martedì, 15 Giugno 2021
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Lo « stupro di Nanchino» nel dicembre 1937 preludio agli orrori della seconda guerra mondiale

Lo stupro di Nanchino nel dicembre 1937 preludio agli orrori della II^guerra mondiale. La caduta di Nanchino fu accompagnata e seguita da episodi così atroci che la reputazione del Giappone ne uscì irrimediabilmente compromessa di Francesco Lamendola

Pochi ricordano, oggi, la tragedia della conquista giapponese di Nanchino, avvenuta nel dicembre 1937, forse perché si svolse lontano dalle telecamere occidentali o forse perché, secondo gli storici, la seconda guerra non era ancora  «ufficialmente» incominciata. Sarebbe incominciata sui campi di Polonia, quasi due anni dopo, il 1° settembre 1939, con l’invasione tedesca; seguita, due giorno dopo, dalle dichiarazioni di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania hitleriana (ma non all’Unione Sovietica che, poco dopo, invase la Polonia da est, dandole il colpo di grazia, e aggredì la Finlandia).

Ma, in Estremo Oriente, la seconda guerra mondiale era già iniziata: precisamente (senza contare il cosiddetto incidente di Mukden e l’invasione nipponica della Manciuria, nel 1931), con lo scontro fra soldati cinesi e giapponesi presso il Ponte chiamato di Marco Polo, vicino a Tientsin, il 7 luglio del 1937.

Quell’episodio diede avvio alla guerra d’invasione dell’Impero del Sol Levante ai danni della Repubblica cinese, che fu il principale teatro di guerra giapponese fino al 1945 e al cui confronto le operazioni nel Pacifico contro le forze armate statunitensi, e quelle nel Sud-est asiatico contro olandesi, britannici e australiani furono, sì, spettacolari, ma anche meno prioritarie e meno usuranti sul piano degli uomini e dei materiali.

L’interminabile campagna cinese fu, per i Giapponesi, un po’ quello che sarebbe stata la campagna di Russia per l’esercito tedesco: un enorme salasso di forze e un impegno sempre più gravoso e fallimentare sul piano strategico. Bisogna anche dire che fu caratterizzata da un analogo grado di brutalità, se non maggiore; perché, nel corso di essa, i soldati giapponesi, animati da un forte sentimento di superiorità razziale (in quanto si sentivano membri di una stirpe divina, di origine celeste), si comportarono verso il nemico, e anche verso la popolazione civile, con una crudeltà senza precedenti, di cui il cosiddetto «stupro di Nanchino» fu, probabilmente, la pagina più atroce, toccandosi in essa una vetta di barbarie quale non si era più vista da quando Tamerlano, dopo la conquista di Baghdad, vi aveva fatto erigere una collina con i teschi umani dei nemici passati per le armi dall’esercito mongolo.

In effetti, la campagna d’invasione giapponese contro la Cina era iniziata già verso la fine del XIX secolo. Nel 1894-95 una prima guerra consentì ai Nipponici di impadronirsi facilmente dell’isola di  Formosa (Taiwan) e dell’arcipelago delle Ryu-Kiu, nonché di installarsi in Corea; mentre la guerra contro la Russia, nel 1904-05, e l’intervento contro la Germania, nel 1914, consentirono alle forze armate giapponesi di conquistare rispettivamente una parte dell’isola di Sakhalin e la Manciuria meridionale, con lo strategico approdo di Port Arthur, nel Mar Giallo; e la concessione tedesca di Kiaochow, con la base navale di Tsingtao, nello Shantung, sentinella avanzata dell’imperialismo germanico in Estremo Oriente (oltre agli arcipelaghi micronesiani delle Palau, delle Marshall, delle Caroline e delle Marianne).

Dopo la fulminea conquista della Manciuria, e la creazione dello Stato-fantoccio del Manciukuo, sotto la sovranità nominale dell’ex imperatore cinese Pu Yi, il Giappone aveva circondato da ogni parte la Repubblica cinese e si trovava in condizioni di poter sferrare l’assalto decisivo in qualunque momento, partendo da vantaggiose posizioni strategiche; mentre la Cina era straziata da una strisciante guerra civile tra le forze nazionaliste del generale Chiang Kai Shek e quelle comuniste guidate da Mao Tze Tung. Il primo aveva il controllo del governo centrale e disponeva di un esercito numeroso e ben equipaggiato; il secondo era riuscito a radicare la sua influenza nelle campagne dell’interno, fra i contadini oppressi da un secolare sfruttamento.

Il governo cinese rispose alla perdita della Manciuria con un efficace boicottaggio economico delle merci giapponesi; e l’Alto Comando giapponese, di rimando, effettuò uno sbarco di rappresaglia a Shanghai. La furiosa battaglia che si accese tra i due eserciti fu sospesa in seguito alla stipulazione di un compromesso, in base al quale il governo di Nanchino accettava di sospendere il boicottaggio delle industrie nipponiche. Ma era a tutti evidente che si trattava solo di una tregua assai precaria, e che i due contendenti stavano raccogliendo le forze in vista della campagna finale per la vita e per la morte.

Nel nord della Cina, gli eserciti nazionalisti si ritirarono in disordine luglio del 1937, e i Giapponesi avanzarono rapidamente lungo le principali linee ferroviarie, riportando dei successi spettacolari. La resistenza cinese era stata infranta in poche settimane per una serie di fattori che vanno dalla mancanza di un piano strategico difensivo per la Cina settentrionale, alla inadeguatezza dei preparativi per la guerra, alla riluttanza dei locali «signori della guerra» ad impegnarsi a fondo, mettendo le loro forze  a disposizione del governo centrale.

Lo storico americano J. A. G. Roberts, nella sua Storia della Cina (titolo originale: A History of China, 2 voll., 1996, 1998; traduzione italiana di Monica Maiorano, Newton & Compton Editori, Roma, 2002, pp. 504-5005), ha messo in evidenza come la resistenza cinese nelle regioni centro-orientali, intorno a Shanghai, fu molto più decisa ed energica, e che proprio tale resistenza, probabilmente, provocò le terribili ritorsioni che culminarono nei massacri di Nanchino del dicembre 1937.

A Shanghai la risposta cinese fu molto diversa. Era qui che erano di guarnigione i migliori eserciti e l’impegno maggiore era stato profuso nello sviluppo delle difese, comprese le fortificazioni a Wuxi sulla ferrovia Shanghai-Nanchino, costruita a imitazione della Linea Hindenburg. Un attacco al grande insediamento giapponese a Shanghai avrebbe deviato l’attenzione dell’invasore dal nord e avrebbe potuto portare all’intervento straniero. Il 13 agosto gli eserciti cinesi circondarono l’insediamento giapponese e il giorno successivo la forza aerea sferrò un disastroso attacco alle navi da guerra all’ancora sul fiume Huangpu. Quattro bombe fuori bersaglio caddero sull’Insediamento Internazionale, uccidendo e ferendo più di 3.000 persone. Ne seguì un’accanita battaglia di tre mesi per Shanghai, che costò alla Cina 270.000 delle sue migliori truppe. Il 5 novembre gli eserciti sbarcarono a Jinshanwei, circa 50 km. a sud di tale città, e resero rapidamente la difesa di Shanghai insostenibile.

Le principali armate cinesi si ritirarono versoi Nanchino, ma non riuscirono a contenere la rapida avanzate delle unità giapponesi motorizzate e mancarono  di usare le difese di Wuxi. Chiang Kai Shek aveva ordinato che la stessa Nanchino dovesse essere difesa fino all’ultimo uomo, ma la città fu rapidamente circondata e sottoposta a pesanti bombardamenti, cadendo in mani nemiche il 12 dicembre.

Intanto, fin dal novembre, il governo nazionalista aveva annunciato il trasferimento della propria capitale a Chongqing, molto più a monte del fiume Yangtze, in vista di una strategia di resistenza prolungata. I comandi cinesi avevano compreso di non avere alcuna speranza di poter vincere lo scontro con i Giapponesi in campo aperto, soprattutto a causa della loro inferiorità in aviazione e armi moderne, e puntavano adesso a logorare l’avversario, inducendolo ad allungare a dismisure le proprie linee di rifornimento.

La caduta di Nanchino, ad ogni modo, fu accompagnata e seguita da episodi così atroci, che la reputazione del Giappone ne uscì irrimediabilmente compromessa, quando le notizie relative ai massacri cominciarono a filtrare nel resto del mondo.

Scrive lo storico militare inglese Tim Newark, direttore di Military Illustrated, in le grandi battaglie dell’epoca moderna (titolo originale: Turning the tide of War, 2000; traduzione italiana di Raffaella Grasselli, Idealibri editrice, Rimini, 2002, pp. 87-89):

Nella lotta titanica che seguì [all’incidente presso il Ponte di Marco Polo]  gli eventi favorirono il Giappone, la potenza più modernizzata dell’Asia, dotata di una marina e di un’azione estremamente efficienti, e di un esercito di 300.000 uomini equipaggiato con le armi più avanzate. La massiccia alleanza cinese schierata contro il Giappone  era scarsamente equipaggiata e addestrata, e non possedeva forze navali né aeree. Il grosso dell’esercito cinese era formato dall’armata nazionalista del generale Chiang Kai Shek, che contava su due milioni di uomini ed era di stanza intorno alla capitale. Il nordovest del paese era presidiato da un esercito di 150.000 guerriglieri di fede comunista. Le due fazioni cinesi si accordarono per unirsi contro il comune nemico, ma l’alleanza fu difficile.

Nell’estate del 1937, l’esercito giapponese prese Pechino e Tientsin, poi marciò in direzione ovest e sud, sbaragliando ogni opposizione. Di lì all’autunno, però, la resistenza civile e militare cominciò a rallentare la corsa giapponese, anche perché le linee di comunicazione iniziavano a distanziarsi. Un secondo attacco a Pechino incontrò una salda resistenza e ci vollero diversi mesi di attacchi anfibi e aerei da parte giapponese per prendere la città. A settembre, nella Cina nordoccidentale una divisine giapponese venne sconfitta da una divisione comunista. La vittoria risollevò il morale dei Cinesi e rafforzò il potere comunista nella regione.

I Giapponesi si erano illusi che la conquista della Cina fosse facile, ma incontrarono più difficoltà del previsto. La frustrazione e la rabbia animavano i conquistatori di Shanghai mentre si dirigevano a ovest, verso la capotale nazionalista di Nanchino.

Nel novembre 1937, le truppe giapponesi avanzarono di gran passo verso Nanchino. Spietate, radevano al suolo i villaggi e le città che trovavano sul cammino. Suzhou era un centro storico sulla sonda orientale del Lago Tai Hu, famoso per i canali e ponti antichi che gli valsero il soprannome di «Venezia cinese. Entrando in città, i Giapponesi massacrarono la popolazione, bruciarono i monumenti e rapirono migliaia di donne, riducendole alla schiavitù sessuale. In pochi giorni, la popolazione scesa da 350.000 a meno di 500. Purtroppo, quello era solo l’inizio.

Il 7 dicembre, i Giapponesi circondarono Nanchino. L’esercito di difesa cinese, formato da 300.000 uomini, si ritrovò intrappolato alle spalle della città, dietro il fiume Yangtze, e offrì scarsa resistenza. Chiang Kai Shek ordinò un caotico e immediato ritiro dalla città:  i soldati rimasti pensarono alla resa. Il generale Matsui Iwane, comandante supremo delle forze giapponesi nella regione, vide nella conquista della capitale il coronamento della sua vittoria e una vetrina internazionale per l’esercito giapponese. Impartì severi ordini perché l’entrata in città fosse condotta in modo disciplinato, così da impressionare i Cinesi e il resto del mondo. I saccheggi e altri comportamenti iniqui non sarebbero stato tollerati e si posero delle guardie a protezione dei cittadini. Quei grandi progetti affondarono a causa della sua improvvisa malattia e della sua sostituzione al comando.

L’imperatore Hirohito mise suo zio, il principe Asaka Yasuhiko, al comando delle forze giapponesi a Nanchino. Quale membro della famiglia reale, la sua autorità era superiore a quella di qualsiasi altro ufficiale. Asaka subì l’influenza dello spietato generale Nakaijma e inviò alle sue truppe un contrordine, che le obbligava a giustiziare tutti i prigionieri di guerra. Prima dell’alba del 13 dicembre, un’unità di soli 50.000 Giapponesi sfondò le mura di Nanchino e si ritrovò a dover decidere delle sorti di 9.000 soldati cinesi e mezzo milione di civili.

Perché i Cinesi, considerata la loro superiorità numerica, non opposero la stessa resistenza mostrata a Shanghai? Pare che l’esercito cinese di Nanchino fosse esausto dopo il ritiro da Shanghai e che l’offerta di un equo trattamento da parte dei Giapponesi sembrasse ora un’alternativa più allettante. Molti soldati gettarono le armi e si fecero arrestare. Pare anche che i soldati cinesi in città peccassero di scarsa coordinazione. Il disastroso crollo del morale aveva assegnato ai Giapponesi la vittoria più brillante di tutta la campagna. Tragicamente, la promessa di un equo trattamento fu smentita e i soldati cinesi vennero legati e portati via per essere giustiziati.. Una vittoria così facile e inaspettata fece sì che i Giapponesi perdessero ogni rispetto verso i prigionieri.  Fu l’inizio di un olocausto.

Dopo aver temuto i Cinesi nelle precedenti fasi della campagna, ora i Giapponesi ne disprezzarono la codardia. In pesante inferiorità numerica, i soldati giapponesi divisero i prigionieri in piccoli gruppi, legandoli e conducendoli alle zone di esecuzione. Assiepati l’uno contro l’altro, i Cinesi venivano mitragliati a morte. Ne vennero uccisi così tanti che non c’erano abbastanza fosse per seppellirli e alcuni vennero mezzi bruciati, altri gettati nel fiume Yangtze.

Dopo l’esecuzione dei prigionieri, l’esercito giapponese entrò a Nanchino e inflisse un’orgia selvaggia alla popolazione civile. Si sparava a caso suo uomini, donne e bambini e, quando le pallottole finivano, si passava a spade e baionette. I cadaveri si ammucchiavano sulle strade. L’esecuzione dei civili  divenne quasi un gioco e i soldati facevano a gara a chi ne uccideva di più in meno tempo. Quando uccidere non bastò più, si inventarono le torture più infami. Molti si facevano fare delle foto mentre tenevano in mano  teste decapitate.

Donne di ogni età subirono lo stupro da parte di interi gruppi di soldati, che poi e mutilavano e uccidevano. Quei crimini erano spregevoli e barbarici, e furono perpetrati per giorni e giorni, con gli ufficiali che istigavano le truppe.

Lo scempio ebbe una pausa il 17 dicembre, quando il generale Matsui, ripresosi dalla malattia, entrò in città. Fu scioccato da ciò che gli venne riferito sul comportamento dei suoi uomini, ma era troppo tardi per i 250.000 uomini, donne e bambini massacrati, o per le 80.000 donne stuprate. Nonostante la disapprovazione di Matsui, l’orrore continuò per diverse settimane ancora.

Lo «stupro di Nanchino»è ricordato come una delle peggiori atrocità belliche del XX secolo. Il governo giapponese cercò di insabbiare l’incidente e, in certa misura, ci riuscì, perché quell’orrore non ha mai scosso gli animi occidentali quanto fecero le atrocità perpetrate dai Russi  o dai Tedeschi. L’impunità dei soldati che si macchiarono di quei crimini fece sì che tali barbarie restassero accettabili per l’esercito giapponese durante tutto il resto della Seconda Guerra mondiale, e che i vincitori trattassero civili e prigionieri di guerra nei modi più orribili. Per i Cinesi, la lezione fu chiara: non dovevano aspettarsi alcuna pietà. La loro guerra di resistenza sarebbe continuata per molti anni ancora.

Iris Chang, nel suo libro Lo stupro di Nanchino (traduzione italiana Corbaccio Editore, 2000), ha raccolto anche le testimonianze di alcuni soldati giapponesi. Questi parlano di camion che si muovevano lungo sentieri creati in mezzo a cumuli di migliaia di cadaveri massacrati; di cani randagi i quali, a branchi, banchettavano con le spoglie insepolte dei soldati e dei civili cinesi; di ufficiali giapponesi che spronavano le proprie truppe a dare prova di «coraggio», decapitando sul posto i prigionieri e portandosene a casa le teste come dei macabri souvenirs; e via di questo passo. Non a caso, in quest’opera si parla di Nanchino come dell’olocausto dimenticato della seconda guerra mondiale.

Ad ogni modo, ci si può chiedere se una simile politica militare abbia realmente giovato ai Giapponesi e ai loro piani per la costruzione di una Grande Asia Orientale sotto l’egida di Tokyo. Un comportamento disciplinato delle loro truppe e un atteggiamento più umano verso la popolazione civile avrebbero, probabilmente, indebolito la volontà di resistenza dei Cinesi. Ma dopo i fatti di Nanchino, fu chiaro a tutti che con simili dominatori non era possibile giungere a una forma accettabile di convivenza, e che arrendersi voleva dire consegnarsi a un nemico spietato e sanguinario. A partire da quel momento, pertanto, la resistenza cinese cominciò a irrigidirsi e ad organizzarsi meglio.

Sarebbe durata fino all’agosto del 1945, consumando ingenti risorse dell’Impero giapponese e senza che le armate del Sol Levante riuscissero a riportare una vittoria decisiva, pur continuando, lentamente, ad avanzare verso l’interno.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 29/07/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Novembre 2017

Del 01 Novembre 2020

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