domenica, 7 Marzo 2021
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Ci manca una memoria condivisa: grazie a Dio!

Ci manca una memoria condivisa: grazie a Dio! 25 aprile e la leggenda resistenziale? Piuttosto che una memoria condivisa, ma faziosa e bugiarda riteniamo che sia meglio cento volte meglio seguitare ad avere una memoria “divisa” di Francesco Lamendola  

Uno dei mantra più frequenti che si sentono pronunciare intorno al 25 aprile di ogni anno, quando si parla (completamente al di fuori della realtà) di fascismo e antifascismo, come se fossero due cose vive e attuali, mentre il primo ha cessato di esistere più di settant’anni fa, il secondo, come unità organica e concorde, non è mai esistito se non nella leggenda resistenziale, per esser poi codificato e pietrificato nella relativa mitologia, in saecula saeculorum, è che a noi italiani manca purtroppo una memoria condivisa di quel passato, il che ci impedisce di essere una nazione normale. Confessiamo di essere stati anche noi di tale opinione, fino a quando non ci siamo resi conto che la cosa importante, per l’identità e la coesione interna di un popolo, non è avere una memoria condivisa ma evitare che la memoria sia costruita e dettata da una minoranza che si ritiene detentrice del Vero e del Bene e che s’impegna con tutte le sue forze (o meglio, con tutte le forze dello Stato, cioè con tutte le nostre forze) ad imporla all’intera società. A che servirebbe, infatti, avere una memoria condivisa, se fosse non la memoria dei fatti reali, ma dei fatti manipolati e mitizzati da una incessante e spudorata propaganda di parte? In altre parole: piuttosto che una memoria condivisa, sì, ma faziosa e bugiarda, riteniamo che sia meglio, cento volte meglio, seguitare ad avere una memoria divisa.

Del resto, a ben riflettere, come potrebbe essere la memoria storica totalmente condivisa dagli eredi di parti politiche diverse ed opposte, che si sono combattute e massacrate a vicenda, senza quartiere e senza pietà per alcuno? Al massimo, si può condividere il fatto che tutto ciò è realmente avvenuto: ma noi non siamo neppure in questa fase, perché oggi si nega un’intera faccia della medaglia, e si pretende che crimini e atrocità siano stati perpetrati da una parte sola, quella che era intrinsecamente malvagia e criminale. E come fanno ad affermare una cosa del genere, i campioni del politically correct? Ma è semplicissimo: perché una delle parti in lotta stava al fianco di Hitler, o meglio, si era offerta lei stessa come bassa manovalanza per eseguire gli obiettivi criminali del Führer, oltretutto macchiandosi di spaventose atrocità contro i suoi fratelli di stirpe: torturare i prigionieri, bruciare le case dei “ribelli”, insomma fare gran parte del lavoro sporco al posto dei padroni tedeschi. E siccome Hitler è il Male Assoluto, la conclusione è quasi obbligatoria: chi stava dalla sua parte non poteva essere che un malvagio; chi stava contro di lui, non poteva essere che un eroe. Ampliando questo ragionamento su scala mondiale i sovietici, quando giunsero ad Auschwitz, erano i “liberatori”, ovviamente dei prigionieri ebrei; e silenzio sul fatto che venivano da un Paese nel quale i campi di concentramento erano così numerosi e così tremendi, che un numero incalcolabile di persone vi trovò la morte, però lontano dai riflettori della storia, appunto perché nel 1945 l’Unione Sovietica venne a trovarsi nel ruolo di Paese vincitore del male Assoluto. E così, infatti, ce l’hanno sempre raccontata, fin dai banchi di scuola (se senza mai arrossire): il ‘45 vide la vittoria del Bene sul mostro nazista e i suoi satelliti, dunque un po’ di quella luce gloriosa si riflette su tutti quelli che avevano lottato contro di esso, compresi i piloti americani che sganciarono le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki…

Ad ogni modo, la paradossalità e l’artificiosità della situazione italiana emerge evidente da un rapido confronto con quel che è accaduti nell’ex Unione Sovietica e negli altri Paesi del socialismo reale. Mentre in Italia il binomio di fascismo (da sbandierare eternamente) e antifascismo (la formula magica che apre tutte le porte e spiega tutti i misteri) è stato propalato per settant’anni, in Russia invece, dopo la caduta del comunismo, fin da subito ci si è ben guardati dal far nascere una cultura anti-comunista: e non perché il popolo russo avesse delle particolari nostalgie comuniste, ma perché porsi sotto il vessillo dell’anticomunismo avrebbe significato riconoscere che il comunismo, sia pure allo stato potenziale, continuava ad essere vivo e pericoloso. Al contrario sin dalla sua caduta, nel 1989-91, il comunismo è apparso ai russi, ai polacchi, ai tedeschi dell’est, ai cechi, agli ungheresi, ecc., per quel che realmente era: un capitolo chiuso, una storia passata. Mettersi sotto il mantello dell’anticomunismo per rivendicare una benemerenza politica e al tempo stesso morale, sarebbe apparso ridicolo, oltre che patetico. E non perché in Russia ci siano ancora sia i fautori che i nemici del comunismo, ma perché si è preso atto della fine irreversibile del comunismo, e quindi anche dell’anticomunismo. Che senso ha essere anticomunisti, se il comunismo non c’è più? E che senso ha, in Italia, continuare a proclamarsi fieramente antifascisti, se il fascismo è morto a Piazzale Loreto, alla fine di aprile del 1945?

E adesso parliamo di uno dei temi che più chiaramente permettono di misurare la strana, inverosimile sopravvivenza della dialettica fascismo/antifascismo nell’Italia repubblicana e democratica di questi lunghi decenni succeduti alla Seconda guerra mondiale: quello degli assalti partigiani contro i militari tedeschi, oltre che contro i fascisti (ma in diversi casi sarebbe più giusto chiamarli “assassinii”, specie nel caso dei G.A.P. comunisti, Gruppi d’Azione Patriottica, i quali operavano in contesto urbano) e delle rappresaglie tedesche contro la popolazione civile. È evidente che esistono due filosofie politiche al riguardo, e perciò anche due concetti di giustizia: uno che dà la precedenza e la prevalenza alla lotta di liberazione, in tutte le sue forme ed espressioni; l’altro che dà la priorità alla difesa della popolazione e quindi giudica inutili, pericolose e controproducenti tutte le azioni partigiane che possono offrire ai tedeschi un pretesto per sfogare il loro risentimento di ex alleati traditi, proprio quando la loro situazione si stava facendo estremamente critica su tutti i fronti della Seconda guerra mondiale.

La questione non è affatto nuova, anzi esiste una discussione che si è accesa a caldo, fin dal 1943-45, e si è trascinata stancamente per sette decenni; stancamente perché la prima interpretazione è sempre stata imposta con successo, se necessario con l’arma del ricatto psicologico: negare la legittimità di qualunque azione partigiana è stato infatti presentato come un perfido tentativo di indebolire la solidarietà fra le componenti della Resistenza e quindi fra i partiti dello schieramento del CLN. Perfino l’assassinio d’un vecchio filosofo perfettamente inerme e incolpevole, come Giovanni Gentile, è stato presentato dalla cultura dominante come un atto di guerra legittimo, del quale, semmai si può discutere le legittimità della forma, non della sostanza. E ciò perché i comunisti, autori delle azioni più efferate e più discutibili, ma anche protagonisti assoluti della lotta partigiana, hanno sempre preteso dagli altri partiti e dalle altre forze antifasciste una sorta di solidarietà ideologica preliminare, e sono riusciti a far credere a lungo, in sede storiografica, che essi avevano obiettivi molto simili a quelli delle altre componenti della Resistenza, e comunque mai apertamente discordi; obiettivi che sono stati falsamente presentati come la lotta per la libertà e contro il tedesco invasore, mentre erano la preparazione di una presa violenta del potere, che passava attraverso l’eliminazione fisica di tutte le figure di riferimento della borghesia, non solo in campo fascista, ma anche in campo antifascista (cosa che spiega le numerosissime “strane” morti di capi partigiani non comunisti nei giorni confusi e sanguinosi dell’aprile e del maggio 1945, sempre attribuite ai tedeschi e ai fascisti ma avvenute, in realtà, in circostanze più che mai dubbie). Ed è noto che anche la più tristemente famosa delle rappresaglie tedesche, quella delle Fosse Ardeatine, è direttamente legata all’azione dei partigiani comunisti in via Rasella, circostanza che ha dato luogo a polemiche non di secondaria importanza all’interno dello schieramento antifascista e ha avuto anche degli strascichi giudiziari, a riprova del fatto che le componenti non comuniste del CLN non erano per niente d’accordo con la strategia comunista di provocare a bella posta delle feroci rappresaglie da parte tedesca, nella spregiudicata e velleitaria speranza d’innescare un processo insurrezionale fra la popolazione, nel caso specifico nella città di Roma, per motivi politici legati agli obiettivi strategici del PCI ma che niente avevano a che vedere con la salvaguardia dei civili inermi.

Per meglio sviluppare questo discorso prendiamo un caso eclatante, anche se non altrettanto noto di quello delle Fosse Ardeatine: l’eccidio di Civitella in Val di Chiana del 23 giugno 1944, nel quale persero la vita 244 cittadini, e delle successive polemiche, che videro buona parte della popolazione superstite schierata su posizioni molto critiche verso i partigiani, i quali, uccidendo tre militari tedeschi nell’osteria del piccolo paese, avevano provocato la rappresaglia. Nel suo libro-inchiesta su quella tragica vicenda, La memoria divisail saggista Giovanni Contini osservava (Milano, Rizzoli, 1997, pp. 255, 258 e 259-60):

La memoria divisa, come si è cristallizzata a Civitella, non rappresenta solo una delle tante componenti dell’identità collettiva, ma ne costituisce l’elemento più importante, e blocca il passato nel presente, rendendo stabile e permanente l’antico dolore. (…)

La formazione di una memoria divisa ha impedito che le ragioni dei partigiani e quelle della popolazione, nel giugno del 1944 ancora parzialmente separate e spesso conflittuali non solo a Civitella, si fondessero nel corso degli anni successivi, nella grande mobilitazione politica che seguì la Liberazione. E che quella fusione venisse proiettata retrospettivamente sul passato recente, costruendo un’identità di vedute fra partigiani e popolazione spesso anacronistica, e che in realtà si realizzò soprattutto DOPO. (…)

La memoria divisa è una manifestazione particolarmente interessante della tradizione orale, quell’importante trasmissione del ricordo tra le generazioni che si compie fuori dai circuiti canonici che orientano i modi di trasmissione della memoria storica. Essa avviene in forma poco visibile, sostanziandosi negli aneddoti che gli anziani raccontano ai più giovani con l’intento di distillare un senso dall’esperienza compiuta che possa funzionare da ammaestramento alle nuove generazioni.

Nonostante la sua scarsa visibilità la tradizione orale, anche nelle società dominate dalla scrittura, conserva uno spazio importante e autonomo. È normale trovare nei paesi e nelle piccole comunità, una memoria collettiva che spiega le vicende storiche cercandone le cause in loco e sottovalutando i vincoli esterni e lontani.

Rispetto alle “visioni del mondo locali” di molti altri paesi, che si sono formate elaborando il significato di lunghe vicende normali, la memoria di Civitella è diversa, perché si è focalizzata e divisa su un punto eccezionale, su quanto accadde in quel terribile e lontano 29 giugno 1944. Tuttavia anch’essa partecipa di alcuni caratteri che definiscono la tradizione orale: il meccanismo causale rifugge dalla complessità, dai vincoli esterni, incontrollabili per concentrarsi sul noto, sul dominabile, sul prossimo: i partigiani locali e non i tedeschi; l’agguato del 18 giugno e non le molte azioni compiute dalla Resistenza nella zona.

Anche la memoria collettiva di Civitella non si limita a essere un risultato degli eventi storici, ma contribuisce a costruire la storia futura. Questo ricordo che continua a evolvere per decenni ci racconta molto del primo mezzo secolo di storia repubblicana, di come sia concretamente successo che piccoli universi locali mai fino a allora realmente entrati nel circuito politico nazionale fossero inglobati nei due schieramenti politici che si sono contrapposti, con alterne vicende, fino alla fine degli anni Ottanta: per effetto non di un semplice assorbimento passivo del periferico nel nazionale ma di una spinta attiva, che partiva dal basso originata proprio dai traumi subiti a livello locale.

E ci dice molto anche di come gli universi locali abbiano tuttavia mantenuto una loro autonomia rispetto ai grandi contenitori politici nazionali, una loro identità, segreta ma importante. Perché anche da una simile discontinuità tra il centro e la periferia emergono quei sorprendenti localismi che recentemente hanno complicato le nostre vicende politiche.

L’Autore si sforza di assumere come legittimo anche il punto di vista di quegli abitanti di Civitella che hanno sempre considerato sbagliata e illegittima l’azione partigiana contro i soldati tedeschi, attirandosi, sia durante la guerra, anche in forme fisiche, sia nella polemica storiografica successiva, le ire dello schieramento antifascista politically correct, e specialmente dei comunisti, per aver biasimato il contegno di quei partigiani, i quali lasciarono il paese e le frazioni vicine (Cornia e San Pancrazio di Bucine) esposte all’inevitabile rappresaglia. E quel tentativo di ascoltare anche una voce politicamente scorretta è già apparso a molti come un delitto di lesa maestà, per le ragioni più sopra esposte; anche se il discorso di Contini resta all’interno d’un approccio antropologico più che storico, nel suo sforzo di dar voce anche a quei contadini ignari delle necessità di ordine generale di una guerra come quella. In tal senso, gli abitanti di Civitella avevano il torto di attribuire la responsabilità dell’accaduto ai partigiani invece che ai tedeschi, perché quelli erano percepiti come più vicini rispetto a questi, segno d’una mentalità primitiva, che non coglie i legami remoti fra gli eventi, né la loro “necessità”  storica. Impostazione che implica un altro giudizio di valore, sia pure implicito: quanto più una comunità è isolata dal contesto nazionale,  tanto meno è capace di porsi in maniera organica rispetto ad essa; perciò ne consegue che, per avere una concordia di giudizio, bisognerebbe che i localismi scomparissero o che, almeno, fossero inglobati all’interno della cultura dominante, urbana, cosmopolita e imbevuta di teoria, mentre le piccole comunità locali elaborano le loro memorie soprattutto a livello pratico.

In questo senso, tornando al nostro discorso iniziale, è cosa buona e giusta che la memoria del passato, di quel passato, non sia condivisa: se lo fosse, vorrebbe dire che i Bocca, i Battaglia, i Canfora, gli Spriano, alla fine, sono riusciti a cancellare i fatti per sostituirli con le loro pie (o piuttosto empie) leggende: celebrando i fratelli Cervi e oscurando i fratelli Govoniricordando le vittime delle Fosse Ardeatine e scordandosi di quelle delle foibe. Ma la gente, la gente semplice, la gente che viveva sui luoghi e non teorizzava nei salotti o nelle centrali di partito, sa come sono andate realmente le cose. Per sapere cosa fu davvero la Resistenza, specialmente nella sua componente più forte, quella comunista, bisogna chiederlo a quanti vivevano in quei luoghi e furono testimoni di quelle vicende, non per sentito dire, ma in primissima persona (alcuni sono ancora in vita, anche se allora erano bambini; altri erano in vita fino a qualche anno fa ed era possibile ascoltare i loro racconti). Ebbene: nove su dieci non dicevano, né dicono, dei partigiani, quel che si ostinano a ripetere, da settant’anni, i libri di storia, ossia che la popolazione era tutta dalla loro parte. Semplicemente, ne hanno un brutto ricordo. E non perché la gente fosse, in maggioranza, di sentimenti fascisti; ma per la semplice ragione che essa vide come agivano i partigiani, e ne serba un ricordo tutt’altro che bello…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Giugno 2019

Del 10 Novembre 2020

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