giovedì, 24 Giugno 2021
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E questo sarebbe un grande filosofo?

E questo sarebbe un grande filosofo ? È penoso rileggere quel che sostenne Benedetto Croce all’indomani della II^ guerra mondiale, sulla genesi e la natura del fascismo: un misto di bassa astuzia levantina e impudenza alla Totò di Francesco Lamendola

È penoso rileggere quel che sostenne Benedetto Croce all’indomani della Seconda guerra mondiale, sulla genesi e la natura del fascismo; proprio lui, che ancora nel 1924, dopo il delitto Matteotti, aveva consigliato di votare per esso, sia pur come male minore, in attesa del ritorno a tempi “normali”; salvo poi costruirsi la reputazione di capo morale dell’opposizione, per via del Manifesto degli intellettuali antifascisti, contrapposto a quello di Gentile, e del suo ventennale aventino intellettuale, al termine del quale poté assumere i toni e le pose di chi lo sapeva e l’aveva detto. Ma poiché ci sono ancora molti che vedono in lui un grande filosofo, addirittura il più grande filosofo italiano del Novecento, e magari di sempre, oltre che un grande storico, e poiché la filosofia, come del resto la storia, nasce dall’amore alla verità, vale la pena di rileggere la sua interpretazione del fascismo, data a posteriori, nella quale non vi è neppure l’ombra dell’onestà intellettuale di quel necrologio onesto che, almeno, Prezzolini chiedeva nei confronti del caduto regime. Certo, Croce era anche preoccupato di contribuire alla riabilitazione internazionale dell’Italia: nel clima dell’immediato dopoguerra, moltissimi italiani, senza dubbio la maggioranza, sentivano che si avvicinavano gli esami di riparazione, sotto la forma dei trattati di pace, e che dal loro esito sarebbe dipeso se l’Italia sarebbe stata riaccolta nel seno delle nazioni libere a pieno titolo, cioè in tutta la sua dignità e integrità, oppure se avrebbe dovuto scontare sino in fondo la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna del 10 giugno 1940, subendo la sorte del vinto e vedendosi addossata ogni responsabilità per le vicende successive; in altre parole, di subire un destino analogo a quello dei suoi due vecchi partner del Tripartito, Germania e Giappone.

Non era una questione di poco conto: in ballo c’era non solo lo statuto che sarebbe stato riconosciuto all’Italia al tavolo della pace, quello di nazione amica e alleata oppure di nazione nemica e vinta, ma anche la credibilità della classe dirigente, partiti del CLN in testa, la quale si era prodigata, dall’8 settembre 1943, per far digerire agli italiani il voltafaccia dell’armistizio di Badoglio, sostenendo che quella era la sola via percorribile perché il Paese ritrovasse non solo la libertà, ma anche il rispetto e la stima delle altre nazioni. E adesso, mano a mano che gli esami di riparazione si avvicinavano, e dopo che gli Alleati, nel biennio 1943-45, avevano lasciato intendere che esisteva qualche speranza che l’Italia ricevesse un trattamento amichevole dopo che il governo del re si era deciso a dichiarare guerra alla Germania, il 13 ottobre 1943 (cosa che non aveva risparmiato alle città del Centro-Nord, fino agli ultimi mesi di guerra, i durissimi bombardamenti aerei dei “liberatori”), tutti quanti, dai comunisti, ai cattolici ai liberali, cominciavano a rendersi conto di aver giocato tutte le loro carte politiche con gli occhi bendati: senza avere, cioè, la benché minima garanzia che le vaghe promesse e gli incoraggianti accenni degli Alleati, passati da un giorno all’altro da nemici a cobelligeranti e, appunto, a liberatori, si sarebbero tradotte in qualcosa di concreto, che scongiurasse all’Italia, e quindi anche a loro, l’umiliazione di ricevere il trattamento di un nemico battuto sul campo, invaso, e allettato alla resa mediante un vero e proprio inganno, quello di vedersi cancellate le “colpe” del fascismo in virtù della pronta e totale collaborazione prestata dopo l’8 settembre.

Certo, la nuova classe dirigente nata dopo la caduta del fascismo, per legittimarsi e per conquistare la benevolenza dei vincitori, aveva la trista necessità di gettare sul piatto della bilancia, e di gonfiare al massimo, il contributo dati dagli italiani stessi alla loro “liberazione”: vale a dire di sbandierare la tragedia sanguinosa della guerra civile come prova della “buon volontà” italiana nei confronti degli Alleati, come dimostrazione che essi non avevano atteso passivamente di esser liberati, ma avevano lottato ed erano insorti spontaneamente. L’aberrazione dell’articolo 16 del Trattato di Pace scaturisce da questa temperie politica e morale: nella prospettiva della nuova classe dirigente (nuova, per modo di dire: Orlando, De Nicola, Sforza, De Gasperi, Nenni, Togliatti e lo stesso Croce, erano tutt’altro che “nuovi”), aver collaborato con gli Alleati per la sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale era una benemerenza e non certo un titolo d’infamia; e perciò diventava una questione di lana caprina, visto quel che era accaduto l’8 settembre, se tale collaborazione (e tale effettivo tradimento verso la propria Patria) riguardasse solo il periodo successivo o se era iniziato anche prima, fin dal 10 giugno 1940. Una volta presa la strada, come singoli e come nazione, di rinnegare il proprio passato e lavarsi le mani per le proprie responsabilità, era semplicemente logico che si volesse ingigantire l’apporto dato alla vittoria finale contro la Germania e gettare ogni colpa sul fascismo, in modo che il popolo italiano ritrovasse la sua innocenza. Ed è altrettanto logico che la colpa del fascismo, a quel punto, non era più solo quella di aver scelto la guerra a fianco della Germania e contro le democrazie occidentali, ma anche quella di aver instaurato una dittatura, di aver oppresso il popolo italiano per vent’anni e aver creato, nella sua storia, una vera e propria frattura di civiltà.

Insomma: sia per ragioni di politica estera, l’affannoso tentativo di accaparrarsi la benevolenza del vincitore, sia per ragioni di politica interna, la necessità di legittimarsi agli occhi del popolo italiano come guide autorevoli e capaci di attenuare il trauma della sconfitta, gli uomini della nuova classe dirigente avevano tutto l’interesse a presentare il fascismo nel suo insieme, e non solo la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, come una specie di lebbra morale che, misteriosamente e inspiegabilmente, si era impadronita di un organismo sano, aveva fatto strame della volontà popolare e soppresso gli istituti liberali, prendendo in ostaggio quaranta milioni di persone con la forza bruta dei manganelli e dei tribunali speciali. Tutto ciò che il fascismo aveva fatto nel corso di quei vent’anni, il riordino amministrativo, la legislazione sociale, la giornata lavorativa di otto ore, le pensioni d’invalidità e vecchiaia, la liquidazione del caos sindacale e la fine della conflittualità di classe, la difesa e la stabilità  della moneta, la lotta contro la disoccupazione, l’emigrazione e la mafia, le bonifiche agrarie, il rilancio dell’agricoltura e dell’industria, le numerose iniziative culturali (l’Enciclopedia Italiana, l’Accademia d’Italia), le conquiste e riconquiste coloniali, il prestigio accresciuto sul piano internazionale, perfino le trasvolate oceaniche: tutto questo doveva essere negato, disprezzato, rimosso, fino ad atti d’inutile auto-umiliazione nazionale, come lo scioglimento dell’Accademia d’Italia, per la sola colpa di essere stata creata durante il fascismo, anche se ne avevano fatto parte i migliori ingegni che il Paese potesse vantare a quell’epoca (cfr. il nostro articolo: L’Accademia d’Italia, l’arte e la cultura italiane fra le due guerre: tutto un errore?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 24/04/12 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21/01/18).

Ha scritto Filippo Focardi nel suo saggio Il cattivo tedesco e il buon italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (che è, nonostante il titolo promettente, l’ennesima occasione mancata per riflettere non sulle “colpe”, ma sul significato complessivo del fascismo nella storia d’Italia; Bari, Laterza, 2013, pp. 58-59):

L’innocenza degli italiani rispetto alle colpe del regime fu autorevolmente rivendicata poco più tardi dal conte Sforza e da Benedetto Croce, in due discorsi di grande valore politico e di vasta eco, indirizzati anch’essi principalmente alle autorità alleate. Delineando a Roma, il 20 agosto 1944, le linee guida della futura politica estera italiana, Carlo Sforza, da poco nominato alto commissario per l’Epurazione, elogiò con afflato retorico la “vera Italia silente sotto la pazzesca imbavagliatura del fascismo” e ricordò “le gesta dei patrioti”, definite “fra le più eroiche in Europa”. Nel solco della tradizione mazziniana di un patriottismo solidale con le altre nazioni libere e indipendenti, Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una “futura superlega delle Nazioni”. All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava a che la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse – affermava Sforza – non fossero fuse in un grande consorzio internazionale alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare.

Un  mese più tardi, il 21 settembre toccò a Benedetto Croce – in un discorso dedicato a “L’Italia nella vita internazionale” – ricordare alle massime cariche alleate l’avversione dei connazionali all’”odioso e anti-italiano regime” e alla “guerra empia accanto alla Germania”, da tutti aborrita per “ripugnanza al tedesco”. Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto alla guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia oppressa da Mussolini il diritto di chiedere ai vincitori la “profonda revisione”, se non l’”abolizione”, delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la “partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa”. Croce non esitava, inoltre, a ricordare le promesse fatte ai “propagandisti della radio inglese” che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali “redente alla civiltà” dal lavoro italiano. Cruciale nel ragionamento, seguiva la distinzione fra Italia e Germania. L’oratore contrapponeva nettamente l’Italia, con le sue forti tradizioni liberali, alla Germania nazista con le sue radici nell’autoritarismo bellicista di marca luterana e prussiana. A differenza del Führer, Mussolini aveva costruito la dittatura su un suolo privo di fondamenta. Riformulando un giudizio già espresso al convegno dei CLN a Bari nel gennaio 1944, Croce paragonava infatti il fascismo “all’invasione degli Hyksos”, dal nome della fantomatica stirpe di guerrieri di ignota provenienza che un tempo avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire nel nulla. Il messaggio rivolto agli Alleati era chiaro: il peso delle malefatte  del regime fascista, elemento estraneo al corso autentico della storia italiana, non doveva ricadere sulla nazione incolpevole e “vaccinata  contro il ritorno dell’infezione”. Nelle battute conclusive Croce invitava con tono perentorio i vincitori a distinguere fra le due ex potenze dell’Asse, fra l’Italia della “civiltà comunale” e “del Risorgimento” e la “Germania di Bismarck, di Guglielmo II e di Hitler”. Sarebbe stato inaccettabile che “due creature di così diversa fisionomia e di così opposte storiche famiglie” fossero trattate allo stesso modo.

È penoso rileggere quei discorsi e considerare quei concetti, quegli argomenti, pur facendo la tara a quanto di retorico e di propagandistico vi era in essi per strappare migliori condizioni di pace ai vincitori; anzi, quest’ultima circostanza non fa che rendere ancor più desolante il quadro. Delle ciance farneticanti del conte massone Carlo Sforza, delle sue velleità di andar d’amore e d’accordo con la Francia e la Jugoslavia, i nostri due peggiori nemici storici, ben decisi a farcela pagare sino in fondo, e dell’ingenua pretesa di riavere le colonie, saltando a pie’ pari il Ventennio e reclamando in pratica il ripristino dello status di grande potenza (cosa che perfino la Francia era riuscita a fare per un pelo, per l’abilità di De Gaulle con l’appoggio di Churchill, quando Roosevelt e Stalin erano dell’idea di declassarla a Stato di seconda fila), non è neanche il caso di parlare, se non per riflettere su che razza d’uomini si sia fondata la credibilità internazionale dell’Italia uscita dalla guerra: la razza rappresentata oggi dai Napolitano, i Monti, i Renzi e i Gentiloni.  Ma che dire degli argomenti di Croce, grande filosofo e grande storico? Sono un misto di bassa astuzia levantina e impudenza alla Totò. Antitaliano il regime fascista? Ma se aveva goduto del più ampio consenso mai visto da qualsiasi altro governo.  Empia la guerra a fianco della Germania? Ma se erano state le democrazie a spinger Mussolini in braccio di Hitler, quando il Duce fino al 1935 aveva fatto di tutto per avvicinarsi ad esse (cfr. il nostro articolo: Come gli Alleati, per stupidità e cinismo, “regalarono” l’Italia a Hitler, sul sito di Arianna Editrice il 13/05/12 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23/12/17). Il rifiuto della guerra dell’Asse era una fulgida base morale per il popolo italiano? Ciò equivaleva a dire che le Forze Armate italiane avevano combattuto malissimo perché non credevano nella propria causa: il che è un insulto alla memoria dei valorosi caduti di Capo Matapan, di Cheren, di El Alamein. Ma dove Croce, moralmente, tocca il fondo, è quando si appella alle promesse di Radio Londra: quelle promesse non valevano nulla, erano pura propaganda di guerra e averci creduto dà un’idea del degrado, anche intellettuale, degli esponenti dell’antifascismo (cfr. il nostro articolo Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di Patria, su Arianna 01/06/10 e su Accademia Nuova Italia 07/12/17). Infine, accanirsi sulla Germania a terra, esortando i vincitori a trattarla duramente, è il tocco inconfondibile di Maramaldo.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Giugno 2019

Del 05 Novembre 2020

 

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