lunedì, 20 Settembre 2021
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Donato Carretta accusa per sempre “l’Antifascismo”!

Donato Carretta accusa per sempre l’antifascismo. Il suo linciaggio è l’atto di nascita dell’antifascismo militante come stile politico e come codice di un odio di classe sapientemente coltivato e arrivato fino ai nostri giorni di Francesco Lamendola

Si dice che se una nave parte per il suo viaggio inaugurale con un cadavere a bordo, ciò le porterà sfortuna sin dall’inizio e la voterà a un destino poco invidiabile. Pare che un operaio di Belfast sia rimasto imprigionato per errore nello scafo del Titanic, per cui il transatlantico partì attraverso l’Atlantico, incontro al suo tragico destino, con un uomo murato vivo nelle sue paratie. Ebbene, anche una compagine statale può partire per il suo viaggio iniziale con il fardello di un cadavere a bordo, e ciò sarà la sua eterna maledizione. È accaduto all’Italia democratica e antifascista, ancor prima del referendum che vide la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica; anzi, ancor prima della fine della Seconda guerra mondiale. Da pochi mesi Roma era stata “liberata”, o piuttosto occupata dagli angloamericani, quando il sangue d’un innocente atrocemente seviziato e massacrato da una folla imbestialita, venne a macchiare per sempre la vita, la credibilità, la dignità di quella Italia che pretendeva di essere “nuova”.

Era il 18 settembre 1944 e si era aperto il processo al’ex questore di Roma, Pietro Caruso, e del suo segretario Roberto Occhetto, accusati di vari crimini, fra i quali l’aver passato ai tedeschi i nominativi delle persone destinate alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine del 24 marzo precedente. Il clima era surriscaldato, la presenza delle forze dell’ordine appariva inadeguata rispetto alle dimensioni e all’aggressività della folla che era entrata di forza nel Palazzo di Giustizia, gridando Morte a Caruso! Ma Caruso – che verrà condannato a morte e giustiziato il 22 settembre – non era in aula, perché, ferito, si trovava su una barella in una stanza attigua. C’era il principale teste d’accusa, l’ex direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, che pensava di non aver nulla da temere perché aveva collaborato con il CLN, aveva fatto scarcerare tutti i detenuti poco prima dell’ingresso a Roma degli Alleati, e inoltre era in possesso di un attestato di Pietro Nenni che lo qualificava come amico dei resistenti. Invece una donna puntò il dito contro di lui e lo accusò di aver causato la morte di alcuni detenuti, subito seguita dalla folla che si scagliò contro il malcapitato. Due ufficiali alleati presenti, un britannico e un americano, insieme ai pochi carabinieri di servizio tentarono disperatamente di sottrarre l’uomo al suo destino, ma tutto fu inutile. La folla, ubriaca di odio e sete di vendetta, lo perseguitò fino in strada, lo trasse fuori da un’automobile dove le forze dell’ordine avevano cercato di metterlo al riparo, lo trascinò per le strade, cercò di farlo investire da un tram; al coraggioso rifiuto del tramviere, che bloccò il mezzo e si allontanò con la manovella dei freni in tasca, lo trascinò in riva al Tevere e lo scaraventò in acqua, lo colpì per costringerlo a staccarsi dalla riva, poi alcuni dei suoi persecutori lo inseguirono con una barca, lo percossero più volte coi remi e non desistettero finché il suo corpo senza vita non scivolò sul filo della corrente. Ma non era ancora finita: la folla non ne aveva avuto abbastanza. Il cadavere venne tratto a riva, trascinato a Regina Coeli e appeso alle sbarre di una finestra, il tutto sotto una gragnola di sputi, invettive e maledizioni; né la folla si disperse prima che la moglie del disgraziato, salvatasi a stento, a sua volta, dal linciaggio, non vedesse l’orribile spettacolo del marito appeso a testa in giù. Bisogna aggiungere che il processo a carico dei responsabili portò all’individuazione e alla condanna solo di pochi fra essi, due anni dopo.

Questa scena di una violenza tanto cieca quanto raccapricciante, degna dei diavoli dell’Inferno descritti da Dante, segna l’atto nascita dell’antifascismo militante come stile politico e come codice etico, che sarebbe durato per decenni e che, nella coscienza di molti, è ancora viva e arde come un sacro fuoco: quello per il quale “fascista” è una categoria non umana, e chiunque ne viene bollato non è più degno di essere considerato una persona. Quella, ad esempio, per cui i giovani di Potere Operaio che il 16 aprile 1973 appiccarono il fuoco sulla porta dell’appartamento di Mario Mattei, segretario della sezione locale del M.S.I., nel quale viveva con la moglie e i loro sei figli, in una modestissima casa popolare del quartiere periferico di Primavalle, provocando un incendio nel quale bruciarono vivi due ragazzi e altri due rimasero gravemente ustionati. E sempre quella per cui la cultura politicamente corretta si mobilitò in difesa degli assassini, tentò in ogni maniera di depistare le indagini, aiutò i colpevoli a sottrarsi alla giustizia, creò intorno a loro un clima di solidarietà, fece in modo che le cose andassero per le lunghe, finché la condanna definitiva dei responsabili in Cassazione, giunta solo nel 1987, venne di fatto azzerata da una sentenza della Corte d’assise d’appello di Roma, che dichiarò estinta la pena per prescrizione. Una cultura dell’antifascismo che ha sempre presentato i terroristi di sinistra come compagni che devono essere capiti, anche se forse sbagliano, e che continua a vedere nel fantomatico fascismo il mostro eterno e mai sazio di crudeltà, che s’incarna, di volta, in volta, nei personaggi più vari, da Craxi a Berlusconi, a Salvini; quella che sfila per le strade e appende striscioni alle finestre dei palazzi con la scritta: Verità per Giulio Regeni, ma non ha mai fiatato, né aperto bocca, per chiedere giustizia per le vittime del rogo di Primavalle.

Così il saggista Antonio Frescaroli ha rievocato il linciaggio di Donato Carretta nel saggio L’Urbe brucia? I mesi terribili di Roma (nel volume: I grandi enigmi degli anni terribili, a cura di Franco Massara, Ginevra, Editions de Crémille, vol. 3, 1970, pp63-65):

L’odio esplose all’improvviso e selvaggio.

Da venti secoli, dal tempo di Mario e Silla, non s’erano più viste scene del genere. Linciaggio a Roma: lo spettacolo è agghiacciante. Un grido si alza dalla piazza: “A morte!”. La folla ondeggia, sbanda paurosamente, si muove. Allora, come una terribile ondata, la turba inferocita si scaglia contro gli argini della forza pubblica, li rompe, li sommerge, ascende vociando le scale di granito del palazzo di Giustizia, trabocca nell’atrio, dilaga nei corridoi, s’infrange contro la porta di un’aula, la spalanca. Una voce stridula di donna urla: “È lui!”.

Afferrato, graffiato, percosso, denudato, l’uomo si difende, sparisce sotto una gragnola di colpi. Un ufficiale americano – il tenente Atkinson – accorre, prende l’infelice per la testa, gliela tiene sotto il suo braccio per proteggerla. Quando riappare, è una maschera di sangue. Il cencio umano è trascinato giù per gli scaloni, scaraventato in strada. Per un momento, la polizia riesce a strapparlo alla furia popolare, e a sospingerlo in una macchina. La vettura non riesce a mettersi in moto. Allora, la folla si riversa sull’auto. Travolti dalla furia, le guardie e l’autista fuggono e abbandonano la vittima al suo destino. Il disgraziato, rincantucciato sul fondo, si difende disperatamente con le mani, coi piedi, coi morsi. Intanto, tra la moltitudine imbestialita, cerca di farsi largo un ufficiale: è il colonnello John Pollock, capo della polizia alleata a Roma. Qualcuno che ha assistito a quello scempio lo ha chiamato al telefono, lo ha scongiurato di accorrere prima che fosse troppo tardi, Il funzionario si precipita, tenta di ricondurre alla ragione gli energumeni. Invano. Nessuno lo sente. Sale sul cofano di un’auto in sosta e invita la gente a sgomberare, a tornare a casa. Ma, armato soltanto di una lunga stecca, secondo l’uso inglese, è assolutamente impotente. Qualcuno chiama a gran voce la polizia. Quale? Dove? La forze dell’ordine si sono volatilizzate.

Finalmente è la folla ad impadronirsi dell’uomo: afferrato, trascinato fuori, gettato sulle rotaie del tram, davanti a una vettura che si è dovuta arrestare. Un gruppo di scalmanati sale, urla al conducente di metterla in moto. L’uomo si rifiuta. Il tranviere è malmenato. Lo si minaccia. Si rifiuta ancora. “È un fascista”, urla la folla. Il tranviere, sanguinante, non perde la calma, estrae dalla tasca il portafoglio, mostra la tessera di iscrizione al partito comunista. Non contenta, la folla tenta di spingere il carrozzone a braccia. Il conducente blocca i freni e si pone la manovella in tasca. “Ammazzate anche lui”, urla la gente. Chi era costui? “L’unico uomo presente in una mandria di bestie”, risponderà un giornalista. Il suo nome merita di essere ricordato: Angelo Salvatori, romano.

Il gregge impazzito si getta su quel povero corpo sanguinante che giace sulle rotaie, vuole farlo a pezzi. Ma una voce grida: “Al fiume”. Cento mani lo afferrano, lo rialzano, lo trascinano sul ponte Umberto, sollevano sul parapetto un corpo ormai senza vita, lo lanciano nel fiume. Il tuffo nell’acqua fredda rianima il morente. Si aggrappa a uno steccato, messo lì un tempo per nuotatori inesperti, gli occhi in alto quasi ad invocare pietà dalla folla sul ponte. Ma la folla non conosce pietà. Un uomo e un ragazzo, aizzati da una moltitudine sempre più eccitata, si fanno calare dal ponte sullo steccato, colpiscono la vittima coi piedi, la costringono  a staccarsi. Sospinto al largo dalla corrente, l’uomo prova a nuotare. Allora si vede un uomo scendere precipitosamente al fiume, saltare su una barca e puntare verso la testa della vittima che di tanto in tanto affiora, e vibrarle colpi coi remi. Per due volte l’uomo riesce a sfuggire, alle mazzate tremende, cercando di nuotare sott’acqua. Ma la terza volta non ce la fa più. Allo stremo delle forze, mezzo assiderato in un ultimo disperato tentativo l’uomo cerca di aggrapparsi al bordo della barca. Rivolge uno sguardo supplichevole, di bestia  martoriata. Ma il barcaiolo infierisce con assurdo accanimento. Coi remi colpisce le mani della vittima. Costretto ad abbandonare la presa, il corpo si abbandona alla corrente. Di tanto in tanto riaffiora: ma è disteso. È finita. A Ponte Sant’Angelo due individui ripescano il cadavere. Lo portano a riva. La folla, non ancora placata, urla: “A Regina Coeli”.

Tenuto per i piedi, il corpo è trascinato per i selciati di lungotevere, seguiti da una turba di almeno diecimila persone. Per terra, le tracce del lugubre passaggio: una sottile riga di sangue. Al carcere, il corpo è scaraventato contro l’inferriata di una finestra, appeso con il capo in basso, crocefisso, sputacchiato, quindi preso a sassate. A questo punto, finalmente interviene la polizia. Interviene il Procuratore del Re che recupera il cadavere e lo consegna ad un’autoambulanza. Destinazione: Istituto Medicina legale.

Erano le 12,10 del 18 settembre 1944.

Una fola di 10.000 persone: un delitto collettivo, quindi, nel corso del quale ci sarebbe stato tutto il tempo per ritrovare un briciolo di umanità, visti i tempi e le modalità in cui fu consumato; e, oltretutto, un delitto perfettamente gratuito, che prese a bersaglio un uomo innocente. Non si dica che i romani, durante i nove mesi dell’occupazione tedesca, avevano sofferto più degli abitanti di Varsavia, di Bruxelles o di Parigi, i quali vissero quattro o cinque anni di regime d’occupazione e videro o subirono scene ben più atroci, compresi i bombardamenti dei cosiddetti liberatori. Le Fosse Ardeatine? Ma non ci sarebbero state, se i figli di papà che misero la bomba in Via Rasella, simili ai figli di papà che sparsero la benzina sulla porta della casa di Primavalle, non avessero voluto e cercato la strage ad ogni costo. L’Italia democratica e antifascista ha avuto il 18 settembre 1944 il suo battesimo: con una magistratura impotente, una polizia assente, una turba indiavolata, una vittima designata da immolare sull’altare della collera popolare. Il massimo dell’umiliazione fu che i soli a tentare seriamente di salvare il malcapitato furono due ufficiali dell’esercito occupante: chissà cosa avranno pensato del popolo italiano.

La macelleria messicana di Piazzale Loreto non nasce dal nulla. I semi dell’odio covavano da molto tempo, da prima della guerra: gli agitatori comunisti li avevamo sparsi a piene mani tra una folla barbara e incivile, che perfino dopo una vittoria è capace di massacrare un giovane per aver gridato Viva l’Italia!, come era accaduto a Torino nel 1919; figuriamoci dopo una sconfitta, e una sconfitta così totale e così mortificante come quella del 1943 (cfr. il nostro articolo: Pierino Delpiano fu massacrato per aver gridato: “Viva l’Italia”, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04/01/18). Certo, nella sconfitta e nel disordine sociale un popolo dà il peggio di sé: scene simili si erano già viste in altri luoghi, ad esempio in Russia nel 1917. Ma il problema dell’Italia è diverso. In Italia, il solo partito politico che non tramonta mai è quello dell’anti-nazione, quello che ha sempre sete del sangue dei propri fratelli; quello che spia il momento per potersi gettare alla gola di quei connazionali che, bene o male, cercando difendere l’interesse dell’Italia, e che richiamano alla necessità della concordia e della disciplina. Il fondo anarcoide del popolo italiano, il fastidio per ogni forma di autorità, per le leggi, per le regole, si sposa con l’odio di classe sapientemente coltivato e che oggi non è affatto scomparso, ha solo cambiato casacca e ragione sociale: oggi si chiama amore per il lontano. In nome di questo amore, di questa solidarietà, di questo dovere di accoglienza, e anche in nome di Dio ancor oggi vi sono molti italiani e moltissimi intellettuali, i quali sarebbero più che pronti a balzare addosso agli altri, a quelli che non la pensano come loro…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Luglio 2019

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Novembre 2020

 

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