martedì, 21 Settembre 2021
HomeSTORIAStoria d'ItaliaIl fenomeno “fascismo” rimane incomprensibile a chi non vede che il suo...

Il fenomeno “fascismo” rimane incomprensibile a chi non vede che il suo cuore batteva a sinistra

Il fenomeno fascismo rimane incomprensibile a chi non vede che il suo cuore batteva a sinistra. Mussolini era di sinistra come il programma dei Fasci di combattimento e il suo laboratorio ideologico la Fiume di D’Annunzio di Francesco Lamendola 

Sul Fascismo si è scritto molto; forse anche troppo.

Non si è scritto, però, quasi mai, né pensato al fascismo, con mente sgombra dai pregiudizi che l’esito della Seconda guerra mondiale, e il suo tragico corollario della guerra civile italiana, ha portato con sé, e che per tanti decenni hanno condizionato pesantemente qualsiasi tentativo onesto di interpretazione.

Una cosa, a noi, sembra indubitabile: che non si capisce, né mai si capirà nulla di quel movimento (parlare del fascismo come regime, richiederebbe un altro discorso), se si continua a ignorare, o a fingere d’ignorare, che il suo cuore batteva a sinistra. Mussolini era un uomo di sinistra, anzi, di estrema sinistra; il programma dei Fasci di combattimento, il programma di Piazza San Sepolcro, era di sinistra; la sua anticipazione, il suo laboratorio ideologico e pratico, vale a dire la Fiume di D’Annunzio, fu un esperimento di sinistra; di sinistra erano molti dei suoi primi aderenti e sostenitori, come del resto, di sinistra erano stati molti dei più accesi interventisti nel 1915, a cominciare dai sindacalisti rivoluzionari; e di sinistra fu il programma della sua corrusca conclusione, il Manifesto di Verona del 1943, che coincise con un ritorno al movimento delle origini. Di sinistra furono molti dei fascisti repubblicani del periodo di Salò; e di sinistra furono anche sia alcuni uomini politici non fascisti, come il comunista Nicola Bombacci, che con Mussolini scelsero di andare a morire, sia alcuni intellettuali non fascisti, come il giornalista socialista Carlo Silvestri, che, dopo essere stato al confino dopo il delitto Matteotti, si spese, nel periodo della guerra civile, sia pure invano, per una conclusione non troppo belluina e per un formale passaggio di poteri dalla Repubblica Sociale ai partigiani: da quest’uomo retto e insospettabile è venuta la leale e coraggiosa affermazione che Mussolini, dopo morto, è stato sistematicamente denigrato da uomini che non valevano nemmeno il suo dito mignolo.

Qui, infatti, sta il punto. Nella cultura politica italiana (e non solo italiana, per la verità), “sinistra” vuol dire “marxismo”; pertanto risulta impossibile ammettere che le origini del movimento fascista, come pure di gran parte dell’interventismo democratico, fossero di sinistra; e del pari impossibile risulta riconoscere che uomini come Berto Ricci, come Concetto Pettinato, come Tullio Cianetti e molti altri, furono sia fascisti, sia uomini di sinistra. Secondo la cultura politica oggi dominante, che è stata, ed è tuttora, di impronta prevalentemente marxista e neomarxista, esiste una distinzione netta e manichea fra la “sinistra”, che rappresenta la rivoluzione, cioè il Bene, e la “destra”, che rappresenta la conservazione, o, peggio, la reazione, cioè il Male. Tutto ciò risulta impossibile, perché non può esistere altra sinistra “vera”, all’infuori di quella marxista; né può esistere altro fascismo, che quello reazionario e al soldo del bieco egoismo padronale.

Ma le cose non stanno affatto così. Per decenni il pubblico italiano, fin dai banchi di scuola, è stato educato, o diseducato, con queste mezze verità e con queste sostanziali bugie, fino a introiettare pressoché interamente ciò che della nostra storia recente volevano Gramsci, Togliatti, Amendola e Longo; fino alla negazione palese dell’evidenza: ad esempio, fino al punto di negare che in Italia, dal 1943 al 1945, si sia combattuta una guerra civile; e fino al silenzio quasi totale sulle foibe, sui bombardamenti anglo-americani delle nostre città, sulle oscure manovre della mafia e dei servizi segreti statunitensi per l’invasione della Sicilia, sugli eccidi comunisti a guerra finita, come nel Triangolo Rosso dell’Emilia; nonché il silenzio pressoché totale sul vergognoso articolo 16 del trattato di pace di Parigi, che proibiva di perseguire i traditori dell’Italia che avevano favorito la causa dei suoi nemici, gli Alleati, sin dal 10 giugno del 1940.

Veramente, in questi settant’anni, ci hanno raccontato quel che hanno voluto: siamo stati fatti oggetto di un massiccio, sistematico, capillare lavaggio del cervello, che ha rimosso tutto ciò che non si accordava con la Vulgata resistenziale e democratica e ha gonfiato sino all’inverosimile tutto ciò che la avvalorava e la magnificava. Gli intellettuali, gli uomini di cultura, nella maggior parte dei casi sono stati zitti e si sono prestati a questa operazione di disinformazione sistematica e di deliberata distorsione della verità storica; molti avevano, in ciò, il loro tornaconto, tanto più che una buona parte di essi, e specialmente di quelli passati in forza al P.C.I. dopo le “gloriose” giornate dell’aprile 1945, avevano fatto una lunga e non disprezzabile carriera nell’ambito della cultura fascista, dei giornali fascisti, delle istituzioni fasciste, e dunque avevano tutto da perdere e niente da guadagnare nel rivangare fatti che essi per primi desideravano dimenticare e, soprattutto, far dimenticare. Anche se al prezzo di qualche capriola e di qualche contorsione ideologica e professionale non sempre onorevole e non proprio cristallina.

Ha scritto Ivan Buttignon nel suo pregevole saggio «Il verde e il nero. Maccari, Malaparte, Soffici: i fascisti che anticiparono l’ambientalismo» (Hobby & Work, 2011, pp. 23-25):

«Non tutti concordano sul fatto che Maccari sia un “fascista di sinistra”.  Callaioli, per esempio, sostiene un po’ poeticamente (e secondo noi sbagliando) che Mino dal Colle non stava né a destra né a sinistra: stava sopra… in alto”. Lo inserisce nell’alveo degli intransigenti in camicia nera, salvo considerarlo, insistentemente,  un rivoluzionario di chiara fatta.

Orbene, l’errore di Callaioli è squisitamente concettuale.  Come ricorda Renzo De Felice, il più grande esegeta della storia del Ventennio, esistono due Fascismi: il Movimento e il Regime.  Callaioli, come molti altri, dimentica che tra i movimentisti, vale a dire gli intransigenti “latu sensu”, troviamo  sia gli intransigenti “stricto sensu” (i farinacciani appunto) sia la Sinistra fascista. Come ben spiega Paolo Buchignani nel suo “La rivoluzione in camicia nera”intransigenti propriamente detti (i farinacciani, insomma) e Sinistra fascista sono entrambi componenti  del Fascismo-Movimento, ma non vanno confusi.  

Mario Cappelli commette lo stesso errore di Callaioli . Sostiene che il fascismo di Maccari non è di sinistra, “anche se – continua contraddicendosi bellamente – specie forse nelle prime annate del ‘Selvaggio’, si trovano sparsi qua e là richiami ai sindacati dei braccianti  e/o frecciate contro quei proprietari terrieri  che non applicano i patti agrari”. All’autore pare forse poca cosa, e lo capiamo leggendo i suoi ragionamenti politici. Ragionamenti che vedono nel marxismo, e precisamente nella concezione marxista  della classe, la ‘conditio sine qua non’  del superamento della mentalità borghese, e quindi capitalistica.  In altre parole, chi non è marxista non è di sinistra.  Cappelli è dimentico che lì’aspetto caratterizzante dell’essere di sinistra  è nutrite una spiccata sensibilità riguardo la questione sociale, e non invece essere tassativamente marxista.

Per Maccari e il movimento di Strapaese la questione sociale è infatti di primaria importanza. Questo aspetto, assolutamente fondamentale nel pensiero del movimento, basterebbe da solo a tappare la bocca (e la penna) a chi sostiene che Strapaese non sia Fascismo di sinistra. E di aspetti di sinistra ce ne sono molti altri.

Tanto per cominciare, la generazione raccolta attorno a “Il Selvaggio” è contraria all’organizzazione scientifica della produzione. Schiavizza l’operaio, lo brutalizza, è quindi una soluzione inumana, nonché contraria alle formule sociali, incontrovertibilmente di sinistra, che il fascismo formula e sbandiera (ma che solo talvolta applica).

Un esempio di condanna maccariana al sistema ultracapitalista è la vignetta  che raffigura uno scheletro che attraverso un orologio manovra  le braccia di un operaio. Maccari  raffigura in questo modo la sua più recisa contrarietà  al cosiddetto ‘procedimento Bedaux’, relativo alla misurazione dei tempi di lavoro  nel quadro della produzione scientifica della produzione.

Gli stessi strapaesani, Mino Maccari in testa,  si considerano di sinistra. Citiamo testualmente il ragionamento  sintetico che Cappelli propone nel suo “A ruota libera da Strapaese a Stracittà”:
‘Il Maccari svicola infatti nel consueto discorso di un ritorno a quei valori della tradizione che la borghesia non ha saputo preservare dalla dispersione e che le sinistre (il Maccari si considera ovviamente di sinistra)  devono ricercare e rimettere in funzione senza contrapporre ad essi  il ‘mitico modernismo e progressismo al quale si debbono gli attuali malanni e il senso di fastidio  e di incertezza che tutto il mondo confessa’. Assunto quindi che il maccariano Strapaese  rappresenta un movimento di sinistra, vediamo di ‘quale’ sinistra  si tratta…»

Le tendenze e i movimenti politici italiani del Novecento che non rientravano nello schema convenzionale destra/sinistra, con la sua indispensabile appendice fascismo/antifascismo (e si pensi quanto quest’ultima sia stata decisiva per la collocazione dei partiti politici e per la lettura della storia nazionale recente) sono stati o ignorati, ove possibile, oppure messi nel Limbo ideologico, dato che mettevano in crisi il modello bipolare (e schizofrenico) del Bene e del Male. Quelli che potevano essere “recuperati” a sinistra, magari con spericolate operazioni a posteriori, finivano per approdare, dopo un necessario periodo di decantazione, in Purgatorio, donde era poi possibile – una volta debitamente purificati dai loro peccati – farli salire in Paradiso; quelli che non lo potevano, venivano lasciati scivolare all’Inferno, insieme ai reprobi.

Si prenda il caso dei cattolici e, più specificamente, di quei sacerdoti che, durante il fascismo, e specialmente nel periodo della guerra civile, si schierarono pro o contro di esso. I primi sono stati ignorati, tutte le volte che ciò è risultato possibile; quando non lo è stato, come nel caso di don Tullio Calcagno e di «Crociata Italica», li si è sbrigativamente liquidati come dei puri e semplici manutengoli del fascismo, fingendo di non vedere che essi ebbero solamente il torto di rimanere fedeli alla parte politica con la quale, bene o male, la Chiesa era giunta ad un ragionevole compromesso, dopo che il vento aveva cambiato direzione e tutti facevano a gara per saltare sul carro del vincitore. I secondi sono stati celebrati come “veri” sacerdoti e come “veri” patrioti; e non importa se alcuni di essi, come don Luigi Sturzo, portano una responsabilità non piccola nell’instaurazione della dittatura fascista, allorché, nel 1922, con il loro voto, fecero in modo che il Partito Popolare impedisse la formazione di un governo Giolitti, spianando la via a Mussolini.

Soprattutto, il silenzio venne calato su tutti quei preti e altri membri del clero, compresi giovanissimi seminaristi, che vennero assassinati durante la guerra civile e, cosa ancor più grave, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in quella lunga scia di sangue che continuò a macchiare le regioni del Nord per almeno un paio d’anni; mentre i religiosi che caddero per mano dei tedeschi e, più raramente, dei fascisti repubblicani, vennero equiparati a degli eroi, senza tener conto del fatto che la loro partecipazione alla lotta armata, per di più contro altri italiani, era stata in stridente contrasto con la loro stessa missione sacerdotale e con i principi evangelici, basati sulla non risposta al male e sul perdono delle offese. Insomma, due pesi e due misure: il tutto con la compiaciuta e volonterosa collaborazione di buona parte dello stesso mondo cattolico, ansioso di far dimenticare il “dettaglio” dei Patti Lateranensi e di rinverdire i propri meriti, veri o presunti, nella nascita dell’Italia democratica e repubblicana.

Sarebbe stato troppo imbarazzante, sia per gli intellettuali comunisti, sia per quelli democristiani, fare i conti con la realtà dei fatti: troppi scheletri negli armadi sarebbero venuti alla luce. Togliatti doveva far dimenticare il suo sinistro operato alla corte di Stalin e il ruolo da lui giocato nella soppressione dei dissidenti comunisti rifugiatisi nell’Unione Sovietica per sfuggire ai ben più miti tribunali fascisti (per non parlare dei prigionieri di guerra italiani); De Gasperi doveva far sparire le tracce dei suoi ambigui rapporti col nemico (ché, fino all’8 settembre 1943, e fino a prova contraria, era ancora tale) e, forse, la richiesta agli Inglesi di far bombardare Roma, per affrettare la caduta del fascismo: cosa che, di fatto, è costata la prigione allo scrittore e giornalista cattolico Giovanni Guareschi. Tutti insieme appassionatamente per seppellire la verità, quando essa risultava scomoda per la propria parte; e per gridarla dalla cima dei tetti, quando invece permetteva di far bella figura.

Ora, se ciò è accaduto nei confronti dell’area politica che si suole chiamare di “centro”, è facile capire quel che è accaduto alle due estreme. Ed ecco che tutta l’Italia seppe, commuovendosi, del tragico destino dei sette fratelli Cervi; ma ben pochi seppero, e sanno, dei sette fratelli Govoni…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Dicembre 2017

Del 10 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments