giovedì, 23 Settembre 2021
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La Resistenza come secondo Risorgimento?

La Resistenza come secondo Risorgimento? Questa è la tesi che gli intellettuali progressisti hanno voluto accreditare dal 1945 a oggi: una vera e propria riscrittura del passato in chiave ideologica soprattutto da parte del Pci di Francesco Lamendola  

La Resistenza è stata un secondo Risorgimento? Questa è la tesi che gli intellettuali progressisti hanno voluto accreditare, dal 1945 a oggi; e ci sono in gran parte riusciti, perché la loro versione, edulcorata e idealizzata, della guerra civile italiana, era proprio ciò che chiedeva un popolo ansioso di dimenticare in fretta, di voltare pagina e di rifarsi, a prezzi stracciati, una verginità democratica, addossando ogni misfatto al caduto regime e al suo tiranno, e rivendicando per sé ogni merito, vero o presunto, nella “ricostruzione” di una società libera e giusta.

I più interessati a questa operazione di vera e propria riscrittura del passato in chiave ideologica, erano, naturalmente, i comunisti, i quali avevano una duplice necessità strategica: far dimenticare il loro tristo Dna leninista e stalinista, le purghe, i gulag, le foibe, i massacri spietati della primavera 1945, dei quali avevano fatto la prova generale, in Spagna, durante la guerra civile di quel Paese, compresa l’epurazione fisica dei “compagni” non allineati; e, dall’altro lato, presentare se stessi, e l’opera da loro svolta durante la guerra civile italiana, come un momento di fusione e di perfetta sintonia con il popolo italiano, o, comunque, con tutte le migliori forze del progresso, a cominciare dai cattolici antifascisti; e quindi come una “naturale” prosecuzione e come un ulteriore sviluppo di bisogni, speranze e tendenze già vivi e operanti nella società italiana, che essi avrebbero solo contribuito a far emergere e a rendere più maturi e consapevoli.

Si trattava, fra l’altro, di una operazione ideologica uguale e contraria, e quindi pochissimo originale, a quella sostenuta da illustri intellettuali del fascismo, in particolare da Giovanni Gentile, ossia del fascismo come completamente e coronamento dell’opera incompiuta del Risorgimento, cioè la formazione del popolo italiano. Entrambe le tesi possono contenere elementi di verità, o almeno di verosimiglianza, a seconda che si ponga l’accento piuttosto su certi fatti e certi aspetti del Risorgimento, per dedurne la sua “logica” prosecuzione, rispettivamente, nella Resistenza o nel Fascismo. Prima ancora di addentrarsi in una simile ricostruzione, però, bisognerebbe definire cosa fu il Fascismo – anche solo il Fascismo come movimento, lasciando da parte il Fascismo come regime -, cosa su cui gli storici non sono ancora d’accordo e, probabilmente non lo saranno mai. Su una sola cosa concordano, nel fatto che si è trattato di un movimento politico creato da Benito Mussolini alla fine della Prima guerra mondiale, e che, staccatosi dalla matrice originaria socialista, ha tentato di tracciare una sorta di “terza via” ai problemi complessivi della modernità, aggravati dagli effetti disastrosi della Prima guerra mondiale, fra la democrazia liberale, dominata da un capitalismo senza regole e dallo strapotere finanziario, e il comunismo, così come si stava realizzando e definendo nell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin. Ma il Risorgimento, che cosa è stato? E la Resistenza, che cosa è stata?

Il Risorgimento è generalmente interpretato come quel fenomeno storico per cui il popolo italiano ha creato il proprio stato nazionale, lottando contro le forze che vi si opponevano. Anche di esso è stata data, dalla cultura dominante (di matrice massonica) una lettura selettiva e interessata: si è taciuto, o sorvolato, sul fatto che le forze avverse erano in buna misura forza italiane: a livello sociale, le masse contadine, vale a dire il 90% della popolazione (e scusate se è poco); a livello politico, tutti gli Stati pre-unitari, a eccezione del Piemonte: Modena, Parma, Toscana, Chiesa e Napoli. Si è voluto far credere che il vero e solo ostacolo fosse l’Austria; si è pudicamente taciuto su un altro, molto più reale e insidioso: il disinteresse, o la contrarietà, della grande maggioranza degli Italiani stessi. Inoltre, a ben guardare, un Risorgimento, in quanto tale, non è mai esistito: cioè come fenomeno unitario e intenzionale. La parola, grondante retorica, è stata adottata quale contenitore per includere una grande quantità di fatti, situazioni, personaggi, teorie, anche estremamente diversi gli uni dagli altri. E non parliamo solo dei fenomeni o delle figure minori; parliamo anche dei maggiori: fino all’ultimo, cioè fino al biennio risolutivo del 1859-60, non era affatto chiaro se Cavour e Vittorio Emanuele II mirassero a ingrandire il Piemonte, o a fare l’Italia; né se Mazzini e Garibaldi mirassero a fare l’Italia o a fare la rivoluzione e la repubblica. Non parliamo, poi, della distanza siderale che separava un anarchico come Pisacane, o un terrorista come Felice Orsini, da un liberale moderato come Cesare Balbo, o da un cattolico come Gioberti. La verità è che ciascuno serviva i suoi particolari scopi, inseguiva i suoi particolari obiettivi: questa fu la forza e la debolezza di quello che, a posteriori, è stato visto come un fenomeno unitario, e chiamato Risorgimento. La sua forza: perché, se fallivano un tentativo, una linea, un leader, c’erano sempre due o tre o quattro “soluzioni” alternative, pronte a entrare in azione; ad esempio, dove è fallito lo sbarco di Sapri del 1857, è riuscito lo sbarco di Marsala del 1860. Lo stesso obiettivo – forse -, ma diversa la regia; e diverso l’esito. La sua debolezza: perché, mancando di una struttura unitaria, e sia pure in linea di massima, una volta raggiunto lo scopo più immediato e “facile”, l’unità territoriale, tutti gli altri problemi – istituzionali, politici, sociali, economici, culturali – rimasero inevasi: e tali si trascinarono per diversi decenni. Alcuni, come il superamento del divario fra Nord e Sud, non sono stati realizzati neppure oggi, a un secolo e mezzo di distanza.

Perciò, quando si afferma che la Resistenza è stata un secondo Risorgimento, bisognerebbe avere chiaro cosa fu, o almeno cosa non fu, il Risorgimento: non fu una rivoluzione, né un movimento di popolo (tranne alcuni casi isolati, come le Cinque giornate di Milano o la resistenza di Brescia); non fu un momento di unità nazionale, ma, semmai, la ricerca di quella unità, quando era ancor tutto da fare, a cominciare dalla cosa essenziale: convincere il popolo italiano che era giusto e necessario creare il proprio stato nazionale. Quanto alla Resistenza, essa fu, al pari del Risorgimento, – e a cominciare dal nome, alquanto ideologico e niente affatto neutrale -, un contenitore nel quale inserire, e confondere deliberatamente, almeno tre cose diverse: a) la lotta patriottica contro l’occupante tedesco (che era, peraltro, l’alleato del giorno prima); b) la lotta di classe, promossa dai partigiani comunisti non solo contro i Tedeschi e i fascisti, ma anche contro gli attuali e i potenziali oppositori di un futuro regime comunista (e questo spiega le atrocità indiscriminate commesse a guerra ormai conclusa); c) la guerra civile vera e propria, contro i fascisti della Repubblica Sociale. E che fossero cose diverse, lo dimostrano tutta una serie di fatti (non di teorie): per esempio, la strage di Porzûs, nella quale i partigiani comunisti friulani eliminarono i partigiani d’estrazione cattolica, proprio per un insanabile contrasto a proposito del punto a): ovvero la questione delle annessioni di vaste zone situate presso il confine orientale, alla Jugoslavia di Tito.

A titolo di puro esempio, abbiamo trascelto, fra mille altri che a ciò si prestano, un brano dello storico Giuseppe Mammarella – libero docente di Storia contemporanea presso l’Università di Firenze e già insegnante alla Stanford University della California -, affinché il lettore possa farsi un’idea della sistematica forzatura ideologica cui è stata sottoposta quella pagina della nostra storia recentissima, al fine di adattarla ai bisogni della Vulgata politica e culturale delle forze uscite vittoriose dalla guerra civile e impegnate a costruire la propria mitologia “ufficiale”, assumendo per sé il ruolo di salvatrici della patria e affibbiando ai vinti l’ingrata funzione di interpretare il Male assoluto (come ebbe a dire perfino l’ex leader del partito politico che si diceva erede diretto della esperienza ideale della Repubblica Sociale Italiana, Gianfranco Fini).

Scriveva, dunque, Giuseppe Mammarella  nel suo libro «Il Partito Comunista Italiano, 1945/1975. Dalla Liberazione al compromesso storico» (Firenze, Vallecchi, 1976, pp. 9-10):

«La definizione della Resistenza come secondo Risorgimento, valida sul piano ideale come su quello politico, suggerisce significative analogie tra i due grandi momenti della vita nazionale anche sul piano operativo. Con la Resistenza la classe lavoratrice diventa, per la prima volta, autentica protagonista della storia del paese, ma anche la Resistenza come il Risorgimento si configura come un fatto in cui è particolarmente rilevante lo sforzo di organizzazione e di costruzione politica ad opera di una élite relativamente ristretta, mentre manca in ambedue la grande sollevazione popolare che è il tratto caratteristico delle grandi rivoluzioni. L’élite politica, la forza attiva che organizza la partecipazione della classe lavoratrice nella Resistenza è il Partito comunista. L’elemento di successo del PCI, nella mobilitazione della classe lavoratrice, sta nelle nuove tecniche di organizzazione e di propaganda preparate e affinate nel corso della lotta antifascista condotta dal PCI sul piano interno e su quello internazionale. A differenza di ogni altra forza partecipante alla Resistenza, il PCI può contare su di una organizzazione di attivisti, i futuri dirigenti del partito, abbastanza numerosa, sperimentata e politicamente omogenea.

Fin dalla scissione del gennaio 1921 il PCI era stato un partito di quadri; questa sua caratteristica si era consolidata durante la lotta antifascista nell’azione clandestina in Italia e in quella a livello internazionale nelle file del Komintern. La guerra di Spagna doveva dare ai militanti e ai capi comunisti che vi parteciparono una esperienza militare e politica che si rivelerà preziosa nella guerriglia partigiana. La caduta del fascismo libererà un gran numero di attivisti comunisti – più di tremila – che, denunciati dall’OVRA per le loro attività clandestine e condannati dal Tribunale Speciale, avevano trascorso vari ani nelle prigioni fasciste o al confino, in attesa di riprendere l’azione. La disponibilità di questi elementi darà al PCI un netto vantaggio sul PSI (al ritorno dall’esilio Nenni constaterà l’inconsistenza organizzativa del PSI: “Il partito non c’è, ci sono solo i comunisti”) e alla classe operaia del Nord un tipo di direzione politica che il vecchio socialismo prefascista non era mai stato capace di realizzare. Ad esprimere tale guida, che si sosteneva come su di una strategia coerente, contribuiva in modo decisivo l’elaborazione dottrinale avvenuta durante il periodo dell’esilio, nel corso del quale, pur tra errori e alti e bassi di intensità, il dibattito politico a tutti i livelli non si era mai interrotto. […]  Il PCI poteva contare, oltre che sulle sue capacità organizzative, sul grande prestigio che gli derivava dalla tradizione di lotta contro il fascismo in Italia e all’estero nei fronti popolari, e soprattutto dagli stretti rapporti con l’URSS. Il legame politico e ideale con l’URSS è un dato di fondo per capire non solo il successo del PCI, ma più ancora la volontà di lotta della classe lavoratrice italiana e le sue attese di palingenesi rivoluzionaria. Per la maggioranza della classe lavoratrice italiana, le grandi vittorie dell’Armata Rossa sul nazi-fascismo rappresentano la prova definitiva del successo della prima rivoluzione socialista. la rivoluzione, che in Italia era sempre stata vista dalle masse in una prospettiva messianica, grazie all’URSS e alla vittoria del popolo sovietico, usciva dalla guerra antifascista come una esperienza ormai consolidata, punto di partenza e modello di altre rivoluzioni.

Nel trionfo di quella sovietica la classe lavoratrice italiana vedeva la più sicura garanzia per il successo della propria rivoluzione e, nella lotta antifascista e antinazista, il naturale termine di passaggio verso di essa: “oggi sulle montagne contro i nazifascisti, domani nelle strade e nelle piazze di tutt’Italia contro i borghesi e i residui del fascismo”. In questo slogan, che riflette le attese rivoluzionarie di gran parte del movimento di resistenza, la lotta di classe si salda alla guerra partigiana, quasi due momenti successivi dello stesso processo rivoluzionario.»

Tutto, in questo brano di prosa, gronda letteralmente retorica insulsa, compiacimento ideologico e sistematica alterazione dei fatti, con lo scopo di fornire una lettura precostituita, politicamente corretta, della guerra civile italiana: a cominciare dal fatto che quest’ultima non è mai chiamata con il suo nome, e dunque, assurdamente, si parla di una cosa che non è riconosciuta come tale; per non dire dell’incipt, in cui non si discute, né ci si pone minimamente il problema di dimostrare, ma, semplicemente, si asserisce che « la definizione della Resistenza come secondo Risorgimento [è] valida sul piano ideale come su quello politico». Come dire che il mestiere di storico finisce là dove dovrebbe incominciare. Qualcuno si immagina uno storico dell’arte, o un filosofo, o uno scienziato, o qualsiasi altro studioso di qualunque seria disciplina di ricerca, che proceda in questo modo: affermando, senza dimostrazione alcuna, che la tesi di cui si tratta è giusta e vera, e che essa va accettata come un articolo di fede? Nemmeno la teologia procede in questo modo; anche i teologi, sebbene partano da un presupposto di fede, si pongono seriamente il problema di dimostrare le loro asserzioni. Ma questo, evidentemente, non è necessario per gli storici “politicamente corretti”, specialmente se hanno presieduto per oltre trent’anni il Centro studi della Stanford a Firenze. Quante cattedre universitarie e quante presidenze di istituti culturali sono stati messi a disposizione di questi “storici” che non si preoccupano neppur di salvare le apparenze e di giustificare la loro lettura in chiave partigiana della storia italiana recente, ma si limitano a incensare la parte vincente?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Novembre 2020

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