domenica, 13 Giugno 2021
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Namibia 1904: il genocidio dimenticato del popolo Herero

Namibia 1904: il genocidio dimenticato del popolo Herero. L’ordine di sterminio venne emesso personalmente dal generale von Trotha il 2 0ttobre 1904 con lo scopo dichiarato di cancellare ogni segno della presenza herero di Francesco Lamendola

 

NAMIBIA 1904: IL GENOCIDIO DIMENTICATO DEL POPOLO HERERO

(Questo articolo è apparso sul nr. 1 del 2007 de «Il pensiero mazziniano» di Forlì, riv. Quadrimestrale dell’Associazione Mazziniana Italiana, pp. 137-171.)

1.     CHE COS’È UN GENOCIDIO.

     Genocidio è il tentativo di sterminare, con metodi organizzati, ingruppo nazionale, etnico, razziale o religioso (dal greco génos, stirpe, donde il latino gens: gente, stirpe, razza). Le odierne leggi internazionali lo puniscono quale “crimine contro l’umanità” (accordo di Londra, 8 agosto 1945), sia nel caso venga commesso nel corso delle operazioni belliche, sia che abbia luogo in stato di pace (convenzione dell’Assemblea generale dell’O.N.U. del 9 dicembre 1948).

      La storia antica è ricca di massacri e deportazioni di interi popoli. Nelle sue memorie sulla guerra di Gallia, ad esempio, Giulio Cesare narra senza batter ciglio come tentò di sterminare il popolo degli Eburoni che si era ribellato ai Romani, tentativo coronato da un notevole successo. (1) Tuttavia è nella storia moderna che noi troviamo gli esempi più massicci e sistematici di genocidio. È noto che un grandissimo numero di popoli amerindiani venne letteralmente sterminato dai conquistatori europei, tanto nel Nord che nel Sud America. In certi casi, le condizioni di vita imposte dai conquistadores erano così intollerabili che interi gruppi tribali ricorsero al suicidio di massa: tale il caso degli Arawak dell’isola di Hispaniola (Haiti) durante il XVI secolo. Più recentemente, nella Terra del Fuoco gli allevatori bianchi giunsero a iniettare stricnina nelle pecore di cui si cibavano gli indigeni e a sparare a vista contro qualunque Fuegino, anche pacifico, col risultato che già nel 1925 non si contavano più di 190 individui fra Yaghan e Alakaluf (2), mentre oggi sono del tutto estinti. Gli abitanti della Tasmania, ai primi dell’800, vennero braccati dagli Inglesi come animali, rastrellati con una gigantesca operazione di polizia da una costa all’altra della grande isola, e deportati in un isolotto dove morirono quasi tutti. L’ultimo tasmaniano morì nel 1876, e il suo corpo, esumato su richiesta della Royal Society, rimase esposto fino al 1976 in una teca del Tasmanian Museum, come un raro pezzo da collezione. (3)

      Ma è nel XX secolo che hanno avuto luogo i tentativi più sistematici e sinistramente efficaci di genocidio. Milioni di persone hanno perso la vita nei campi di concentramento hitleriani in Germania e nei Paesi da essa occupati, fra il 1938 e il 1945, e altri milioni nei gulag di Stalin, specie durante la campagna per la collettivizzazione forzata delle campagne, negli anni ’30. Si discute ancora sulle cifre, ma certo si trattò di qualcosa che non si era mai visto prima nella storia dell’umanità, sia per il numero delle vittime che per le modalità “industriali” delle deportazioni e dello sfruttamento della manodopera servile così ottenuta.

      C’è poi stato il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu in Ruanda, nel 1994, costato un milione di vittime; quello delle popolazioni negre del Sudan meridionale da parte del governo islamico fondamentalista di Khartoum; e le varie “pulizie etniche” (in pratica, dei piccoli genocidio localizzati) in varie parti della ex Jugoslavia, ad opera sia dei Serbi che dei Croati, negli anni fra il 1991 e il 1999, secondo un copione che era già stato attuato negli anni della seconda guerra mondiale, specie per opera degli ustascia  di Ante Pavelic. Pochi giorni fa (marzo del 2006) ha destato un certo scalpore la notizia della morte in carcere dell’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, processato dal tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini contro l’umanità” , specie ai danni degli Albanesi del Kossov, quando ancora non era stata emessa la sentenza.  Bisogna però ricordare che il presidente croato Franjo Tudjman ha avuto analoghe responsabilità per quanto riguarda la “pulizia etnica” delle minoranze serbe in Slavonia e in altre zone della Croazia; e che, nella parte musulmana della Bosnia, le atrocità croate non sono state dissimili da quelle compiute dalle bande nazionaliste serbe.

      Tuttavia una parte considerevole dell’opinione pubblica occidentale ignora ancor oggi che durante la prima guerra mondiale ebbe luogo un altro spietato genocidio: quello degli Armeni. Se oggi si è in parte sollevata la cortina di silenzio che lo avvolgeva, è solo perché l’Unione Europea sta negoziando i preliminari per un futuro ingresso della Turchia, nazione che non ha mai riconosciuto la responsabilità storica di tale genocidio (a differenza di quanto fatto dal governo tedesco nei confronti del popolo ebreo e di Israele, dopo il 1948). Nel 1915-16, infatti, il governo turco di Enver pascià, Talaat e Gemal mise in atto lo sterminio sistematico di qualcosa come 1.500.000 Armeni nell’Anatolia orientale, in Cilicia e in Siria. Un’eco di questa oscura tragedia è stata consacrata alla storia letteraria dal romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh. (4)

      Altre centinaia di migliaia di Armeni vennero trucidati dopo la guerra, quando non esisteva più nemmeno la copertura delle necessità di difesa nazionale, ad opera non del crollato regime dei Giovani Turchi, ma del “padre della patria” Kemal Atatürk, colui che, avendo avviato il processo di occidentalizzazione del suo Paese, è ancor oggi presentato in modo sostanzialmente positivo in quasi tutti i libri di storia occidentali, a partire dai libri di testo scolastici. A Smirne, mentre l’esercito greco era in fuga, migliaia di civili Armeni (e Greci) vennero bruciati vivi, crocifissi, impalati nel 1922.  Scene simili si verificarono in Cilicia subito dopo il precipitoso reimbarco delle truppe francesi, premute dai kemalisti. (5)

      Forse è perché una parte di quel genocidio avvenne sotto gli auspici di Atatürk e del suo partito nazionalista, che la questione del riconoscimento delle responsabilità sembra essere passata in seconda linea nell’agenda delle trattative per la futura adesione della Turchia all’Unione Europea; ragioni strategiche sembrano prevalere su ogni considerazione morale, poiché Parigi val bene una messa; cioè non pare il caso di guardar troppo per il sottile, quando sono in ballo ragioni di alta politica internazionale.

2.     L’AFRICA IN RIVOLTA.

     Le prime lotte per la libertà e l’indipendenza dei popoli africani vennero combattute fuori dall’Africa. Gli schiavi deportati nel Nuovo Continente per lavorare nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero diedero vita, nel XVII secolo, a numerosi Stati indipendenti o quilombos, nel Darien, in Brasile e altrove. (6) Celebre fra tutte la cosiddetta Repubblica di Palmares, governata in realtà da Zumbi, un sovrano di notevole statura politica: quando venne distrutta dai bandeirantes paulistas (cacciatori di schiavi della città di San Paolo), nel 1697, essa aveva raggiunto un alto grado di organizzazione sociale e contava una popolazione di circa 20.000 anime. (7) Nell’isola di Haiti,  gli ex schiavi negri raggiunsero definitivamente l’indipendenza al principio del XIX secolo, dopo le audaci campagne che valsero all’eroe nazionale Toussaint Louverture l’appellativo di “Napoleone nero”.

        L’Africa sub-sahariana non subì l’urto massiccio del colonialismo che verso la fine del XIX secolo. Prima della Conferenza di Berlino (1884-85) erano pochi e piccoli gli insediamenti europei sul continente, ad eccezione dell’Algeria e del Sudafrica. Ma dopo il 1880 si scatenò in tutta la sua violenza la corsa all’accaparramento coloniale. Indeboliti dalla secolare emorragia della tratta, divisi e discordi tra loro, ignari della civiltà europea e delle sue astuzie, i popoli africani dapprima non offrirono quasi resistenza. Innumerevoli trattati di protettorato vennero firmati da capi indigeni, raggirati dall’offerta di doni risibili.

       Fu solo verso il 1890 che gli Europei vennero a contatto con gli Stati più solidi e agguerriti dell’interno: i Francesi con il sultanato di Rabah nel Ciad, gli Inglesi con il regno mahdista del Sudan, gli Italiani con l’Impero cristiano d’Abissinia. In questa fase, un po’ tutte le colonie vennero altresì scosse da una serie di violente sollevazioni, poiché i popoli africani “sottomessi” cominciavano a reagire alle catastrofiche conseguenze socio-economiche della dominazione europea.

     La rivolta degli ottentotti Nama e dei bantù Ova Herero nell’Africa Sud-occidentale tedesca rientra in questo complesso movimento storico, del quale presentiamo qui un veloce sommario cronologico.

1888-89: rivolta di Abushiri nell’Africa Orientale Tedesca.

1889-94: resistenza del re Behanzin ai Francesi nel Dahomey.

1890-98: resistenza dei Bunyoro agli Inglesi in Uganda.

1891-98: rivolta degli Hehe nell’Africa Orientale Tedesca.

1891-1920: guerriglia di Mad Mullah contro Italiani e Inglesi in Somalia.

1896. battaglia di Adua; rivolta dei Matabele e dei Mashona contro gli Inglesi in Rhodesia.

1897-1900: lotta di Rabah contro i Francesi nel Ciad.

1898: distruzione del regno mahdista da parte degli Anglo-Egiziani.

1898-1904: ribellioni e guerriglia nel Madagascar contro i Francesi.

1900: rivolta degli Ashanti contro gli Inglesi nella Costa d’Oro.

1904: rivolta di Anyang contro i Tedeschi nel Camerun.

1905, 1908: rivolta dei Gusii contro gli Inglesi nel Kenya.

1905-1907: rivolta dei Maji Maji nell’Africa Orientale Tedesca.

1906: rivolta degli Zulu contro gli Inglesi nel Natal.

1909-1912: campagna francese contro il sultanato dell’Ouaddai.

1911-1917: resistenza dei Tutsi e degli Hutu contro Inglesi e Tedeschi nel Ruanda.

1913: rivolta contro i Portoghesi in varie zone dell’Angola.

1915: ribellione di Chilembwe contro gli Inglesi nel Nyasaland. (8)

3.     IL COLONIALISMO TEDESCO.

      La Germania del XIX secolo arrivò buon’ultima sulla scena della spartizione coloniale, poiché fin verso il 1880 il cancelliere Bismarck aveva avversato ogni idea di espansione oltremare. Egli considerava sostanzialmente inutile all’economia tedesca e troppo dispendiosa l’acquisizione di colonie, nonché pericolosa per il mantenimento dei buoni rapporti con la Gran Bretagna (tutte previsioni che si sarebbero dimostrate esatte). Ma quando la spartizione dell’Africa era già quasi compiuta, gli ambienti pangermanisti – sostenuti dalla finanza e dalla marina – esercitarono delle pressioni così forti che Bismarck, assecondando i nuovi sentimenti dell’opinione pubblica, gettò frettolosamente la Germania nella corsa all’accaparramento delle ultime colonie, sancita dalla Conferenza di Berlino del 1884-85.

    In Africa venne dichiarato il protettorato tedesco sull’Africa Sud-occidentale, sul Togo e sul Camerun (1884), indi sull’Africa Orientale tedesca (agosto 1885). Nell’Oceano Pacifico furono occupate la Terra dell’Imperatore Guglielmo (Kaiser Wilhelmsland) nella Nuova Guinea, e l’Arcipelago delle Bismarck (dicembre 1884), poi le Isole Marshall (1884-85); infine  le Marianne, le Caroline e la Palau,  acquistate dalla Spagna dopo l’esito disastroso della guerra ispano-americana, nonché le Samoa occidentali, dopo un trattato di spartizione con gli Stati Uniti d’America (1899). In Estremo Oriente, venne occupato il porto di Kiaochow, strappandolo alla sovranità del governo cinese (1898). (9)

      Tutte queste operazioni, condotte in fretta e furia nella  scia di missioni religiose tedesche e di preesistenti iniziative di case commerciali (la Woermann di Amburgo era stabilita nel Camerun fin dal 1868; la Missione Renana era presente nel Sud-ovest africano fin dal 1847), furono caratterizzate da un minimo impiego di forze militari e da un’estrema arroganza diplomatica. Vi furono momenti di grave tensione con le altre potenze imperialiste, mentre i popoli indigeni, sul momento, non manifestarono serie reazioni. In particolare, la politica coloniale tedesca giunse a sfidare apertamente la Spagna (1886, azione nelle Marianne), gli Stati Uniti (nel 1902, con la crisi del Venezuela) e la Francia (nel 1905 e nel 1911, con le due crisi marocchine che per poco non affrettarono lo scoppio di un conflitto generalizzato, cui si arriverà nel luglio-agosto 1914, dopo l’eccidio di Sarajevo). (10)

     Nel governo dei popoli indigeni la Germania, che non disponeva di una tradizione amministrativa coloniale, diede prova di una singolare incomprensione delle realtà locali. I suoi funzionari, ad esempio, ritenevano che ogni tribù dovesse vivere entro confini ben precisi, e non capivano che in Africa la vita sociale è sempre stata caratterizzata, per motivi ambientali ed economici, da una estrema mobilità delle popolazioni. (“In Africa non esistono confini, nemmeno tra la vita e la morte”, scriveva il poeta Leopold Sedar Senghor, portavoce della negritudine). In particolare, nell’Africa Sud-occidentale il tentativo tedesco di avviare una macchina amministrativa efficiente, sul modello europeo, si scontrò con l’esigenza dei popoli allevatori di spostarsi liberamente attraverso la steppa, alla ricerca di nuovi pascoli. Così, verso il 1888, ebbe inizio un periodo di violente insurrezioni indigene, che si protrasse fino alla grande sollevazione degli Herero e dei Nama nel 1904-07.

       Nel frattempo, l’illusione di Bismarck che le colonie potessero venire amministrate dalle stesse compagnie commerciali era stata smentita, e lo Stato tedesco aveva dovuto assumersi in prima persona il loro governo, con un notevole onere finanziario per il contribuente. L’impero coloniale tedesco, che l’opinione pubblica pangermanista aveva voluto sia per motivi di prestigio, sia come sbocco ai capitali e all’emigrazione dalla madrepatria, si rivelava al contrario un peso morto per le finanze del Reich, e una fonte di sempre nuove spese.

 Nessun flusso migratorio si indirizzò verso le colonie in sostituzione di quello tradizionale verso il Brasile e verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1914 esse ospitavano meno di 25.000 tedeschi, comprese le forze armate (11), su una superficie totale di circa 2,5 milioni di kmq. e una popolazione di 15 milioni di abitanti. (12) Solo nell’Africa Sud-occidentale si stabilì un compatto nucleo di coloni tedeschi (6.000 uomini atti alle armi nel 1914) (13),i cui discendenti costituiscono ancora oggi, accanto a Britannici e Boeri, una delle tre componenti della popolazione bianca, e sono attaccatissimi alle loro antiche tradizioni.

4.     UNA POLITICA MILITARE INCONTINENTE E IMMORALE.

    Arrivata ultima sulla scena della spartizione coloniale, la Germania avevadovuto accontentarsi di quel che era rimasto, ma le sue aspirazioni andavano ben oltre. Specialmente durante la guerra mondiale 1914-1918 la Società Coloniale, lo Stato Maggiore dell’esercito e della marina e gli ambienti dell’alta fianza elaborarono una serie di piani coloniali così smisuratamente ambiziosi, che si decise di non renderli mai di pubblico dominio. In base a quesi piani, un enorme territorio dell’Africa centrale, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, avrebbe dovuto costituire un Impero tedesco (14), autosufficiente anche sul piano militare. (15)

     La stessa aggressività sfrenata e incontrollabile dimostrò la Germania nei confronti delle popolazioni indigene sottoposte. Celebre, ad esempio, è rimasto il discorso tenuto dall’imperatore Guglielmo II alle truppe in partenza perla guerra dei Boxers, il 27 lugllio 1900, a Bremerhaven: “… non ci sarà clemenza e non verranno fatti prigionieri. Chiunque cade nelle vostre mani, cade sottola vostra spada! Come mille anni fa gli Unni sotto il loro re Attila si sono fatti un nome chge gli uomini ancoa rispettano, possa ora per opera vostra il nome di ‘tedesco’ affermarsi per millenni in Cina, tanto che nessun Cinese, con gli occhi a mandorla o no, possa più osare guardare un tedesco in faccia.”(16)

      Quando ebbe inizio l’ondata delle rivolte dei popoli coloniali, il governo tedesco reagì con una brutalità straordinaria, deciso a infliggere loro una “lezione” memorabile. “L’imperialismo tedesco – ha scritto uno storico sovietico – … soffocava le insurrezioni dei popoli africani con tanta ferocia che la sua giustificazione si riduce al fatto che i suoi avversariimoerialistici, l’Inghilterra e la Francia _ avevano adottato in casi analoghi gli stessi metodi, cioè il completo sterminio fisico degli insorti. In un quarto di secolo di dominio nelle colonie africane… è riuscito a distruggere una serie di tribù  tra cui, come è noto, la grande tribù degli Herero.”(17)

       È importante comprendere che non si arivò al genocidio degli Herero in maniera improvvisa e inaspettata. I rappresentanti del potere coloniale tedesco, ogni qualvolta si trovavano in difficoltà, facevano ricorso al terrore. (18) L’inumano ordine di sterminio emessonel 1904 non fu che la naturale conclusione di tutto un modo di procedere verso i popoli extraeuropei. Dobbiamo pertanto ricnoscere nel genocidio degli Herero il risultato di una politica militare inconente e immorale, in cui l’autentico spirito militare – come scrisse un autore tedesco in altra circostanza – era stato ormai orribilmente deformato. (19)

5.     GLI HERERO: CHI ERANO.

     Il popolo degli Herero, appartenente alla grande famiglia linguistica bantu, giunse nel territorio della odierna Namibia nel XVII secolo, dopo una lunghissima migrazione che ebbe origine, probabilmente, dalla regione dei Grandi Laghi. Nel Sud-ovest africano essi vennero ripetutamente a conflitto con le popolazioni boscimano-ottentotte, e specialmente con il gruppo ottentotto dei Nama, in mezzo alle quali si stabilirono, formando l’isola bantu più meridionale dell’intera regione. Il territorio da essi occupato andava dal massiccio del Kaokoveldt, che si affaccia sulla costa atlantica sino all’altezza di Capo Frio, alla regione ove sorge Windhoek. (20) Verso nord confinavano – e confinano a tutt’oggi – col popolo degli OvAmbo, ad essi apparentato, e stanziatosi a cavallo della frontiera con l’Angola.

     Gli Herero erano un popolo di allevatori, e  i loro bovini, che avevano anche un valore sacrale, erano celebri in tutta l’Africa meridionale. Altrettanto celebre era la perizia dei pastori herero nel trovare sorgenti d’acqua per i loro armenti, anche in piena steppa semidesertica. I conflitti con i loro vicini, e specialmente con i Nama che abitavano immediatamente più a sud, erano originati appunto dalla necessità di assicurarsi le terre da pascolo dell’altopiano centrale (Damaraland). I Nama lavoravano il ferro e la ceramica, erano cacciatori e soprattutto allevatori di ovini e bovini. Sotto la guida del loro capo Jonker Afrikaaner, essi presero il sopravvento sugli Herero negli anni 1835-1860, li sottomisero e occuparono i pascoli della regione centrali.

      A complicare le cose, vi fu, a partire dalla metà del XIX secolo, una immigrazione di altre genti ottentotte provenienti dalla Colonia del Capo, le quali volevano sottrarsi alla dominazione europea. Si trattava di gruppi anch’essi interessati all’acquisizione dei pascoli sull’altipiano centrale, che presto si imposero tanto ai Nama che ai Bastardi della regione di Rehoboth (una tribù migrata anch’essa da oltre il fiume Orange, e formata da mulatti ottentotto-asiatici; chiamati, questi ultimi, dalla Compagnia delle Indie Orientali a popolare la Provincia del Capo).   

      Jonker Afrikaaner morì nel 1861 e il nuovo capo dei Nama, Hendrik Witbooi, non riuscì ad impedire che gli Herero cogliessero il momento favorevole per insorgere e liberarsi dalla sudditanza in cui erano caduti. Seguì un periodo di lotte fra i due popoli che durò fino al 1870, e poi ancora dal 1880 al 1892: lotte molto sanguinose poiché erano combattute con armi da fuoco, acquistate dai commercianti bianchi. (21) In questa fase gli Herero avevano trovato un capo prestigioso nella persona di Tjamuha Maharero e poi di suo figlio, Samuel Maharero. Fu allora che si diedero un’organizzazione politica fortemente centralizzata, mentre prima vivevano raggruppati in entità minori.

        Fino a quel momento, solo un piccolo numero di Europei – missionari e contrabbandieri – si era stabilito nell’Africa sudoccidentale. Nel 1878 gli Inglesi del Capo avevano occupato la Baia della Balena, con la tiepida autorizzazione del governo di Londra. L’insediamento nella baia di Angra Pequeña di un commerciante di Brema, F. A. E. Lüderitz, che l’acquistò da un capo indigeno insieme alla regione circostante (primavera 1883), offrì al cancelliere Bismarck l’occasione di agire. Egli dichiarò, il 24 aprile 1884, che il Governo tedesco assumeva direttamente la protezione delle aziende di Lüderitz, e nell’agosto-settembre, con due successivi proclami, dichiarò il protettorato germanico sull’intera regione posta tra i fiumi Orange, a nord (che segnava il confine con l’Angola portoghese),  e Cunene, a sud (che segnava il confine con la britannica Colonia del Capo).

6. LA DOMINAZIONE TEDESCA:

      La Germania aveva ottenuto il riconoscimento internazionale del suo protettorato, pur non avendo occupato effettivamente il territorio in questione. Tuttavia, la penetrazione tedesca dalla costa verso l’interno progredì rapidamente, grazie anche alla rivalità che divideva le popolazioni indigene, i cui capi vennero indotti a firmare separatamente dei trattati di sottomissione. Per questi avvenimenti noi possediamo non solo la documentazione dei colonialisti bianchi ma anche, caso pressoché unico,  una fonte africana di primissima mano: il diario di Hendrik Witbooi. (22) Poichè a quell’epoca gli Herero si trovavano in difficoltà nella lotta contro i Nama, loro tradizionali avversari, il loro capo accettò senza resistenze il protettorato tedesco, nel 1885. Il loro gruppo, a quel tempo, era composto di circa 85.000 individui (23), mentre una stima del 1966 ne calcolerà non più di 40.000.

      Subito dopo, ebbe inizio la tragedia. Una schiera di coloni tedeschi si affacciò sull’altopiano centrale ove fu costruita Windhoek, la capitale, a 1.680 metri d’altitudine, in perfettostile architettonico bavarese. Con l’aiuto del governo coloniale, e nonostante le proteste di alcuni missionari, essi espropriarono a ritmo febbrile sia le terre che le mandrie di bestiame degli Africani. Le basi economiche della società indigena vennero distrutte e agli Herero – come del resto ai Nama – non restò altro da fare che passare al servizio dei proprietari terrieri bianchi, dei commercianti, dell’esercito d’occupazione (come scouts, perché in questa colonia il Reich non si fidava ad arruolarli come truppe di linea), e delle missioni.

      Una epidemia di peste bovina, scoppiata nel 1897, peggiorò ulteriormente la situazione , falcidiando gli armenti ancora in possesso degli indigeni e riducendo questi ultimi alla disperazione. Né essi potevano ripiegare, come altre volte in passato, sulla tradizionale agricoltura di sussistenza, poiché tutte le terre fertili erano state occupate dai coloni tedeschi. (24) Non rimaneva loro che l’alternativa di soccombere lentamente o ribellarsi finché ne avevano la forza: ed essi scelsero la seconda.

       La storia dell’Africa Sud-occidentale tedesca è una storia scritta col sangue, intessuta di lotte quasi continue. La brutalità e l’incompetenza dei funzionari governativi erano tali, che praticamente tutte le tribù indigene finirono per sollevarsi. Perfino la tradizionale ostilità fra gli Herero ed i Nama venne meno, e i due popoli furono indotti a coalizzarsi contro l’intollerabile dominazione tedesca.

      Il segnale della rivolta venne dato dagli ottentotti Nama, il cui capo Witbooi,sconfitto, dovette sottomettersi e si ridusse a collaborare, sia pure per pochi anni, con i Tedeschi. Due anni dopo, nel 1896, insorsero gli Herero; repressi, fu la volta dei Nama e degli Herero coalizzati.

      Questa prima azione comune dei due popoli venne rapidamente soffocata nel 1900 dai Tedeschi, i quali soltanto in questa colonia si servivano esclusivamente di truppe europee (soprattutto cavalleria e speciali reparti cammellati), segno questo evidente di quanto impopolare fosse il loro governo fra tutti i nativi. (25) Fu quindi la volta dei Bondei (Bondelswart), il cui tentativo insurrezionale venne schiacciato nel 1903-04. Basterebbe questo elenco di insurrezioni contro il regime coloniale, per dimostrare come esso venisse giudicato un pericolo mortale da tutte le popolazioni indigene.

       L’illusione che la Germania avrebbe saputo “pacificare” il territorio, facendo cessare le lotte tribali e aprendolo ai supposti benefici della “civiltà” (“The white man’s burden”, ossia il fardello dell’uomo bianco, scriveva il poeta inglese Rudyard Kipling), era stata tragicamente smentita dai fatti. Tuttavia le autorità coloniali non seppero far tesoro di queste sanguinose esperienze e proseguirono nella loro opera di sistematica espropriazione delle terre e delle mandrie degli Africani. Gli avvenimenti del 1904, pertanto, non si può dire che giungessero imprevedibili; al contrario, il rifiuto del governo tedesco di prendere in considerazione le cause economiche dello scontento, fu direttamente all’origine del nuovo scoppio di violenza e della conseguente, drammatica repressione.

7.     LA GRANDE INSURREZIONE DEL 1904.

      Il malcontento e l’esasperazione degli Herero erano giunti al grado più acuto nel corso del 1903. A coronamento di una lunga serie di soprusi e inutili atti di violenza, i Tedeschi avevano abbattuto gli “alberi sacri” del cimitero herero di Okahandja, per costruire al posto di quest’ultimo una fattoria di coloni. Oramai gli Herero, popolo fiero e bellicoso, non aspettavano altro che un’occasione favorevole per insorgere contro gli odiati dominatori. E l’occasione, finalmente, venne.

      In quell’anno la tribù ottentotta dei Bondei , stanziata nel mezzogiorno della colonia, in prossimità del fiume Orange, si era ribellata violentemente ai Tedeschi. Il governatore Theodor Leutwein – che era un militare, tenente colonnello dell’esercito – avviò prontamente il grosso delle forze di cui disponeva in quella direzione. Le truppe tedesche debellarono nel sangue la resistenza dei Bondei, ma per poter fare ciò commisero l’imprudenza di sguarnire eccessivamente la regione centro-settentrionale. Ai primi del nuovo anno, la loro presenza militare a nord di Windhoek apparve così tenue e indebolita, che gli Herero compresero esser quella un’occasione forse irripetibile per attaccarli.

        Il 14 gennaio 1904 essi insorsero per la terza volta, con un furore che colse impreparati i loro dominatori. Centoventitrè tedeschi, fra soldati, commercianti e coloni, si lasciarono sorprendere e uccidere dagli indigeni; donne e bambini, però, non vennero toccati.  A Waterberg un intero presidio militare venne annientato. Fatto degno di nota, né i pochi coloni britannici né quelli di origine boera subirono molestie da parte degli insorti: l’odio di questi ultimi era diretto unicamente contro i cittadini del Reich germanico. La linea ferroviaria d’interesse strategico, che le autorità coloniali avevano fatto costruire tra Windhoek e Swakopmund (il porto principale della sezione costiera centrale, poco a nord della Baia della Balena), venne distrutta in parecchi punti. Di conseguenza, le comunicazioni fra la colonia e il mondo esterno vennero temporaneamente interrotte, e per alcuni mesi Samuel Maharero assunse il controllo de facto di vaste regioni centro-settentrionali.

       In questa prima fase della guerra, l’esercito tedesco presente nella colonia era stato ripetutamente battuto in campo aperto e, infine, praticamente accerchiato dagli insorti a Oviumbo, di dove aveva potuto sganciarsi e battere in ritirata solo con estrema difficoltà. Il governatore Leutwein dovette mettersi completamente sulla difensiva nella zona attorno a Windhoek, limitandosi ad aspettare l’arrivo dei rinforzi dalla madrepatria. Nondimeno egli trascorse delle settimane drammatiche: quasi tutta la regione a nord della capitale era di fatto perduta per i Tedeschi, e i loro coloni – deposta l’usuale arroganza – vivevano nel terrore. Fu solo il volontario ripiegamento degli Herero sul massiccio montuoso del Waterberg (a sud-est dell’area paludosa dell’Etosha Pan) che rimosse la minaccia gravante sulla stessa capitale.

        Se i Nama di Witbooi avessero colto il momento favorevole per insorgere a loro volta, ai Tedeschi sarebbe stato assestato un colpo decisivo. Ma l’azione fra i due popoli non era stata ben concertata, o forse pesarono negativamente le antiche inimicizie tribali, col loro retaggio di rancori e diffidenze reciproche. Al governo coloniale venne lasciato il tempo di riorganizzarsi, di far affluire rinforzi e, poi, di passare alla controffensiva. Solo quando gli Herero erano già stati decimati, gli Ottentotti presero le armi a loro volta: così i Tedeschi poterono affrontare i due popoli separatamente, e sconfiggerli in maniera definitiva.

        Nel corso della primavera e dell’estate furono fatte affluire numerose truppe dalla Germania, in vista di una vasta operazione repressiva, per un totale di circa 20.000 uomini, dotati di molta artiglieria da campagna. I rinforzi sbarcarono nella colonia fra l’11 giugno e il 20 luglio. Il comando venne affidato a un militare che di repressioni se ne intendeva, avendo in precedenza schiacciato spietatamente la rivolta degli Hehe nelle regioni centrali del Tanganica (1891-98), e avendo partecipato alla durissima campagna contro i Boxers in Cina, nel 1900. Era  il generale di fanteria Lothar von Trotha, un prussiano dal pugno di ferro, nato a Magdeburgo il 3 luglio 1848 e che aveva, dunque, all’epoca soli cinquantacinque anni, un’età relativamente giovane per un grado così elevato.

       Particolare significativo, la campagna contro gli Hehe del Tanganica era stata da lui “brillantemente” conclusa con l’invio in Germania della testa mozza del capo africano ribelle, Mkwawa (è vero che una barbarie analoga fu commessa, dopo la battaglia di Omdurman contro i Dervisci del Sudan, dall’inglese lord Kitchener, che aveva spedito a Londra la testa del Mahdi, dopo avr fatto profanare il suo sepolcro,nel 1898). Al fianco di von Trotha troviamo, nell’Africa Sud-occidentale tedesca, un giovane ufficiale trentaquattrenne di belle speranze, Paul von Lettow-Vorbeck, che nel 1906 verrà ferito gravemente a un occhio e rimpatriato in Germania (26), mentre nel 1914-18 sarebbe divenuto famoso per la sua abile difesa dell’Africa Orientale Tedesca contro le truppe dell’Intesa. (27)

       Il piano di von Trotha consisteva nell’accerchiamento degli Herero, da effettuarsi con gli ottimi squadroni di cavalleria di cui disponeva, al fine di catturare l’intero gruppo. Esso era favorito dalla natura aperta e semidesertica della regione, che non si prestava assolutamente ad operazioni di guerriglia da parte degli insorti; e lo fu ancor di  più dall’incauto concentramento degli Herero vicino ai pozzi del fiume Hamakari, imposto dalla necessità di disporre di acqua fresca per quella massa di persone.

      Gli indigeni erano appesantiti dalla presenza non solo delle donne e dei bambini, ma anche dalle mandrie di bovini, che costituivano la loro indispensabile fonte di vettovagliamento: e fu allora che i Tedeschi colsero l’opportunità di attaccarli sulle ali (agosto 1904).

       Si ingaggiò un’aspra battaglia; nonostante l’enorme sproporzione esistente in fatto di armamento, gli Herero riuscirono sostanzialmente a far fallire gli ambiziosi piani dell’avversario e, pur subendo perdite pesantissime, ad aprirsi un varco in direzione est, vanificando la manovra avvolgente. Subito i Tedeschi si lanciarono all’inseguimento (13 agosto), impiegando largamente i fucili a ripetizione “Krupp” e le mitragliatrici “Maxim”.

       La ritirata degli Herero finì per trasformarsi in un terribile olocausto. Premuti dalla cavalleria tedesca che li braccava senza pietà, esaurite le munizioni, tormentati dalla sete e dal sole implacabile, molti di loro trovarono la morte nel deserto dell’Omaheke, a est delle paludi dell’Etosha (settembre-ottobre). 

       Solo una piccola parte di essi, col loro capo Samuel Maharero, riuscirono a mettersi in salvo, attraversando la frontiera col Bechuanaland britannico (l’odierno Botswana). (28) E lì furono costretti a rimanere per sempre; pur trattandosi del Deserto del Kalahari, ossia di una delle regioni più aride e desolate dell’intero continente: il terrore tedesco era stato tale che essi non tornarono più indietro, e ancor oggi i loro discendenti vivono là rifugiati.

8. LA “SOLUZIONE FINALE” DEL PROBLEMA HERERO.

       L’insurrezione degli Herero aveva imposto alti costi alla Germania, sia in termini umani che finanziari, ma soprattutto  aveva nuociuto alla sua reputazione. Il prestigio del militarismo tedesco era stato scosso tanto agli occhi dell’opinione pubblica europea, quanto al cospetto delle altre popolazioni sottoposte al suo dominio coloniale. Per sette mesi gli Herero erano rimasti virtualmente padroni di una vasta sezione della colonia e avevano vanificato i progetti tedeschi di governare sfruttando le rivalità tribali e manovrando come burattini i capi locali. Appiedati e male armati, avevano tenuto testa valorosamente al più agguerrito esercito del mondo, e, sul piano internazionale, si erano accattivati le simpatie della massima potenza coloniale: la Gran Bretagna. (29) In una parola, essi avevano infranto il mito della assoluta superiorità tecnico-militare dei bianchi e, più in particolare, quello della invincibilità dell’esercito tedesco. Tutto questo era stato fatto da una popolazione africana la cui civiltà materiale appariva agli Europei come molto primitiva, anche se perfino Guglielmo II aveva avuto a riconoscere, in altri tempi, che essa pure “aveva in tutto un cuore sensibile ai sentimenti dell’onore.” (30)

       Era quindi necessario – secondo la logica del colonialismo in generele, e di quello tedesco in particolare – “lavare” l’onta e infliggere agli insorti una lezione draconiana. I Francesi nel Dahomey, dopo la battaglia di Kotonou che aveva posto fine all’indipendenza di quel regno, nel 1892, avevano proceduto alla decapitazione sul campo di tutti i prigionieri. I Belgi, dal canto loro, avevano adottato metodi di coercizione così barbari verso gli indigeni del Congo addetti alle piantagioni europee, da provocare la morte di un numero incalcolabile di persone nello “Stato Libero” di Leopoldo II.  “Se un giovane africano non accontentava i suoi padroni, una mano o un piede, e talvolta tutti e due, gli venivano tagliati… Per dimostrare la loro diligenza in questo campo, i sorveglianti portavano ai loro superiori ceste piene di mani.” (31) La storia coloniale del XIX secolo, specialmente in Africa, è intessuta di simili atrocità; eppure ciò che misero in opera i Tedeschi nell’Africa Sud-occidentale, nel 1904, sorpassa tutti quegli orrori.

      Qui noi assistiamo veramente, e per la prima volta nella storia moderna, a un sistematico piano di genocidio, lucidamente concepito e freddamente portato avanti sin quasi alla distruzione totale e definitiva di un popolo. E la cosa più grave è che le istruzioni per il genocidio vennero impartite quando già la campagna militare tedesca aveva spezzato la forza degli Herero, e la loro diligente applicazione continuò per mesi e mesi, accanendosi contro poveri gruppi di sbandati, donne e bambini compresi, che non erano certo in grado di costituire una minaccia per nessuno. Non c’era alcuna necessità militare che potesse, sia pur debolmente, giustificare un tale modo di procedere: infatti i capi indigeni avevano già domandato, ma invano, di potersi arrendere e deporre le armi.  I loro parlamentari erano stati presi a fucilate ancor prima della decisiva battaglia del Waterberg. Dopo lo scontro sul fiume Hamakari, i soldati tedeschi ricevettero l’ordine di sparare a vista contro qualunque indigeno, e pertanto non si ebbero più vere e proprie azioni di guerra, ma piuttosto un assassinio sistematico della popolazione.

       L’ordine di sterminio (Vernichtungsbefehl) venne emesso personalmente dal generale von Trotha, il 2 0ttobre 1904, con lo scopo dichiarato di cancellare ogni segno della presenza herero all’interno della colonia.  Se questo popolo è riuscito a sopravvivere, sia pure decimato, fino ai nostri giorni, è perché alcune migliaia di Herero avevano trovato rifugio – come si disse – nel protettorato britannico del Bechuanaland, ed essi furono ben presto  imitati da tutti i loro compagni rimasti indietro, che furono in grado di farlo. (32) 

        Ecco come suonava il Vernichtungsbefhel diramato dall’alto comando tedesco agli Herero che, dopo la battaglia presso l’Hamakari, si trovavano ancora dentro i confini dell’Africa Sud-occidentale: “All’interno del territorio tedesco si sparerà contro tutti gli uomini della tribù degli Herero, armati o disarmati, con o senza bestiame. Nel territorio non verranno accolti nemmeno donne e bambini: essi verranno ricondotti al loro popolo, o fucilati. Questa è la parola rivolta agli Herero da me, il grande generale del potente imperatore di Germania.” (33)

       Tale malvagio ordine decretato da von Trotha poteva sembrare che lasciasse un’ultima speranza di salvezza agli indigeni, ma in realtà equivaleva a una sentenza di morte: abbandonare il territorio tedesco significava affrontare una marcia spaventosa attraverso il Deserto del Kalahari, che ben pochi – e tanto meno i più deboli: donne e bambini – avrebbero potuto sopportare. Di fatto, molti furono gli Herero che morirono di sete mentre cercavano di raggiungere una impossibile salvezza al di là della frontiera.

9.     UN NAZISMO “ANTE LITTERAM”.

     I Tedeschi non arrivarono a un tale passo per caso; il loro non fu un “normale” incidente di percorso coloniale, come accadde ad altre potenze imperialiste (ivi compresa l’Italia, per opera di uomini come Badoglio o Graziani). I semi di una violenza razziale spietata e sistematica sono rintracciabili molto addietro nella loro storia. Già nel XIV secolo le campagne di annientamento condotte contro Prussiani (popolo oggi scomparso), Lituani, Baltici e Polacchi dai Cavalieri Teutonici consentono di classificare questi ultimi- secondo l’espressione di un autore francese contemporaneo -come “le S.S. del Medioevo” (34) Più specificamente, nella cultura tedesca del XIX secolo si trovano fedelmente anticipati tutti i  motivi razzisti  e bellicisti, le cui conseguenze hanno macchiato il nome della Germania nel secolo successivo. Non aveva il filosofo Fichte auspicato l’espulsione degli Ebrei, e scritto che “dare loro dei diritti civili è possibile a una sola condizione: tagliar loro la testa in una sola notte e darne loro un’altra che non contenga una sola idea giudaica”? (35) Ed Hegel, il massimo filosofo dell’Idealismo,  non aveva forse teorizzato l’assoluta eticità” della guerra, e affermato che “L’Africano è un uomo allo stato grezzo”? Che presso gli Africani “i sentimenti etici sono di estrema debolezza, o, per meglio dire, non esistono affatto”; e che “la loro sfrenatezza non è suscettibile di alcuno sviluppo o educazione?” (36)

     Tuttavia, è nell’età guglielmina (1888-1918) che la società tedesca viene incubando e alimentando i germi di una progressiva intolleranza politica e razziale. Mentre i miti pangermanisti ricevono nuova linfa da storici come Lambrecht, da geografi come Ratzel, da artisti come Wagner, da filosofi come Meinecke (e non, come la vulgata vorrebbe far credere, da Friedrich Nietzsche, che anzi ebbe sempre parole sprezzanti nei confronti del nazionalismo tedesco), al Reichstag è  rappresentato un partito antisemita – si chiama proprio così -, che passa dai 5 modesti seggi del 1890, ai 16 del 1893  ed ai 21 del 1907. (37) A questo clima complessivo di violenza culturale bisogna sommare gli effetti di una educazione militaresca che, troppo spesso, ottunde le coscienze ed impedisce il maturare di un senso di responsabilità individuale.

    Non è forse vero che si rifugiavano dietro la disciplina militare e un cieco ossequio per l’autorità statale, quei soldati tedeschi che nel 1904 applicarono l’ordine di von Trotha, così come nel 1939-45 quelli che eseguirono le criminali direttive antisemite e antislave? Quelli che in più di mezza Europa, dalle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, a Oradour, a Lidice si macchiarono di atrocità contro le popolazioni inermi, nel corso delle repressioni contro le formazioni partigiane?

     Vi sono, tuttavia, degli storici occidentali i quali hanno tentato in ogni modo di minimizzare i fatti atroci dell’Africa Sud-occidentale. L’inglese D.K. Fieldhouse, ad esempio, ammette che “nocque alla fama della Germania il tentativo di scacciare gli Herero dalle loro terre e di sterminarli”. Però poi subito aggiunge: “Ma bisogna vedere questi orrori nelle giuste proporzioni. La Germania non aveva né esperti amministratori delle colonie né soldati”. E conclude: “La verità è che la Germania come potenza coloniale non fu peggiore delle altre prima del 1914… Il pretesto con cui fu privata delle sue colonie era infondato.” (38)

      E un altro storico anglosassone, R.H. Rudin, afferma che la maggior parte degli indigeni del Camerun da lui intervistati ricorda i Tedeschi come “very strict, at time harsh, but always just” (39): “molto severi, talvolta crudeli, ma sempre imparziali”. Avrebbe dovuto chiederlo, ci sembra, ai genitori di quei bambini che a Kribi, nel 1908, furono gettati dai Tedeschi sulle rocce delle scogliere, mentre essi dovevano assistere allo strazio, sotto la minaccia di fucili e mitragliatrici. (40) Oppure alle vittime delle brutalità del governatore Leist, brutalità talmente efferate che lo stesso governo di Berlino dovette richiamare Leist in patria, farlo processare e rimuoverlo dalla carica. (41)

      Noi non possiamo assolutamente concollare con le conclusioni di Rudin e di Fieldhouse; e ci sembra, come già notava A.S. Erusalimskij, che sia davvero troppo poco, per scagionare il sistema coloniale tedesco dai crimini commessi, affermare che altri ne compirono tutte le potenze coloniali. E comunque vi sono nell’azione militare tedesca in Africa, e specialmente nel genocidio del 1904-05, dei caratteri assolutamente particolari, una malvagità fredda e sistematica che riceve spiegazione solo a patto di tener presente tutto il quadro socio-culturale in cui è maturata.

      Sotto questo punto di vista ci pare abbia piuttosto ragione Paul Giniewski il quale, a proposito del genocidio perpetrato contro il popolo herero, parla esplicitamente di una forma di “soluzione finale”, di un vero e proprio “nazismoavant la lettre“. (42)

10.           GLI HERERO IN GINOCCHIO.

     Nel volger di pochi mesi, i Tedeschi riuscirono quasi a portare a termine il genocidio pianificato degli Herero. Questo popolo orgoglioso, che all’inizio del protettorato tedesco contava non meno di 80.000 individui,  nel 1905 era ridottto a sole 12.000 unità: l’80 per cento del totale era stato, quindi, assassinato.  (43) I piani di von Trotha, che intendeva cancellare semplicemente la popolazione indigena per trasformare l’Africa Sud-occidentale in una colonia di esclusivo popolamento europeo, erano andati vicinissimi a un successo clamoroso.

      Tuttavia, qualche eco degli orrori commessi dal generale finì per trapelare nella madrepatria. Negli ambienti missionari si andava dicendo che la rivolta degli Herero era stata, almeno in parte, provocata dall’inefficienza e dalla brutalità del governo coloniale, il quale aveva puramente e semplicemente ignorato tutti gli inviti dei missionari per un più umano trattamento degli indigeni.

      Queste critiche destarono una certa impressione fra l’opinione pubblica tedesca, tanto più che la stampa internazionale si era schierata contro la Germania e la stava minacciando di un completo isolamento morale (era già accaduto, del resto, alla Gran Bretagna pochi anni prima, durante la guerra anglo-boera del 1899-1902). Come se ciò non bastasse, con la sua caratteristica arroganza e mancanza di senso della misura, il kaiser Guglielmo II era sbarcato a Tangeri il 30 marzo 1905, precipitando lo scoppio della prima crisi marocchina. Ce n’era abbastanza perché la Germania apparisse agli occhi del mondo intero come la più seria minaccia contro la pace, in Africa e fuori dell’Africa.

       Si delineò un movimento di protesta all’interno della società civile germanica. I cattolici, impressionati dagli argomenti dei missionari, cominciarono a muovere delle critiche alla politica coloniale, e specialmente a quanto l’esercito stava compiendo in Africa Sud-occidentale. Dal canto loro, i socialdemocratici votavano sempre contro gli stanziamenti coloniali al Reichstag per motivi ideologici (44), e così un movimento di opinione pubblica abbastanza vasto finì per chiedere che si adottasse una politica meno dura verso gli Herero e i Nama (che, nel frattempo, erano insorti a loro volta).

      Di conseguenza, nonostante le indignate proteste della Società coloniale e dei pangermanisti, che accusavano i  “politicanti” di “pugnalare alla schiena gli eroici soldati tedeschi che combattevano nel deserto”, nel 1905 il Governo si vide costretto a richiamare in patria von Trotha e a mandare nell’Africa Sud-occidentale un nuovo governatore, Lidequest, che revocò l’ordine di sterminio.

         Egli, assieme alle missioni locali, istituì degli appositi campi per ricoverare i superstiti del popolo herero, circa 12.000. Intanto le operazioni militari continuavano,  specialmente contro gli ottentotti Nama che Witbooi, destinato a cadere nello stesso 1905, aveva guidato contro i Tedeschi in un estremo tentativo di riguadagnare la perduta indipendenza. Per altri due anni la lotta divampò spietata, e il genocidio dei popoli indigeni proseguì, di fatto, sino al 1907.

      “Per i sopravvissuti, il lavoro forzato fu l’unica scelta possibile, Il codice del lavoro del 1907 stabiliva una cornice legislativa entro la quale ai neri erano preclusi mezzi di sussitenza alternativi; essi erano costretti a lavorare, non potevano scegliere o cambiare il loro lavoro a propria discrezione, ed erano privati dei loro diritti di organizzazione in qualsiasi forma.” (45)

       Sradicati dalle loro tradizionali attività economiche, l’allevamento, la caccia e l’agricoltura di sussistenza, gli Herero ed i Nama non erano più che carne da lavoro nelle mani dei proprietari terrieri e dell’amministrazione coloniale tedesca. La perdita dei loro capi politico-religiosi completava l’opera di “genocidio culturale” ai danni degli sparuti gruppi di superstiti.

11.           L’ULTIMO ATTO DELLA TRAGEDIA.

      Come si è detto, i Nama avevano lasciato sfumare l’occasione di un attacco concertato contro i Tedeschi, e rimasero alla finestra per quasi un anno, mentre divampava e poi si spegneva la disperata rivolta dei loro vicini. Anzi, Witbooi si era prestato a collaborare con i Tedeschi nella prima fase della repressione contro gli Herero: ulteriore conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che le rivalità tribali restavano più forti di ogni senso di comunanza d’interessi di fronte alla minaccia coloniale. Solo verso la fine del 1904 i Nama ruppero gli indugi e presero le armi contro le forze tedesche, dando inizio a una lotta meno imponente, ma più lunga e ostinata, che si sarebbe protratta per circa tre anni. Un capo-guerriglia si mise particolarmente in luce, dopo che la morte di Witbooi ebbe lasciato i Nama privi della loro guida tradizionale: Jacob Morenga, che è stato definito il più audace condottiero africano delle lotte anticoloniali.

      Sfruttando l’aspro terreno montagnoso, di cui aveva una pefetta conoscenza, egli logorò i Tedeschi con una interminabile guerriglia, tanto da guadagnarsi l’ammirazione di alcuni dei suoi stessi avversari. Il capitano Bayer, un ufficiale dello Stato Maggiore imperiale germanico, così si espresse su di lui: “… per mezzo di spostamenti incrociati, intelligenti attacchi a sorpresa e, soprattutto, grazie all’influenza esercitata sui suoi seguaci dalla sua personalità fuori dal comune, aveva prolungato la guerra e arrecato a noi dannui incalcolabili… Il suo modo di condurre la guerra aveva qualcosa di superbo.” (46)

      Per domare quegli eroici combattenti, i Tedeschi applicarono anche qui metodi di lotta totale. Essi erano perfino incapaci di distinguere fra tribù amiche e nemiche, e massacravano gli indigeni senza quasi fare distinzione, tanto da distruggere circa un terzo dei Berg-Damara, una tribù di montagna che non aveva partecipato all’insurrezione. Alla fine, grazie anche ai crediti supplementari votati appositamente dal Reichstag – come si dirà – all’inizio del 1907, la resistenza dei popoli indigeni venne schiacciata. Si può affermare che le operazioni militari cessarono per la scomparsa fisica di una delle parti combattenti.

      Stime basate sulle statistiche ufficiali indicano che, nel 1911, sopravvivevano 15.130 Herero su un totale di 80.000, e 9.781 Nama su un totale di 20.000 prima della guerra. (47) Questi dati agghiaccianti parlano da soli e smentiscono, oltre ogni evidenza, i miseri argomenti con i quali si cercò allora – e si è cercato di recente -, ad opera di studiosi occidentali, di minimizzare il carattere inequivocabile di genocidio che rivestì la “pacificazione” del Sud-ovest africano.

      Entro gli ultimi mesi del 1907, era ormai tutto finito. I coloni tedeschi, che già nel 1902 si erano impadroniti, con la forza o con la frode, di una buona metà del bestiame degli Herero, adesso lo avevano tutto, e così pure le loro terre da pascolo. La stessa cosa accadde nei confronti dei Nama.

      Del resto, fin dall’inizio della guerra – nel 1904 – reparti di volontari avevano affiancato le truppe regolari germaniche, così che adesso i coloni avevano un motivo in più per chiedere al Governo un generoso indennizzo. Quanto alle poche migliaia di indigeni scampati al genocidio, essi andarono a costituire un’utile riserva di maodopera al servizio dei propri carnefici:  nelle miniere o proprio alla sorveglianza delle mandrie che erano loro appartenute, e che avevano costituito per generazioni la loro fierezza.

      “Quella guerra, e quel successivo spietato sterminio di un enorme numero di antenati, sono ancora vividi nel ricordo degli Herero. Il terribile racconto è stato tramandato dai vecchi ai giovani, e ha contribuito al sorgere di un forte sentimento di identità nazionale e di un senso di orgoglio per la propria cultura e per la propria storia.” (48)

       Non è possibile comprendere la situazione attuale dei popoli della Namibia e la stessa, recente lotta indipendentista della S. W. A. P. O. (South West African People’s Organization), se si fa astrazione da questi eventi sanguinosi, che marchiarono in modo indelebile la coscienza degli Africani e che sono sopravvissuti, attraverso la tradizione orale, come un perenne atto d’accusa.

12.           CONTRACCOLPI POLITICI.

Il protrarsi dellle operazioni militari nell’Africa Sud-occidentale, con il loro corollario di atrocità, e il prezzo imprevisto – sia umano che finanziario – imposto da quella che fu definita “una guerricciola coloniale costosa e senza splendore” (49), ebbero forti contraccolpi al Reichstag. Il clima politico tedesco, nel 1906, era già teso a causa di alcuni scioperi dei minatori e degli operai metallurgici, e il partito del Centro cattolico (Zentrum), che con i conservatori (partito degli agrari) e i nazioinal-liberali (industria pesante) sosteneva il Governo, decise di aprire una crisi.

      “Mentre i partiti tedeschi rappresentano sempre più dei gruppi sociali  e degli interessi materiali, il Centro difende un principio ideale: quello della religione cattolica in un Paese per due terzi protestante.” (50) E poiché erano stati soprattutto i missionari cattolici dell’Africa Sud-occidentale a protestare contro i metodi di repressione del governo coloniale, il giovane deputato centrista Mathias Erzberger iniziò una vigorosa azione parlamentare affinchè si adottasse verso gl’indigeni una politica che fosse in armonia con la morale cristiana. Non esisteva, d’altra parte, un Ministero delle colonie, e gli sforzi del cancelliere von Bülow per ottenerne l’istituzione fallirono per la decisa opposizione del Centro e della Socialdemocrazia.

     Erzberger – figura, peraltro, controversa per una sua propensione all’intrigo che contrastava con la limpidezza dei principi etici proclamati dal suo partito – aveva denunciato tutta una serie di scandali connessi all’amministrazione coloniale, ottenendo il richiamo del governatore del Camerun, Puttkamer, inviso ai missionari e agli indigeni (51). Inoltre aveva ottenuto la sostituzione del principe Ernst von Hohenlohe con B. Dernburg alla direzione dell’Ufficio coloniale.

     Nel dicembre del 1906, il Governo avanzò la richiesta di stanziamenti suppletivi per l’Africa Sud-occidentale, ove la repressione era ancora in corso. Il Centro ed i socialdemocratici votarono contro e i crediti furono bocciati per soli nove voti. Subito dopo, von Bülow sciolse il Reichstag e indisse quelle che furono ironicamente chiamate “le elezioni ottentotte”: evidentemente aveva previsto quel risultato e si teneva pronto. Il partito dei progressisti si lasciò attrarre nell’orbita del cancelliere, che aveva abilmente presentato le richieste del Centro come una resipiscenza di estremismo cattolico antistatale. E questo argomento, nella Germania guglielmina ove era ancor fresco il ricordo della cosiddetta “battaglia per la civiltà” (Kulturkampf)  condotta vigorosamente da Bismarck proprio contro la Chiesa cattolica, faceva presa sull’elettorato. Una chiesa, si tenga presente, minoritaria nella Germania protestante dell’epoca, dominata politicamente e culturalmente dalla Prussia luterana (che costituiva, da sola, quasi due terzi della popolazione e del territorio del Reich; mentre oggi, dopo le amputazioni territoriali delle due guerre mondiali, la componente cattolica, concentrata nei lander meridionali e occidentali, praticamente  equivale a quella protestante, anche dopo la riunificazione delle due Repubbliche tedesche). Quanto ai socialdemocratici, erano forti sulla carta e godevano di una efficiente organizzazione; erano, anzi, il maggiore partito operaio del mondo di ispirazione marxista; ma, sul piano culturale, la loro voce era sovente oscurata dalla grancassa degli organi d’informazione conservatori, che avevano buon gioco nel dipingerli come cittadini sleali per via del loro  proclamato internazionalismo (cui non restarono però fedeli quando si venne al dunque, nel luglio-agosto del 1914; ma questa è un’altra storia, e del resto una simile incoerenza mostrarono anche i partiti socialisti degli altri Stati europei). Il kaiser Guglielmo II, in pubbliche occasioni, li aveva apertamente definiti “nemici dell’Impero e della patria”, traditori e indegni di portare perfino il nome di Tedeschi” (52); e anche qui, certamente, pesava il recente ricordo della violentissima campagna condotta da Bismarck, alcuni anni prima, contro di loro e contro le loro organizzazioni sindacali.

      Le elezioni del 1907 videro la clamorosa vittoria della coalizione governativa (conservatori, nazional-liberali e progressisti) contro l’opposizione del Centro, della soicialdemocrazia e dei deputati polacchi: il nuovo Reichstag assegnò 208 seggi al Governo contro i 176 delle opposizioni. A questo punto, esso potè approvare subito sia gli stanziamenti supplementari per l’Africa Sud-occidentale, sia l’istituzione di un Segretariato di Stato per le colonie: in pratica, un vero e proprio Ministero – proprio quello cui cattolici e socialdemocratici si erano sempre opposti. La Lega navale, la Società coloniale, la corte e gli ambienti reazionari esultarono; la stampa pangermanista esaltò il nuovo ruolo di potenza mondiale del Reich. Era cominciata la discesa lungo la china dell’esaltazione imperialista e bellicista, che sarebbe sfociata nella crisi europea dell’agosto 1914.

      Sulle atrocità commesse contro gli Herero, e sulle responsabilità relative al criminale Vernichtungsbefehl,  venne calata una cortina di silenzio, cui seguì un oblìo durato per quasi tutto il XIX secolo.

13.           UN’EPOPEA ALLA ROVESCIA.

Alla conclusione della campagna del 1907, la popolazione indigena dell’Africa Sud-occidentale era stata quasi annientata. Nel 1913 non si contavano che 80.000 abitanti (53), comprese parecchie migliaia di Tedeschi, su una superficie di 836.000 kmq., con una densità di 0,09 abitanti per kmq.: una delle più basse dell’Africa, inferiore persino a quella di ampie zone del Sahara. Eppure la sola tribù degli Herero aveva contato 80.000 individui nel 1885, e oltre agli Herero c’erano i Nama, i Rehoboth, gli OvAmbo, i Bondei e alcuni gruppi di Boscimani.

        Il governo coloniale era dunque riuscito a creare le condizioni ottimali perché l’Africa Sud-occidentale – il nostro Sud-ovest”, come dice una canzone nazionalista ancora cantata nelle birrerie di Windhoek – divenisse una colonia di popolamento bianca, come e più di quel che avevano fatto i Boeri nell’Orange e nel Transvaal, e come qualche Inglese progettava di fare nell’Africa Orientale britannica (odierni Uganda e Kenya). Di tutte le colonie germaniche, essa era di gran lunga la più adatta. Il clima sull’altopiano è favorevole all’insediamento dell’uomo bianco, e il sottosuolo già allora lasciava intravvedere le sue ricchezze favolose: rame e diamanti. La distruzione delle tribù indigene e l’asservimento dei pochi scampati nelle aziende agricole e zootecniche dei bianchi toglieva di mezzo l’ultimo fastidio: la preoccupazione per il futuro. Laggiù non avrebbe mai potuto accadere quel che invece era prevedibile per il Camerun o il Tanganica – che cioè un giorno, magari lontano, gli Africani – col peso stesso del loro numero – avrebbero creato qualche problema ai loro dominatori. Nell’Africa Sud-occidentale i tedeschi avevano fatto il deserto e potevano tranquillamente dedicarsi a trasformarla in un angolo pacifico di terra germanica, in un pezzetto di madrepatria che riproducesse fedelmente gli usi e i costumi della lontana Germania. Ciò che in buona parte fu fatto.

      È noto come gli emigranti tedeschi all’estero conservino tenacemente gli usi e le tradizioni della madrepatria. Certe cittadine del Cile centro-meridionale e dell’Argentina andina – Puerto Montt, per esempio, o San Carlos de Bariloche – mostrano, anche nell’architettura, una inconfondibile impronta germanica; e in qualche casa tedesa di Rio Grande, nella Terra del Fuoco, è possibile vedere ancor oggi, al posto d’onore, il ritratto di Adolf Hitler. Tanto più forte era la tendenza dei coloni tedeschi a installarsi da padroni nei possedimenti africani del Reich. È vero che l’Africa Sud-occidentale non si trasformò mai nel tanto strombazzato sbocco per la sovrappopolazione (reale o presunta) della Germania; però qui si stabilirono più coloni tedeschi che in qualsiasi altra colonia del Reich. (54)

         Ovunque, essi si sforzarono di ricreare artificialmente le condizioni che permettessero loro di “sentirsi a casa”: nell’architettura, nelle abitudini alimentari, nei rapporti sociali. Windhoek divenne una caratteristica cittadina tedesca che ricordava – e ricorda -, in mezzo all’anfiteatro roccioso dell’Aus, una cartolina delle Alpi bavaresi. “Sembra una miniatura di Stoccarda o di Dresda.-, ha scritto alcuni anni fa un giornalista. – La via principale si chiama Kaiserstrasse [Strada dell’Imperatore, cioè Guglielmo II, 1888-1918]; e sulle colline vicine si possono contemplare tre fantastici castelli sul tipo di quelli renani, che hanno storie pure fantastiche. Il cameriere si chiama “Herer Ober”, la birra leggera e secca è di qualità superlativa, e le vetrine dei negozi rigurgitano di armoniche Hohner, di orologi a cuculo, di macchine per scrivere Adler, di articoli ottici Zeiss e di dischi Langspiel. La cucina negli alberghi è formidabilmente teutonica, e un buon giornale tedesco, l’ Allgemeine Zeitung, ha una tiratura maggiore di quella del giornale in lingua inglese. Nelle vie le scritte sono trilingui, in afrikaans, tedesco e inglese.” (55)

       Né è raro incontrare delle aquile imperiali che fanno bella mostra di sé sulla porta dei negozi, e, un po’ dovunque, giganteschi gruppi bronzei dedicati al soldato e al marinaio tedesco, raffigurato mentre lotta eroicamente contro chissà quali orde strabocchevoli di “selvaggi”, naturalmente für Kultur und Vaterland, per la civiltà e la patria. Un monumento del genere venne eretto a Lüderitz, in onore dei fanti di marina. È da notare che nelle altre ex colonie, tali opere celebrative sono state rimosse: per esempio, a Dar-es-Salaam sorgeva un monumento all’esploratore Hermann von Wissmann ed ai suoi ascari; ma gli Inglesi, insediatisi nel Tanganica dopo la prima guerra mondiale, lo sostituirono con uno dedicato ai loro ascari, che caddero combattendo contro i Tedeschi di von Lettow-Vorbeck. Il gruppo bronzeo di von Wissmann, allora, fu portato in Germania e collocato davanti all’Istituto tropicale di Amburgo.(56) Le autorità sudafricane, che ebbero in “mandato” l’Africa Sud-occidentale tedesca dalla Società delle Nazioni, viceversa, non ebbero un tal genere di problemi; per loro i monumenti al soldato tedesco andavano benissimo, dato che erano un monito nei confronti degli Africani.

      Inoltre, mentre i coloni tedeschi vennero cacciati dal Tanganica e dalle altre ex colonie del Reich, quelli dell’Africa Sud-occidentale poterono rimanere tranquillamente a godersi le loro proprietà; erano dunque un elemento di cui tenere conto, per non parlare dell’affinità etnica e culturale tra loro e i nuovi “padroni” di ceppo boero.

     Il più significativo di questi monumenti fu innalzato su di un alto basamento di pietra nel cielo vivido e luminoso di Windhoek, la capitale posta a quasi 1.700 metri d’altitudine. Fu collocato, subito dopo il genocidio degli Herero, in memoria del carnefice, e rappresenta un soldato tedesco a cavallo (57), che brandisce il fucile assassino. Le autorità razziste sudafricane succedute al governo tedesco, che hanno governato a Pretoria fino all’abolizione dell’Apartheid, si sono ben guardate dal toccarlo ed esso ha continuato a simboleggiare la realtà politico-sociale della Namibia durante gli anni del “mandato” sudafricano. Mentre gli Herero della capitale vivevano, fino al 1968, in una bidonville così fetida e disumana da esser chiamata, semplicemente, “l’alloggiamento”, il monumento al soldato tedesco caduto nella guerra del 1904-07 ammoniva su chi comandasse in Namibia fino al 1992, data dell’indipendenza. Paragonabile a un monumento che celebrasse a Marzabotto, Oradour o Guernica i massacratori nazisti, è rimasto a lungo come uno schiaffo insopportabile gettato sul volto non solo degli Herero, ma di tutta l’Africa Nera.

       Tale è la vera e propria “epopea alla rovescia” che il potere coloniale tedesco (e quello neocoloniale sudafricano, che ne è stato la diretta prosecuzione) ha intessuto, con sconcertante disinvoiltura, intorno alla pagina più oscura e sinistra della sua sconcertante vicenda. Non si trattava, si badi, di un cimitero di guerra per i caduti tedeschi, ma di un monumento celebrativo e retorico, che insulta esplicitamente le sofferenze e l’assassinio di decine di migliaia di indigeni. Il cinismo che sottintendeva getta una luce quanto mai eloquente sulla realtà dell’Apartheid in Namibia, che è stata applicata in forme ancor più brutali e inflessibili di quanto lo sia stata nella patria del razzismo per eccellenza, la Repubblica Sudafricana di prima della svolta del 1992, quando è stato definitivamente abolito il sistema segregazionista.

14.           I NUOVI PADRONI.

     Lo scoppio della prima guerra mondiale turbò solo per un attimo la tranquilla esistenza dei coloni tedeschi. Dopo aver domato una rivolta di Boeri favorevoli alla Germania, il primo ministro sudafricano Louis Botha invase l’Africa Sud-occidentale con forze schiaccianti. La manovra si sviluppò lungo una triplice direttrice: dalla Baia della Balena, dal fiume Orange  (ove si registrò, inizialmente, un successo tattico tedesco) e da est, ossia dal Bechuanaland. Il Portogallo era ancora neutrale, e solo più tardi si sarebbe unito all’Intesa; pure le modeste forze germaniche (non più di 6.000 uomini in tutto) dovettero battersi anche sul fronte dell’Angola, come fra poco diremo. Windhoek, con la grandiosa stazione radiotelegrafica (una delle maggiori di tutto il continente) venne occupata il 1° maggio 1915, e il 9 luglio venne firmata la capitolazione totale dal governatore Theodor Seitz e dal colonnello von Heydebreck, che ottennero l’onore delle armi per i loro 3.400 uomini. Le forze d’invasione sudafricane, al termine della campagna, ammontavano in totale a ben 50.000 unità, largamente rifornite di armi, materiali e mezzi di trasporto. Si può dire che, oltre alla schiacciante superiorità numerica (cosa che si ripeterà ad El-Alamein nell’ottobre del 1942), i Britannici vinsero per la soverchiante potenza logistica e tecnica: in particolare, autoblindo contro cavalleria. (58)

      È degno di nota il fatto che, nel corso delle operazioni militari, le tribù indigene, memori del disumano trattamento subìto dai Tedeschi, avevano offerto a Botha la loro cooperazione per combattere contro di essi. Il primo ministro sudafricano non esitò a rifiutarla, rispondendo loro che quella era una guerra tra uomini bianchi. (59) Peccato che quella guerra, nelle quattro colonie tedesche in Africa e nelle vicine colonie britanniche, francesi, belghe e portoghesi (da cui vennero prelevate anche numerose truppe per il fronte in Europa) venne pagata dai popoli africani ad un prezzo altissimo. Direttamente o indirettamente, nel periodo 1914-1918 furono coinvolti ogni anno più di 2,5 milioni di Africani, ossia quasi il 2% della popolazione dell’intero continente, come è stato puntigliosamente calcolato da uno dei suoi massimi storici viventi. (60)

      Abbiamo accennato al conflitto tedesco-portoghese lungo la frontiera del Cunene; narriamo brevemente il fatto, perché costituisce un episodio piuttosto emblematico. Bisogna anzitutto premettere che i Portoghesi avevano occupato interamente la loro colonia dell’Angola solo da pochi anni, nel corso di costose campagne militari in cui avevano conosciuto anche sonore sconfitte, come nella battaglia del 25 settembre 1907, in cui caddero 250 bianchi su un totale di 500 e la tribùà dei Cuamato, vittoriosa, catturò  centinaia di fucili, due carri di munizioni e perfino due cannoni. Dopo i Cuamato, la bandiera della resistenza passò ai Cuanhama il cui re Mandume, fiero campione dell’indipendenza africana, lottò strenuamente fino al 1917. La sua guerriglia potè trarre vantaggio anche da un evento imponderabile: l’incidente tedesco-portoghese di Naulila.

   Il 19 ottobre 1914, presso quella località sulla riva siniustra del Cunene, alcuni ufficiali dell’esercito germanico rimasero uccisi in uno scontro a fuoco coi Portoghesi. A Windhoek lo Stato Maggiore del colonnello von Heydebreck, benchè già duramente impegnato contro i Sudafricani, decise di rispondere in maniera estremamente decisa, probabilmente per scoraggiare un intervento lusitano a fianco delle potenze dell’Intesa. Due mesi dopo l’incidente, una colonna di 500 uomini scarsi, al comando del colonnello Franke, varcò la frontiera e il 18 dicembre inflisse una severa disfatta ai Portoghesi, che lasciarono sul campo circa 70 morti, altrettanti feriti e 40 prigionieri. I Cuanhama e i Cuamato approfittarono dell’occasione per riprendere la lotta con vigore, e attaccarono le truppe portoghesi in ritirata, che dovettero sgombrare le regioni meridionali da poco sottomesse.

      Da Luanda, il panico si comunicò fino a Lisbona. L’orgoglio nazionale ferito chiedeva una rivincita. Venne mandato in Angola il generale Pereira de Eça con un esercito di ben 7.500 soldati, tutti europei, decine di cannoni e mitragliatrici: una delle armate più agguerrite che fossero mai sbarcate in terra d’Africa.  Ufficialmente egli doveva ricacciare i Tedeschi e vendicare la disfatta di Alves Roçadas a Naulila. In realtà, davanti al rapido collasso dell’esercito tedesco provocato dall’offensiva sudafricana, l’obiettivo divenne quasi subito la riconquista militare dei territori indigeni insorti. (61)

     A Mongua, dal 18 al 20 agosto 1915, dopo tre giorni di combattimenti furiosi i Portoghesi riuscirono a spezzare l’indomita resistenza dei Cuanhama, che perdettero migliaia di guerrieri. L’ultimo regno indipendente dell’Africa tropicale (esclusa l’Abissinia) era giunto alla fine. Mandume, con uno sparuto gruppo di seguaci, continuò ancora per qualche tempo una disperata guerriglia a cavallo del Cunene, aiutato anche dagli OvAmbo della vicina colonia tedesca (fratelli di razza degli Ova Herero). Alla fine, il 6 febbraio 1917 cadde anche lui sotto il fuoco di uno squadrone sudafricano, e la lotta ebbe termine. (62)

    Nell’Africa Sud-occidentale, dopo la resa dell’esercito tedesco, Louis Botha si affrettò a rassicurare gli ex nemici che nulla sarebbe cambiato. Agli ufficiali del Reich furono lasciati i cavalli e le armi, e furono rimadati liberi sulla parola d’onore; anche le truppe di complemento ebbero il permesso di tornare al lavoro nelle proprie fattorie. (63)

      Nel dicembre del 1920 la Società delle Nazioni affidò l’Africa Sud-occidentale all’amministrazione dell’Unione Sudafricana come mandato di tipo “C”, che designava le ex colonie ritenute meno progredite, e che consentiva alla potenza mandataria di applicare la sua stessa legislazione.

      Il rifiuto sudafricano, nel secondo dopoguerra, di riconoscere le Nazioni Unite come legittime eredi della Società delle Nazioni, pretesto per l’annessione de facto dell’ex mandato e per l’introduzione della legislazione dell’Apartheid; l’inizio della lotta per l’indipendenza da parte dei guerriglieri della S. W. A. P. O., dal 1972, culminata nel riconoscimento di essa, con la denominazioine ufficiale di Namibia (dal Deserto del Namib, sulla costa), nel 1992; il difficile cammino verso una maggiore giustizia sociale, una riconciliazione intertribale e un inserimento effettivo nella comunità degli Stati sovrani, sono cose troppo recenti e che richiederebbero uno studio a parte, che qui non è il tempo di svolgere.

15.           LA SORTE DEI PROTAGONISTI.

Samuel Maharero, il capo degli Herero che era fuggito nel Bechuanaland con una piccola parte dei suoi, non rivide mai più la terra dei suoi antenati. Morì esule nel 1923 e i suoi compagni non vollero darsi un nuovo capo fino al 25 agosto 1923, quando il suo corpo potè essere riportato nella sua terra e inumato a Okahandja. Gli successe Hosea Kutako, che morì centenario nel 1970, dopo aver condotto una tenace resistenza passiva contro la politica razzista delle autorità sudafricane.

      Il 25 agosto di ogni anno, a Okahandja, ha luogo la cerimonia dell’”Otjiserandu” (Otjiserandu significa rosso, il colore nazionale degli Herero, che in origine aveva un significato religioso e rappresentava il fuoco sacro) per commemorare la guerra del 1094: gli Herero sfilano in parata militare, spesso indossando le antiche uniformi tolte ai Tedeschi uccisi, e rendono omaggio alle tombe dei loro capi tribali del passato.(64)

      Tutti gli altri principali capi indigeni erano caduti nel corso della guerra contro i Tedeschi. Il primo a scomparire dalla lotta era stato proprio il più famoso capo degli Ottentotti: quell’Hendrik Witbooi che nel 1904 aveva fiancheggiato von Trotha nella battagliadecvisiva del fiume Hamakari e che solo troppo tardi, resosi conto dell’errore, aveva rotto l’alleanza per unire le sue armi a quelle degli Herero. Egli era sceso in guerra nell’ottobre, insieme a Stuurman, altro capo di prestigio; ma nel giro di alcuni mesi era stato decisamente battuto dai Tedeschi, ormai in gran parte liberi dalla campagna contro gli Herero. Nell’aprile del 1905 Witbooi aveva dovuto pertanto ritirarsi nell’infuocato Kalahari,

di dove si proponeva di intraprendere una serie di operazioni di guerriglia partendo dalle sue basi oltre la frontiera britannica del Beechuanaland. Ma poco dopo il famoso capo era morto, esule come lo sarebbe stato Samuel Maharero, a causa delle ferite riportate combattendo contro i Tedeschi. (65)

      La sua scomparsa era sembrata portare un duro colpo alla resistenza dei Nama, perché il suo successore Samuel Izaak aveva deciso di arrendersi. Tuttavia alcuni capi minori, come Simon Koper e Jacob Morenga – come abbiamo visto – aveva proseguito la lotta sino all’ultimo. Jacob Morenga, dopo aver impegnato strenuamente i Tedeschi, era stato infine costretto a ritirarsi attraverso il fiume Orange e qui era stato attaccato da una colonna britannica guidata dal maggiore Elliot, morendo – come Witbooi – per le ferite riportate. Infine l’ultimo capo della resistenza indigena, Simon Koper, verrà ucciso dai Tedeschi solo nel marzo del 1908, nel corso di una disperata azione di guerriglia. (66)

      Matthias Erzberger, il giovane deputato svevo che aveva denunciato al Reichstag le ombre della politica coloniale tedesca e provocato la crisi parlamentare del 1906-07, scomparve poi tragicamente negli anni oscuri della Repubblica di Weimar. Egli aveva avuto il torto di presiedere la commissione d’armistizio del 1918 e di apporre la propria firma alla resa di Compiègne, che sanciva la disfatta tedesca nella prima guerra mondiale. Peggio ancora (dal punto di vista degli ultra-nazionalisti), si era impegnato a fondo per convincere i partiti riluttanti che non vi era altro da fare. (67) Ciò aveva segnato la sua condanna a morte: che era stata eseguita, il 26 agosto 1921, da due ex ufficiali di quell’esercito che, dopo aver trascinato la Germania nella guerra, non poteva adesso perdonare ai civili “traditori” di essersi fatti carico delle sue conseguenze, riconoscendo la sconfitta militare come piena e irrimediabile. (68)

      A proposito del clima allora esistente in Germania, lo storico Eric Eyck ha scritto: “Quasi ancor più allarmante dell’assassinio stesso di Ertzberger fu lo spudorato plauso, con il quale esso fu accolto da molti Tedeschi”. (69)

      Paul von Lettow-Vorbeck, il discutibile eroe dell’ “epopea” tedesca in Africa (che ebbe dal Kaiser nel 1916 la più alta decorazione militare, il “Pour le Mérite”, e nel 1917 la promozione a maggior generale si segnalò, come dicemmo, specialmente nella campagna del 1914-18 nell’Africa Orientale tedesca. Egli ottenne senza dubbio in quell’occasione dei sisultati molto brillanti, ma a prezzo di nuove ombrte sulla sua fama. Con i suoi uomini fu sempre di una durezza estrema, inimicandosi, fra l’altro, il celebre capitano Max Looff, comandante dell’incrociatore Königsberg, che era un militare cavalleresco. (70) Inoltre, le sue truppe furono accusate dagli Alleati di avere impiegato armi ripugnanti, quali le pallottole laceranti dette “dum-dum”, che provocavano ferite assai difficili da medicare. (71)

      Ciò nonostante, ebbe nel secondo dopoguerra una pensione militare proprio dal governo britannico, dietro intercessione del generale Smuts. (La cosa può stupire solo chi ignori che molti Sudafricani, nel 1939-45, simpatizzarono apertamente per la Germania di Hitler). È morto nel 1964, senza che l’esperienza di due immani conflitti mondiali sia servita, a quanto pare, a promuovere un ripensamento sul ruolo di carnefice che egli svolse nella repressione degli Herero nell’Africa Sud-occidentale. Infatti, nel 19543 volle tornare in Africa, ove raccolse testimonianze di amicizia sia dalla vedova di Smuts, il suo antico avversario, sia dai suoi vecchi ascari del Tanganica, che si commossero fino alle lacrime quando ripartì, e lo salutarono cantando “Heya Safari”, l’ inno delle truppe indigene. Il suo mito si era conservato fresco e vivo per interi decenni. (72)

       Gli amanti della narrativa certamente sanno che von Lettow-Vorbeck occupa un posto, sia pure molto fugace, nel romanzo La mia Africa della scrittrice danese Karen Blixen (nata a Rungsted, presso Copenhagen, nel 1885 e morta nella stessa capitale nel 1962). L’opera apparve in lingua inglese, col titolo Out of Africa (letteralmente: Via dall’Africa), nel 1937, ed è una commossa rievocazione poetica degli anni trascorsi dall’Autrice in una piantagione presso Nairobi, dove si era traserita, assieme al marito, barone Blixen-Finecke, nel 1914, e dove aveva continuato a vivere anche dopo il divorzio, fino al definitivo rientro in Europa, nel 1931. Ma il vero successo internazionale, per questo romanzo ormai pressoché dimenticato (e per gli altri della stessa Autrice), è giunto solo dopo la morte della Blixen,  nel 1985, con l’uscita sul grande schermo di un filmone hollywoodiano diretto, con enorme spiegamento di mezzi e clamoroso battage pubblicitario, dal regista Sydney Pollack. Interpretato da due divi del calibro di Maryl Streep e Robert Redford, questo drammone zuccheroso e magniloquente è, per dirla con un noto critico cinematografico, “ambientato in un’Africa da National Geographic, da cui si esce sapendo poco sia della Blixen che dei luoghi in cui visse.” (73)

      Ma lasciamo la parola a Karen Blixen; “Sei mesi prima dello scoppio della guerra, sulla nave che mi portava in Africa avevo conosciuto il generale von Lettow-Vorbeck, salito poi al comando supremo delle forze tedesche in Africa Orientale. Allora ignoravo che sarebbe diventato un eroe; durante il viaggio facemmo amicizia. Quando pranzammo insieme a Mombasa prima che egli proseguisse per il Tanganica e io per il nord, mi regalò una fotografia in uniforme a callo, con la dedica:

Das Paradies auf Erde

Ist auf dem Rücken der Pferde,

Und die Gesundheit eds Leibes

Am Busen  des Weibes. “Durante il safari Farah, che era venuto a prendermi ad Aden e aveva visto i nostri rapporti amichevoli, portò seco la fotografia. La conservava insieme alla cassa e alle chiavi pensando che, qualora fossimo caduti prigionieri, avremmo potuto mostrarla ai soldati tedeschi. La considerava preziosissima.” (74)

      Ne emerge il quadro di un uomo alquanto vanitoso e compiaciuto di sé, il che non è un delitto, anche se uno psicanalista avrebbe di che sbizzarrirsi su quella passione autocelebrativa con tanto di cavalli e alte uniformi, e su quel tipo di galanteria che tradisce, proprio nel suo manifestarsi, un interesse più grande di quello per l’altro, ossia l’amore narcisistico per il proprio ego. Del resto, a onore di vomn lettow-Vorbeck va detto che negli anni del nazismo il regime di Hitler gli fece lusinghiere profferte per averlo dalla sua e farsene un motivo di vanto, ma egli rifiutò e si tenne fuori dalla politica: perfetto esempio di militare tedesco vecchio stile che disapprovava Hitler non tanto per ragioni etiche o politiche, ma perché vedeva in lui un parvenu che avrebbe messo in pericolo, con le sue mosse diplomatiche e militari spericolate, il futuro della nazione.

      Un particolare curioso. Negli anni ’60 del XX secolo il Governo della Repubblica Federale tedesca decise di pagare alle truppe indigene (meglio tardi che mai!) le paghe arretrate della prima guerra mondiale. Si presentarono parecchi anziani ascari, ma solo pochissimi poterono esibire il documento di pagamento a suo tempo rilasciato dal Commissariato tedesco, poiché, ovviamente, la maggior parte di loro lo aveva ormai smarrito. Secondo una perfetta logica militare, gli ufficiali pagatori trovarono un sistema semplicissimo per verificare se i richiedenti erano veramente i vecchi soldati di von Lettow-Vorbeck: chiesero loro di ripetere la lunga serie di esercizi col fucile prescritti dagli ordinamenti tedeschi dei primi anni del Novecento. È possibile dubitarne?, nessuno di loro commise – nonostante l’età e il mezzo secolo trascorso – il benchè minimo errore.

      Quanto al principale responsabile del genocidio degli Herero, il generale Adrian Dietrich Lothar von Trotha, anch’egli aveva ricevuto dal Kaiser pubbliche congratulazioni e l’ambitissima decorazione “Pour le Mérite”. Proprio mentre egli emanava il suo malvagio “ordine di sterminio” nell’ottobre del 1904, Guglielmo II non seppe trattenersi dal mandare al suo generale un entusiastico telegramma, dicendogli fra l’altro di aver ricevuto “con grazie al Signore e grande gioia” la notizia della vittoria tedesca nell’Africa Sud-occidentale. E proseguiva esprimendo a von Trotha il suo “personale ringraziamento e la piena riconoscenza” per  il contegno tenuto, tale da renderlo “orgoglioso” dell’impresa. (75) Delle due l’una: o l’imperatore di Germania non sapeva quel che il suo generale stava facendo, e allora le sue congratulazioni erano semplicemente sciocche; oppure lo sapeva, e in tal caso erano criminali.

      Certo von Trotha non avrebbe immaginato, mentre riceveva tali entusiastiche attestezioni dal suo sovrano, che proprio le atrocità da lui commesse contro gli Herero avrebbero contribuito, un giorno non lontano, allo smantellamento dell’impero coloniale tedesco. Infatti, al termine della prima guerra mondiale, una speciale commissione d’inchiesta britannica redasse e pubblicò un “Libro Azzurro” in cui erano puntualmente documentati i crimini commessi dai Tedeschi nell’Africa Sud-occidentale; e il documento destò una tale eco nell’opinione pubblica internazionale, che il trasferimento delle ex colonie tedesche alla sovranità delle Potenze “mandatarie” divenne inevitabile.

      Il generale von Trotha si spense a Bonn il 31 marzo 1920, all’età di quasi settantadue anni. Una nota gentile, che getta un raggio di speranza per la pace futura del mondo: i suoi discendenti, a circa un secolo di distanza dal genocidio, si sono messi in contatto con i capi del popolo herero e hanno porto le scuse per quanto fatto dal loro antenato.

      Anche il Governo tedesco, su richiesta dei discendenti delle vittime africane del 1904, sta studiando una qualche forma di riparazione. In verità, gli Herero vorrebbero due cose: le scuse formali, e un risarcimento di 2 miliardi di dollari. Kuaima Riruako, loro attuale capo, ha affermato: “Noi chiediamo che la storia non venga nascosta sotto il tappeto. I Tedeschi hanno dovuto fare i conti con l’olocausto di Ebrei, Sinti e Rom. Ora è venuto per loro il tempo di fare i conti anche col nostro genocidio.” La richiesta di risarcimento è rivolta sia al Governo tedesco, sia alla Deutsche Bank, che finanziò l’impresa coloniale, tramite una corte statunitense. Ma se Berlino è disposta a riconoscere la responsabilità morale della Germania per quanto accadde nel 1904, sui 2 milioni di dollari fa un po’ orecchi da mercante. In compenso, il Governo della Namibia indipendente ha ricevuto da quello tedesco aiuti per 500 milioni di euro, a titolo di cooperazione allo sviluppo; politica simile, come si vede, a quella seguita dall’Italia di fronte alle recente richieste di risarcimento avanazate dal Governo libico per il passato coloniale.

      Intervenendo nel corso della cerimonia commemorativa del genocidio, tenutasi il 12 gennaio 2004 nel centenario di quel tragico evento, l’ambasciatore tedesco a Winhoek, ora capitale della Namibia indipendente, Wolfang Massing, ha espresso il “profondo rammarico” del suo Paese, ma non si è voluto sbilanciare in alcun modo sul tema delle riparazioni legali. (76)

       Nel linguaggio un po’ cifrato e “bizantino” della diplomazia, il rammarico si distingue dalle scuse vere e proprie perché non implica, contrariamente a quel che le persone comuni potrebbero credere, una ammissione di responsabilità, e tantomeno di colpa. Per intenderci, “rammarico” fu l’espressione adoperata dal Governo statunitense rivolgendosi a quello italiano, dopo l’uccisione dell’agente  Nicola Calipari all’aeroporto internazionale di Baghdad, da parte di alcuni marines; laddove si ribadiva che quanto accaduto era dovuto a una “tragica fatalità” e non significava in alcun modo che le autorità di Washington se ne riconoscessero responsabili, anzi la responsabilità della “disgrazia” veniva fatta ricadere proprio su Calipari, cioè sulla vittima.

       Come si vede, la strada verso un pieno riconoscimento, anche solo morale (ma quello finanziario ne dovrebbe essere la naturale conseguenza) del genocidio freddamente pianificato ed eseguito ai danni del popolo herero, da parte del Governo di Berlino, è ancora lunga e, prevedibilmente, difficile.

16.           CONCLUSIONI

      I Tedeschi erano sbarcarti per la prima volta sulle coste dell’Africa Sud-occidentale nel 1884. Vi erano sbarcati con le armi del sotterfugio e della frode, profittando della buona fede dei Nama, cui avevano comperato una fascia costiera lunga 300 km. e profonda “venti miglia”: miglia inglesi, pensò ingenuamente il loro capo, Joseph Fredericks. Nessun indigeno, infatti, conosceva altro tipo di miglio, e i Tedeschi lo sapevano.

      “Lasciamo pure che la pensino così, per il momento”, aveva cinicamente commentato il commerciante F. A. E. Lüderitz, colui che aveva carpito la firma di Fredericks con l’aiuto di un sacerdote della Missione Renana. Ma in sèguito i Nama erano stati informati che il trattato designava miglia tedesche e non inglesi, e che un miglio tedesco equivale a 4,7 miglia inglesi. (77) Pertanto essi “scoprirono”, non senza raccapriccio, che avevano di fatto ceduto la maggior parte del loro territorio, senza colpo ferire (e si tenga inoltre presente che, in Africa, non esisteva l’equivalente del concetto giuridico occidentale di “sovranità territoriale”; ma questa considerazione vale per tutti i popoli africani raggirati dai rappresentanti diplomatici delle Potenze europee, e anche per i popoli amerindiani raggirati dal Governo statunitense nel corso della marcia verso la costa del pacifico, attraverso il Far West). Naturalmente i Nama ne rimasero sconvolti e si sentirono traditi, ma le autorità di Berlino, succedute alle Compagnie private, furono irremovibili nel pretendere il rispetto di quel subdolo “trattato”.

       Il commissario del Reich per il protettorato tedesco dell’Africa del Sud-ovest (in pratica, il primo governatore), l’ex consigliere municipale di Metz, dottor H. E. Göring, nominato nel maggio del 1885, insistette che il trattato era valido e doveva essere comunque applicato. (78) Particolare interessante: il commissario imperiale era precisamente il padre di quell’Hermann Göring che doveva svolgere un ruolo tanto sinistro nella storia del nazismo, quale capo della Luftwaffe (79) e ispiratore della politica antisemita, prima di finire suicida a Norimberga il 15 ottobre 1946, la vigilia della sua impiccagione. Va notato altresì che a Windhoek esiste tuttora, oltre alla Kaiserstrasse, la Goeringstrasse, in onore del padre del gerarca hitleriano, eloquente testimonianza di un passato che non passa, che non vuol passare. (80)

      Venti anni dopo il loro arrivo, i Tedeschi avevano già decimato la popolazione indigena e si erano impadroniti di tutti i pascoli e di tutti gli armenti dell’Africa Sud-occidentale. Il genocidio degli Herero aveva destato solo un’emozione passeggera fra l’opinione pubblica internazionale, dissipata quasi subito da altri eventi mondiali più spettacolari: la guerra russo-giapponese (nel corso della quale la flotta russa del Baltico, diretta al tragico appuntamento di Tsushima, aveva fatto sosta nella baia di Lüderitz) (81); la prima crisi marocchina; lo scoppio della rivoluzione russa del 1905… Quanto all’opinione pubblica in Germania, essa non seppe mai che in quella lontana colonia si stava perpetrando un genocidio. Forse non lo volle sapere, in un certo senso, come le accadrà durante la seconda guerra mondiale, a proposito dei “lager” nazisti. Perfino gli elementi più sensibili e politicamente avanzati di essa levarono solo proteste contro i “maltrattamenti” a danno degli indigeni.

      D’altra parte, la concomitanza della guerra contro i Nama e gli Herero con la rivolta dei Maji Maji, in Tanganica, nel luglio del 1905 (82), e con alcuni incidenti con gli indigeni del Camerun, avevano creato, in quei mesi, un clima di autentico panico fra i colonizzatori. In Germania molti pensarono che esistesse un vasto piano insurrezionale per cacciare simultaneamente i Tedeschi dalle loro colonie. (83) È chiaro che il diffondersi di un tale allarmismo veniva incoraggiato dagli ambienti militaristi più spregiudicati e aggressivi per “preparare” l’opinione pubblica tedesca sia ad approvare lo stanziamento di somme considerevoli per la repressione, sia a consentire all’ adozione di misure belliche “drastiche” e “definitive”. Le denunce delle brutalità di von Trotha fatte, ad esempio, da Erzberger, vennero smentite quali “calunnie” e “menzogne”, e il dramma degli Herero fu subissato dal solito fiume di retorica imperialista, inneggiante alle virtù e allo spirito di sacrificio del soldato germanico. Simbolo tangibile di questa distorsione programmata della verità fu, come si è detto, una serie di monumenti eretti, a Winhoek e altrove, per commemorare i caduti tedeschi e le loro gesta guerresche.

      Per quanto riguarda una valutazione di quei fatti in sede storica, va in primo luogo precisato che il genocidio degli Herero, nel 1904 e negli anni immediatamente successivi, non può e non deve essere giudicato secondo un criterio astrattamente “quantitativo”. Nel campo delle cifre assolute, infatti, appare ben più impressionante – ad esempio – la sorte toccata agli abitanti del Messico centrale, che da 25 milioni di individui nel 1519 (data dello sbarco di Cortés) furono ridotti dalla colonizzazione spagnola a 2.650.000 nel 1568, dunque in un cinquantennio appena; e infine a 1.075.000 nel 1605. (84) Ma mentre gli Aztechi e gli altri popoli meso-americani furono falcidiati soprattutto dalle conseguenze indirette della conquista europea (lavoro forzato, sottoalimentazione, malattie d’importazione europea), nel caso degli Herero noi assistiamo a una operazione di sterminio lucidamente deliberata e portata avanti freddamente, con metodi di eliminazione diretta: e questo non in remote epoche di scarsa istruzione e coscienza civile, ma nel XX secolo: in un periodo – la belle époque – che si considerava tra le più civili e raffinate dell’intera storia umana, anzi il vertice e il coronamento dell’umano progresso.

      Abbiamo descritto il genocidio degli Herero e dei Nama perché volevamo che fosse ricordato.

       L’uomo è degno di questo nome solo se è capace di confrontarsi con la propria esperienza storica. E, se ha sbagliato, è degno di esso solo se è abbastanza onesto da assumersi la responsabilità dell’errore, accettando di pagare il doppio conto della espiazione e della riparazione.

NOTE

1) CESARE, De Bello Gallico, VI, 34-35.

2) Cfr. SERGE BERTINO, L’Isola del Vento Milano, Sonzogno, 1982, p. 145 sgg., e ALBERTO MARIA DE AGOSTINI, Trenta anni nella Terra del Fuoco, Torino,   S. E. I., 1955. Per le ultime cifre, ve. HENRY-V. VALLOIS, Le razze umane, Milano, Garzanti, 1960, p. 102.

3) MARIO BURZIO, Trucanini, l’ultima aborigena, su Oasis. Mensile di cultura ambientale, n. 1, 2005, pp. 106-121.

4) WILLIAM YALE, Il Vicino Oriente, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 261-65.

5) GIOVANNI GUAITA, Metz Yeghern, il Grande Male, su Nuova Umanità. Rivista bimestrale di cultura, vol. 159-60, pp. 467-514; vol. 161, p. 687-724.

6) WALTER MARKOV, Sommario di storia coloniale, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 42.

7) HUBERT HERRING, Storia dell’America Latina, Milano, Rizzoli, 1974, p. 314.

8) Per una visione d’insieme, cfr. il Grande Atlante Storico Mondadori-The Times, Milano, 1980, p. 249. I collegamenti religiosi di queste rivolte sono analizzati da VITTORIO LANTERNARI, Movimenti religiosi di libertà e di salvezza dei popoli oppressi,Milano, 1977, Feltrinelli, pp.13-66.

9) E. VON SEYDLIZ, Handbuch der Geographie, F. Hirt ed., Breslavia, 1908, pp. 511-536

10) La seconda crisi marocchina venne composta mediante la rinuncia tedesca a ogni ingerenza nel Marocco e l’accordo franco-tedesco per il Congo del 4 novembre 1911, con il quale la Francia retrocedeva alla Germania un ampio territorio dell’Oubangui-Chari, del Medio Congo e del Gabon, che andò a formare il cosiddetto Nuovo Camerun (scorporato poi dall’ex colonia tedesca al momento del passaggio di quest’ultima all’amministrazione “mandataria” francese nel 1919). “Anche se queste parti avrebbero potuto apparire insignificanti, avrebbero potuto formare il nucleo di un impero coloniale centro-africano, nel caso che il Congo Belga e l’Angola fossero caduti in mano tedesca” (Balfour,op. cit.).

11) MICHAEL BALFOUR, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, Il Saggiatore, 1968,    p. 77.

12) Cfr. HENRY C. MORRIS, The History of Colonization, New York, 1900, vol. II, p. 88; vol. I, pp. 304, 419; DAVID K. FIELDHOUSE, Gli imperi coloniali dal XVIII secolo, Milano, Feltrinelli, 1967, p. 291; W. O. HENDERSON, Studies in German Colonial History, Londra, 1962, p. 5.

13) ADRIANO ALBERTI, Africa del Sud-Ovest, guerra 1914-18, in Enciclopedia  Italiana, ediz. 1949, vol. I, p. 820.

14) FRITZ FISCHER, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra mondiale 1914-1918, Torino, Einaudi, 1973, pp. 752-57.

15) A. S. ERUSALIMSKIJ, Da Bismarck a Hitler. L’imperialismo tedesco nelXX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1974 (2 voll:9, vol. II, p. 515.

16) M. BALFOUR, Op. cit., p. 297.

17) A. S. ERUSALIMSKIJ, Op. cit.,vol. II, p. 516, che rimanda a sua volta all’opera di T. SEITZ, Die Deutschen Kolonien, in Zehn Jahre Versailles, 1919-1929, vol. II, a cura di H. SCHNEE, Berlino, 1929, p. 50.

18) È l’espressione letterale adoperata da uno storico quanto mai indulgente verso i metodi del colonialismo tedesco: D. K. FIELDHOUSE, Op. cit., p. 293.

19) Cfr., per un utile paragone, l’ottimo studio di JOACHIM WIEDER, Stalingrado. Morte di un esercito, Milano, Longanesi, 1972, p. 180 sgg.

20) Sul popolo degli Herero ved. RENATO BIASUTTI, Razze e popoli della Terra, Torino, U. T. E. T., vol: II, cap. 12 (ediz. 1941); e BERNARDO BERNARDI, Africa meridionale, Ist. Geogr. De Agostini, Novara, 1977, pp.91-93; I. IRLE, Die Herero, Gütersloh, 1906; H. VEDDER, Soth West Africa in Early Times, tr. di C. G. HALL, Londra, 1938.

21) ANTHONY SILLERY, Suoth West Africa: History, in Encyclopedia Britannica, ed. 1961, vol. 21, pp. 98-99.

22) HENDRYK WITBOOI, Die Dogboek van Hendryk Witbooi, Kaptein van die Witbooi Hottentotte, 1884-1905, Cape Town, Riebeeck Society, 1929.

23) PIERRE BERTAUX, Africa. Dalla preistoria agli Stati attuali, Milano, Feltrinelli, 1968, p. 153.

24) RUTH FIRST, Regimi coloniali dell’Africa Australe, in Storia dell’Africa, a cura di A. Triulzi, Firenze, La Nuova Italia, 1979, p. 179; e RUTH FIRST, South West Africa, Baltimora, Penguin Books, 1963. Sull’Autrice di questi due testi fondamentali per la storia degli Herero, ved. F. LAMENDOLA, Ricordo di Ruth First, in Raggio. Fatti, problemi, linee della Missione, n. 7, 1987, pp. 21-22.

25) Nel 1914 il Camerun (790.000 kmq.) si reggeva con soli 1.200 poliziotti africani comandati da 30 ufficiali tedeschi, e 1.550 soldati africani inquadrati da 185 ufficiali bianchi: Kolonialzeitung, 1914, p. 558.

26) EDWIN P: HOYT, Jr., I Tedeschi che non persero mai, Milano, Mondadori, 1971, p. 233; GIUSEPPE SCORTECCI, Guerra nella boscaglia equatoriale, Milano, Mondadori, 1942, p. 34.

27) Oltre a SCORTECCI e HOYT jr., citt.,cfr. PAUL VON LETTOW-VORBECK, Eja Safari! (L’Armata Coloniale Tedesca in guerra), Milano, Marangoni ed., 1933; B. H. LIDDELL HART, La prima guerra mondiale 1914-1918, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 118, 397-99; HERMANN STEGEMANN, Geschichte des Krieges, Stoccarda-Berlino, 1921, vol. IV, pp. 661-63; G. M. WRIGLEY, The Military campaigns against Germany’s African Colonies: German East Africa, in The Geographical Review, n. 1, 1918, pp. 56-63; RICCARDO POSANI, La grande guerra 1914-18, Firenze, Sadea-Sansoni, 1968 (2 voll), vol. II, pp. 928-29; AMEDEO TOSTI, Storia della guerra mondiale 1914-1918, Milano, Mondadori (2 voll.), vol. I, pp. 167-69, 358,  564; vol. II, pp. 201-02, 466.

28) Per la stesura di questo capitolo abbiamo largamente utilizzato PETER KAGJAVIVI, Gli Herero, inI popoli della Terra, Milano, Mondadori, 1975, vol. 8, pp. 108-113; e AGOSTINO GAIBI, Le campagne dei Tedeschi contro gli Herero, in Enciclopedia Italiana, ed. 1949, vol. XVIII, p. 468.

29) M. BALFOUR, Op. cit., pp. 351-52.

30) W. HELFRITZ, Wilhelm II als Kaiser und König, p. 264.

31) JOHN GUNTHER, Africa nera, Milano, Garzanti, 1964, p. 186.

32) B. RENTON,- C. WAUTHIER, Africa del Sud-Ovest, le tradizioni e la società d’oggi, in Il Milione.Enciclopedia geografica, Novara, Ist. Geogr. De Agostini, ediz. 1970, vol: IX, p. 787

33) P. KAGJAVIVI, Op. cit., p. 111; cfr. anche ROMAIN RAINERO, Storia dell’Africa. Dall’epoca coloniale a oggi, Torino, 1966, p, p. 225; ENDRE SIK, Storia dell’Africa Nera, Milano, La Pietra ed., 1977 (4 voll.), vol. 2, pp.83-84.

34) ROLAND HUGO, Storia dei Cavalieri Teutonici, Milano, De Vecchi ed., 1972.

35) Cit. in Enciclopedia Europea, Garzanti, vol. I, p. 507.

36) G. W. F. HEGEL, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, la Nuova Italia,  1981, pp. 243, 254, 262.

37) E. J. PASSANT, A Short History of Germany 1815-1945, p. 132, cit. in MOMMSEN-FRANZ, Die Deutsche Parteiprogramme.

38) D. K. FIELDHOUSE, Op. cit., pp. 290-96.

39)  HARRY R. RUDIN, Germans in the Cameroons, 1884-1914, New York,  Greenwood Press, 1968, p. 419.

40) HOSEA JAFFE, Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Milano, Mondadori, 1978 p. 241.

41) H. R. RUDIN, Op. cit., pp. 210-12. “That brutalities – precisa però l’Autore – should occur is natural, for no colonial power has been without them” : è la solita tesi del “tutti colpevoli, dunque (implicitamente) nessuno lo è davvero.”

42) PAUL GINIEWSKI, Un nazisme avant la lettre: la solution finale du problème Herero au Sud-Ouest Africain, in Le Mois en Afrique, marzo 1968, pp. 75-90. Questo lavoro contiene, fra l’altro, i materiali del famoso Blue Book pubblicato, dopo la prima guerra, dagli Alleati sul genocidio degli Herero. A pag. 86, p. es., si riporta la testimonianza del tedesco Gustav Frenssen, spettatore oculare dei fatti: “Nous apercûmes un char à boeufs derrière des buissons. Il y avait des voix humaines. Nous descendîmes de cheval, et dècouvrîmes six ennemis, assis et conversant autour d’un feu de camp. Par signes, je désignai à chacun d’entre nous qui abbattre. Quatre tombèrent immédiatement, l’un s’enfuit. Le sixiéme était blessé. Je sautai en avant, brandissant mon gourdin; il me regarda avec indifférence. J’essuyai le gourdin sur le sable…”. E ancora Manuel Timbu, un meticcio del Capo, racconta: “On ne devait pas faire de prisonniers, mais tous devaient être tués… Les soldats tuaient tous les indigènes qu’ils rencontraient… Ceretains, des vieillards, n’avaient jamais quitté leur maison, mais ils étaient tous tués… Un jour, c’était l’hiver et il faisait très froid. Nous rencontrâmes deux vieilles femmes hereros. Elles avaient fait un feu et se réchauffaient. Exténuées, elles n’avaient pu suivre le groupe principal de Hereros. Von Trotha et son état-major étaient là. Un soldat allemand descendit de cheval, s’approcha des deux vieilles et les tua… Plus loin, nous rencontrâmes une femme herero dans le bush. J’etais interprète… Von Trotha lui posa plusieurs questions, mais elle ne paraissait pas encline à donner des informations… Von Trotha donna l’ordre de la tuer… un soldat s’approcha avec sa baïonnette… Il prit la femme, s’éloigna avec elle de quelques pas et lui passa la baïonnette à travers le corps… Il la retira, et me la mit, toute dégouttante de sang, sous le nez… Les officiers et les soldats étaient là, à regarder, pas un ne s’interposa pour sauver la femme. On ne l’enterra pas. On laissa son corps, comme pour tous les autres qu’ils avaient tués, pourrir sur place et être dévoré par les animaux sauvages” (pagg. 62 e 14 del Libro Azzurro).Non sappiamo se lo scrittore statunitense Thomas Pynchon (nato nel 1937), abbia letto queste righe, di cui sembra esservi un’eco nel suo notevole romanzo V, del 1963, opera complessa, allusiva e volutamente frammentaria. “Ritornando da Waterberg con von Trotha e gli ufficiali di stato maggiore, s’erano imbattuti in una vecchia che stava sarchiando cipolle selvatiche sul ciglio della strada. Un soldato, un certo Konig, era balzato da cavallo e l’aveva liquidata con un colpo di pistola: ma prima di premere il grilletto le aveva appoggiato la bocca dell’arma sulla fronte, dicendole: Ora ti ammazzo. La donna aveva alzato gli occhi e aveva deto: Grazie. Più tardi, calato il crepuscolo, c’era stata per la squadra una giovane herero di sedici o diciassette anni; il cavaliere di Firelily era l’ ultimo. Dopo averla avuta dovè esitare un momento tra la Mauser e la baionetta. La fanciulla aveva addirittura sorriso; additando tutte e due le armi aveva fatto ondeggiare pigramente i fianchi. Il cavaliere le adoperò tutt’e due.” (TH. PYNCHON, V, Milano, Bompiani, 1965, p.  294. A quel che ci risulta, Pynchon è stato l’unico scrittore occidentale a dedicare qualche riga alla tragedia degli Herero.

43) P. KAGJAVIVI, Op. cit., p. 111.

44) A. J. P. TAYLOR, Storia della Germania, Milano, Longanesi, 1971, p. 196.

45) R. FIRST, Regimi coloniali ecc, cit., p. 179.

46) BASIL DAVIDSON,  La civiltà africana, Torino, Einaudi, 1980, p. 248.

47)  Idem, p. 247.

48) P. KAGJAVIVI, Op. cit., p. 111.

49) LUIGI SALVATORELLI, Storia del Novecento, Milano, Mondadori, 1971 (4 voll.), vol. 2, p. 367. Per quanto riguarda le perdite dell’esercito tedesco nella campagna del 1904-07, la stima ufficiale fu di 2.348 uomini. Cfr. H. JAFFE, Op. cit., p. 239.

50) JACQUES DROZ, Storia della Germania, Milano, Garzanti, 1960, p. 60.

51) H. R. RUDIN, Op. cit., p. 148. Un interessante ritratto politico di Erzberger è contenuto in JOHN W. WHEELER-BENNETT, La nemesi del potere. Storia dello Stato maggiore tedesco dal 1918 al 1945, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 43-44, 78 (anche se influenzato dal particolare punto di vista dell’A., cioè quello della storia militare).

52) Discorsi del 14 maggio e del 2 settembre 1895.

        53) P. BERTAUX, Op. cit., p. 266.

        54) Precisamente, la popolazione bianca raggiunse i 15.000 individui circa nel 1913: cfr. A. SILLERY, South West Africa, cit.,                 vol. 21, p. 98 b. Ma il commercio fra la Germania e le sue colonie non andò mai oltre lo 0,5% del volume totale con                             l’oltremare.

         55) J. GUNTHER, Op. cit., pp. 88-89.

         56) MAX WORMSTALL, Le colonie tedesche, in Le vie del mondo, n. 12, 1937, pp.   1.333-1.355, spec. p. 1.348.

57) Iconografia: A. ZIMMERMANN, Storia della politica coloniale tedesca,    Milano,1943, p. 81, ill. 13; Il Milione, cit., vol. IX, p. 780; M. WORMSTALL, Op. cit., p. 1.345. Per i particolari dell’uniforme, cfr. PREBEN KANNIK, Uniformi di tutto il mondo, suppl. al n. 161 di Storia Illustrata, 1971,  ill. 367; e ALBERTO VACCHI e altri, Storia e Imperi dell’Africa coloniale, Milano, Rizzoli, 1986, p. 74. Sul significato etico-politico del monumento equestre di Windhoek,  ved. anche FRANCESCO LAMENDOLA, Monumento al carnefice, in Nigrizia, n. 10, 1986, p. 31; e F. LAMENDOLA, Voci di libertà dei popoli oppressi, Casalvelino Scalo, Galzerano ed., 1987, pp. 11-12.

58) Sulla campagna del 1914-15 in Africa Sud-occ. Cfr.  G. M. WRIGLEY, Op. cit., p. 48 sgg.; W. WHITTAL, With Botha and Smuts in Africa, Londra, Cassel & Co., 1971; H. F. B. WALKER, A Doctor’s Diary in Damaraland, id., Arnold; MASSIMO GIACOPETTI, Mozambico e Africa Australe, Roma, Gremese ed., 1997, pp. 101-104, 109-111.

59) CARLO GIGLIO, Africa del Sud-Ovest, la storia, in Il Milione, cit.,, vol. IX, p. 785.

60) JOHN READER, Africa. Biografia di un continente, Milano, Mondadori, spec. p. 519.

61) Strano a dirsi, Portogallo e Germania non si dichiararono guerra al tempo dell’incidente di Naulila, né durante la spedizione di Pereira de Eça. Entrambi avevano i loro motivi. La Germania non voleva esporre alla cattura le proprie navi mercantili rimaste bloccate dalla guerra nei porti portoghesi, e il Governo di Lisbona sapeva di non essere in grado di affrontare i Tedeschi, oltre che sul Cunene, anche sul Rovuma, al confine fra Mozambico e Tanganica (come infatti avvenne due anni dopo).  Ma al principio del 1915 il Portogallo sequestrò le navi delle Potenze Centrali, e in marzo Berlino e Vienna dichiararono guerra a Lisbona. Sul fronte occidentale d’Europa, comunque, la partecipazione portoghese alle operazioni militari iniziò solo nel febbraio 1917. Cfr. The American Peoples Encyclopedia, ed. 1968, vol. 15, p. 198.

62) RENÈ PELISSIER, Conquête coloniale et résistance militaire africaine en Angola (1845-1926), seconda parte, in Le Mois en Afrique, ott.-nov. 1986, pp. 140-52.

63) P. GIORDANI, L’Impero Coloniale Tedesco. Come nacque e come finisce, Milano, 1915.

64) P. KAGJAVIVI, Op. cit., p. 113.

65) “Benché ottantenne, Witbooi incitò i Nama alla rivolta e li guidò contro le guarnigioni. Per più di un anno i suoi guerriglieri, mai più di 1.500, meno della metà dei quali armati con fucili moderni, tennero in scacco 15.000 soldati nemici. La fine venne nell’ottobre 1905, quando Witbooi fu ferito durante un attacco alle linee di rifornimento tedesche. Alla sua morte l’unità dei Nama si spezzò, i sopravvissuti capitolarono e in cambio della vita accettarono di insediarsi in una riserva vicina alla loro capitale, Gibeon.” Così J. READER, Op. cit., p. 509.

66) H. JAFFE, Op. cit., p. 239.

67) PIERRE RENOUVIN, Il trattato di Versailles, Milano, Mursia, 1970, pp. 98-102.

68) “Gli Alleati non se ne rendevano conto: ma il fatto che Erzberger si presentasse ora come il campione dell’accettazione [dell’armistizio del 1918] non era affatto indice della ragionevole  rassegnazione che gli attribuivano Inglesi e Francesi, né del tradimento verso il proprio Paese di cui lo accusavano i nazionalisti tedeschi, e per cui più tardi venne assassinato”: così J. W. WHEELER-BENNETT, Op. cit., p. 43.

69) ERICH EYCK, Storia della Repubblica di Weimar, 1918-1933, Torino, Einaudi, 1966, p. 199.

70) I rapporti di Lettow-Vorbeck si fecero difficili, durante la campagna, sia con il cap. Looff, sia con il governatore Schnee, che avevano delle riserve sui suoi comportamenti alquanto sbrigativi, talvolta brutali. Una narrazione di parte inglese della vicenda dell’incrociatore “Königsberg” è data da E. K. KATTERTON, La tragica fine del Königsberg, Milano, Marangoni ed., 1932.

71)E. P. HOYT jr, Op. cit., pp. 219, 232-33. Sulla figura di von Lettow-Vorbeck, ved. anche A. VACCHI e altri, Op. cit., pp. 79, 99.

72) J. GUNTHER, Op. cit., pp. 151-52. A parte gli ascari, i Tedeschi non lasciarono certo un buon ricordo di sé nel Tanganica: ved. GIUSTO LUCIO CERASI, Socialismo africano, Roma, Coines ed., 1975, pp. 29-42, e spec. le crudeltà di Carl Peters, fondatore dell’Africa Orientale tedesca, pp.29-32.

73) PAOLO MEREGHETTI, Dizionario dei film 2004, Milano, Baldini Castoldi Dalai ed., 2003, p. 1.433.

74) KAREN BLIXEN, La mia Africa, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 213.

75) EMILIO GAIONI, La rivolta degli Herero (1904), Città di Castello, 1912, p. 60.

76) PAOLO VALENTINO, La reazione spietata del Kaiser affidata al generale vonTrotha, in Il Corriere della Sera del 14 gennaio 2004.

77) B. DAVIDSON, Op. cit., p. 246.

78) A. ZIMMERMANN, Op. cit., p.80.

79) “Mentre l’aviazione militare tedesca veniva distrutta e moriva, egli si dava al saccheggio dei musei dell’intera Europa”: è il giudizio conclusivo di JOHN KILLEN, Storia della Luftwaffe, Milano, Longanesi 1971 (2 voll.), vol. 2, pag. 489.

80) ANTONIO FILIPPINI, Africa per tutti, in Atlante, febbraio 1971, p. 27. Certo doveva fare uno strano effetto leggere la targa stradale Goeringstrasse nel 1938, quando il Terzo Reich avanzò ufficialmente la rivendicazione del Sud-Ovest africano: P. BERTAUX, Op. cit., p. 281.

81) FRANK THIESS, Tsushima, Torino, Einaudi, 1966, pp. 157, 178-183.

82) Per reprimere la quale i Tedeschi massacrarono complessivamente 120.000 indigeni: cfr. H. JAFFE, Op. cit., p. 240. Da parte sua J. GUNTHER, cit., p. 150, scrive: “I Tedeschi repressero la rivolta con mezzi così feroci e radicali da non avere esempi nella storia della colonizzazione. Anziché uccidere terroristi isolati, arsero raccolti, affamarono villaggi e devastarono il paese intero”. Cfr. anche G. L. CERASI, cit., pp. 32-36

83) H. R. RUDIN, Op. cit., pp. 195, 308.

84) Enciclopedia Europea, vol. 3, p. 567. Su tutta la vicenda, ved. anche F. LAMENDOLA, Il genocidio dimenticato. La soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano, 1904-05, Pordenone, Stavolta ed., 1988.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/08/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Novembre 2017

Del 08 Novembre 2020

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