del Popolo d’Italia (e, prima, de L’Avanti!), né quando era partito volontario per il fronte ed era andato a fare il suo dovere in prima linea, condividendo il rancio, i pidocchi e i pericoli dei fanti. In conclusione, Mussolini non ha tradito il popolo e neppure l’idea socialista, semmai ha compreso l’assoluta chiusura dei capi socialisti rispetto al sentire profondo delle masse: le quali, alla fine del ‘17, volevano che il nemico fosse fermato quale condizione indispensabile per qualsiasi progetto di cambiamento sociale. Non era un opportunista ma un realista: lasciava a Turati, Treves, Giacinto Menotti il regno delle parole; lui voleva stare coi fatti e col popolo, anche sporcandosi le mani. È questo che non gli si perdona…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Agosto 2019

Del 05 Novembre 2020

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