giovedì, 23 Settembre 2021
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La persecuzione dimenticata dei cattolici lituani

La persecuzione dimenticata dei “Cattolici Lituani”. I Lituani sono un piccolo popolo coraggioso dell’Europa, uno dei più antichi, che si sono convertiti nel 1387. Oggi su quasi 3 milioni di abitanti l’80% si dichiara cattolico di Francesco Lamendola

Che cos’è un pastore della Chiesa cattolica? Come deve essere un degno successore degli Apostoli? Oggi diciamo vescovo (o cardinale), e ci viene un mente monsignor Paglia, che fa affrescare le pareti del suo duomo con un blasfemo dipinto omofilo, nel quale si fa ritrarre personalmente, nudo e sorridente; o monsignor Schönborn, che offre la più importante cattedrale del suo Paese affinché vi si tengano osceni spettacoli inneggianti al vizio della sodomia, con la partecipazione di personaggi come la drag queen Conchita Wurst; oppure monsignor Ravasi, che presta, per denaro, i sacri paramento dei papi affinché sfilino, sul corpo di modelle discinte e notoriamente sataniste, (come la “papessa” Rihanna al Met Gala di New York) in mezzo al pubblico gaudente e licenzioso dei miliardari statunitensi, parodiando Gesù Cristo, la Madonna e i Santi. Facciamo fatica a pensare che il vescovo, un vero vescovo, è un autentico pastore che è pronto, secondo le parole di Gesù, a dare la vita per le sue pecorelle; e che in tempi a noi vicini ciò è realmente accaduto, fra la nostra totale indifferenza, nel cuore stesso dell’Europa; e che continua ad avvenire in Siria, in Iraq, in Pakistan e in altri Paesi dove è tuttora pericoloso essere cristiani e ove i vescovi non si agitano per i diritti dei LGBT o per quelli di coloro che vogliono ricorrere all’eutanasia, e meno ancora per l’ambiente, per il clima e per lo smaltimento dei rifiuti di plastica, ma per la difesa del corpo e dell’anima dei loro fedeli e degli stessi persecutori. Sì, perché questo è il vero cristiano: colui che si preoccupa della salvezza eterna non solo dei suoi fratelli, ma anche dei suoi nemici; e che chiama questi ultimi nemici, apertis verbis, pur non odiandoli, anzi desiderano che anch’essi si salvino, e offrendosi in sacrificio proprio per questo: non uno che chiama tutti amici, che ripete stanche formule come i nostri fratelli maggiori sono già salvi, forti dell’Antica Alleanza irrevocabile, o l’Islam è una religione di pacesapendo di mentire e di dare scandalo, nonché di sprecare la sola possibilità che hanno d’indurre quei nemici di Cristo alla conversione, e ciò con l’esempio della loro vita e, se necessario, della loro morte.

Un piccolo popolo coraggioso dell’Europa, uno dei più antichi, anche se uno degli ultimi a convertirsi al cristianesimo, è il popolo lituano. Da quando i Paesi Baltici furono invasi dall’Unione Sovietica, nel 1940, la sua popolazione, ma soprattutto la sua Chiesa cattolica, hanno sofferto ogni genere di persecuzione. Il solo fatto di riunirsi a pregare, anche in case private; il solo fatto d’insegnare il Vangelo ai bambini, da parte dei loro genitori, erano atti considerati criminali, che venivano puniti con l’arresto e la detenzione, spesso in qualche gulag siberiano; per i vescovi e i sacerdoti, l’esito del processo era solitamente la condanna capitale. Ebbene quei cattolici hanno conservato la fede, hanno continuato a lottare, a pregare, a restar fedeli al Nome di Gesù Cristo, fra mille tribolazioni, fino agli anni ’80 del Novecento, appena una trentina d’anni fa, quando il comunismo è crollato ingloriosamente e la superba ideologia che aveva preteso di conquistare il mondo è appassita nella coscienza dei popoli come un brutto ricordo.

Citiamo dal libro di don Massimo Astura Perseguiteranno anche voi. I Martiri cristiani del XX secolo (Pessano, Milano, Mimep/Docete, 2005, pp. 89-95):

Si cominciò dalle scuole che vennero tutte confiscate; l’insegnamento della religione (anche se fatto nelle famiglie) venne dichiarato “attività anti-sovietica” e venne punito con l’arresto e con la deportazione. Il 16 luglio 1940 fu chiusa la facoltà di teologia della università di Kaunas e i professori semplicemente fatti sparire. Tutte le festività religiose vennero abolite e i libri religiosi sequestrati e distrutti. Poi incominciò la caccia al Clero. Uno dei primi Vescovi ad essere arrestato, torturato e imprigionato fu Vincentas Borisevicius che, sotto l’occupazione nazista aveva messo in salvo moltissimi ebrei. Il suo corpo non fu neppure più ritrovato.

Subito dopo di lui furono “eliminati” il Vescovo Pranas Ramanauskas, arrestato e spedito in Siberia ai lavori forzati dove morì nel 1959, e il Vescovo Teofilis Matulionis, morto il 20 agosto 1962 dopo aver trascorso ventidue anni nei Gulag sovietici.

Ma la persecuzione religiosa colpì anche moltissimi Sacerdoti e laici. Il 20 settembre 1947 i cattolici lituani fecero pervenire clandestinamente al papa una lettera nella quale si diceva: “Nel solo mese di giugno del 1941 i sovietici hanno arrestato quarantamila lituani: uomini, donne, vecchi e bambini; li hanno caricati su carri bestiame e li hanno deportati in Siberia. Con i nostri occhi abbiamo visto i corpi di chi non riusciva a sopravvivere agli stenti, gettati ai bordi delle strade”.

Un simbolo della eroica resistenza dei Cattolici lituani alla offensiva atea dei Comunisti è l’ormai celebre “Monte delle Croci” che ancora oggi sorge presso Siauliai. La gente vi saliva e vi piantava la propria Croce. Quando la polizia vi appiccava il fuoco la gente, sfidando l’arresto e la deportazione, vi saliva di nuovo e vi ripiantava nuove Croci.

Un altro simbolo della fedeltà a Cristo e alla Chiesa Cattolica è, ancora oggi in Lituania, la figura umile e straordinaria di una giovane donna: Nijolè Sadunaitè. Quel che sappiamo di lei è scritto in un “Diario” che, pezzo per pezzo, è giunto in Occidente: un diario che può essere considerato il parallelo cattolico del “Diario” di Anna Frank.

Nijolè entrò nella storia del popolo lituano quando decise di usare il suo misero stipendio di operaia per ingaggiare un avvocato che difendesse Padre Antonas Seskevicius in un processo nel quale era accusato del “crimine” di aver insegnato il catechismo ai fanciulli. Ma né l’avvocato né la difesa personale del Sacerdote valsero ad evitargli la condanna: “Onorevoli giudici – disse Padre Antonas durante l’ultimo processo tenutosi a Moletai nel 1970 – quando Hitler ha annientato milioni di ebrei innocenti e ha trucidato migliaia di Sacerdoti solo perché compivano il loro dovere. Allora fu esaltato come un grande uomo, ma ora voi stessi lo disprezzate come un assassino. Ebbene condannate pure gli innocenti. La storia valuterà il vostro verdetto e vi disprezzerà per sempre… Quanto a me temo Dio ma non gli uomini, perché solo Dio è la Verità Eterna”.

Seskevicius fu condannato e Nijolè sottoposta a controllo speciale.

A casa sua, Nijolé componeva clandestinamente un foglio dal titolo “Cronache della Chiesa Cattolica in Lituania” dove erano pubblicati gli episodi di persecuzione e i nomi dei cattolici perseguitati.

Allora Nijolè fu arrestata e processata.

Nella sua autodifesa (non poteva permettersi un avvocato) pronunciò queste parole “Voi cercate, con tutti i mezzi che avete, di farci diventare atei, ma noi continueremo a credere in Gesù Cristo che ha detto: ‘Quel che farete agli altri, l’avrete fatto a Me!’. Noi lottiamo solo contro il male e la menzogna e ci rattristiamo per voi. Se necessario, saremmo pronti a dare per voi la nostra stessa vita. Voi lo sapete!”.

Il giudice Pilelis la condannò a tre anni di Gulag e a tre anni di “ospedale psichiatrico”, pena che scontò fino in fondo e dalla quale, diversamente da tanti altri che subirono la stessa sorte, riuscì a sopravvivere. Fu allora spedita in Siberia a tagliare la legna nella taiga finché, inspiegabilmente, il KGB (la Polizia Segreta Comunista) nel luglio 1980 la liberò.

Ma la persecuzione anti-cattolica dei Comunisti in Lituania continuò, soprattutto contro i preti, fino alla caduta del Comunismo, nel 1989…

Queste cose succedevamo solo pochi decenni fa, in un Paese d’Europa; noi non ne sapevamo nulla, perché la stampa non ne parlava e quella cattolica meno di tutti, visto che dal Concilio Vaticano II in poi, grazie all’accordo di Metz, la Chiesa era giunta ad un modus vivendi con il comunismo, impegnandosi ad accantonare il rinnovo della scomunica e qualsiasi altro atto, anche solo difensivo, come si vide nelle vicende dei vescovi Mindszenty in Ungheria e Stepinac in Jugoslavia, in cambio praticamente di nulla, perché in Unione Sovietica e nei Paesi satelliti le persecuzioni anticattoliche proseguirono come prima e più di prima. E tuttavia, soli, abbandonati, dimenticati, i cattolici di quei Paesi, come nel caso della Lituania, si batterono come leoni, con le armi della fede e della speranza (la virtù teologale, non il sentimento puramente umano) ed erano pronti a sacrificare anche la vita, come al tempo degli imperatori romani, per testimoniare la loro fedeltà a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Situazioni che a torto ci sembrano così lontane da appartenere quasi a un’altra epoca, a un altro mondo; mentre oggi, ogni giorno, vi sono cattolici che soffrono la persecuzione a motivo della loro fede, specialmente in Asia, e sono pronti ad affrontare il martirio per restare fedeli a Colui che ha detto: Rimanete nel mio amore.

Certo, fa uno straniassimo effetto, di questi tempi, leggere le vicende degli eroici cattolici lituani, dei loro sacerdoti e dei loro vescovi. Viene istintivo pensare a cosa farebbero e cosa direbbero i vescovi di strada della contro-chiesa di Bergoglio – i Paglia, i Galantino, eccetera; Zuppi e tutta la Comunità di Sant’Egidio; oppure Sepe, che in grembiule da cuoco serve la pizza nella sua cattedrale ai poveri di Napoli, immortalato da telecamere e macchine fotografiche; o Staglianò che intrattiene amabilmente il suo pubblico, pardon i suoi fedeli, strimpellando canzonette sulla chitarra – se mai dovessero trovarsi in situazioni simili a quelle affrontare dai cattolici lituani fino alla caduta del comunismo, quando l’arresto, il processo e la deportazione in Siberia erano il minimo che si dovevano aspettare da parte delle occhiute autorità sovietiche. Ci par di vederli: non solo non verrebbero mai a trovarsi in simili frangenti, ma troverebbero il modo di andare d’amore e d’accordo con quelle stesse autorità, in nome del dialogo, dell’apertura, dei ponti da gettare e dei muri da abbattere, nonché dell’inclusione, del discernimento, dell’ospedale da campo che reclama il massimo impegno per medicare le ferite della vita. Ferite che non sono, ormai, le persecuzioni, la prigione o i lavori forzati in Siberia, ma il divorzio, l’adulterio, il passaggio a nuove unioni e la bella pretesa di seguitare a far la santa Comunione, come se tutto fosse a posto davanti a Dio, sempre che non ci metta lo zampino qualche prete tradizionalista, qualche cattolico ottuso e reazionario, con la faccia da sottaceto e la spiritualità di un signor piagnisteo (stiamo adoperando parole rigorosamente pescate dal vocabolario del signor Bergoglio, si capisce).

Farsi perseguitare, farsi arrestare, farsi processare, vescovi come monsignor Paglia? Voi riuscite ad immaginarveli, per caso? O come monsignor Ravasi, fra un met gala e l’altro, uno scambio di cortesie coi frammassoni e l’altro? Quando mai! E se qualcuno pensasse che stiamo peccando di malizia, che stiamo facendo un processo alle intenzioni, rispondiamo che basta guardare quel che sta accadendo in Cina, dopo l’empio accordo stretto da Bergoglio con quel governo, per convincersi che non stiamo inventando nulla, stiamo solo descrivendo la realtà. Per quanto il coraggioso cardinale Zen lo abbia supplicato e scongiurato, in nome del dialogo e dell’inclusione il signore argentino ha accettato di porre la chiesa cattolica cinese sotto il diretto controllo del governo comunista e ha letteralmente abbandonato al loro destino i veri cattolici cinesi, quelli che – come, appunto, al tempo di Nerone o Diocleziano – preferirebbero farsi uccidere piuttosto che riconoscere allo Stato la precedenza sul Vangelo, e ai diritti delle autorità politiche la priorità su quelli di Dio. Ma ora i sedicenti cattolici nazionali cinesi stanno facendo proprio questo: accettano i ritratti del presidente dentro le chiese e sfilano per le strade con le bandiere rosse, suore in testa, sulle loro belle motociclette.

Eppure, se vogliamo essere intellettualmente onesti, quel che sta accadendo oggi nella Chiesa cattolica, culminato nell’apostasia del suo vertice e nell’aperta introduzione dell’idolatria pagana nel bel mezzo della santa Messa, non si può dire che giunga del tutto inaspettato: i segnali c’erano stati, eccome, solo che avevamo preferito ignorarli, per pusillanimità e amore del nostro quieto vivere. Inoltre, molti di noi erano troppo infatuati del comunismo per sentirsi solidali con uomini come Stepinac o Mindszenty; pensavano: Se li hanno arrestati, qualche ragione ci sarà: forse sono dei fascisti, o delle spie degli USA. Nel qual caso tutto tornava al suo posto. Perfino la voce di un laico come Solzenitsyn, sopravvissuto ai gulag, giungeva inopportuna e sgradita a tutti quei cattolici che si trastullavano al gioco della rivoluzione; anche se era un gioco sanguinoso, che arrossava le nostre strade con il sangue di vittime vere, e ciò per anni e anni. Ebbene, l’infatuazione c’è ancora in tantissimi cattolici, non più verso il comunismo (o non, almeno, nelle sue forme classiche), ma verso molte altre ideologie di questo mondo. Tutti protesi a essere cittadini della modernità, si sono scordati di Gesù Cristo, della sua unicità e della sua regalità universale: lo hanno perso per strada…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Dicembre 2019

Del 10 Novembre 2020

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