sabato, 18 Settembre 2021
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I morti dimenticati sono un perenne rimorso per la coscienza morale dell’intera umanità

I morti dimenticati sono un perenne rimorso per la coscienza morale dell’intera umanità. Tapiosüly un nome ignorato la manipolazione della memoria storica e anche individuale delle vittime passa attraverso una racconto parziale di Francesco Lamendola

Tapiosüly è il nome, da noi largamente ignorato, di un campo di concentramento ungherese che le autorità militari austro-ungariche avevano approntato al tempo della Prima guerra mondiale, per internarvi i cittadini italiani residenti sul territorio della Duplice Monarchia all’inizio delle ostilità, e, in particolari, quelli della città di Fiume. Si calcola che, in soli dodici mesi, su ottocento cittadini italiani arrestati e deportati a Fiume, ne siano morti di stenti, di tifo e di bastionate, nel lager di Tapiosüly, centosettantaquattro.

Una tragedia dimenticata, nel contesto della grande tragedia della guerra del 1914-18 (e che spiega, fra le altre cose, l’ansia di essere riuniti all’Italia dei Fiumani nell’immediato dopoguerra, nonostante l’aperta opposizione del presidente Wilson e la gretta ed egoistica politica degli ex alleati britannici e soprattutto francesi, subito schierati in senso filo-jugoslavo); così come sono state dimenticate e, peggio, rimosse, le migliaia di vittime italiane gettate nelle foibe nel corso della Seconda guerra mondiale, mentre l’opinione pubblica veniva informata, e spesso disinformata, solo dei crimini commessi dalla parte avversa – il che, stante la guerra civile del 1943-45, equivale a dire dalla parte uscita perdente della nostra stessa patria, del nostro stesso popolo.

Le vittime della violenza della storia, e specialmente le vittime civili, per non parlare dei bambini, certamente le vittime più innocenti di tutte, muovono a sdegno e a profonda contrizione la coscienza morale dell’umanità intera, la interpellano, le negano il sollievo di facili risposte consolatorie, magari dettate da vieti schemi ideologici, secondo i quali il Bene della storia giustifica anche i crimini e gli orrori, purché il Male risulti sconfitto. Ma le vittime cui è stata negata la memoria dei vivi, le vittime che sono state cancellate dalla coscienza collettiva per ragioni di polemica di parte o per lavare la coscienza non troppo pulita dei sopravvissuti, gridano doppiamente dalle loro tombe e pretendono di essere sottratte all’oblio e restituite alla coscienza collettiva.

Amleto Ballardini, cui si deve il risveglio della memoria per le vittime del campo di Tapiosüly, ha fatto delle considerazioni molto appropriate su questo argomento (in:«Fiume. Rivista di studi fiumani», semestrale, Padova, anno V, ottobre 1985, pp. 9-10):

«Mi pare a volte di portare sulla coscienza incolpevole i delitti impuniti e gli eroi senza nome, le vittime sconosciute e gli eventi dimenticati di cui la storia è colma in ogni luogo e in ogni tempo. Più che il numero mi addolora l’iniquità dell’anonimato. Esiste forse una coscienza cosmica dell’umanità immanente per milioni d’anni agli eventi umani ed essa si riflette negli individui che quegli eventi ereditarono facendoli in qualche modo partecipi d’una specie di rimorso universale e originale quanto il peccato dell’Eden. Al di là d’ogni fantastica interpretazione, rimane pur sempre di reale un senso di disaggio che mi sorprende quando, frugando negli angoli meno illuminati delle nostre memorie di archivio e di biblioteca, scopro un sacrificio ed un tormento d’uomini che non ebbero mai né premio né vendetta, né lapidi né ricorrenze. Capita, non di rado, che qualche morto diventi “eccellente” rientrando a viva forza in un’ideologia di parte o in qualche forzatura della cronaca di ieri, sì che la futura fabbrica degli eroi non entrerà mai in crisi, alimentata com’è dall’inventiva inesauribile di chi, avendo il potere, si paga il silenzio e la menzogna degli scrivani. Anche i ladri di polli possono diventare eroi. Certo si è che le vittime avranno sempre bisogno, se non di autorevoli protettori, almeno di tanta fortuna. Ho visto di recente fotografie poco note di città giapponesi distrutte al novanta per cento dai terrificanti bombardamenti americani al “napalm”. Un’ecatombe in cui Dresda si è ripetuta per quaranta volte. Centinaia di migliaia di donne, vecchi e bambini, dissolti nel fuoco quasi all’epilogo di un conflitto e nel momento in cui non avevano più cannoni o aerei che potessero sia pur minimamente difenderli. Le atomiche di Hiroshima e Nagasaki non furono, a quanto pare, che una conclusione, di gran lunga meno cruenta, di una incredibile e gratuita sperimentazione scientifica dei moderni sistemi di annientamento totale. Credo che il mondo non abbia mai pagato moralmente quei morti nemmeno con il dovere del ricordo. Abbiamo scritto di più, molto di più, per Marzabotto e Guernica. Non dico che abbiamo fatto male, dico solo che siamo degli ipocriti. Poi gioca anche la fortuna. Nazario Sauro, ad esempio, fu una vittima fortunata. Sappiamo tutto del processo, della madre e dell’esecuzione. Per carità! Non che la vicenda non fosse, più d’ogni altra, meritevole d’essere trasmessa ai posteri, essendone degno l’eroe per il suo coraggio e i carnefici per la loro protervia, ma si dà il caso che i disertori istriani dai reggimenti austriaci furono impiccati a decine e tuttavia di molti d’essi non sappiamo neppure il nome. Quanti furono esattamente? Come morirono? Non lo sa nessuno. Perché? Ecco l’ingiustizia di cui parlavo all’inizio.»

Sono parole dense di significato e, ripetiamo, meritevoli di una lunga e approfondita riflessione; parole che suonano come schiaffi sul viso di chi è fin troppo abituato a manipolare la storia secondo il proprio tornaconto ideologico, o, addirittura, secondo la propria misera e meschina convenienza elettorale, a cominciare dagli uomini politici, i quali aspirano al governo dello Stato e perciò si presume che possiedano, in misura almeno pari a quella del comune cittadino, una certa dirittura morale ed una sia pur minima equanimità di giudizio.

Si parla tanto, e non sempre con sincerità e con onestà, del dovere di ricordare, e del valore della memoria storica; ma poi, in pratica, si ricordano solo le cose che fanno comodo, e si tira un rigo sopra le altre, quelle che potrebbero risultare imbarazzanti, o decisamente scomode, perfino a distanza di tempo. Solo così si può spiegare, ad esempio, che, ancora settant’anni dopo quella terribile tragedia, non si riesca a dire una parola di verità sulla guerra civile italiana, e si continui a darne una spiegazione di comodo, nella quale tutti i buoni sono da una stessa parte – che, guarda caso, è quella di coloro che hanno preso in mano il governo della nazione, e lo hanno poi trasmesso ai loro eredi politici – e tutto il male sta dall’altra.

I morti dimenticati: la storia ne è piena. La Turchia odierna continua a negare, testardamente, arrogantemente, il genocidio del popolo armeno; e punisce con il codice penale quei suoi cittadini che osano affermare il contrario. Eppure il governo turco è fiducioso di poter entrare, presto o tardi, nell’Unione Europea, alla pari con gli Stati democratici, nei quali vige il principio che non si possono punire i cittadini per reati di opinione, e che i governi ereditano dal proprio passato il dovere di ristabilire la verità circa i crimini commessi da quelli che li hanno preceduti, a costo di affondare il coltello nella piaga dolorosa di una colpa collettiva. Così hanno fatto i governi tedeschi del secondo dopoguerra, riguardo al genocidio degli Ebrei, con o senza processo di Norimberga: vi sono debiti, nella storia, che devono essere pagati, anche se non è giusto inchiodare, poi, dei popoli interi alle colpe dei governi che hanno commesso quei particolari crimini.

Bisogna sempre mantenere il senso della misura, della giustizia, della opportunità: il passato non può essere adoperato come una clava per colpire indiscriminatamente un determinato popolo o un determinato stato; e sfruttare indefinitamente il senso di colpa di una nazione intera non è mai una saggia politica, oltre a non essere, in alcun caso, una cosa giusta ed una strategia moralmente condivisibile. La colpa, infatti, giuridicamente ed eticamente, è sempre personale.

Nondimeno, si assiste – talvolta – allo sfruttamento cinico, implacabile, di un senso di colpa collettivo, per tenere in soggezione, a fini meramente politici, un popolo o una collettività, quasi che le colpe dei padri ricadessero sui figli: un concetto, questo, che, valido entro una ben precisa cornice teologica, è del tutto gratuito ed ingiusto nella prassi normale delle relazioni umane, siano esse individuali o collettive.

Il popolo tedesco, per tornare all’esempio precedente, è stato sottoposto, nell’arco di almeno tre generazioni, ad un assillante martellamento ideologico, mirante a tenere sempre vivo il senso di una enorme, imperdonabile, immodificabile colpa collettiva; si è avvalorata, all’esterno, l’equiparazione fra un certo regime politico e un esercito intero, se non una nazione intera (quante volte abbiamo sentito adoperare, specialmente in ambito “resistenziale”, espressioni come: «la belva nazista», riferita alle vicende della Seconda guerra mondiale?); e, all’interno della Germania, tanto Occidentale che Orientale, si è inculcata nei giovani, negli studenti, l’idea che i crimini del Terzo Reich hanno macchiato per sempre l’onorabilità e la credibilità del popolo tedesco, e che questo sarebbe stato un eterno “sorvegliato speciale” della comunità internazionale, visto che aveva da farsi perdonare qualcosa che, umanamente parlando, non era perdonabile, perché non era giusto che venisse mai perdonato.

Però, quanto ai crimini commessi dalla parte che è uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, si sono usati altri pesi ed altre  misure: quelli del regime sovietico sono stati parzialmente denunciati solo all’epoca della de-stalinizzazione, e poi, assai più compiutamente e onestamente, solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del regime comunista; quelli perpetrati dagli Alleati democratici, invece, pur essendo ormai da tempo abbastanza noti all’opinione pubblica mondiale, vengono tuttora minimizzati o passati addirittura sotto silenzio, per quanto possibile. A ciò si aggiunga la crassa, colossale ignoranza storica che, ormai, sta diventando un autentico virus della società contemporanea: per cui può capitare benissimo di chiedere ad una persona, anche di una certa età, a chi si debbano le distruzioni aeree delle città italiane durante la Seconda guerra mondiale, e di sentirsi rispondere che esse furono operate dai Tedeschi, ma che poi, per nostra fortuna, e sia pure all’ultimo momento, arrivarono i “buoni”, i “liberatori”, ossia gli eserciti anglo-americani, e così lo scempio ebbe fine.

La manipolazione della memoria storica e l’insulto alla memoria individuale delle vittime passa attraverso una racconto parziale e selettivo dei fatti, attraverso una serie di mezze verità: si dice e si ripete che quanto avvenne alle Fosse Ardeatine fu un orrore inqualificabile (il che è vero), ma si tace, o si riduce a proporzioni irrilevanti, l’attentato di Via Rasella (nel quale persero la vita anche innocenti passanti di nazionalità italiana): così, mettendo la sordina all’antefatto, si dà una versione distorta della rappresaglia che ne fu la diretta conseguenza. Stessa operazione per le vittime della Resistenza: si è molto parlato, e con ragione, della barbara esecuzione dei sette fratelli Cervi; ma quasi nessuno, nella opinione pubblica italiana, ha mai sentito parlare della tragedia, opposta e speculare, dei sette fratelli Govoni: e questo unicamente perché i primi militavano dalla parte “giusta” della guerra civile (ma esiste una parte “giusta”, in una guerra civile?), mentre i secondi ebbero la sfortuna di trovarsi dalla parte “sbagliata”.

Si potrebbe continuare a lungo, ma crediamo di aver chiarito il concetto. La verità è una, e, secondo l’insegnamento della buona, vecchia filosofia aristotelica e tomista, consiste nell’accordo fra la cosa e il giudizio. Tuttavia, perché vi sia accordo, bisogna che la cosa sia presentata nella sua interezza, e non manipolata ad arte, in modo da suggerirne una lettura di comodo. Se la verità è stravolta per qualche secondo fine, come potrà il giudizio essere equanime? Come potrebbe mai esservi accordo fra il giudizio e la cosa, se la cosa non è rappresentata secondo verità? Si entrerebbe fatalmente in un circolo vizioso: da una verità manipolata e distorta, non potrebbe che derivare un giudizio falso ed ingiusto. Ed è quello che troppo spesso accade.

Quanto si è dovuto attendere, per poter parlare del dramma delle foibe? Per decenni non si è potuto farlo, perché ciò avrebbe gettato qualche ombra sul mito della Resistenza tutta buona e immacolata. E avrebbe fatto nascere qualche rimorso in quegli Italiani che, a guerra finita, accolsero con un mare di disprezzo i profughi giuliani, fiumani e dalmati, in omaggio alla “verità” di Tito e di Togliatti…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Novembre 2020

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