venerdì, 18 Giugno 2021
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La 2a guerra mondiale: fu lo scontro fra il sangue e l’oro?

La 2^ guerra mondiale fu lo scontro fra il sangue e l’oro “Guerra finale” fra la civiltà del lavoro e quella dell’usura? Giorgio Berlutti inciampo per la realizzazione della mitologia antifascista, resistenziale e progressista? di Francesco Lamendola 

Quella di Giorgio Berlutti, cattolico fervente, vivace animatore culturale, fascista convinto e poi deluso (ma solo dopo l’esito infausto della guerra), è una figura tutt’altro che anomala, ma che, nel clima di conformismo e appiattimento, per non dire di adulazione e servilismo verso i vincitori, instauratosi nel nostro Paese dopo il 1945, può esser sembrata anomala, solo perché i tanti altri che avevano fatto le sue stesse scelte e mostrato le sue stesse convinzioni, ebbero la prontezza e la disinvoltura, per non dir peggio, di fare il salto della quaglia e riuscirono a far dimenticare, o a farsi perdonare, i loro trascorsi politici fascisti. Berlutti, poi, in quanto cattolico convinto, e ancor più convinto dopo il 1945, con l’infrangersi del suo sogno di una rigenerazione morale e civile del popolo italiano, era un personaggio particolarmente imbarazzante: i cattolici, infatti, per legittimare la loro pretesa a governare l’Italia, dovevano sfruttare al massimo le loro benemerenze antifasciste e resistenziali, e trovavano quanto mai seccante il fatto di annoverare, nel loro ambito culturale, uomini come Berlutti. Con la loro forte fede cattolica, ma anche con la loro militanza fascista, essi erano quanto di più politicamente scorretto si potesse – e si possa – immaginare. Sarebbe stato meglio se non fossero mai esistiti; ma, visto che per disgrazia esistevano, la cosa più saggia da fare era ignorarli e far finta di nulla.

Giorgio Berlutti era nato a Tuscania, in provincia di Viterbo, nel 1889, e si spense a Viterbo il 21 dicembre 1979. Fervente fascista sin dalla vigilia, editore e scrittore, membro dell’Accademia Tiberina, aveva fondato la Libreria del Littorio, la Bibliografia fascistaIl Tricolore, e aveva pubblicato parecchi volumi, equamente ripartiti nel filone storico e apologetico fascista, Cuore d’ItaliaFacciamo alla guerra – che gli valse il premio della Fondazione Fusinato -, Noi crediamo nel DucePer un’Italia nuova, La dottrina fascista ad uso delle scuole e del popolo, Italia eroica, Der Aufbau der Staatsgewalt im Faschistischen Italien (con Wilhelm Tempel), La più bella avventura, e nel filone cristiano, specialmente francescano: Francesco restaura la mia casa e Ritorno all’amore: sulle orme di Gesù, opera, quest’ultima, della quale il cardinale Carlo Salotti ebbe a dire: È un libro che dovrebbe varcare la soglia di tutte le case, per diffondervi quella serenità spirituale che oggi manca all’umanità straziata da tante sventure. E c’è un altro aspetto della personalità schive e pensosa, oggi quasi dimenticata, di Giorgio Berlutti: egli fu uno dei primi e più entusiasti estimatori di padre Pio da Pietrelcina, scommise sulla sua santità e si prodigò per far conoscere quell’uomo di Dio al grande pubblico italiano; e questo quando – si era al principio degli anni Trenta – sul cappuccino stigmatizzato pesavano già ombre e sospetti ed era in atto una vera e propria persecuzione ecclesiastica, che, come è noto, avrebbe accompagnato gran parte della sua vita terrena, riempiendola di sofferenze e umiliazioni e arrivando fino a proibirgli di celebrare la santa Messa, cioè la cosa per lui più preziosa di tutte.

E per capire quanto sia scomoda, ancora oggi, la figura di questo cattolico che fu anche un fascista onesto e coerente, che non rinnegò le sue idee dopo il 1945 per saltare, come fecero tanti altri, sul carro dei vincitori, basti dire che nel libro di Sergio Luzzatto, docente di Storia moderna all’Università di Torino, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (Einaudi, 2007), che è tutto una feroce requisitoria anticattolica, mirante a dimostrare che il culto di padre Pio era solo un aspetto della manipolazione delle coscienze e delle intelligenze da parte dei settori più retrivi e antimoderni della Chiesa cattolica, la devozione di Berlutti per il frate di San Giovanni Rotondo funge da pretesto ideale per denunciare il “complotto clerico-fascista” che era, secondo lui, l’alleanza fra il trono (di Mussolini?) e l’altare. Questo, naturalmente, oltre al disprezzo copiosamente gettato sullo stesso Berlutti, definito ora “l’ex cartolaio di Tuscania” (come se essere di modeste origini fosse una cosa di cui vergognarsi), ora come “editore fallito”, con una malevolenza e un’acredine così evidenti da chiarire, senza ombra di dubbio, in qual conto il professore torinese tenga l’obiettività storica o, quanto meno, il tentativo di avvicinarsi ad essa. Mentre per farsi un’idea un po’ più obiettiva della figura e dell’opera di questo cattolico dal cuore generoso rimandiamo il lettore alla biografia di G. B. Sposetti Corteselli, Giorgio Berlutti. Cuore d’Italia e di Maremma (Cooperativa Fani Servizi, 2003). Si vede che ancora nel terzo millennio a qualcuno brucia il fatto che ci siano stati degli italiani come Giorgio Berlutti: la loro esistenza è di per sé un grosso inciampo per la realizzazione di quella mitologia antifascistaresistenziale e progressista, che oggi domina pressoché incontrastata e che si regge su una quantità di semplificazioni ideologiche, alterazioni storiche, silenzi assordanti (come la mattanza di preti e seminaristi da parte dei partigiani comunisti, fra i quali il piccolo Rolando Rivi) e calcolate ambiguità.

Infine, uscendo dal contesto religioso e restando nell’ambito strettamente politico, c’è un’altra ragione per considerare Giorgio Berlutti come una figura particolarmente invisa a quanti vorrebbero far credere che la Seconda guerra mondiale è stata, più di qualunque altro conflitto, una lotta manichea tra le forze del Bene, rappresentate dalla strana alleanza fra le democrazie plutocratiche e l’Unione Sovietica, da una parte, e le forze del Male, rappresentate dal Tripartito, dall’altra. Egli, infatti, è stato uno dei più convinti assertori della tesi secondo cui la Seconda guerra mondiale è stata, al contrario, lo scontro supremo fra la civiltà del lavoro, rappresentata dall’Italia e dalla Germania, e la civiltà dell’oro, rappresentate inizialmente dalla Francia e dall’Inghilterra, ben presto affiancate, anche se non ufficialmente, dagli Stati Uniti. Questa espressione, la civiltà del lavoro contro la civiltà dell’oro, o se si preferisce – come diceva Ezra Pound – dell’usura, semplificata nell’altra espressione, il sangue contro l’oro, intendendo per “sangue” la realtà dei popoli radicati nelle loro tradizioni e non asserviti alla finanza speculativa, è stata da sempre un elemento propagandistico nella mitologia antifascista e democratica, come la confessione, per bocca del fascismo stesso, del velleitarismo  e della astrusità degli scopi di guerra dell’Italia mussoliniana. Eppure, a ben guardare, e anche alla luce degli eventi politici e finanziari degli ultimi decenni e degli ultimi anni, vi sono buone ragioni per riprendere in considerazione quel concetto, o, se si preferisce, quello slogan, e per chiedersi se era tutta e solo grottesca propaganda fascista o se non conteneva, per caso, un nucleo di verità, che oggi, con il mondo più che mai asservito al potere delle grandi banche ebree americane, e l’Italia strangolata dai meccanismi sapientemente manipolati del debito pubblico, dello spread e del giudizio economico delle agenzie di rating, torna a interrogarci e a sollecitare una più ampia comprensione della storia contemporanea, di quanto non apparisse alle ultime due generazioni, ancora inclini a pensare la storia in termini di stati sovrani, una realtà che già nel 1939 era in via di superamento e assorbimento da parte del grande capitale finanziario, e che oggi, benché molti non se ne siano neppure accorti, appartiene ormai al passato.

Scriveva, dunque, Giorgio Berlutti sulla rivista Il Tricolore, allo scoppio della Seconda guerra mondiale (cit. in: Falcidia-Salomone, In camminoAntologia per la scuola media, Torino, S.E.I., 1940., pp. 750-751):

Iddio diede agli uomini il lavoro come legge di vita. “Col sudore della tua fronte guadagnerai il tuo pane.”

Ma questa santa, serena norma di vita, che doveva assicurare la pace, il benessere e la giustizia all’umanità, divenne a poco a poco una legge di pena e di schiavitù quando l’uomo sostituì l’oro a Dio, come fine della sua vita.

Di generazione in generazione questa fame di oro crebbe fino a diventare una follia.

Eppure nessuno mai con tutto l’oro del mondo poté affrancarsi dalla legge del lavoro e conquistare la felicità: le generazioni si avvicendarono e perirono nella continua tragica alternativa dell’ansia penosa di possedere  l’oro e dalla paura di perderlo.

Era perciò necessario il ritorno alle origini umane e divine. Mussolini per primo, dopo tanti millenni, riaffermò al mondo questa legge divina del lavoro come fondamento della pace, del benessere, della giustizia fra gi uomini e le nazioni.

E furono i giovani i più puri, furono i lavoratori i più forti, che insorsero al grido di riscossa del Duce: e a poco a poco le falangi divennero legioni, eserciti e lo spirito riprese il suo imperio sulla materia: e le nazioni ricche e potenti sentirono cigolare le catene della schiavitù imposta al mondo insofferente. Un mondo tanto bello, così armonioso, la mostruosità dell’oro lo aveva convertito in un carcere, in un inferno.

Questo è il significato profondo e umano di questa gigantesca guerra che incendia i cieli, sconvolge i mari, fa tremare la terra.

Si poteva evitare questa guerra? umanamente sì: ma la Francia e l’Inghilterra, cieche e sorde nella paura di perdere l’oro e il dominio del mondo, l’hanno scatenata.

Bisogna perciò pensare che una forza superiore domina la volontà degli uomini e gli eventi, e che ciò che avviene di incredibile, di tragico, di irreparabile in questo momento è il compimento di un destino: è la fine di un’epoca.

Noi italiani che per opera di Mussolini siamo stati gli annunciatori della nuova epoca, e siamo con gli alleati germanici i protagonisti di questa nuova civiltà del lavoro, strumento di Dio nel compimento dei suoi imperscrutabili disegni, dobbiamo lottare con tutte le nostre forze, dobbiamo cercare di essere degni del nuovo grande destino.

La civiltà del lavoro trionferà, e tutti i popoli, finalmente liberati e redenti dalla schiavitù dell’oro, nel nome augusto di Roma eterna, cristiana e fascista e ritroveranno la giustizia e la pace.

Quasi tutto, in questa pagina di prosa, sembra fatto apposta per dispiacere al lettore contemporaneo, cresciuto nell’idea che il solo ed unico responsabile dello scatenamento della Seconda guerra mondiale sia stato Hitler, quel pazzo dittatore cui il potere aveva completamente dato alla testa e che sognava, come il suo personaggio interpretato da Charlie Chaplin, il dominio sul mondo intero; che le democrazia occidentali fossero quanto mai pacifiche e pacifiste, desiderose di godersi la loro tranquillità e i benefici della democrazia e perciò niente affatto propense alla guerra; che ad essa si videro costrette, letteralmente trascinate per i capelli, dall’aggressività nazista, dall’espansionismo italiano e dal militarismo giapponese. Ed è stato talmente bombardato da questa versione dei fatti, semplicistica e distorta, quel povero lettore, da scordarsi sia che a dichiarare guerra alla Germania furono la Gran Bretagna e la Francia, le quali avevano rilasciato alla Polonia, cosa mai vista e mai accaduta nella storia delle nazioni, una cambiale in bianco; sia che la Polonia aveva sdegnosamente rifiutato l’apertura di trattative con la Germania, come richiesto da Hitler, per la questione di Danzica, città tedeschissima, e del Corridoio, e più in generale, per la sistemazione di tutte le questioni pendenti nei rapporto fra i due Paesi; sia che Stalin attaccò a sua volta la Polonia, ai sensi del Patto Moltov-Ribbentrop dell’agosto 1939, e ne occupò una buona metà, senza che Londra e Parigi ritenessero di dover estendere anche a lui la dichiarazione di guerra, quando pur si trattava di battersi per la difesa della Polonia (che poi sarebbe stata ceduta interamente alla sfera d’interessi sovietica con gli accordi di Yalta del 1945). Ma quello che forse più dispiace, nel brano di Giorgio Berlutti, è quell’accenno un po’ hegeliano alla volontà di Dio, quando si sta parlando della guerra che ha avuto in Hitler la figura centrale: del responsabile, cioè, della soluzione finale e dello sterminio di Sei Milioni di ebrei. Parlare di Hitler vuol dire parlare di quei Sei Milioni; mentre parlare di Stalin, chissà perché, non vuol dire automaticamente parlare dei sette milioni di morti per fame che egli pianificò in Ucraina fra il 1929 e il ‘33; tanto meno dei Sette Milioni con la maiuscola (ma le stime di alcuni storici arrivano fino a 10 milioni), nel senso che nessuno ha fatto di quei morti le vittime sacrificali di una nuova religione fondata sul ricatto delle coscienze dell’intera umanità. E siccome parlare di Hitler equivale ad evocare i Sei Milioni dell’Olocausto, ecco che dire, come fa Berlutti, che la Seconda guerra mondiale è stata una guerra condotta dalla civiltà del lavoro per redimere i popoli dalla schiavitù dell’oro, e restaurare nel mondo un clima di giustizia e di pace, sembra qualcosa d’inconcepibile, che solo una immensa stupidità o una immensa malafede può aver ispirato. Eppure, senza con ciò voler rivalutare Hitler sotto il profilo morale (ci mancherebbe altro!) e neppure su quello strettamente storico, ma semplicemente sforzandoci di leggere, una buona volta, le vicende del 1939-1940 in un’ottica più ampia e completa delle semplificazioni propagandistiche di parte alleata, proviamo a chiederci: non potrebbe esserci qualcosa di vero nel fatto che la Germania, l’Italia e il Giappone volevano emanciparsi dalla servitù del grande capitale finanziario?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Maggio 2019 

Del 05 Novembre 2020

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